LA CASTA È CASTA E VA SÌ RISPETTATA...

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La discendenza aristocratica, un agognato riconoscimento

Pare che tutto nacque trovando in casa del padre delle vecchie carte che accennavano a un diploma di Carlo V, il documento con cui il sovrano di Spagna investiva l’antenato Gian Tommaso de Curtis del titolo di marchese, e un decreto di Francesco II di Borbone che durante l’assedio di Gaeta, poco prima di capitolare ai Savoia, aveva concesso a Luigi de Curtis il titolo di principe.

Nobilta de Curtis

Antonio si sarebbe quindi assicurato i servigi dell'avvocato Gaetano Bizzarro, e lo avrebbe incaricato di compiere ricerche storiche sul proprio albero genealogico, di appurare se quei titoli gli spettino. La decisione di indagare sul proprio passato doveva rigirarsela in mente già da diverso tempo, come reazione alle ansie nate in età tenerissima di riconoscersi in una famiglia, di ritrovarsi in un casato, di recuperare stabilità, di ristabilire una onorabilità: la risposta più appagante a queste richieste passava per quella nobiltà vagheggiata e invidiata durante l’infanzia, e il rinvenimento di quei documenti equivalse alla provvidenziale scoperta della mappa di un tesoro talmente bramato da essersi quasi materializzato a partire dai suoi desideri.

Antonio doveva aver trovato quei documenti già da diverso tempo e non aveva ancora fatto nulla per risalire al passato nobile a cui aspirava ma gli anni successivi saranno investiti da una febbre inguaribile, che lo porterà ad accumulare pergamene e, durante le varie tournée, a decifrare lapidi ai cimiteri, alla ricerca di antichi de Curtis a cui riallacciarsi: come mai quest’improvvisa smania araldica scoppia solo alla fine degli anni Venti? “Perché soltanto allora ebbi i quattrini per ristabilire la verità sulla mia condizione”, risponderà lui. “Bisognava affrontare spese, compiere ricerche. Occorrevano soldi e finalmente li avevo. [...] Prima, mi occupavo di problemi più urgenti, il pane e il companatico”, confessò nel 1966.


1988 Nobilta 2

Nel 1988 un prete di Napoli ha mostrato al settimanale "Oggi" il documento che risolve i dubbi sulla nobiltà del grande attore. «Ho trovato un atto», dice don Domenico Mazza, «dove è scritto che ad Antonio de Curtis spettavano il titolo e il rango di "Altezza imperiale” quale rappresentante della dinastia dei Griffo Focas Gagliardi di Bisanzio» «Dopo la nascita, il padre per molti anni non lo potè riconoscere, essendo il frutto del suo legame con una popolana, che sposò soltanto qualche anno dopo» - E così il futuro re della comicità crebbe nei sobborghi più miseri.


 La riconosciuta paternità

Nel 1928 Antonio Clemente viene riconosciuto come figlio legittimo dal marchese Giuseppe de Curtis riuscendo anche, cinque anni più tardi, a farsi adottare dall’anziano marchese Francesco Maria Gagliardi accordandosi per un un vitalizio. In seguito a lunghe e dispendiose ricerche, l’attore riuscì a ricostruire l’albero genealogico dei de Curtis ritrovandone alcune remote propaggini nella dinastia imperiale bizantina. Due sentenze del tribunale di Napoli, una del 1945 firmata da Umberto di Savoia e una del 1946 redatta in nome del Popolo e della Repubblica Italiana, riconobbero che Antonio de Curtis poteva e doveva essere considerato principe jure sanguinis della stirpe Flavia Angela Comnena, in quanto discendente di Teodoro Fabio, capitano generale nonché cognato di Costantino Imperatore.

La ricerca di antenati olimpici toccherà livelli francamente morbosi. Ormai uscito dalla giovinezza, Antonio ha visto esaudito il suo più grande desiderio, lo stesso covato da bambino e da adolescente, il riconoscimento di figlio legittimo. Quel cognome acquisito deve avere innescato un meccanismo che non smetterà più di ticchettare: se dopo tanti sacrifici è riuscito ad avere ciò che voleva, cos’altro potrà ottenere ora che il lavoro gira, i soldi arrivano, la fama sale, le donne gli si offrono in camerino?

