E TOTÒ DISSE A DI GILIO: «IO FACCIO RIDERE IL PUBBLICO, TU FAI RIDERE ME»

Mario, facciamola finita. Restituisci la mia identità, se no ti taglio i viveri. Me so' scassato 'o cazzo di essere te.


Mario di Gilio: «Io e il Principe, le due facce della medaglia».

«Voi non avete capito una cosa, che io e Di Gilio siamo le due facce della stessa medaglia: io faccio ridere il pubblico e Di Gilio fa ridere me. Voi non fate ridere nessuno». Così nell’autunno del 1956 Totò spiegava alla compagnia al completo della rivista A prescindere , l’ultima che avrebbe interpretato prima di diventare quasi completamente cieco, il rapporto che lo legava a quel giovane imitatore salernitano, Mario Di Gilio, che aveva voluto fortemente in ditta. «Il giullare del re», come era stato soprannominato dai compagni di lavoro invidiosi per la preferenza accordatagli, fu accolto per sei mesi alla corte del principe de Curtis al quale regalò il buonumore nei momenti di maggiore malinconia. Un’esperienza umana e professionale che Di Gilio, oggi ottantenne in ottima forma, ricorda come se fosse ieri. Con la stessa emozione e nostalgia. Un’occasione d’oro per aprire lo scrigno dei ricordi e degli aneddoti su Totò, alcuni riferibili, altri invece segnati ancora oggi da quel patto di riservatezza stipulato oltre mezzo secolo fa e destinato all’eternità.

Di Gilio, come conobbe Totò?
«Nel ’56 con le mie imitazioni ero l’attrazione alla Casina delle Rose di Roma, una sera vennero a vedermi Totò e la figlia Liliana. Durante lo spettacolo, questo me l’ha raccontato anni dopo Liliana, Totò, rivolgendosi alla figlia le disse: 'questo lo voglio'».

Che cosa colpì in particolare il Principe?
«L’imitazione che facevo di lui, sicuramente. Si divertiva molto. Nella rivista A prescindere c’era uno sketch, i due commendatori, in cui andavo a trovare una donna sotto le sue sembianze ».

L’ingaggio fu immediato?
«Immediatissimo, tant’è che Remigio Paone, il più grande impresario teatrale d’Italia, fu costretto a pagare una penale alla Casina delle Rose che non mi voleva lasciare andare a fare le prove».

1956 Teatro A prescindere 007 11 LPrimo giorno di prove, finalmente l’incontro con Totò. Lo ricorda?
«E chi se lo dimentica. Siamo a Perugia, tutti schierati come soldatini, e lui ci passa in rassegna. Si ferma, mi guarda e fa: 'Io ti conosco, tu di dove sei?'. 'Di Salerno', gli rispondo. E lui: 'Sei della provains (delle province)'».

Dove avviene il debutto?
«Al teatro Sistina di Roma. In compagnia c’era Enzo Turco, la spalla di Totò. Ricordo che una sera venne concitato in camerino: 'Di Gilio, il Principe ti vuole'. Io gli risposi un po’ seccato: 'mi sto truccando!'. Totò, che aveva sentito tutto, chiamò Turco: 'Digli che gli do cinquemila lire'. Io lo sentii: 'Sto venendo'. E Totò sorridendo: 'Guarda adesso come corre'».

Capitolo generosità di Totò, lei è stato un buon testimone, no?
«Ci sono tantissimi aneddoti sulla generosità di Totò. Durante la tournée c’era un orefice che veniva a vendere gli ori destinati a ballerine e soubrette. Un giorno volli farmi un regalo e acquistai un anello che costava ben 240 mila lire mettendomi d’accordo sul pagamento rateale. Dopo la prima rata, però, non avevo più pagato e ogni volta che l’orefice veniva in compagnia io tra mille sotterfugi lo evitavo. Totò se ne accorse e mi chiese perché. Glielo spiegai, lui aprì il portafogli e mi diede i soldi necessari a saldare il debito».

Lei faceva ridere Totò. In che modo?
«Lui amava i personaggi bislacchi, particolari. 'Di Gilio, mi chiamava, cosa si dice in Galleria a Napoli?'. C’è uno che addormenta le galline. Si chiama Vincenzo ’o pazzo. E glielo imitavo. E lui si divertiva. Una volta volle conoscerlo, andammo insieme in Galleria ma gli fece talmente pena che mi diede 50 mila lire da regalargli, in biglietti da dieci. Quando tornai mi chiese: 'quanto gli hai dato?'. 'Ventimila lire'. 'E io lo sapevo!'».

Ma com’era Totò nel privato?
«Un uomo molto triste, aveva bisogno di qualcuno che gli facesse un po’ di compagnia. Durante la tournée facevamo ogni sera una scommessa: sul palco io interpretavo un gendarme che doveva restare fisso, immobile, mentre lui diceva delle battute. La scommessa era: se ridi tu mi dai duemila lire, se rido io le do io a te».

Risultato?
«Mi ritrovai con 28 mila lire di debiti che lui mi scalò chiedendomi di fargli compagnia a mangiare tubetti e fagioli al ristorante».

E com’era Totò nel rapporto con i colleghi?
«Molto riservato. Una volta, al Nuovo di Milano, vennero a trovarmi i miei fratelli e io glieli presentai. Lui parlò bene di me e poi chiamò l’autista, Cafiero, e gli disse: 'accompagna i giovanotti a teatro, c’è Carlo Dapporto, se vi piace restate a vederlo se no tornate qui. Oppure potete andare a vedere Erminio Macario, quello col ricciolino. Sempre se vi piace...'».

