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LILIANA, FU VERO AMORE

È morta, se n'è ghiuta 'n paraviso!
Pecchè nun porto 'o llutto? Nun è cosa
rispongo 'a gente e faccio 'o pizzo a riso
ma dinto 'o core è tutto n'ata cosa!

Liliana Castagnola

Chi era Liliana (Eugenia) Castagnola, cosa rappresentò e che influenza ebbe nella vita del Principe Antonio De Curtis? Della sua famiglia, che vive nel quartiere genovese di San Martino, non sappiamo molto; abbiamo notizia di una sorella, Gina, che Liliana ricorderà nella sua ultima lettera.
Giovanissima, inizia una fortunata carriera di chanteuse e ballerina frequentando molti teatri d’Europa. Sono gli anni anteriori alla prima guerra mondiale e il pubblico acclama questa ragazza che a 16 anni ispira, per la bellezza e il carattere, il personaggio di Mimì Bluette, protagonista del romanzo di Guido da Verona Fiore del mio giardino, uno dei maggiori successi commerciali nell’Italia degli anni Venti. Con Lina Cavalieri e la Bella Otero, Liliana è una sciantosa assai nota; i suoi atteggiamenti in scena sono provocanti, mentre, fuori dal palcoscenico, è molto conosciuta per la frangetta nera, il suo sorriso ironico e sensuale, l'eleganza.
È abilissima a mutare abiti, voce e atteggiamenti. Le sue fotografie mostrano un volto sempre diverso: lo sguardo sembra alludere a misteri, burrasche e, d'altra parte, le avventure della Castagnola, in bilico fra cronaca rosa e nera, finiscono spesso sui giornali alimentando la sua leggenda di femme fatale. «Battetevi a duello, il vincitore mi avrà»...
Raccontano i giornali dell'epoca che Liliana viene accusata, in Francia, di aver provocato con queste parole un duello tra due marinai che si contendevano i suoi favori; uno di loro rimane gravemente ferito, Liliana viene espulsa e fa ritorno in Italia, ma questo episodio sembra rafforzare il suo alone peccaminoso e conturbante. Viene ferita da un costruttore milanese che le spara due colpi di pistola mentre è nella vasca da bagno. La colpisce in fronte solo di striscio ma, crede di averla uccisa e, disperato, si suicida. In seguito, un giovane spasimante dilapida per lei l'intero patrimonio, tanto che i familiari intentano nei suoi confronti un processo di interdizione sostenendo che era stata la Castagnola a fargli perdere il senno.


Questa è la fama che la precede quando, nel Dicembre 1929, giunge a Napoli, scritturata dal Teatro Santa Lucia, all'appuntamento con il suo destino; pochi giorni più tardi Liliana telefona all'impresario del Teatro Nuovo dove recita Antonio De Curtis, in arte Totò, e gli chiede di riservarle una poltrona.
«È le sette meraviglie e poi da tutto quanto si capisce che è un vulcano, un fuoco, una forza della natura».
Così Salvatore Rubino, segretario e servo di scena dell'attore, gliela annuncia quella sera; Antonio la sbircia dal palcoscenico scostando appena il sipario: è seduta in un palco sola, il volto pallido è ombreggiato da un cappello di velluto nero, che nasconde un poco gli occhi verdi che molti hanno amato. Antonio non teme la sua “cattiva fama”, è affascinato da questa donna bellissima e sensuale che lo ha cercato; avverte il privilegio ma pure la certezza della conquista.
«È col profumo di queste rose che vi esprimo tutta la mia ammirazione».
Con questo biglietto e un grande mazzo di rose Antonio, il mattino successivo, inizia il corteggiamento. Liliana lo invita alla Pensione degli artisti Ida Rosa in Via Sedil di Porto, dove abita in un quartierino composto da un ingresso, una sala da pranzo e una camera da letto. L'arredamento è troppo carico con poltroncine damascate, tendaggi, ninnoli, un gusto che ad Antonio non piace e il suo primo impulso è di scappare. Ma ecco, lei gli si avvicina per donargli una foto nella quale appare con un abito di scena chiaro e vaporoso, i capelli acconciati alla garçon, la frangetta a coprire la cicatrice lasciatele dal colpo di pistola, e la dedica: Totò, un tuo bacio è tutto. È l'inizio del loro amore.
Liliana sta per compiere 35 anni, troppi per il mondo crudele del Café Chantant; ha avuto ai suoi piedi molti uomini, ma sembra trovare nel giovane attore la fine del suo peregrinare. Vuole legarlo a sé, gli propone di lavorare insieme ma, giorno dopo giorno, perde agli occhi di lui quell'aura peccaminosa di irrangiungibile seduttrice: lo tormenta con scenate di gelosia e pressanti richieste di stabilizzare il loro legame.