Le dispute legali

Marziano II Toto L

Soddisfatta la necessità del patronimico, l’ansia di riscatto non si placa, anzi: si trasforma nell’ossessione di una paternità sempre più nobile, sempre più antica. Cinque anni dopo il riconoscimento, Antonio si farà adottare legalmente da un altro aristocratico, cercherà di ricostruire lontani rami familiari risalendo fino a Costantino; dopo il titolo di principe arriverà a quello di imperatore. Scomoderà avvocati, magistrati, consulte araldiche, otterrà che venga messo tutto per iscritto, in sentenze inappellabili. Non si fermerà neanche allora: raggiunto tutto il raggiungibile, utilizzerà le sue risorse per contrastare chiunque osi mettere in dubbio i suoi titoli, trascinandoli tutti in tribunale, e vincendo sempre.

Fu una dura guerra per Antonio de Curtis difendere il riconoscimento dei suoi casati, appena legalmente riconosciuti. Intraprese infatti una disputa con il principe Nicola Nemagna Paleologo su chi dei due avesse il diritto di riformare un antico ordine cavalleresco, l’Imperiale Militare Angelico Ordine Costantiniano della dinastia Focas; riuscito vincitore, ne fece riscrivere lo statuto specificando al capitolo primo che la missione degli appartenenti alla Milizia era «ingentilire i costumi, onorare ed esaltare la virtù, insegnare con l’esempio a vivere con dignità ed onore, rinnovando le gesta dei Maggiori perché la civiltà non muoia e il mondo ritorni alla serenità della vita».

Tutte le volte che qualcuno metteva in dubbio le sue origini imperiali, Totò tornava in tribunale, con tranquilla fermezza, finché non riusciva a ristabilire la verità. E intanto continuava ad accumulare prove, documenti, quadri di antenati, titoli. La battaglia più lunga e difficile fu contro Sua Maestà Imperiale Marziano II Lavarello Lascaris Basileus custode della corona di Bisanzio, un giovanotto romano che affermava di essere il vero erede del trono di Bisanzio e riteneva quindi Antonio de Curtis un semplice impostore. Totò lo denunciò per calunnia, dando il via nel 1951 a una serie di procedimenti giudiziari, richieste di accertamenti e perizie araldiche che si protrassero per due anni buoni. Totò demolì punto per punto le testi storiche di Marziano, ricostruendo genealogie e lontani episodi storici.

Finalmente principe

Le battaglie legali di Antonio de Curtis divertirono e appassionarono i lettori di rotocalchi, i curiosi e naturalmente anche gli altri nobili, che di solito trattavano con sufficienza il loro sedicente collega. Dopo aver dilapidato molti denari tra ricerche e procedimenti legali, finalmente ottenuto il titolo, riconosciute le ascendenze, battuti i millantatori, nella vita privata Antonio de Curtis cerca di mettere quanta più distanza possibile tra sé e il buffone cinematografico. Alla dilagante Totòmania, il principe reagisce costruendosi un’immagine estremamente elegante e vagamente malinconica. Uno dei passi fondamentali per ridefinirsi agli occhi della società è la pubblicazione nel 1952 di "Siamo uomini o caporali?", un’autobiografia in cui divulga l’immagine dell’attore-gentiluomo, forgiato da un passato che tende a colorarsi di leggenda.

Ancora oggi, a molti anni dalla sua morte, avvenuta il 15 aprile 1967, sui giornali e alla televisione si insiste volentieri nel porre in dubbio la legittimità del titolo “principesco” di Totò. Dalla storia si impara che, occupata Bisanzio dai turchi nel 1453 e ucciso l’Imperatore Costantino XI, reo di non essersi convertito all’Islam e morto da “martire”, cessò praticamente di esistere l’Impero Romano d’Oriente.



