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Totò: caporali o aquile

1965 Toto caporali o aquile

Stanco e deluso, il vecchio comico ritorna alla caricatura e alla mimica diretta. Nell’ultimo film di Pasolini si confessa agli animali e si trasforma in uccello rapace. Una satira pungente della società in cui viviamo: uomini e bestie parlanti come in una favola di Esopo.

1966 Uccellacci uccellini 067 L«Ipo, po po po poi, io ito ito ito, trio tio tio tio tio, tot to to trix, tiò tiò tiò tiò tiò tiò, tiotix, tototototototix»: così Aristofane ne « Gli uccelli » evocava il canto dei volatili. Una descrizione onomatopeica, ma soprattutto poetica. Ci sono invece naturalisti che hanno dedicato anni di studi pazienti e rigorosi alla trascrizione dei gorgheggi degli uccelli. Ecco, per esempio, come il Fabre ha fissato sulla carta il canto d’amore dell’usignolo: «Tiò, tiò, tiò, tiò, tiò. Kuutiù, kuu-tiù, kuutiù, kuutiù. Tskuò, tskuò, tskuò, tskuò. Tsiì, tsiì, tsiì, tsiì, tsiì, tsiì, tsiì. Dio, dio, dio, dio, dio, dio. Kuiù, trrrrrrrrtz. Lu, lu, lu, li, li, li, li, li, li, li, li». Non sono state ancora scoperte le «parole» con cui comunicano gli uccelli, ma sono stati individuati alcuni suoni chiave. L’usignolo getta l’allarme con un «wate, wate, cur, cur», mentre esprime la tenerezza e l’affetto con un dolce « vip, vip ». Il suo grido di paura è «wud, wud, krae», e l’esclamazione di gioia è «tak, tak». Esistono perfino dei dialetti regionali: gli ornitologia hanno infatti notato che una stessa razza di tordi o di allodole comunica con suoni leggermente diversi secondo la regione geografica da cui proviene. Ora alcuni studiosi dell’Istituto Americano di Scienze Biologiche stanno compilando un vocabolario del linguaggio degli uccelli.

Ma senza aspettare questo dizionario Totò, nel film che sta girando in questi giorni, parla con gli uccelli, è compreso da loro e luì stesso intende la loro lingua. E’ però un’allegoria di cui si serve Pasolini per tradurre in termini di apologo il suo racconto cinematografico che, anche questa volta, ha un chiaro impegno attualistico. Nel film, infatti, tutti gli animali sono simboli, di uomini e cose della realtà in cui viviamo. Da due mesi Totò lavora in mezzo ad un singolare giardino zoologico, aquile, colombe, lupi, cammelli, elefanti, capre. Lui che nella sua tenuta sulla Cassia alleva più di duecento cani e che ha la casa piena di bestie d’ogni razza sembra trovarsi particolarmente a suo agio. Forse oggi più che mai, poiché con gli anni e le delusioni è aumentato in lui l’amore verso gli animali e, per corrispettivo, lo scetticismo e la sfiducia verso gli uomini: «Ricordate quella mia battuta: siamo uomini o caporali? Ebbene, arrivato alla mia età mi accorgo che al mondo di caporali ce ne sono tanti, ma di uomini pochissimi ».

Totò negli ultimi tempi è diventato ancora più misantropo. Non che sia mai stato un attore mondano, ha sempre amato una vita privata assai riservata, con pochissimi amici; ma da qualche tempo si è isolato ancora maggiormente. E’ arrivato ormai a vivere quasi esclusivamente di notte, quando la solitudine è totale. Fino all’una o alle due gli resta accanto la moglie che gli legge libri e giornali, dato che la sua vista ormai non gli permette neppure la lettura. Poi anche lei si ritira. Ed allora Totò trova le ore più felici: si aggira nella casa deserta, parla con i suoi cani, guarda le strade vuote e infreddolite da dietro i vetri. Finché laggiù, dietro i pini, il cielo si schiarisce. Solo allora si decide ad andare a dormire. Quando non lavora durante il giorno si rifugia in un suo mondo personale scrivendo poesie e componendo canzoni. Ma una volta cercava di veder pubblicati da qualche editore questi suol componimenti, si rallegrava del successo di certe sue canzoni; oggi invece se le tiene nel cassetto, tutte sue.

«Lasciatemi lavorare finché sto in piedi»

A fugare questo stato d’animo egli riesce solamente gettandosi nel lavoro. E' per questo che a sessantasette anni, con una salute assai malferma, Totò si ostina a girare un film dietro l’altro. Ogni tanto il fisico non regge a questo sforzo, ed allora deve sospendere il lavoro per qualche giorno. Ma solo per qualche giorno: anche durante le riprese di questo film ha dovuto prendersi dei brevi periodi di riposo, ma era poi sempre lui a telefonare a Pasolini che si sentiva meglio, che il tempo era buono e che voleva ricominciare al più presto. Invano la moglie e gli amici cercano di convincerlo ad abbandonare definitivamente il cinema ed a ritirarsi dalla ribalta: «Se non lavoro sono perduto — risponde invariabilmente Totò. — Lasciatemi lavorare, finché sto in piedi ».

Eppure dietro questa ostinata passione per il mestiere c’è una infinita amarezza: «Sono ormai all’età in cui si tirano le somme — dice — e non ho fatto nulla. Sarei potuto diventare un grande attore, ed invece di cento e più film che ho girato ve ne sono degni non più di cinque. Ma anche se fossi diventato un grande attore cosa sarebbe cambiato? Noi attori siamo solo venditori di chiacchiere. Un falegname vale certo più di noi: almeno il tavolino che fabbrica resta nel tempo, dopo di lui». Totò è un uomo triste e pessimista per natura: ha fatto ridere milioni di persone ma dentro di sé non è riuscito mai neppure a sorridere. Ora, con gli anni, questa sua melanconia interiore è diventata più pesante, e Totò attraversa sempre più frequentemente periodi di profonda depressione, di sfiducia verso il prossimo. Ed il crescere del suo amore per le bestie è la conferma di questo stato d’animo.

Ma Pasolini, cercandolo per il suo film «Uccellaccì e uccellini», non ha pensato a questo amore passionale di Totò per gli animali. «No, l’ho scelto perché è il più vero, il più vigoroso dei mimi comici — dice Pasolini — Questo film, pur con i suoi intenti di satira impegnata, è essenzialmente comico. Il mio primo film comico. Ma per me il cinema comico autentico resta quello che si esprimeva per gesti più che per parole. La grande epoca del comico fu quella di Charlot, di Buster Keaton; poi, con l’avvento del sonoro, la comicità è diventata più brillante, ma meno profonda. Forse l’unico comico del cinema contemporaneo che mi commuove, oltre al semplice effetto meccanico di farmi ridere, è Tati. Ed anche lui si esprime senza parole. Così, avendo bisogno di un comico che mi aiutasse a ritrovare questa validità del cinema muto non potevo pensare che a Totò. Non che nel mio film manchino i dialoghi, ma sono solo complementari, sono annotazioni che completano dei discorsi già resi evidenti dall’azione, delle espressioni, dalla presenza di allegorie. Comunque nel film parlano più gli animali che gli uomini».

Un attore che risponde come uno Stradivarius

Ritornando ad una comicità pura, fatta soprattutto di mimica, Totò ha ritrovato il meglio di sé stesso. Non per nulla egli cominciò la sua carriera proprio con macchiette tutte mute. Il suo debutto fu nel numero di un burattino disarticolato. Era il 1917. Lo pagavano tre lire a sera. E per molti anni la comicità di Totò fu esclusivamente affidata alla sua faccia da commedia atellanica, ai suoi movimenti dissociati, come se ogni parte del corpo potesse esprimersi con parole proprie. Dal Trianon di Milano allo Jovinelli di Roma trionfava nelle macchiette del «Gagà», del «Tarzan», del «Cane e gatto», in cui tutto era detto dalle mani, dai piedi, dal roteare degli occhi e della testa. Ancora qualche anno fa, nelle sue ultime apparizioni sul palcoscenico di rivista, l'entusiasmo del pubblico raggiungeva il diapason quando Totò sfilava in passerella al ritmo della fanfara dei bersaglieri, bersagliere e fanfara lui stesso, mimando tutta la banda, tutta la folla, tutto il reggimento; fino al fuoco artificiale finale in cui le braccia e le gambe diventavano fantastiche girandole. Ed ancora oggi, appena entra nel personaggio, Totò malgrado l’età e la stanchezza ritrova tutto il vigore e la forza della mimica d’un tempo. «E’ uno stradivarius — commenta Pasolini. — Basta che gli venga suggerita una situazione e lui reagisce con una sinfonia assurda e meravigliosa di gesti e di espressioni».