Una sera — chissà perché — ero di cattivo umore e, come dire, non sono stato proprio gentile con lei; ma niente di straordinario, eh? le ho detto solo che mi lasciasse in pace e che non ne avevo voglia. E mi ha lasciato in pace sul serio, anche troppo! Un tubetto di Veronal: morta. E chi l’avrebbe immaginato? Manco p’a capa!


IL PRINCIPE E LA BALLERINA


Le donne fatali gli hanno sempre fatto perdere la testa, sul set e nella vita. Ma una sola l’ha fatto piangere. Uccidendosi per lui

1927 Liliana Castagnola 002 LLa bella faccia da principe napoletano era pallida e triste.

Secondo la tradizione dei grandi clown, Antonio de Curtis aveva un’anima tragica a pensava spesso alla morte che tutto livella: ci sono volumi di lettere, canzoni e poesie a confermarlo.

Anche quando era giovane e frenetico, scatenato fantasista da avanspettacolo, Totò aveva del resto un portamento drammatico, le sue mosse da burattino snodabile facevano venire in mente gli scatti di un corpo (morto) elettrizzato. Come tutti i principi e i filosofi attraversati dalla paura (la voglia) di finire, Totò era un uomo che amava le donne, un uomo che soffriva e faceva soffrire: conosceva bene la fatica della conquista e dell’abbandono, dell’inseguimento e della fuga. Fasi alterne che fatalmente si ripetevano scandite dalle aritmiche intermittenze del cuore.

Su questa sua doppia vena, funeraria e romantica, costante segreta di una vita gettata sul palcoscenico e sullo schermo, molto hanno insistito i critici biografi. Totò, l’uomo e la maschera (Feltrinelli) si intitola difatti il fondamentale saggio a quattro mani di Franca Faldini (decisiva compagna) e Goffredo Fofi, che resta il massimo esegeta e il primo responsabile (in senso positivo) della filologia totologica.

La mostra iconografica aperta in questi giorni a Milano (organizzata dal Centro Brera, nella ex chiesa di San Carpoforo sino al primo luglio) propone nuove suggestioni, puntando più sui giorni (la sua vita di uomo) che sulle opere di Antonio de Curtis. Alcuni docenti in totologia, esperti manipolatori di materiali cinetelevisivi, come Vincenzo Mollica e Giancarlo Governi, hanno contribuito con documentati interventi all’allestimento e al catalogo, che ha l'ambizione (forse eccessiva) di una proposta totale: «L’uomo, il teatro, il cinema, la televisione, il fotografo», "alla faccia del provolone”.

In realtà, nonostante ventanni di rivalutazioni nostalgiche e postumi rimpianti, mille cicli retrospettivi e repliche infinite, il caso Totò non è ancora del tutto sistemato, c’è ancora parecchio da capire sul suo cinema (senza alcuna speranza per il teatro, ahimè, perduto), figuriamoci sull’uomo, che è già un mistero sin dalla nascita, con la avventurosa storia del padre smarrito, il travaglio della madre Anna, nubile e sola nei bassi napoletani, l’agnizione quando Antonio è già in età adulta da parte del marchese Giuseppe de Curtis, che forse era il padre vero (forse solo un signore di passaggio nel cuore di Anna), che si decise all’adozione.

QUASI NUDA

1928 Liliana Castagnola 000 LAl di là di aneddoti e pettegolezzi (a prescindere...), le notizie biografiche ci interessano insomma per capire meglio le opere, come del resto capita per qualsiasi autore-attore di qualità. Accantonando per un istante la maschera e inseguendo le tracce dell’uomo, autorizzati dagli indizi della mostra del Centro Brera, non ci dimentichiamo dunque della meta finale che resta sempre la comprensione dell’artista. I due sentieri non paralleli, separati all’inizio, saranno destinati a incontrarsi alla fine.

Fra le tante immagini in memoria dei giorni che furono ce n’è una, stampata in un tenebroso bianco e nero, più dolente delle altre. Una bellissima ragazza in fiore posa quasi nuda, coperta soltanto dalle piume del varietà, pietrificata nel leggero movimento della danza. Si chiamava Liliana Castagnola ed è la più sventurata passione di Antonio de Curtis, la donna che per lui decise di morire.