È vero che durante la tournée lei frequentava una ballerina che piaceva molto anche a lui?
«Sì, è vero, si chiamava Margaret, era inglese, di una bellezza imbarazzante... una volta stava parlando con me e, con un costume di scena succinto, volgeva le spalle a Totò. Fu allora che nacque una battuta famosa: 'questo viso non mi è nuovo...'».

La tournée di «A prescindere» s’interrompe bruscamente il 3 marzo del 1957.
«Al Politeama di Palermo sono le 21,20, Totò sta facendo la parodia di Guerra e Pace, alza la spada, barcolla e sviene. Si chiude il sipario, ci precipitiamo tutti sul palco e lui, aprendo gli occhi, con un filo di voce: 'lasciatemi morire qui, in palcoscenico'. Gli era mancata la vista e fu operato di cataratta».

Successivamente lo incontrò più?
«Durante la convalescenza andai a trovarlo a casa, ai Parioli. Poi a Cinecittà, dove mi presentò Fernandel. Mi disse: 'quante volte ti ho detto che devi andare a lavorare in America?'».

E lei in America è andato a lavorare?
«Mi sono esibito al Madison Square Garden di New York e alla Carnegie Hall e per vent’anni sono stato il presentatore ufficiale degli Harlem Globetrotters. Ma tutto questo Totò non ha fatto in tempo a vederlo».

Gabriele Bojano su http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it


Aneddoti e curiosità

La sera del debutto al Sistina

«In compagnia c’era Enzo Turco, la spalla di Totò. Ricordo che una sera venne concitato in camerino: 'Di Gilio, il Principe ti vuole'. Io gli risposi un po’ seccato: 'mi sto truccando!'. Totò, che aveva sentito tutto, chiamò Turco: 'Digli che gli do cinquemila lire'. Io lo sentii: 'Sto venendo'. E Totò sorridendo: 'Guarda adesso come corre'».

La generosità di Totò

Ci sono tantissimi aneddoti sulla generosità di Totò. Durante la tournée c’era un orefice che veniva a vendere gli ori destinati a ballerine e soubrette. Un giorno volli farmi un regalo e acquistai un anello che costava ben 240 mila lire mettendomi d’accordo sul pagamento rateale. Dopo la prima rata, però, non avevo più pagato e ogni volta che l’orefice veniva in compagnia io tra mille sotterfugi lo evitavo. Totò se ne accorse e mi chiese perché. Glielo spiegai, lui aprì il portafogli e mi diede i soldi necessari a saldare il debito».
«Lui amava i personaggi bislacchi, particolari. 'Di Gilio, mi chiamava, cosa si dice in Galleria a Napoli?'. C’è uno che addormenta le galline. Si chiama Vincenzo ’o pazzo. E glielo imitavo. E lui si divertiva. Una volta volle conoscerlo, andammo insieme in Galleria ma gli fece talmente pena che mi diede 50 mila lire da regalargli, in biglietti da dieci. Quando tornai mi chiese: 'quanto gli hai dato?'. 'Ventimila lire'. 'E io lo sapevo!'».

La scommessa

Durante la tournée facevamo ogni sera una scommessa: sul palco io interpretavo un gendarme che doveva restare fisso, immobile, mentre lui diceva delle battute. La scommessa era: se ridi tu mi dai duemila lire, se rido io le do io a te». Risultato? «Mi ritrovai con 28 mila lire di debiti che lui mi scalò chiedendomi di fargli compagnia a mangiare tubetti e fagioli al ristorante».

La disponibilità di Totò

Una volta, al Nuovo di Milano, vennero a trovarmi i miei fratelli e io glieli presentai. Lui parlò bene di me e poi chiamò l’autista, Cafiero, e gli disse: 'accompagna i giovanotti a teatro, c’è Carlo Dapporto, se vi piace restate a vederlo se no tornate qui. Oppure potete andare a vedere Erminio Macario, quello col ricciolino. Sempre se vi piace...'».

Questo viso non mi è nuovo...

"Si chiamava Margaret, era inglese, di una bellezza imbarazzante... una volta stava parlando con me e, con un costume di scena succinto, volgeva le spalle a Totò. Fu allora che nacque una battuta famosa: 'questo viso non mi è nuovo...'. La soubrette girandosi con sguardo serio e interrogativo chiese spiegazioni e io le dissi: 'no, it's your face". Scoppiò a ridere e se ne andò. Totò esclamò risentito: 'come, io ho detto viso e si è risentita, tu hai detto fessa e si è messa a ridere!'...».

La medaglia d'oro

Antonio de Curtis ottenuti oramai i suoi titoli regali e raggiunta una certa agiatezza economica, fece coniare una medaglia d'oro del peso di 50 grammi con impresso il suo profio proprio come un imperatore romano. Regalava questa medaglia ai suoi amici più intimi anche perchè osservando il suo profilo somigliava proprio ad un imperatore romano .


Galleria fotografica e stampa dell'epoca




Riferimenti e bibliografie:

  • Mario di Gilio: «Io e il Principe, le due facce della medaglia» di Gabriele Boiano - http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it
  • Simone Riberto alias Tenente Colombo, intervista realizzata a Mario Di Gilio tra ottobre 2008 e gennaio 2009.