Il casato dei Focas

Rifugiatisi però in Italia molti dei superstiti delle diverse Casate Imperiali, essi pretesero alla successione… Fra i tanti pretendenti, vi era naturalmente anche il Capo di Nome e d’Arme della Casa dei Focas o Foca, oggi rappresentata dalla principessa Liliana De Curtis, ossia dalla figlia di Totò.
Ora, trattando dei Focas, se le cognomizzazioni di cui si parla nella sentenza sotto riportata vanno riferite al discendente di quel Focas succeduto a Maurizio Tiberio III (582-602), ultimo Imperatore sul Trono della dinastia giustinianea, allora queste si riducono ai cognomi: Flavio, Valerio, Claudio, Giulio; se invece le cognomizzazioni vanno riferite al discendente di quel Niceforo II (963-969) che succedette a Basilio II e Costantino VIII, coimperatori, ai riportati cognomi andrebbero aggiunti anche quelli spettanti alle dinastie Eraclidea, isaurica, amoriense (o frigia, o amoriana), macedone. A decidere in merito non può essere che l’Albero genealogico della Famiglia, corredato dalle opportune prove documentali.



Totò colpito dal quadro del sosia eposto a Cava

Voleva acquistarlo ma il sindaco Abbro si oppose alla cessione

Quadro Antenato LL’attore napoletano, nella strenua ricerca di “natali illustri, nobilissimi e perfetti, da fare invidia a Principi Reali” - come lui stesso scrive nella poesia “‘A Livella”, riferendosi al defunto marchese - commissionò una serie di ricerche genealogiche che lo portarono sulle tracce della nobile famiglia De Curtis di Cava de’ Tirreni, da cui deriva il nome della frazione Licurti. La sua attenzione si soffermò sulla figura del nobile cavese Giovan Camillo De Curtis, immortalato nel 1585 in un ritratto conservato nell’aula consiliare del Comune di Cava.
Mascella volitiva, naso dritto e sguardo penetrante, sormontato da una fronte resa più spaziosa dall’incipiente calvizie. La somiglianza del patrizio cavese con Totò è effettivamente impressionante. Si comprende, dunque, il desiderio dell’attore napoletano di avere quel quadro. I tratti somatici dell’uomo maturo in abiti severi, che una piccola targa di ottone qualifica come il consigliere del regio consiglio collaterale e preside del Sacro regio consiglio, avrebbero potuto dimostrare che Camillo De Curtis era un antenato di Totò e, di rimbalzo, la discendenza del comico dai marchesi De Curtis di Somma vesuviana a cui era imparentato l’omonimo ramo nobiliare di Cava.
L’attore fece di tutto per entrare in possesso del quadro. Agli inizi degli anni Sessanta l’artista venne, infatti, a Cava per chiedere ad Eugenio Abbro, il sindaco di allora, di vendergli il ritratto. Alcuni dipendenti comunali, adesso in pensione, raccontano che Totò disse di essere disposto a pagare qualunque cifra pur di entrare in possesso dell’opera. Fu, quindi, indispettito dal rifiuto senza appello del sindaco, il quale rispose che l’opera era patrimonio inalienabile della città. E c’è chi è disposto a scommettere che quell’episodio colpì talmente Totò da indurlo ad inserire, in alcuni film successivi, scene in cui il protagonista passeggia nella galleria dei quadri degli antenati, ravvisando in tutti una somiglianza innegabile con lui.
Peraltro, come racconta l’attuale sindaco di Cava Marco Galdi, dell’avvenuto incontro ci sono delle testimonianze nell’archivio comunale, dove è custodito un documento in cui si descrive, nei dettagli, il colloquio tra Abbro e Totò. Anche in ricordo di questo curioso episodio il sindaco di Cava chiese all’attrice metelliana Geltrude Barba, che nel 2011 stava ideando un festival teatrale, di chiamarlo “Premio Licurti”.
Ma qual è stato il percorso che ha condotto Totò a Cava? La storia inizia a Napoli negli ultimi anni dell’Ottocento. Il comico napoletano è nato al numero civico 107 in via Santa Maria Antesaecula, nel rione Sanità,il 15 febbraio 1898. La scorsa domenica, dunque, è ricorso il 117esimo anniversario dalla nascita. Sua madre, Anna Clemente, lo registra all'anagrafe come Antonio Clemente. E solo più tardi, nel 1921, sposerà il marchese Giuseppe De Curtis, che successivamente riconosce Antonio come suo figlio naturale. La spasmodica ricerca delle sue origini accompagnerà Totò per tutta la vita. Nel 1933 Antonio de Curtis viene adottato dal marchese Francesco Gagliardi Foccas in cambio di un vitalizio e nel 1945 il tribunale di Napoli gli riconosce il diritto a fregiarsi dei nomi e dei titoli. Questo, però, ancora non gli basta. L’attore continua a commissionare ricerche araldiche e genealogiche, che lo conducono ai De Curtis di Somma vesuviana, imparentati con quelli di Cava. Gli stemmi delle due casate, infatti, risultano lievemente diversi solo nei colori. Come sostenuto da diversi storici, i De Curtis di Cava (o anche Della Corte) erano un’antichissima famiglia longobarda (X – XI secolo), originaria della zona fra Salerno e Cava, I De Curtis di Cava, in effetti, si radicarono nel casale che da loro fu detto De Curti, col tempo trasformatosi nel toponimo Licurti. Totò era convinto che, in qualche modo, la famiglia entrasse a pieno titolo nel suo albero genealogico, dimostrando che i suoi antenati erano nobili. Una convinzione, questa, che lo accompagnò fino alla fine dei suoi giorni e che l’attore cristallizzò in una delle sue battute più celebri pronunciata, tra il serio ed il faceto, in un film del 1960: “Signori si nasce ed io, modestamente, lo nacqui”.