Era il 1929 quando i due si incontrarono. Sia Totò sia la Castagnola erano intorno ai trent’anni. Lui era un giovane capocomico in ascesa, non senza emozionanti avventure alle spalle ma ancora non travolto da un amore importante. Lei era una stella del varietà, sconvolgente e seduttrice, che forse già sentiva la sottile angoscia dell’attimo fuggente, della bellezza che se ne va. La storia è consumata in fretta fra il 1929 e il 1930. Dopo il ruggente momento della conquista, il principe comico si sente leggermente oppresso da quel-

lo che rischia di diventare un legame, e decide di scomparire, andandosene in giro per l’Italia con la compagnia di un’altra mitica soubrette, Cabiria. La Castagnola si arrende e, aiutata da due flaconi di sonnifero, si abbandona al grande sonno. Il ricordo di quel dolore resterà per tutta la vita addosso ad Antonio de Curtis, che romanticamente chiamerà Liliana la figlia nata dall’unica moglie ufficiale. Diana Bandini Rogliani.

MISERIA E NOBILTÀ

Altre storie e altre passioni toccheranno nel corso del tempo il cuore triste del clown. Nelle poesie e nelle canzoni, buttate giù di notte o anche nelle pause fra un ciac e l’altro, l’amore sarà quasi sempre descritto da Antonio de Curtis come una malinconica ossessione («Chi-st’uocchie ’e fatto chiagne./lacreme e ’nfamità»). Se gli uomini sono mascalzoni, non necessariamente simpatici, le donne sono malafemmene non perdonabili («Si avisse fatto a n’ato chello ch’e fatto a me...»). Invece nei film, che Totò non dirige, ma occupa completamente con la sua presenza, le donne, ancorché spesso bellissime e desiderabili, saranno soltanto un oggetto buffo, la spalla ideale per far nascere la gag. Quando la bionda Isa Barzizza piomba inaspettata nel vagone letto, durante lo storico viaggio ferroviario col cavalier Trombetta, Totò brucia le tappe della seduzione. Niente fiori o biglietti in versi, come faceva il principe de Curtis, ma subito una proposta diretta, un’idea per passare la nottata («A me piace...»).

O ancora quando Silvana Pampanini, fatale Pam Pam, si presenta come allegro fantasma avvolto in un bianco lenzuolo (47 morto che parla), Totò subito la tocca e l’annusa e si giustifica da impenitente canaglia.

«Sono fatta di aria», aveva sussurrato lei, bugiarda e tentatrice. E lui replica: «Prendo una boccata d’aria bbona». Infinite sarebbero le citazioni possibili, sensi arditamente raddoppiati nel nome del corpo della donna, e anche questa è una conferma della schizofrenia che il principe de Curtis coltivò ostinatamente per tutta la sua esistenza. Lui nobile (vero o immaginario non importa), riservato signore d’altri tempi, anzi di un altro secolo. Totò guitto ed estroverso, buffone e plebeo. Non per niente nelle interviste della celebrità, de Curtis arrivò a parlare della sua maschera in terza persona: «Totò è un villano, quando agita le mani fa gestacci, strizza l’occhio. Veste in maniera assolutamente ridicola, devo dire... Ama le compagnie numerose, le battute grasse, le risate a piena gola... Io sono il principe Antonio de Curtis, Totò è il mio abito da lavoro. Quando la sera torno a casa lo appendo all’attaccapanni e non lo rivedo più finché non ne ho bisogno».

I momenti più fulminanti del cinema di Totò sono quelli in cui la separazione fra l’uomo e la maschera, il principe e il burattino, è più netta. Non sempre è così. A volte l’attore, specie nel decennio Cinquanta, si lascia prendere dalla tentazione del mèlo, del gusto un po’ appiccicoso del neorealismo di appendice.

Il cinema di Totò non è un blocco compatto, si possono distinguere almeno tre o quattro momenti e filoni.

Il rivoluzionario debutto sotto il segno del neorealismo alla Campanile verso la fine degli anni Trenta (da Fermo con le mani all’irresistibile San Giovanni decollato)', le farse e le travolgenti parodie del primo dopoguerra, il massacrante e alterno impegno di una maturità forse troppo frettolosa e quasi buttata via; il testamento dell’estrema senilità suggellato dall’incontro con un poeta in stato di grazia, Pier Paolo Pasolini.

Come spettatore devoto, dovendo scegliere, opterei per il Totò delle folgoranti parodie del dopoguerra: Fifa e arena, Totò al Giro d’Italia e, soprattutto, Totò le Mokò mi sembrano ancora i titoli eccellenti. I registi (Mattoli e Bragaglia) si limitano ad assecondare i suoi estri, ma sanno farlo nella giusta maniera, che non era impresa facile, le sceneggiature pur sconvolte dalle sue improvvisazioni non sono casuali e rigattiere, come più tardi avverrà non di rado. L’equilibrio fra la prepotente personalità del principe-clown e la costrizione del film è pressoché perfetto.

