ANTONIO DE CURTIS NON AMA TOTÒ

Totò


Chi è Totò?

Caratteristiche fisiche e psicologiche

Ha una fisionomia incredibile se non fosse vera. Occhi folli e maligni, ma anche "disillusi” e animalescamente inteneriti, la linea della bocca distorta in una smorfia umiliata o ghignante, che segue l’assurda e mobilissima sporgenza della bazza, sua inconfondibile sigla. Il collo è snodabile e allungabile, le articolazioni interamente slogate in meccanismi dinamici assurdi, ma che si indovinano derivati da forzate dormite in luoghi duri e scomodissimi, come panchine e angoli di strada. Le mani vorticano in continuazione in offensive palpate, in osceni sberleffi, in inarrestabili mulinelli che suppliscono eloquentemente al suo farfugliato e improvvisato modo di esprimersi, fra dialettale e analfabetico. Il suo abbigliamento è costituito da pezzi composti, raccolti da stracciaroli e burattinai: ma a suo modo tiene al decoro dell’abito, anche se questo non riesce a ricoprirlo interamente, lasciandogli scoperte le caviglie impazzite, abituate a lunghe passeggiate e fughe precipitose. Lussurioso e affamato, non ha quasi mai potuto permettersi pasti consistenti e puttane, arrangiandosi così alla meglio, e scatenandosi quando riesce a conquistarsi un piatto di spaghetti fumanti o una serva prosperosa ("cosa serve la serva se non serve?”). Totalmente amorale, apolitico (perfettamente manovrabile dalla Destra nazionale ma anche da gruppuscoli subproletaristici, in nessun caso dai partiti "democratici”, per il suo inveterato antiparlamentarismo).

Condizione sociale e cultura

Sottoproletario, anzi, più precisamente, preproletario. Figlio di NN (il suo unico palpito di solidarietà di classe lo prova quando trova un altro illegittimo, specie se di sesso femminile). Ha provato forse orfanotrofi, carovane di girovaghi, ospizi fetidi, concependo un odio feroce per i "benefattori" spesso mascherato da esageratissimo ossequio. Non legge, non vede la televisione: conosce qualche film, perché si è infilato di straforo in localetti di periferia, magari facendosi assumere come gelataio, per poter schiacciare un pisolino in pace. Ma si incanta di fronte alle canzonette napoletane, piange alle storie d'appendice, ha riso moltissimo a qualche film di Orson Welles. Parla napoletano, impastandolo con le parole e le frasi che gli paiono più rilevanti “quisquiglie”, “pinzillac-chere”, "a prescindere”, "parli come bada!” pronunciate da persone ragguardevoli (grandi aristocratici feudali, verso i quali nutre un’ammirazione incantata, attori del piccolo varietà, caporali, avvocaticchi imbroglioni, onorevoli, gagà di passaggio per Capri, burocrati sottogovernativi): particolarmente disinvolti i suoi congiuntivi, preziosissime le q. Usa doppi sensi pesantissimi, spesso evocanti il membro virile. Le sue esperienze estetiche sono il teatro all’aperto dei burattini, Pulcinella, i pupi, le bande di strada e i pazzarielli. Ama forsennatamente i fuochi artificiali. Ha una fede religiosa più animistica e superstiziosa che cattolicamente ortodossa. Vive in abitazioni fatiscenti, in baracche, o nelle case degli altri dove si intrufola volentieri con i pretesti più fantasiosi.

Non ha frequentato scuole continuativamente, la sua scuola è l’arte della sopravvivenza. Conosce Napoli, i suoi dintorni, essendosi spinto fino a Capri in cerca di gonzi, Cuneo, dove ha fatto il militare (quasi sempre consegnato, di ramazza). L’idea della morte gli è familiare, ci scherza, diabolicamente macabro, come sulla fame atavica.

