Le comiche di Totò, un progetto fallito

Le comiche

E' tra la metà e la fine degli anni cinquanta che Antonio de Curtis vuole invertire una tendenza artistica che piano piano lo sta portando ad un appiattimento della sua maschera, ad una monotonia che alla lunga potrebbe stancare il suo amato pubblico. E' un vecchio progetto custodito nel cassetto, di cui ne parla con Age e Scarpelli e con i produttori Ponti e De Laurentiis: un film muto essenzialmente basato sulla gestualità astratta della maschera cara al primo Totò.


Aveva cullato molto questa idea, un film fatto soltanto di situazioni, praticamente muto. Ponti e De Laurentiis dissero: “Ma come, torniamo indietro?”. Non capirono assolutamente che avrebbe invece potuto essere davvero il salto di qualità.

Franca Faldini


Io non ho il dono della parola e nel caso mio il dialogo smonta e immeschinisce tutto. Sono un comico muto, né antico né moderno perché non esiste la comicità antica o moderna, esiste la comicità, punto e basta. E meglio che con i dialoghi so esprimermi con la mimica.


Adopero spesso le parole surreale, metafìsico. Qualche amico mi ha messo in guardia, sono un po' troppo adoperate e vaghe, io non arrossisco nel dirle, per me vogliono dire fantastico come lo aerei detto a dieci anni. Credo che i cartoni animati siano surreali e metafisici nel mio senso un po' ingenuo : per questo vorrei essere, come Maximum, il protagonista di un cartone animato. Anche perchè vorrei parlare pochissimo. Ridere, esclamare; io rido in due modi, e proprio da cartone animato.


 Malgrado le sue aspirazioni, Totò è stato anche un grande comico di parola e questo aspetto della sua arte, oltre ad essere amato dalle varie generazioni di appassionati, è stato analizzato e considerato da linguisti e critici. Il primo riconoscimento venne dall'inserimento della sua opera nella prima ricostruzione storica dell'italiano postunitario, la Storia linguistica dell'Italia unita di Tullio De Mauro (1963), dove veniva riconosciuto all'attore il merito di aver caricato di ridicolo alcune parole auliche, finendo così per avere un'influenza sullo sviluppo storico della lingua italiana.

A fronte della grande disponibilità dimostrata da Totò nell’andare incontro alle richieste dei produttori, si deve registrare il rifiuto di questi ultimi di accontentare l’attore quando avanzò lui una proposta originale: quella di realizzare un film completamente muto. L’idea gli venne quando anche la critica più arcigna cominciò a guardare con un certo favore i film diretti da Bolognini, Monicelli, Rossellini. E dopo I soliti ignoti il momento sembrava propizio all’attore napoletano per proporsi con un’opera che avrebbe potuto essere apprezzata anche all’estero dove il suo cinema era stato frenato dall’uso della lingua. «[…] Trovò la forza – ricorda Franca Faldini - di proporre ai produttori un’idea che accarezzava da tempo: girare un film muto, ricco di gag e di situazioni come le vecchie comiche, internazionalmente comprensibile poiché, come sosteneva, “io non ho il dono della parola e nel mio caso il dialogo smonta e immeschinisce tutto. Sono un comico muto, né antico né moderno perché non esiste la comicità antica o moderna, esiste la comicità punto e basta. E meglio che con i dialoghi so esprimermi con la mimica”


Oggi si è persa l'arte di far ridere. Oggi si tenta di divertire la gente con le barzellette, con le battute. Io le barzellette non ho mai saputo dirle. Se voglio raccontarne qualcuna, mi imbroglio. Ne vien fuori una cosa penosa. Io non so cosa raccontare. Sono un comico muto. Io sono sempre andato in scena con canovacci di dieci minuti, che sviluppavo sul momento, fino a farli durare anche tre quarti d'ora.


Buster Keaton: a differenza di Charlot, Keaton non ha bisogno di fare niente per divertire. Basta che mostri la sua faccia straordinaria. È bellissima perché lascia trasparire una grande tristezza e non c'è risata che non nasca da una lacrima. Mi piace molto Buster Keaton, amo la sua magrezza inventiva, la genialità asciutta che elimina ogni frangia sentimentale. Mi ricordo di aver sentito parlare di una vecchia scenetta che faceva da bimbo: «Lo straccio umano». Il padre e gli altri attori se lo buttavano da un angolo all'altro del palcoscenico. Lo strusciavano per terra quasi fosse uno strofinaccio per pulire i pavimenti. O lo caricavano di pedate e di schiaffi, come in quel genere di pantomime da cui, anni appresso, nacquero dal cinema le prime comiche... Io mi sento a volte come quello straccio, che qualcuno scaraventa addosso a un altro per farlo ridere. Forse sarei stato il più profondamente muto dei comici muti, se Napoli non mi avesse dato una mano...


Riferimenti e bibliografie: