Diana, la nipote ribelle

Diana De urtis



Diana Buffardi de Curtis era la figlia di Liliana de Curtis e Gianni Buffardi. Nacque a Roma nel 1955 e morì nella stessa città, prematuramente per un male incurabile, il 6 dicembre 2011. A nove anni di età vede i genitori separarsi e prendere strade lontane: la madre si trasferisce in Sud Africa mentre lei resta a Roma per tentare l’avventura nel cinema. Carattere molto forte e indipendente, già a 14 anni scappa di casa guadagnandosi il "titolo" di ragazza ribelle. Entrò nel mondo dello spettacolo, partecipando ad alcune trasmissioni della RAI e fu protagonista di alcune produzioni cinematografiche minori: Yes, Giorgio (1980), Augh! Augh! (1979), I giochi del diavolo (TV Mini-Series), Maria - La Venere d'Ille (1979) - Faustina (1968). Giovanissima, gestì un ristorante a Roma. Alcune spiacevoli vicissitudini la portarono ad avere seri problemi con la giustizia e fu presente nelle cronache giudiziarie per alcuni anni. Fu molto attiva nel ricordare la memoria del nonno Antonio de Curtis con mostre e manifestazioni.


1955: La nascita Diana Buffardi, la sua famiglia


Gli anni 60: Diana, Liliana e la morte del nonno


La vita privata di Totò nel racconto della nipote

1977 11 19 Gente intro

«Mio nonno», dice Diana Buffardi De Curtis «è sempre stato un uomo solo che doveva comprarsi l’affetto di cui aveva bisogno: solo la moglie l’ha amato davvero» • «Da piccola, mi vergognavo di lui» • «Alla nascita, Totò fu registrato all’anagrafe come figlio di NN: solo sul letto di morte suo padre lo ha riconosciuto» • «Ogni giorno metteva alla prova la sua virilità: questo ritmo gli è stato fatale» 

Angelo De Robertis, «Gente» anno XXI, n.46, 19 novembre 1977 


1977 11 26 Gente intro 

«Mio nonno era ricchissimo», racconta Diana Buffardi De Curtis: « lasciò un miliardo e mezzo a mia madre e circa un miliardo a Franca Faldini, sua compagna per oltre 15 anni, ma tutti questi soldi si sono volatilizzati in brevissimo tempo » - « La sua amicizia con i "pezzi da 90” della malavita napoletana » - « Diceva lui stesso la Messa in casa » - « Quando andava al bar, dava sempre la mancia in anticipo perché temeva che i camerieri gli sputassero nella tazzina del caffè»

Angelo De Robertis, «Gente» anno XXI, n.47, 26 novembre 1977


Ad onor di cronaca e da quello che si evince dalle più autorevoli biografie di Totò, ci sono da registrare alcune inesattezze nella testimonianza di Diana, in particolare:
- Il padre di Totò viene citato come Pasquale de Curtis, ma il vero nome è Giuseppe de Curtis.
- Gianni Buffardi non ha prodotto una cinquantina dei film di Totò, soltanto una decina.

- La moglie di Totò, Diana, non si è sposata nel 1949 con l'avvocato Michele Tufaroli (e non Mario come citato) ma bensì il 12 luglio 1951.
- Non è vero che Totò sia stato riconosciuto da suo padre in punto di morte poichè morì il 29 settembre 1944, ma nel 1928 quando Totò aveva circa 30 anni.
- «Una bellissima ragazza napoletana si era innamorata di lui ma il nonno non aveva voluto sposarla. La ragazza, allora, si uccise. Si chiamava Liliana Castagnola.» In realtà la ragazza napoletana si chiamava Angelina, mentre Liliana Castagnola era nata a Genova.
- «Neppure Totò una famiglia ce l’ha mai avuta: né da bambino, né da adulto, né da vecchio. Il suo sogno, infatti, era di comprare un circo». L'affermazione è assolutamente priva di fondamento, Totò non ha mai affermato ciò.
- «La nonna partorì all’albergo Trevi a Roma». In realtà Liliana è nata alle ore 21 presso l'Hotel Ginevra in Via della Vite.

- Totò e Diana Bandini Rogliani si incontrarono per la prima volta nel foyer del Teatro Varietà "Follie Estive" e non del Teatro Gambrinus di Firenze.


Diana de Curtis, la nipotina di Totò: confessa di essere superstiziosa come il suo celebre nonno.

1977 Stop Diana intro 

Diana de Curtis, la nipotina di Totò: confessa di essere superstiziosa come il suo celebre nonno.