Osservazioni

La figura di Totò nella storia del costume italiano è ormai ben definita, fino al libretto curato dal Fofi, che fa piazza pulita di alcuni luoghi comuni "neorealistici” e di malintesa difesa di privilegi estetici crociano-razzistici. La sua carica eversiva, la sua genialità interpretativa, la sua natura fantastica e burattinesca sono ormai dati di fatto incontrovertibili. Ma qui - senza inutili ripetizioni - varrà la pena di insistere sul Totò attore di rivista: si raccomanda allora un suo confronto con gli altri "grandi" comici del genere per notare il distacco da questi, tutti di estrazione e ispirazione piccolo borghese. Totò si inseriva nella rivista all’italiana, come elemento di disturbo, recuperato al massimo, e pericolosamente, nel rientro della fine degli anni cinquanta, come puro pittoresco. Si capisce come - istintivamente magari - Totò preferisse fare cinema, e il cinema plebeo e “volgare”, attraverso cui poteva trovare, sia pure indirettamente un pubblico complice e disteso, non curioso e “solo” divertito. Ma non si è ribadito abbastanza, e va sostenuto con forza, che il vero Totò, anche cinematografico, è quello della rivista (la rivista galdieriana, pre-garineigiovan-ninica), grazie alla libertà totale che la struttura aperta dello spettacolo di rivista lasciava a Totò, alla possibilità di scatenargli l’estro più aggressivo e oscenamente liberatorio (leggendarie le sue arrampicate sul sipario, i suoi gesti immensamente postribolari, le sue scorregge al pubblico delle prime file). “Ma la platea era con lui - scrive Vittorio Viviani - e diventava frenetica quando Totò, al finale, si metteva a fare il pupazzo, attraversava e riattraversava il palcoscenico al ritmo della fanfara dei bersaglieri, bersagliere e fanfara lui stesso, dirigeva l’orchestra con strepitosa furia o svagato puntiglio, e intimava la chiusura del sipario dopo aver imitato con gli occhi, con le mani, con tutto il corpo l’esplodere di fuochi pirotecnici in un oscuro cielo immaginario." La forza fisica dell’attore era un dato in più, essenziale e del tutto liberato (o quasi, mentre nei film la necessità di una storia, di un personaggio da far evolvere limitava di molto la carica d’urto). Anche l’accostamento di Totò al quadro “lussuoso” della rivista sortiva un effetto di contrasto prezioso. “In mezzo a tante donne belle Totò sembrava, con indosso la sua redingote color vecchio ombrello, veramente il pantin, il burattino" - annota in una sua recensione Orio Vergani - sottolineando proprio questo elemento di contrasto iperbolico su cui era costruito genialmente, anche suo malgrado, il Totò della rivista.


Nella vita di Antonio de Curtis, Totò era un’ingombrante marionetta. Chiunque lo incontrasse o lo frequentasse, pretendeva d’identificarlo con la sua maschera. Questo è uno dei motivi per cui evitava di frequentare i salotti mondani. Le rare volte che decideva di contravvenire a quest’abitudine, racconta Franca Faldini, aveva bisogno di prepararsi all’evento con «tutto un lavoro di autosuggestione, condotto in parte in silenzio allungato su un divano, in parte ad alta voce quando, alzandosi di scatto per vestirsi, concludeva l’intima fatica con un: "Ué, eppoi chi se ne importa se immaginano che li diverta e invece si scocciano perché non incontrano Totò. Dopotutto io sono io, con tutti i difettacci miei e il cervello che mi ha dato il Padreterno. Mica ci vado perché mi pagano per fare il buffone! E allora ho il diritto di essere me stesso!"»


Da un lato Totò, maschera irridente e plebea, golosa di cibo e di donne, dall’altro il principe Antonio de Curtis Griffo Focas, che indossa camicie di seta e fuma sigarette aromatiche. Il pupazzo indemoniato che zompava sul palcoscenico e sul set appariva talmente diverso dal signore che abitava ai Parioli da diventare irriconoscibile anche nei tratti fisiognomia. Lo stesso attore ama raccontarli in opposizione fra loro: sogna di farne i protagonisti di un film, con il nobiluomo che vive a spese del gemello comico, e infine li metterà in scena nell’intervista a Lello Bersani per Tv Sette, dipingendo il principe come un signore compassato che convive nello stesso appartamento con il servo Totò, costretto a mangiare in cucina e a lavorare per mantenere l’aristocratico.