NON DICO BARZELLETTE

1929 Liliana Castagnola 000 LUmile o tiranno a seconda dei momenti e degli interlocutori, il Totò di questi anni è felicemente a-neorealista, e col suo repertorio da animale pazzo esce vittorioso dallo scontro con la retorica populista e lacrimante della commedia e del dramma all’italiana. Componenti queste (il neorealismo rosa o drammatico) con cui invece l’attore si troverà a fare spesso i conti negli anni Cinquanta, a volte vincendo la non facile scommessa (Guardie e ladri), in altri casi lasciandosi sopraffare dagli eccessi di tenerezza, dalla voglia di una lacrima sul viso. Persino un film che ha per titolo uno dei suoi slogan vincenti, Siamo uomini o caporali, risente negativamente di questa attrazione melodrammatica. Sfiorato dalla tentazione di trasformarsi in Charlot, Totò si perde in una pudica love story, con citazioni quasi testuali dall’idillio fra il vagabondo e la monella di Tempi moderni. Non era né il suo campo né la sua strada e l’armonia del film non ne gode.

La forza anche tragica della comicità di Totò vive massimamente nei film in cui ogni schema realista è annullato. Pronunciati da lui, giochi di parole apparentemente sciocchi: «Abbiamo conquistato Fiume e ora conquisteremo gli affluenti», «Abbiamo fatto Trento e ora faremo trentuno», «Dica Duca, Duca dica...», «Voglio la Tracia e la cucaracha...», «Vedi Omàr quant e bello...», sono la poetica testimonianza di una cultura lucidamente sovversiva, che al di là del divertimento spezza gli schemi della banalità e del conformismo.

Addolorato per l’ostinato scetticismo che lo accompagna in vita, il principe era però consapevole di sé e della sua grandezza. La risposta data a una ammiratrice che gli chiedeva una barzelletta può valere come epigrafe o testamento: «Signora cara, se lei vuole farsi quattro risate, acquisti un biglietto per la compagnia Chiari e Dapporto. Ne raccontano di sfiziosissime. No, no, non Totò, per carità, non fanno parte del suo repertorio. E poi temo stia commettendo uno sbaglio di persona. Permette? Sono Antonio de Curtis».

Claudio Carabba




Puoi darmi risposta? Puoi darmi qualche speranza? Vuoi incominciare a darmi la felicità? Questi due mesi starò vicina a te, per studiare, per seguire i tuoi ordini, per aiutarti a montare il numero.


Queste offerte di Liliana su de Curtis esercitavano una preoccupazione costante: egli non poteva credere che una donna che fino allora aveva trascinato nella tragedia diversi uomini, potesse e volesse chiudersi in una specie di francescanba rassegnazione: potesse e volesse cessare la sua vita intessuta di avventure, di amori, di successi. Liliana Castagnola aveva in quel periodo appena trent'anni ed era quindi nel pieno della propria bellezza. A trent'anni non si può parlare minimamente di decadenza: né una donna vi pensa mai a quell'età.


Era bellissima, famosa, innamorata: si uccise quando Totò decise di lasciarla

E’ uno degli episodi meno noti della vita del grande attore, scomparso nel 1967 • La "soubrette” Liliana Castagnola, popolare negli anni Venti, venne sepolta nella cappella dei De Curtis • Le disperate lettere dell’amata: "Perché non sei venuto a salutarmi per l’ultima volta, prima di partire?”

1929 Liliana Castagnola 001 LNella cappella dei principi De Curtis, nel cimitero napoletano di Poggioreale, c’è la tomba di una giovane che con la illustre famiglia di Totò non aveva alcun legame, né di sangue né di parentela acquisita. E’ quella di Liliana Castagnola, una soubrette genovese molto popolare negli anni Venti, che si uccise per amore a 32 anni, ingoiando il contenuto di un intero tubetto di barbiturici, dopo aver scritto una drammatica lettera all’innamorato che stava per abbandonarla.

Destinatario della missiva, che la infelice cantante lasciò sul tavolo della sua camera d'albergo, era il principe Antonio De Curtis Gagliardi Focas Comneno di Bisanzio, in arte Totò, allora alle prime armi come attore-fantasista d’avanspettacolo. Era la sera del 3 marzo 1930. Il principe-attore aveva 32 anni, la stessa età di Liliana. "Antonio, perché non sei venuto a salutarmi per l’ultima volta?”, furono le ultime parole dell’amata. "Ti sarò grata per sempre del sorriso che hai saputo dare alla mia vita grigia e disgraziata. Mi hai fatto felice, amore mio, e ti ringrazio. In questo momento mi trema la mano... Ah, se mi fossi vicino! Mi salveresti, è vero? Ma tu hai deciso di non vedermi più. E senza di te, senza il tuo amore, la mia vita non ha più alcuno scopo. Erano tutto, per me, i tuoi baci. Sei stato il mio unico grande amore. Addio per sempre. Tua Lilia”.