Dal sito lacittadisalerno.it


Sono ormai e comunque termini fissi per giurisprudenza e dottrine costanti:
a) che al Capo di Nome e d’Arme rappresenta una Dinastia (non importa se oggi sbalzata dal trono) spetti la qualità jure sanguinis, ossia nativo, e il trattamento di Altezza Imperiale (se discende da Imperatori e/o reale se discende da Re);
b) che la qualità di Principe jure sanguinis, essendo nativa, si distingue dal titolo di principe dativi, in quanto il titolo deriva da un conferimento;
c) il Capo di Nome e d’Arme di una Casata ha il diritto di pretendere al trono già dei suoi Avi; mai disconosciuto, di esercitare il Gran Magistero degli Ordini che fanno parte del Patrimonio araldico della sua famiglia. Ecco il dispositivo della sentenza del Tribunale di Napoli, IV sezione civile, pronunciata il 1° marzo 1950, a seguito ricorso presentato per rettifica atto di nascita.


La discendenza di Antonio de Curtis da Leone Focas il Grifo: le sentenze civili

Con Sentenza del Tribunale Civile e Penale di Napoli 18 luglio 1945 4^ sezione del Tribunale Civile di Napoli e successivamente con sentenza 07-08-1946, n. 1138, IV Sezione, del Tribunale di Napoli furono riconosciute a S. A. I. Don Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi, Porfirogenito della stirpe costantiniana dei Focas Angelo Flavio Ducas Comneno, nato a Napoli il 15 febbraio 1898 e deceduto in Roma il 15 aprile 1967, principe imperiale di Bisanzio, principe di Cilicia, principe di Macedonia, principe di Tessaglia, principe di Ponto, principe di Illiria, principe di Moldavia, principe della Dardania, principe del Peloponneso,ecc., le sue spettanze dinastiche come erede di Costantino I Magno Imperatore e discendente legittimo della più antica dinastia imperiale bizantina vivente. Il tutto senza occorrere di esservi autorizzato dalla Consulta Araldica non trattandosi di concessione Sovrana, sibbene di una qualifica di una definizione di stato personale, che, come ben disse il Tribunale di Avezzano nella sentenza del 18 giugno 1914, vale a significare, per chi se ne fregi, la propria discendenza legittima da una famiglia già Sovrana. Qualifica nativa e non dativa. La Regia sentenza 475/1945, infatti, cit., decise che il principe Antonio de Curtis-Gagliardi è discendente diretto mascolino legittimo della famiglia imperiale dei Griffo-Focas […], con gli onori e diritti di Conte Palatino, oltre agli altri titoli, onori e diritti che gli competono per la predetta discendenza.