Il dualismo era a tal punto consapevole che c’era un momento, come raccontato da Mario Castellani, in cui il principe e il comico arrivavano a guardarsi negli occhi. “Di regola, questo accadeva dopo lo spettacolo, quando si liberava dei panni del comico snodabile e diventava il principe di Bisanzio. Esattamente, lo sfottò scattava in quei pochi minuti in cui non era più Totò ma non era ancora rientrato del tutto nei panni del principe. Si metteva davanti allo specchio con una faccia serissima e rimaneva per un lungo istante a contemplarsi. Poi, tutto d’un colpo, faceva uno sberleffo alla propria immagine ed esclamava: ‘Ehi, signor principe, è inutile che si dia tante arie e snobbi il povero Totò: si ricordi che è Totò che dà da mangiare al principe, e non viceversa’.


E che c'entra Totò tra queste mura? Mica siamo in un camerino, no? Totò è il frutto del mio lavoro di specializzato. C'è chi diventa chirurgo, manovale, amministratore delegato. E mica si appendono in casa loro le scartoffie di una diagnosi o di un contratto e le fotografie che li ritraggono all'opera... Io, guarda caso, sono diventato attore, e qui abito come Antonio de Curtis, privato cittadino, che poi esce e va a faticare, e al posto di una tuta, un camice o di un doppiopetto grigio, indossa la sguaiataggine di Totò.


Una volta ho sognato Totò che sognava di essere Antonio de Curtis. Appena sveglio, però, ho dovuto prendere atto con stupore di essere Antonio De Curtis che aveva sognato di essere Totò.


Io credo che Totò sia nato là, nel cortile di quel collegio, figlio clandestino di un incidente col precettore.


Un personaggio aggressivo, bugiardo, cocciuto e ipocrita: questo è Totò. Ecco in che cosa consiste la sua comicità da trent'anni. Quando recito ho una mia forma di civetteria, sono perfido e insinuante come una mosca cavallina. Molte volte il mio partner non ne può più di avermi accanto, non vede l'ora che la scena finisca per andarsi a riposare. Ma io continuo a non dargli pace: gli sto addosso, lo circondo da ogni lato, lo tocco e lo ritocco. [...] Nella scena del wagon-lit Castellani finiva per arrabbiarsi sul serio. Qualche sera avevo l'impressione che stesse per picchiarmi. Angariavo in ogni modo il povero Castellani, gli impedivo di dormire, gli gettavo la valigia dalla finestra, gli ripetevo una dopo l'altra le mie solite frasi di disturbo: "Sono un uomo di mondo; lei non sa chi sono io; quando c'è la salute; tampoco; a prescindere; enziandìo; comunque; appunto, dico... La stessa cosa poi è capitata con Peppino De Fiilippo nella Banda degli onesti. Giunsi fino a chiudergli la mano sinistra in una porta. Era furibondo...


Il Principe de Curtis odia Totò

Roma, gennaio 1966

1955 Antonio De Curtis 098 LE' un signore dal sorriso pacato, in vestaglia blumare, con un foulard attorno al collo. Sulla maschera scavata e tragica, che ha fatto ridere tre generazioni, porta occhiali scuri. Mi vede e si sbraccia dall'altra parte di una grande sala, dorata da una moquette gialla e morbidissima che spegne con languore i passi. Aggrappato al telefono agita le mani per indicarmi il divano, le poltrone, per invitarmi ad avere pazienza: questione di un minuto e poi corre da me. Subito arriva «Ma come? Non si è accomodato?», e la sua cordialità napoletana mi investe con una raffica di gentilezze. Voglio un caffè? Un cognac? Una bibita? Una sigaretta? Mi spiega che stava parlando con Franca Faldini: lei è a Lugano, ma domani tornerà a Roma. Abbiamo degli affari lassù aggiunge con l'aria di darmi una spiegazione, e nel dire Franca si volta verso il pianoforte a coda, sul quale, come nei salotti delle buone case di provincia, c'è un ritratto in una cornice d'argento antico: è proprio Franca, con le mani incrociate sotto il mento e i capelli corti che danno alla sua bellezza nostalgica un tono lievemente démodé. Questo Totò, che parla sottovoce, che misura i gesti e non torce il mento, gli ammiratori non lo conoscono. Questo vecchio signore dalla vista incerta, un po' pallido e un po' ingenuo, talmente diverso dall'omino che scioglie in matte risate le sale di periferia, facendo boccacce e raccontando storielle, non lo sospettano nemmeno: non sanno che vive dietro finestre protette da pesanti tende di velluto attraverso le quali la luce filtra appena appena, e non disturba gli occhi malati del padrone di casa; e questa luce un po' spettrale si posa con un curioso effetto scenografico sul volti appuntiti dei principi de Curtis di tre, quattro, cinquecento anni fa, un po' tristi nelle loro trine o, poveretti, impalati dentro armature che devono averne appesantito gli slanci.