Era innamorata e bellissima, Liliana Castagnola. Non aveva (artisticamente parlando) la fama di una Lina Cavalieri o di una Bella Otero, ma gareggiava con loro in fascino e avventure. A sedici anni, la sua aggressiva e prepotente bellezza aveva ispirato al romanziere Guido da Verona il famoso personaggio di Mimi Bluette, "fiore del mio giardino"; due ammiratori francesi, per i suoi begli occhi, si erano affrontati e uccisi a Marsiglia in duello rusticano; un patrizio genovese si era ridotto sul lastrico dissipando con lei un patrimonio ingentissimo; e un industriale milanese si era ammazzato, dopo avere sparato due colpi di pistola (per fortuna andati a vuoto) contro di lei.

L’incontro della esplosiva Liliana con Totò avvenne a Napoli nel dicembre del 1929. Recitavano in teatri diversi: lui al Nuovo, lei al Santa Lucia; e Liliana, in una serata di riposo della sua compagnia, andò ad assistere allo spettacolo del giovane comico. Poche parole, scambiate in camerino dopo la recita. La sera successiva, nel suo camerino, la cantante trovò un cesto di rose, con un biglietto dell’attore: ’’E’ con il profumo di queste rose che vi esprimo tutta la mia profonda ammirazione". Rispose lei, con un altro biglietto: "Grazie, ma voglio ricordarvi che, quando queste meravigliose rose appassiranno, dovranno essere sostituite con altre. Sabato, al Santa Lucia, canterò per voi le mie più belle canzoni".

Furono tre mesi di intensa passione. "Sei il mio grande, immenso amore”, gli scriveva Liliana. "Ho bisogno di te, la mia anima cerca disperatamente la tua”. E, per stare vicina all'amato, non esitò a disdire una serie di contratti, con grande disperazione dei suoi impresari. "Per te, per questo nostro grande amore”, insisteva lei "sono pronta anche a rinunziare alla carriera".

Ma la passione, in lui, durò poco. Era troppo preso dal lavoro, il giovane comico Totò, perche potesse accettare legami. Non dimenticava i giorni duri degli inizi, nelle salette di periferia, gli stenti, la fame. Figlio illegittimo di una popolana e di un nobile decaduto (il quale sposerà la donna molti anni dopo, ma potrà dare a lei e al ragazzo solo il nome di un casato illustre e nient’altro), era riuscito a conquistare il successo, e non intendeva rischiare inseguendo awen-turette sentimentali. Da Napoli era già pronto per partire, aveva impegni a Padova e in altre città del Nord. Liliana si offrì di andare con lui, nella sua compagnia: si sarebbe accontentata di una paga modesta, pur di stargli accanto. "Mi considero nelle tue mani, voglio essere nelle tue mani...”, gli scriveva. Non riuscì a convincerla. Alla vigilia della partenza dell’innamorato, la popolare cantante si chiuse nella sua camera d'albergo e si diede la morte.

Totò la rivide cadavere. «Alla vista di quella poveretta», raccontano i biografi «rischiò anche lui di morire, per collasso. Le gambe gli si piegarono, e stramazzò per terra, privo di sensi. Quando si riprese, non voleva più staccarsi da lei. Stringeva al cuore le sue fredde mani e continuava a singhiozzare: "Liliana, Liliana mia, perché non ti ho creduta, perché ho infranto così il tuo grande amore?”. Era un uomo distrutto. Non volle che il cadavere di Liliana fosse trasferito a Genova, nella sua città natale. Scelse, per lei, una delle tombe nella cappella di famiglia dei principi de Curtis, al cimitero di Poggioreale, e riservò per sé la tomba accanto. "Un giorno torneremo a essere insieme”, disse tra le lacrime al momento della sepoltura. E in quella cappella, trentaset-te anni dopo, raggiunse la sua Liliana».

«IO, MUSULMANO?»

1930 Liliana Castagnola 002 LUn ricordo del grande Totò, nel ventennale della morte che si celebra proprio in questi giorni (morì il 15 aprile del 1967, per un infarto, a 69 anni), non può non dare il giusto rilievo al tragico episodio che segnò profondamente la sua vita di uomo e di artista. Lui, di quella morte disperata, non parlò mai nelle sue interviste. Ma i suoi amici più cari (tra i quali l’attore Mario Castellani, che gli fece da "spalla” in tanti film e spettacoli di riviste) raccontavano che il principe-attore andava spesso a portare fiori sulla tomba della sfortunata amica, anche quando era ormai legato ad altre donne; e all’unica figlia che ebbe dalla moglie, Diana Rogliani, diede proprio il nome della cantante suicida per amore, Liliana.