La sentenza 1138/1946, cit., ordinò all’ufficiale dello stato civile di Napoli di rettificare l’atto di nascita di Antonio de Curtis-Gagliardi, annotando in calce allo stesso atto che “compete al neonato la qualifica di Principe ed il trattamento di Altezza Imperiale, quale rappresentante, in linea diretta, mascolina e legittima, della più antica dinastia imperiale bizantina vivente.” In seguito, il tribunale di Napoli, con sentenza 01-03-1950, definì S. A. I. Antonio “erede e successore delle varie dinastie bizantine dell’Imperatore Costantino il Grande” ordinando all’ufficiale dello stato civile di Napoli di rettificare l’atto di nascita del Principe “nel senso che vi si legga: Focas-Flavio-Angelo-Ducas-Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi Antonio.” La citata sent. 1138/1946 ordinò “altresì all’Ufficiale dello Stato Civile di Roma di annotare in calce all’atto di nascita della figlia del Principe Antonio De Curtis, a nome Liliana, la qualifica di Principessa.”

Con sent. 1° marzo 1950, infine, il tribunale civile di Napoli, IV sezione, ordinò “all’ufficiale dello stato civile di Roma di procedere a simile rettifica del cognome della Principessa Liliana de Curtis Griffo Focas, figliuola di detto Principe Antonio”, nel senso che vi si legga “Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi” e affermò che “gli Imperatori Bizantini erano successori ed eredi di tutti i diritti despotali, onori e titoli degli Imperatori che li avevano preceduti”. Pertanto, non v’ha dubbio che il ricorrente, quale unico erede e successore vivente delle varie dinastie bizantine, dall’Imperatore Costantino il Grande in poi, riassumendo nella sua persona tutti i diritti, onori e titoli che essi godevano, abbia anche il diritto incontestabile di riprendere tutti i titoli di cui le loro famiglie si fregiavano”.


REPUBBLICA ITALIANA

In nome del popolo italiano. Il Tribuanle Civile di Napoli - 4^ Sezione riunito in Camera di consiglio, nelle persone dei sigg. Presidente dott. Galiano Gaetano; De Falco Enrico, Giudice; dott. Rocco Carlo, Giudice Relatore. Sentita la relazione del giudice delegato, lette le conclusioni del P.M.; ha emesso la seguente sentenza:

(...Omissis…)

P.Q.M.

Sulle conformi conclusioni del P.M. - Visti gli articoli 454 cc. E 167 dell’Ordinamento dello Stato Civile. Così decide:

1. - Ordina all’Ufficiale dello Stato Civile di Napoli, di rettificare l’atto di nascita di S.A.I. Principe Antonio de Curtis, Griffo, Focas, Gagliardi, iscritto al n° 259del registro dei nati di sezione Stella dell’anno 1898, nel senso che, dove leggesi: “De Curtis, Focas, Gagliardi”, vi si legge “Focas, Flavio, Angelo, Ducas, Comneno, De Curtis, di Bisanzio, Gagliardi”.

2. - Ordina nel contempo all’Ufficiale dello Stato civile di Roma di procedere a simile rettifica del cognome della Principessa Liliana De Curtis, Griffo, Focas, figliuola di esso Principe Antonio, nata il 10 maggio 1933 ed iscritta nei registri dello Stato Civile dei nati di detto anno in quella città.

Così deciso in Napoli il primo marzo 1950.

Firmati: Gaetano Galiani, Enrico De Falco, Carlo Rocco, Ugo Corona Cancelliere - Registrata a Napoli uff. atti giud. Il 21 maggio 1950 N. 7462 vol. 610, mod. 5, Esatte lire 836 e lire dieci proventi e lire 75 urgenza da De Curtis.

Il direttore firmato Maddalena.


Riferimenti e bibliografie:

  • "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998
  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "Totò colpito dal quadro del sosia eposto a Cava" dal sito lacittadisalerno.it
  • imperialclub.net