LA RISATA NON MI PIACE

I ritratti Totò li ha scelti con cura nelle botteghe degli antiquari: con il pedigree del casato in mano ha messo assieme quella galleria di facce che qualche volta un po' gli somigliano. Ce n'è uno (1458-1560) con la stessa sua espressione scocciata. Totò si accorge che lo osservo e si lascia sfuggire: «Povero zio Vincenzo! Era tanto buono!» Il nostro incontro comincia così, con una battuta: non è stato un colloquio facile anche se il mio interlocutore si è sforzato d seguire il tracciato dell'intervista con estrema coerenza ed una profonda sincerità. Ho commesso l'errore di fantasticare un Totò effervescente, dal frizzo insistente; invece Antonio de Curtis (che è un grande attore con nel sangue una comicità di piazza) fuori dal palcoscenico raggela la sua maschera in una espressione sdegnosa. Lui fa il comico, non inventa la comicità. Lui recita creando pochissimo e lasciandosi guidare da un istinto e da una mimica che sono irresistibili. Ma le parole sono parole: scavano sotto la pelle e sotto la pelle c'è un signore un po' malinconico.

Come mai, principe, in privato sorride pochissimo e non ride mai?

«Perché non ho più vent'anni; perché quando faccio le scale mi viene il fiatone; e poi lei quando è in casa fa sempre lo spiritoso? Vede, la risata non mi piace: la risata fa rumore e a me il rumore disturba. Però non è nemmeno esatto dire che sono triste: sono tranquillo, silenzioso, privo di ansia, com'è giusto che sia alla mia età. Quando chiacchiero o ascolto storie divertenti mi limito a sorridere un po'; un po' per educazione e un po' per non assomigliare troppo a Totò. Il personaggio non mi ha preso la mano: resto il principe Antonio de Curtis, un distinto gentiluomo...».

Me l'avevano detto, principe, che il discorso si sarebbe impantanato proprio qui: Antonio de Curtis che deve successo, denaro, notorietà e persino la corona a Totò, disdegna lo strettissimo legame che indissolubilmente l'unisce alla marionetta dal mento di gomma. Le pare giusto?

«Un momento: Totò sono sempre io, ma io sono anche un signore decaduto che per vivere deve fare strane cose: saltare, dipingersi la faccia, indossare buffi costumi. Amo Il lavoro come una droga, ma resta sempre un lavoro: dietro queste tende, fra questi cari, vecchi, amati oggetti mi sento felice e quieto, di nuovo un signore. Come posso in simili momenti adorare l'altro me stesso, il burattino?»

C'è tanta differenza, principe, tra Antonio de Curtis e Totò? (Finalmente sorride, sorride come sono abituato a vederlo sullo schermo; finalmente è diventato un personaggio familiare simpatico ed amico da tanti anni: la maschera uggiosa è caduta).