Fu molto amato e amò molto, il principe-attore, anche se le donne della sua vita, a parte la sfortunata soubrette Liliana Castagnola, furono soltanto due, la moglie (che lo abbandonò dopo nove anni di vita in comune e cinque di matrimonio per sposare un avvocato) e Franca Faldini, che gli restò accanto per 15 anni, fino alla morte. Molte, a volte anche scottanti, le delusioni: una gliela diede Silvana Pampanini, la "maggiorata” più famosa degli anni Cinquanta, sua partner in tanti film, che rifiutò di sposarlo e per la quale Totò, deluso e amareggiato, compose una delle sue canzoni più struggenti, Malafemmena. «Le donne gli piacevano», raccontava Mario Castellani «ma era ombroso, peggio di un cavallo di razza. Bastava un niente perché pigliasse cappello e s’impuntasse. In amore, era un po’ musulmano: più che amare, gli piaceva sentirsi amato. Temeva sempre, però, di scottarsi troppo. Gli pesava sulla coscienza la storia della povera Liliana. Dopo quella tragica storia, non si tirò certo da parte, a recitare la parte del "vedovo inconsolabile”. Ma non era il tipo che le donne andasse a cercarle, come un Casanova: le aspettava al varco. Il suo fascino, soprattutto sulle giovani, era irresistibile, e lui lo sapeva. Quando ghermiva la preda, ne diventava il padrone assoluto, una specie di tiranno, possessivo, geloso come un Otello».

Lui scherzava, sulle sue manie di conquistatore. «Musulmano, io? E’ nella natura dell’uomo essere un po’ poligamo. Avete mai visto», domandava agli intervistatori «cento pecore e cento montoni insieme, dieci galli e dieci galline nello stesso pollaio? Io ho sempre visto cento pecore e un montone, dieci galline e un gallo...». Scherzava spesso, amaramente, anche sulla sua condizione di uomo solo. E ricordava che, quando da giovane era costretto a viaggiare senza una donna, portava sempre in valigia "una vestaglia femminile e un paio di scarpine col tacco". Così, diceva «prima di andare a letto, appendevo la vestaglia accanto alla mia, sistemavo le scarpine accanto alle mie, e mi sembrava di avere la donna accanto».

Diana Rogliani, la moglie, aveva 17 anni meno di lui. La incontrò sedicenne a Firenze nel 1931 (un anno dopo la morte della povera Liliana) ed ebbe da lei, due anni dopo, l’unica figlia. Si sposarono nel 1935 e il matrimonio fu annullato nel 1940. «Era di una gelosia mostruosa», raccontò la donna, passata nel 1949 a nuove nozze. «Per tenermi accanto a sé, mi impedì persino di andare al capezzale di mia madre morente. Ero arrivata al punto che da casa, senza di lui, non potevo uscire nemmeno per andare dal parrucchiere. Era un uomo stranissimo, di un egoismo incredibile. Aveva solo il merito di riconoscerlo».

Fu una vita d’inferno, la sua, prima e dopo il matrimonio. «Una sera, a Sampierdarena», raccontò la ex signora De Curtis «eravamo stati invitati a una festa, dopo lo spettacolo. Andammo in albergo per cambiarci. Io indossai un abito di raso color arancione, molto aderente, che a lui era sempre piaciuto molto. Ma quella sera, prima di lasciare la camera, mi fissò con i suoi occhi di padrone possessivo e geloso e mi disse: "Sembri proprio nuda, con questo vestito”. Io non sapevo che fare: era già tardi per cambiarmi ancora d'abito. Lui mi si avvicinò, introdusse un dito nella scollatura del vestito e con uno strattone lo fece in due.Un’altra sera, a Catania», era ancora il racconto della ex moglie «successe il finimondo in un ristorante. Quattro giovanotti che stavano nel tavolo accanto, alle sue spalle, non staccavano gli occhi da me. I giornali, a quel tempo, parlavano poco della vita privata dei divi: chi sapeva che io ero sua moglie? Quei quattro, vedendomi accanto a Totò, pensavano piuttosto a una delle sue ballerine. Io me ne stavo buona, tranquilla, ero vestita in maniera più che composta. Ma lui non tollerava neppure che la gente mi guardasse».