G.D., «Stop», 1977 


Nessuno sa dove si sia nascosta Diana de Curtis scomparsa subito dopo essere uscita di galera

1990 Eva Express Diana intro 

Nessuno sa dove si sia nascosta Diana de Curtis scomparsa subito dopo essere uscita di galera. Coinvolta in un traffico di stupefacenti, la nipote del grande comico napoletano è stata arrestata, ma poi rilasciata in libertà provvisoria: sola e «ripudiata» dalla famiglia, ha fatto perdere le sue tracce

Marco Tedesco, «Eva Express», 1990 



VI RACCONTO MIO NONNO TOTO'

Diana de Curtis: «Era severo, melanconico, spendaccione. Ma faceva anche beneficenza. E piaceva molto alle donne»

Cara signora Diana de Curtis, lei se lo ricorda quel sabato 15 aprile del ’67?
«Poco, ero piccola. Il nonno Totò era morto la notte. In casa, a Roma, c’era un clima irreale. Angosciante».
Il lunedì 17 a Napoli quanta gente c’era ai funerali?
«Prima c’era stato il funerale a Roma nella chiesa per così dire di casa. Poi ci fu il trasferimento a Napoli, una processione infinita. In città c’erano centinaia di migliaia di persone a rendergli omaggio. Fu la prima volta che una bara veniva applaudita».
Perché il popolo amava tanto suo nonno?
«Lo ritenevano un parente, uno di famiglia. Nelle case italiane ancora oggi si trovano foto di Totò appese alle pareti e non soltanto a Napoli. Uno dei più fedeli fan club è a Pordenone».
Al contrario, la critica l’ha sempre bastonato...
«L’intellettuale era contro ciò che è nazionalpopolare. Far ridere non era considerata un’arte. Anche se poi, di nascosto, nel buio, magari i critici, che spesso erano i vice, si sbellicavano. Pubblicamente no, era obbligatorio stroncarlo».
Che cosa ha poi spinto gli stessi critici a rivalutarlo?
«Il pubblico. È stato riabilitato a furor di popolo».

A quarant’anni dalla morte, Totò è ancora popolarissimo. Basta pensare che i suoi film sono tra i pochissimi in bianco e nero trasmessi in tv in prima serata...
«La sua è una comicità pura, universale, senza tempo, non legata alla satira del momento».
Totò è anche l’unico attore italiano il cui nome figura nel titolo del film...
«Certo, ma lui è come Topolino, un cartone animato».
Come è nato il nomignolo Totò?
«Nel modo più semplice. A Napoli Antonio si dice Totonno oppure Totò. Quindi non è stato fatto su misura».
Su Totò circolano molte leggende. È vero che di notte girava in macchina con l’autista e lasciava una busta con i soldi sotto il portone dei più poveri?
«Vero. Cercava, scegliendo a caso, le case più fatiscenti, quelle dei bassi, quasi sempre nel suo quartiere, la Sanità. Lui la povertà l’aveva conosciuta bene».
Pur prendendo in giro i potenti, però esibiva con una certa ostentazione i suoi titoli nobiliari...
«Sì, ne era fiero. Per tanti anni era stato figlio di enne enne. Da militare ne aveva sofferto molto».

Furono lunghe e costose le ricerche araldiche?
«Altroché. E quante cause ha fatto a salvaguardia dei suoi titoli nobiliari: tutte vinte, nessuna esclusa».
Lei lo sa a memoria quel cognome interminabile?
«Sì, anche se effettivamente è un po’ lungo...»
Il suicidio di Liliana Castagnola fu proprio per amore di Totò?
«Certo. Era una donna bellissima. Che aveva provocato suicidi e duelli. Senza contare i duelli. Lei si era innamorata di Totò, per lui era una storia come tante. Quando le disse: “Vado a fare compagnia con Cabiria”, lei si uccise. Da allora, per volere del nonno, riposa nella nostra tomba di famiglia a Napoli».
Sua mamma Liliana fu chiamata così in memoria di quella soubrette degli anni Trenta?
«Sì, il nonno volle ricordare quella poveretta».
Com’era fuori dal set, triste come i veri comici?
«Direi melanconico... Era molto serio, senza però essere serioso. La famiglia per lui era la cosa più importante. La teneva al di fuori di tutto. Era rigido, soprattutto nell’educazione. Mio fratello Antonello ed io eravamo in soggezione, anche per via delle governanti tedesche, che sceglieva il nonno...».
Del tipo «la serva serve, soprattutto se è bona, serve»?
«No, contava soltanto la serietà».
I produttori lo sfruttavano. Nel ’58, per esempio, girò otto film.
«Indubbiamente, anche se era lui che voleva lavorare. Doveva lavorare, anzi. Era un grande spendaccione, gli piaceva vivere bene e faceva tanta beneficenza».
Eppure nel ’58 era quasi cieco da due anni...
«Ne soffriva, ma sul set non se ne curava. Come i balbuzienti ritrovano la voce, lui si muoveva come se ci vedesse perfettamente. A Palermo aveva appena fatto la sua ultima recita teatrale in A prescindere quando gli capitò quel guaio all’occhio destro. Il sinistro era già fuori uso da vent’anni. Riusciva solo a distinguere le sagome delle persone».
Al botteghino faceva sempre sfracelli. I suoi cachet erano adeguati a quegli incassi strabilianti?
«Direi di no. Ma ne girava tanti, che di soldi gliene entravano in tasca in continuazione».
Si è mai lamentato della scarsa qualità di certi film?
«No. Li ha amati tutti. Lavorare per lui era un piacere, purché gli orari fossero alla francese: mai prima di mezzogiorno. Aveva la pressione bassa, non dormiva fino a tardi, ma ci metteva un po’ a carburare. Quando era stanco fischiava: era il segnale di stop. In sei ore sul set girava quello che gli altri giravano in sei giorni».
Un film che Totò aveva nel cuore?
«Guardie e ladri».
E il suo preferito, signora?
«Miseria e nobiltà. Il cappotto di Napoleone è un mito».
Li rivede i film di suo nonno quando li fanno in tv?
«Sì, noi della famiglia siamo i primi fan. Quando uno è giù di corda, venti minuti di Totò mettono di buon umore».

Senta, come mai suo nonno piaceva tanto alle donne. Non era Rodolfo Valentino...
«Spogliato dagli abiti di Totò, in cui siamo abituati a vederlo, aveva proprio un bel fisico, con le spalle larghe, gli piaceva remare. Era un uomo affascinante, con le donne ci sapeva fare. Molto galante, sapeva ascoltare, le faceva sentire importanti».
Qualità e difetti...
«Era gelosissimo. Anche dei figli. L’attenzione a tutti i piccoli problemi rischiava a volte di diventare un’ossessione. Però ci faceva sentire protetti. Le qualità più grandi, bontà e generosità».
I grandi amori della sua vita?
«Prima di tutte, sua moglie, mia nonna Diana, che si chiama come me, in famiglia non abbiamo molta fantasia. Lei aveva sedici anni e studiava in collegio a Firenze. Una sera andò a teatro all’aperto, lo spettacolo era Follie estive, in cui recitava Totò. Scoccò la scintilla, reciproca, la nonna scappò e lo raggiunse a Roma. Poi Franca Faldini, l’altra donna della sua vita».
È vero che improvvisava quasi sempre? Lo diceva lui stesso per un vero comico il copione non deve contare...
«Sì, improvvisava molto. In teatro coglieva al volo gli umori del pubblico. Se la novità funzionava, andava avanti, altrimenti cambiava registro, senza che nessuno se ne accorgesse».

E i registi subivano o capitava che qualcuno s’impuntasse?
«Lo lasciavano fare, magari se ne andavano a prendere un caffè, lasciandolo solo sul set».
Con i partner andava d’accordo?
«In scena sempre».
Malafemmena fu scritta per la Pampanini o per chi?
«Ma no, fu scritta per mia nonna Diana. Tanto è vero che quando lei gli rimproverava scherzosamente di averle regalato una casa, lui rispondeva: “L’hai guadagnata tu con i diritti d’autore di Malafemmena”».
Quarant’anni dopo, chi era Totò?
«Un angelo, un nonno, un padre, un amico, un fratello. Noi oggi parliamo tutti con le sue battute. Fa parte della nostra quotidianità».
Lo ricorderete pubblicamente?
«Sì, in ottobre alla festa del Cinema di Roma. Con Un Principe chiamato Totò, una docufiction che sto girando con Barbara Calabresi, prodotta da Sergio Valzania».

Massimo Bertarelli


2° Roma Film Festival - Presentazione del docu-film "Un Principe Chiamato Totò"

Voci celebri, narratori d'eccezione come Ben Gazzara, Fred Murray Abraham, Liliana de Curtis e i protagonisti del cinema italiano raccontano la vita del grande artista in Un principe chiamato Totò, film documentario realizzato da Barbara Calabresi e Diana de Curtis, che viene presentato in anteprima: il racconto appassionante di una vita in continuo altalenare tra gioie e incredibili successi, inattese tragedie, come la cecità che lo colpì ma non riuscì a fermarlo, e cocenti tradimenti.
Il documentario è una sorta di album di famiglia che scorre sotto gli occhi rivelando documenti fino ad ora sconosciuti, come una preziosa raccolta di 15 fumetti del 1954, realizzati da Totò, o il suo primo provino per il cinema, insieme a manoscritti, lettere d'amore, poesie e canzoni mai pubblicate, fotografie messe a disposizione, per la prima volta, dalla famiglia.
"Attraverso i luoghi che ha amato (Capri, Viareggio, Napoli, Roma, Costa Azzurra) - dicono Diana de Curtis e Barbara Calabresi - gli spettatori scoprono gli aspetti più segreti e privati dell'uomo Antonio de Curtis, principe serio e malinconico e di Totò, artista immortale".
GENERE: Documentario - ANNO: 2007 - REGIA: Fabrizio Berruti - FOTOGRAFIA: Angelos Karakussis - MONTAGGIO: Alessio Vallocchia, Francesco Bilotti - MUSICHE: Lino Cannavacciuolo, Lucio Dalla - PRODUZIONE: RODEO DRIVE - PAESE: Italia - DURATA: 75 Min