«C'è differenza, eccome! Totò é un villano: quando parla agita le mani, fa gestacci, strizza l'occhio. Ha mai notato come veste? In maniera assolutamente ridicola, devo dire: abiti troppo larghi oppure giacche strettissime come usavano nei cafè chantant dell'altra Napoli, quella col pennachio sul Vesuvio, che lei non ha visto. Il principe de Curtis è un signore compassato, non troppo loquace, riservatissimo. Il suo sarto ha l'ordine di vestirlo di scuro disdegnando le eccentricità della moda, con un taglio classico che lo rende elegante senza essere vistoso. Totò è burino anche nella scelta delle donne. Gli i piacciono formose, cariche di lustrini: va matto per le ballerine d'avanspettacolo. Il principe de Curtis ama invece creature di classe, sofisticate e un po' evanescenti» (guarda dalla parte del pianoforte dove c'è il ritratto della Faldini).


La maschera di Totò, ebbene, io la disprezzo. Mi è utile, certo mi è utile. Ma la maschera è al servizio del pubblico, Totò in effetti è un servitore del pubblico. E questo a me non può far piacere, è ovvio. Però non vuol dire; io a Totò sono affezionato, è parte di me stesso. Non ho mai pensato, neppure minimamente, di sopprimere la mia maschera.

Prima nacque Antonio de Curtis e solo in un secondo momento vide la luce Totò. Accadde in palcoscenico, nel periodo in cui facevo la commedia dell’arte per guadagnarmi, stentatamente, da vivere. Avevo una vecchia bombetta polverosa e una sera, preso dall’ispirazione, me la misi in testa. Ebbene, la gente incominciò a sganasciarsi dalle risate. Quel villano che era in scena, sguaiato, pronto a strizzare l’occhio e a muoversi come un burattino piaceva al pubblico. Lo chiamai Totò, il diminutivo di Antonio, che a Napoli è Totonno.

A pensarci bene il mio vero titolo nobiliare è Totò. Con l'altezza imperiale non ci ho fatto nemmeno un uovo al tegamino, mentre con Totò ci mangio dall'età di vent'anni.

1958 Antonio De Curtis 038 L

UN UOMO ALL'ANTICA

«Totò beve male. Preferisce la birra al vino, e quando sceglie il vino, per carità, non ne parliamo! La colpa alle volte è anche degli sceneggiatori: però che schifezze manda giù! Il principe de Curtis beve pochissimo, ma le sue scelte sono attente, di gusto: un po' di bordeaux durante i pasti, due dita di champagne alla sera. Un bourbon come aperitivo (sì, mi piacciono le cose forti!) e un cognac spagnolo (Cardinal Mendoza) alla fine del pranzo. Totò non viaggia quasi mai, se naturalmente non consideriamo viaggi i piccoli tragitti in corriera o su accelerati asmatici e tremolanti che lo portano dal paese in città. E anche in questi atomi di movimento trova il modo di meravigliarsi di tutto. Una sola volta è finito in vagone letto, ma non è riuscito a chiuder occhio. Per fare i ricchi bisogna essere allenati, signore mio! Anche se non lo confessa, Totò vorrebbe salire in aeroplano, che gli mette, è vero, una paura d'inferno, ma che soddisfa la sua vanità di contadino. Com'è lontano dal principe de Curtis! Tutti i mesi il principe va a Parigi. A cosa fare?, chiederà. Così, a Parigi, per prendere un caffè, in un certo caffè, e andare a teatro. Va in treno, naturalmente. Il principe non sopporta la velocità. È rimasto all'antica: subisce il fascino dei treni in maniera struggente. Ah, la "Valigia delle Indie"! La bella e misteriosa sconosciuta incontrata sull'"Oriente Express"! Cos'è questa mania di fare In fretta. Il principe non si rende conto come in quattro ore si possa andare a New York. Gli fa una rabbia che ci vogliano solo quattro ore e non quaranta giorni, come una volta, quando l'America era veramente l'America, un mito, una favola, e non qualcosa a portata di mano che si può raggiungere in un baleno, nel tempo di un pranzo e di un caffè. Totò ama, naturalmente, le compagnie numerose, le battute grasse, le risate a gola piena. Nella casa del principe c'è invece un'atmosfera composta, di chiacchiere civili, di risate fra amici. La confusione non è gradita. Chi alza la voce non viene più invitato. Il principe...». Se ho ben capito lei parla del principe come di un favoloso "Gattopardo" che nobilita e in un certo senso riscatta l'onta di vivere nella pelle di Totò, con abitudini signorili e un lungo titolo nobiliare. Mi levi una curiosità: non capisco come mai in tempi in cui tutti impiegano la loro vita a costruirsi un futuro, lei si sia preoccupato, e si preoccupi tuttora, di mettere assieme, pezzo per pezzo, il passato. Trova tanto importante avere una corona di cartapesta sul capo, proprio oggi che le corone rotolano nel fango in tutta Europa, in tutto il mondo? Perché, principe, non va al passo coi tempi? «Amico mio, sulle corone non scherziamo: sono cose serie. Il sangue non è acqua, e il passato, se c'è ed è glorioso, è una preziosa eredità che non si può gettare alle ortiche. Un titolo vale più del denaro. I titoli non si comprano. Li danno i sovrani, e i sovrani sono quegli esseri straordinari che tutti sappiamo...» .


La comicità si avvale spesso di accessori, indispensabili per creare un personaggio. Charlot aveva i baffetti, il bastoncino di bambù e i calzoni sformati. Per me è molto importante la bombetta. Perchè ho scelto questo tipo di cappello? Perchè sotto la bombetta ci poteva stare solo la faccia di Totò. D'altronde non sono io a comandare la mia faccia, ma la mia faccia a comandare me.

La mia faccia non ha altra tristezza che quella di un mento allungato, di un naso torto e della vita, che non è triste ma nemmeno allegra.

Tra me come sono nella vita reale e Totò, come appare in palcoscenico, c'è una differenza abissale. Io odio la mia maschera che uso solo per servire il pubblico. Però nello stesso tempo sento che è una parte della mia anima. Non ho mai pensato nemmeno per un attimo di fare a meno di Totò. Mi è antipatico, è vero, ma gli sono anche grato non una ma cento volte. Prima di tutto perchè mi ha dato il successo e poi perchè, pur essendo in antitesi con Antonio De Curtis, mi aiuta a essere veramente me stesso.

IL FAVOLOSO STEMMA

1951 Antonio De Curtis 138 L

(Vorrei dirgli che i re non sono tanto straordinari: quelli dei paesi intelligenti vanno addirittura in bicicletta a comperarsi il giornale, oppure si mettono in fila alla fermata degli autobus con operai ed impiegati, gente comune, popolo insomma, come s'usava dire un tempo quando c'erano i cocchi dorati e si credeva all'Investitura divina. Vorrei ribattere che non sorto d'accordo, che sta dicendo cose forse inesatte, ma il principe parla con commovente ingenuità. Per lui quel titolo non è una pergamena, una forma di snobismo, come qualcuno stupidamente ha scritto: è stato il sogno dl guitto povero dal passato illustre che gli era misconosciuto e che dopo tante lotte è riuscito a riacciuffare. Infilandosi la platonica e un po' distante corona di Imperatore dl Bisanzio).

«...Non si può ridere della storia. Ecco il mio stemma. Risale al 362 avanti Cristo: c'è l'araba fenice che guarda il sole nascente sotto le colonne d'Ercole; questa è la mezzaluna con tre stelle che rappresenta l'Oriente. Ho fatto una fatica a farmi riconoscere unico discendente di questa favolosa stirpe...».

E il suo racconto continua: comincia nel 1936, quando divenne marchese di Terziverl e girava con la corona sulla portiera di una berlina nera, e finisce nel 1955, con una sentenza del tribunale di Roma che gli concede il platonico diritto di fregiarsi dei titolo di Sua Altezza Imperiale. Altezza: dovrei chiederle tante altre cose.

Lei è un uomo felice? È innamorato? È fedele? È generoso? Mi rendo conto che il meccanismo delle interviste è impossibile. Fino a cinque minuti fa non ci conoscevamo ed ora, in pochi secondi, pretendo che lei condensi la sua vita e i suoi sentimenti in tre battute. Può aiutarmi?