RISSA AL RISTORANTE

1930 Liliana Castagnola 003 L«Non poteva vederli in faccia, quei giovanotti. A un certo punto, nervosissimo, con la scusa che gli era andato qualcosa dentro l’occhio, mi chiese di dargli il portacipria che avevo in borsetta. Piazzò lo specchietto in modo da osservare bene i nostri vicini di tavolo, senza voltare la testa. Poi si alzò, afferrò la tovaglia con tutto quello che c’era sopra e scagliò piatti, bicchieri, bottiglie contro di loro. Da quella sera, decise di non portarmi più in tournée. Fui costretta a restare a casa per molti anni, affidata alla strettissima sorveglianza di sua madre, che non mi permetteva neppure di andare a fare la spesa da sola».

Bello non era, ma le donne facevano pazzie per lui. Sempre molto riservato nella vita privata, altero e scontroso, uomo di vecchio stampo, malinconico e piuttosto orso, sulla scena si scatenava. Era il comico più popolare e più amato d’Italia, venerato da grandi e piccini. Con quella sua comicità istintiva, da grande istrione e funambolo della risata, con quel volto mal squadrato (conseguenza, come lui stesso rivelò, di un pugno che gli aveva provocato la deviazione del setto nasale, mentre tirava di boxe in collegio), gli occhi roteanti e folli, il corpo che si snodava incredibilmente, allungandosi o accorciandosi a sua richiesta, come se mascella, braccia e gambe fossero i pezzi sconnessi di un burattino di legno costruito in laboratorio da un Mastro Geppetto o da un puparo siciliano. E quella sua inventiva straordinaria, grossolana e un po’ da guitto, che gli consentiva di tirar fuori le battute più imprevedibili, buffe e paradossali, espressioni entrate poi nel gergo comune e riportate persino nei nuovi dizionari linguistici, come "fa d’uopo", "quisquiglie”, "pinzellacchere”.

Centoquindici film, quasi tutti di fattura artigianale, raffazzonati su trame assurde e dozzinali. Ma la gente andava al cinema per "vedere Totò e ridere con Totò”. Come era già avvenuto per il grande Charlot, era lui che dava spesso il titolo alle pellicole: Totò al Giro d'Italia, Totò cerca moglie, Totò cerca casa, Totò sceicco, Totò a colori. E si rideva di cuore. Come ridono oggi quelli delle nuove generazioni che hanno scoperto Totò attraverso i vecchi film riproposti (con grande successo) dalle televisioni.

Lui si schermiva. «Gli attori», era solito ripetere ai giornalisti «sono come i camerieri: il pubblico comanda e noi lo serviamo. Che altro possiamo fare? La Duse diceva che gli attori scrivono sulla sabbia, che le onde del mare poi portano via. Ma noi comici scriviamo addirittura sull’acqua. Dei miei film, non ne salverei nessuno. Eppure continuo a farli. Come potrei campare, altrimenti? Con il titolo di principe, non ci faccio nemmeno un uovo al tegamino. Con il cinema, invece, ci mangio dall’età di vent’anni. E, con me, mangiano i duecento-venti cani che ho raccolto dalla strada e vivono nella mia villa. Loro sono esigenti più di me: mangiano molto e mi costano moltissimo. Anche a me, dopo i giorni della fame, è sempre piaciuto vivere da gran signore, tra governante, camerieri in guanti bianchi e l’autista in divisa sempre pronto con l’auto tirata a lucido».

Era già ricco e famoso, il principe-clown quando corteggiò e chiese in moglie Silvana Pampanini. Era il 1949 e giravano insieme Quarantesette, morto che parla: lui aveva 51 anni, lei 24. «Quando mi presentarono il principe De Curtis», racconta l’attrice «io ero insieme con mio padre, che aveva gli stessi suoi anni. Il principe mi baciò la mano, con molta galanteria, dopo avermi squadrata da capo a piedi, ed esclamò: "Ecco una donna tutta vera, di dentro e di fuori».

«Non era quello che si dice un bell’uomo, ma era così pieno di attenzioni che non si poteva restare insensibili. Sempre molto elegante, azzimato, profumo francese: di sera, l’abito blu con cravatta argentata che era il massimo della civetteria, in quegli anni. Introverso e difficile da trattare nella vita si scioglieva quando una ragazza gli andava a genio, diventava gran compagnone, sempre pronto alla battuta arguta, sapida, all’ironia di cui era lui per primo bersaglio. Con me (e con mio padre, che allora non mi mollava di un passo) legò subito. E mio padre, al ristorante, fece scorpacciate delle sue barzellette.»