La canzone appositamente creata e interpretata da Lucio Dalla "Principessa"


VI RACCONTO QUEL TROMBONE DI MIO NONNO

«Era un uomo dolce e severo, generoso e molto melanconico»

Sulla caffettiera? C’è la faccia di Totò. Sul quadrante della sveglia? C’è Totò che ti sorride. Sul fermalibri? C’è la scucchia deragliata di Totò.
Trasuda amore la casa di Diana de Curtis, la nipote di Antonio, in arte Totò. Un amore sano e consapevole che però fa dire a sua madre Liliana: «Figlia mia tu sei una pazza. Non ti sopporto più. Tu parli solo con le frasi di papà!». Ma è una fissazione che la fa sorridere di tenerezza. Diana somiglia al celebre nonno, in salotto ha eretto altarini di ricordo, foto che la ritraggono con lui, che le raccontano una storia. Oggi, nell’anniversario della morte, a pochi giorni dall’inaugurazione al Maschio Angioino di una mostra che si vedrà anche a Roma nel corso della Festa del Cinema, lei fa i conti con la sua infanzia: «Nonno ha scelto la mia scuola, sceglieva i miei vestiti, supervisionava i miei amici. Mi veniva a prendere e mi accompagnava alle feste con l’autista, Carlo Cafiero, che era anche il suo migliore amico». A lui fece testare la canzone Malafemmena: «Principe, mi pare una schifezza», disse lo sciagurato, invece fu un trionfo. «La canzone era dedicata a mia nonna e ai patimenti d’amore. Perché nonno aveva un animo delicato, nella sua cassaforte ho trovato le mie pagelle e le mie letterine tutte conservate. E poi aveva un’adorazione per Antonello, mio fratello. Capirà, lui era il maschio e per un napoletano tanto conta».
Otto film l’anno ma questo non gli impediva di rispettare orari metodici: «Aveva i tempi francesi. Prima di mezzogiorno, neanche a parlarne. Poi sul set fino alle 6 del pomeriggio. All’incirca a quell’ora arrivava il suo fischio; significava, per oggi tutti a casa. Una volta varcato il portone era un nonno come gli altri, niente cinema, poteva essere notaio, avvocato».
Un grande artista così tanto borghese? «Era un anarchico-monarchico. Dentro di lui albergavano due personalità distinte. Il principe de Curtis odiava Totò, così almeno lui diceva. Io credo invece che Antonio usasse quella maschera, come un qualsiasi mortale usa la parte di sè che più piace alla gente. Una strategia che gli aveva insegnato il rione Sanità, il suo basso di Napoli».
Geloso e anche un po’ possessivo, come quando dalla villa di Capri guardava con il cannocchiale la figlia Liliana che, al suo primo romantico bacio sulla guancia, ricevette sulla stessa guancia il sonoro schiaffo del padre.
Il giorno dopo Liliana, figlia di Totò, si ritrovava fidanzata in casa con il ragazzo che tanto aveva osato.
Elegantissimo e melanconico, fissato per i titoli nobiliari che si era conquistato a suon di cause tutte vinte, Totò aveva maturato una speciale simpatia per Pier Paolo Pasolini: «Era nata d’istinto, due poeti che si capivano nella loro incredibile diversità. La prima volta che Pasolini andò a trovare nonno con Ninetto Davoli fu una scena esilarante. Ninetto in jeans sdruciti, nonno con la veste da camera. Quando uscirono spruzzò il disinfettante ovunque».
Ascoltare Diana, per chi ama Totò, è una delizia. Scopri anche con Mario Digilio, compagno nell’ultima tournée di Totò, che il 3 maggio di 50 anni fa il grande artista abbandonò le scene perché quasi cieco. In quell’occasione avrebbe detto: «Nessuno si ricorderà di me». Per la prima volta non aveva capito il suo pubblico.

Michela Tamburrino


Riferimenti e bibliografie:

  • Angelo De Robertis in "Gente", anno XXI, n.46 e 47, 19 e 26 novembre 1977
  • G.D. in "Stop", 1977
  • Marco Tedesco in "Eva Express", 1990
  • Massimo Bertarelli in giornale.it, 2007
  • Michela Tamburrino in "La Stampa", 15 aprile 2007
  • Collaborazione di Federico Clemente
  • Foto: Archivio Getty Images