«Macché "altezza"; non diciamo fesserie. Io sono uno che lavora e tanto, sa. Se sono felice? Lo ero, e un po' lo sono ancora. Ho una moglie adorabile. Trentadue anni meno di me, eppure riusciamo ad andare d'accordo come ragazzini. In principio ero preoccupato. Sono un animale notturno: dormo di giorno e sto alzato di notte. Mi piace passeggiare nelle strade vuote, fermarmi a parlare coi vagabondi raccogliere i cani sperduti. Ne ho trecento in un recinto fuori città. Si sarebbe abituata questa strana vita domestica, lontana dai locali alla moda, dalle compagnie che danno prestigio? Si è abituata. Alla sera stiamo in casa, il più delle volte da soli. Le detto poesie, oppure suono il pianoforte. Franca mi legge libri e giornali. Cosa vuole, non sono tanto colto. Da giovane non ho potuto studiare perché ero povero, poi perché dovevo lavorare ed ora che un po' di spazio vuoto ce l'ho, non ci vedo quasi più. Non lo scriva, però, questo: alla gente non farà piacere .pere che sono un po' ignorante.» «Vede, quella parte d'infelicità che accompagna la mia vita, la devo proprio agli occhi. La mia vista è stata rovinata dal flash di un fotografo: si stanca subito e le persone diventano ombre. Solo quando recito riesco a muovermi con scioltezza: gliel'ho detto prima, il lavoro è la mia droga.»

IL MITO DI PETROLINI

«Sono infelice e felice per tante altre ragioni: per i brutti film che ho alle spalle dovrei essere malcontento, ma se penso che hanno fatto ridere tanta povera gente, che in quel momento ha dimenticato la bolletta del gas, le cambiali che scadevano, un episodio triste della loro giornata, ecco, i brutti film subito mi piacciono e divento sereno. Ora sto facendo cose grosse; "La Mandragola" e tre storie con Pasolini. Ha visto "La mandragola"? Come le sono sembrato? Ho ancora benzina, vero? Ma sono soprattutto contento quando vengono apprezzate le mie poesie. Ne vuole sentire una? Gliela dico subito a memoria... ».

E comincia a declamare con la sua voce profonda e triste che ha dovuto sempre usare per far ridere. Sono poesie di una dolce bellezza popolare, in napoletano. Parlano del mare, della luna, di povera gente che vive nei bassi. Alla povera gente il principe Totò (non si scandalizzi, altezza, dell'accostamento) vuole un bene dell'anima. Ne intuisce i problemi perché furono anche i suoi problemi; per loro quante volte mette mano al portafoglio! Non lo dice, se ne vergogna, ma lo sanno tutti a Cinecittà che l'attore più prodigo è il signore in vestaglia blumare che con gli occhi chiusi mi recita versi bellissimi, un signore che ha una grande paura: di essere dimenticato nel respiro di una generazione.

«Chi parla più oggi di Petrolini?», s'immalinconisce. «Gli attori, si sa, scrivono sulla sabbia: basta un'onda piccola, piccola per cancellare la loro opere.»

Invece, aggiungo io, il ricordo degli imperatori di Bisanzio veniva eternato in preziosi ritratti: povero Totò, che è nato con millecinquecento anni di ritardo e non potrà assolutamente sorridere come i suoi avi, nel gioco variopinto dl un mosaico, sulle volte delle chiese di Ravenna.