SPLENDIDE POESIE

1930 Liliana Castagnola 004 L«Il corteggiamento, all’inizio, fu molto discreto», ricorda Silvana. «I suoi primi fiori non furono le rose rosse che mi mandavano altri corteggiatori, ma dei mazzolini civettuoli, stile Ottocento, guarniti di trine pregiate. Accompagnati, quasi sempre, da regalini di gusto raffinato, anche se non sempre costosi. E da poesie, naturalmente: ne scrisse molto belle, per me, che lui stesso mi recitava nei pochi momenti in cui restavamo soli. Fino alla dichiarazione d’amore che concluse bruscamente la nostra love story, con quella che ho sempre considerato la gaffe più clamorosa della mia vita. "Ti amo, voglio che tu diventi mia moglie”, mi disse lui, con tanta passione. Ed io: "Anch’io ti voglio bene, come una ragazza può voler bene a suo padre”. Ferito, non mi privò della sua amicizia: continuammo a lavorare insieme, in altri film. Qualche mese dopo, uscì il disco Malafemmena. Che per un napoletano come lui, sia chiaro, non significava donna di facili costumi, ma donna dal cuore inaccessibile, di quelle che tanto fanno soffrire gli innamorati respinti e "intus-sicare l’anema". Una canzone bellissima, che solo un grande artista (oltre che un grande innamorato) poteva scrivere. Mi ha fatto piangere, lo confesso, quella canzone. E me lo ha fatto ancor più voler bene, il mio Totò: senza rimpianti, con tanta stima e amicizia».

Non si risposò più, il principe attore. Si legò stabilmente a Franca Faldini, trentatré anni meno di lui, con la quale girò mezza dozzina di film. I soliti film, che, a sentir lui, gli servivano per campare, e che non andava mai a vedere. «La mia faccia», diceva ai giornalisti «preferisco dimenticarla. Voi continuate, benevolmente, a chiamarmi artista. Macché artista: i comici sono soltanto dei pagliacci venditori di chiacchiere e di risate, farse da quattro soldi».

COME UN LEONE

Si divertiva a recitare anche nella vita, soprattutto con i giornalisti. Disprezzava il proprio lavoro, i film che girava, diceva di non voler salvare nemmeno piccoli capolavori come Risate di gioia (quel memorabile duetto con la Magnani), Napoli milionaria del grande Eduardo, L ’oro di Napoli di De Sica, I soliti ignoti di Monicelli. E mentiva, si divertiva a mentire. Al suo lavoro, in realtà, teneva moltissimo, anche ai film più insignificanti. «Se volete farmi morire», disse un giorno ai medici che gli consigliavano di stare lontano dai riflettori per il rischio che correva di restare completamente cieco «toglietemi il divertimento, quel bel giocattolo che per me è il lavoro».

Non glielo tolsero, il bel giocattolo. Continuò a recitare fino agli ultimi giorni di vita, anche se intorno a sé vedeva ormai soltanto delle ombre. Gli occhi non lo tradirono del tutto. Lo tradì il cuore, che lui credeva di avere forte come quello di un leone, e se ne andò per un infarto, a 69 anni. Nella cappella gentilizia di Poggioreale, era già pronta, da trentasette anni, la tomba che doveva accoglierlo, accanto a quella in cui aveva voluto che fosse sepolta Liliana Castagnola, la soubrette che per lui si era uccisa.

Restano, del grande Totò, quei centoquindici film (belli e brutti) che continuano a far ridere gli italiani delle vecchie e nuove generazioni. E, tra i grandi registi italiani, il rammarico di avere ignorato, per quarantanni, uno dei più grossi talenti del nostro cinema. Hanno scritto i giornali americani, dopo aver visto uno degli ultimi film interpretati da Totò, Uccellacci e uccellini, di Pier Paolo Pasolini: "Hollywood, di un attore come questo, avrebbe fatto la sua bandiera, come un Buster Keaton, un Chaplin. Soltanto Pasolini, tra gli italiani, ha capito che, dietro la maschera del fantastico burattino Totò, c’era un artista vero, uno dei pochi autentici talenti del cinema di tutti i tempi”.

Gaetano Saglimbeni


Riferimenti e bibliografie:

Luigi Cesareo - http://www.enciclopediadelledonne.it/index.php

  • 1. È quanto riporta la figlia Liliana nel libro Femmene e malafemmene (Liliana De Curtis, Rizzoli 2003) nel quale, basandosi sulle confidenze del padre a lei e a sua madre Diana, ha voluto che fosse lui, in prima persona, a narrare la vicenda di Liliana Castagnola.
  • 2. Totò, Balcune e llogge , 'A Livella, Napoli, Fausto Fiorentino Editore 1968
  • "Siamo uomini o caporali?" (Alessandro Ferraù e Eduardo Passarelli) - Ed. Capriotti, 1952
  • Gaetano Saglimbeni, "Gente", 24 aprile 1987
  • Claudio Carabba, "L'Europeo", 23 giugno 1990
  • Gli estratti della corrispondenza epistolare tra Liliana Castagnola e Antonio de Curtis provengono dall'archivio Famiglia Clemente