Maurizio Chierici, "Oggi", 13 gennaio 1966


1949 12 08 8Otto intro

Se ricevete una cartolina così concepita: «Sto cercando casa, aiutatemi », una cartolina che reca in calce la firma autografa di Totò, non vi preoccupate. Sua Altezza Antonio De Curtis, l’uomo dalla doppia personalità, il distinto signore in abito grìgio che avete osservato più volte nella « hall » di un grande albergo o in un lussuoso bar alla moda di Roma o di Torino, non è sul lastrico. Chi cerca casa è il suo doppione; è Totò. Voi sapete già che Totò si sdoppia: è una specie del dottor Jekyll e del signor Hyde del teatro e del cinema. Il dottor Jekyll è l’uomo distinto che avete visto a bordo della sua macchina di lusso, e Sua Altezza De Curtis: ed egli non ha bisogno delle vostre modeste due camere e cucina. Ha un appartamento principesco ai Parìoli; un appartamento con i quadri degli antenati in giustacuore o in toga appesi alle pareti della biblioteca, con oggetti d’arte di un gusto squisito sui mobili, con una collezione di libri rari che farebbe girar la tetta al più difficile dei bibliofili. Ma il dottor Jekyll, cioè Sua Altezza De Curtis, cova dentro di sè un dramma: cioè tutte le sere, alle nove, diventa il signor Hyde. Da venti anni è così: ogni sera, ad eccezione del periodo estivo, quando diventa il signor Hyde ad ogni ora del giorno per la macchina da presa. Ed il signor Hyde, cioè Totò, cioè il comico travolgente che tutti avrete applaudito, indossa una vecchia «sciassa», caccia sulla testa una bombetta, infila intorno al colletto floscio della camicia un cravattino nero che è poco più di un laccio da scarpe e sale sul palcoscenico, o si avvia verso i teatri di posa.

E' questo l'uomo che cerca casa, non l'altro, non il suo doppione. Quale sia la vera personalità di quest'uomo davvero non so; perchè egli sostiene da maestro l'una e l'altra parte; è impeccabile come Sua Altezza De Curtis, è irresistibile come Totò. Forse ha due nature: e l’una ignora l'altra. Forse quando strabuzza gli occhi fa viaggiare con la velocità di un ascensore lampo il suo pomo d’Adamo, ignora di essere anche Sua Altezza De Curtis; e quando riceve ospiti nel suo appartamento ai Parioli forse non sa che la sera, per uno strano malefìcio, diventerà Totò. E per uno strano maleficio questo divertentissimo signor Hyde un bel giorno si è trovato senza casa. In questa situazione irresistibile l'han messo Steno, Monicelli e Metz che hanno scritto il soggetto del film «Totò cerca casa»; Steno e Monicelli che ne hanno curato la regia. Fracassi che ha diretto la produzione, l' «A.T.A.» che ha prodotto il film.

E da questa collaborazione è nata una vicenda divertentissima, paradossale, irresistibile: «Totò cerca casa». E' un modesto impiegato comunale, Totò, in questo film: si chiama Beniamino Lomacchio e vive accampato in una scuola assieme alla moglie Amalia (Alda Mangini) ed alla figlia Aida (Lia Molfesi). La signora Amalia però non vuol restare accampata: ed il povero Lomacchio cerca un appartamento: trova qualche posto in cui dormire un cimitero, lo studio dì un pittore, un manicomio — ma trova soprattutto donne, ovunque donne, donne per ogni gusto, lui che per le donne ha un debole. Trova donne come Marisa Merlini, come Lilo Weibel, la turca seducentissima, come Alda Mangini, e tante altre belle figliole. Assieme a Totò vi sono Enzo Biliotti, l'immancabile Mario Castellani, Luigi Pavese, Aroldo Tieri e Folco Lulli. Ma non sono loro ad attrarre Totò: sono le donne, la sua eterna ossessione. Perciò, come vi dicevo, se riceverete quella cartolina non preoccupatevi ; e lasciate che Totò cerchi casa. Gli fa piacere, in fondo: è il suo destino di «signor Hyde» del cinema.

«8Otto» 8 dicembre 1949


Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "Totò. Avventure di una marionetta" (Roberto Escobar) - Ed. Il Mulino, 1998
  • "Il Principe de Curtis odia Totò" - Maurizio Chierici in "Oggi", 13 gennaio 1966
  • Riflessione di Totò raccolta da Nello Ajello, dal libro "Totò", di Goffredo Fofi, Ed. La nuova sinistra - Samonà e Savelli, 1972
  • "Sentimental, la rivista delle riviste", Rita Cirio e Pietro Favari, Bompiani, Milano, 1975
  • "Molte donne è riuscito a trovare, ma non due camere e cucina", «8Otto» 8 dicembre 1949