In una delle scene chiave del film Totò, attraverso un complesso gioco di mimica, si trasforma in aquila. E' l’episodio in cui Totò appare nelle vesti di un domatore francese che cerca ostinatamente di addomesticare l’animale più altero e ribelle, l’aquila, ma finisce per tramutarsi lui stesso in aquila. «Le bestie hanno nel mio film la stessa funzione che avevano nelle favole di Esopo, forse con un intento polemico e satirico più diretto poiché il mio occhio è sempre puntato sulla realtà contemporanea — spiega Pasolini. — Cosa rappresentano, per esempio, in questo episodio il domatore da una parte e l’aquila dall’altra? Lui è per astrazione il razionalismo occidentale e borghese.»

Si fa chiamare principe perché lavora

1966 Uccellacci uccellini 076 L«Tanto è vero che ho deciso di farne un francese (anzi veste l’uniforme e si muove come il Generale De Gaulle che di questo atteggiamento è l’esponente più significativo), e l’aquila è, filosoficamente, l’irrazionalismo puro. Ad ogni modo i simboli sono poetici e quindi non è necessaria la loro comprensione logica: basta la loro presenza che crea una certa suggestione nel racconto ».

Non sempre, del resto, il simbolismo è così complesso come nell’episodio del domatore. Molto più spesso gli animali del film sono l’allegoria di una realtà più immediata e vicina a noi. Nell’episodio più importante del film Totò va in giro per la città con il figlio e con un corvo parlante. Come creditore entra nelle case dei debitori, pieno di boria; come debitore sale le scale delle case dei creditori, con timorosa soggezione. E nelle une come nelle altre incontra ogni specie di animali, che simboleggiano diversi sentimenti e diversi rapporti umani.

Totò e figlio sono l’allegoria generica di un’umanità che non si rende conto della realtà in cui vive, ed il corvo, che tiene loro saggi discorsi, è il simbolo del tentativo di presa di coscienza di una realtà che essi rifiutano. E infine, in un altro episodio, Totò diventa un fraticello che deve evangelizzare non solo i passeri ma anche gli sparvieri.

Piuttosto, dato il contenuto socialmente così impegnato del film, può sorprendere che Totò, il quale tanto tiene al suo titolo regale di Principe di Bisanzio, abbia accettato di lavorare con Pasolini. «Ma credete poi che Totò a quei suoi titoli ci tenga veramente tanto? — ribatte Pasolini. — Vuole essere chiamato principe perché sa di essere un nobile che lavora». Lo stesso Totò, parlando degli altri aristocratici, dice con amarezza: «Mi snobbano, mi guardano dall’alto in basso solo perché io lavoro, ed ai loro occhi sono solo un pagliaccio. Invece sono principe come loro, anzi più di loro». Di titoli nobiliari, tutti autentici, Totò ne può allineare molti: Altezza Imperiale, Conte Palatino, Cavaliere del Sacro Romano Impero, Ufficiale della Corona d’Italia, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Sant’Agata e di San Marino, Marchese di Terziveri, e forse alcuni altri.

Ma poi scoprite che lui ha nominato barone il suo cane lupo Dick, visconte il suo barboncino Penpe, cavaliere il suo pappagallo Gennaro.

Denunciò le prepotenze dei tedeschi

Un’altra cosa avvicina paradossalmente Totò e Pasolini: tutti e due, a modo loro, vorrebbero un mondo tutto diverso. Pasolini sostiene che questo suo film è la continuazione ideale del discorso che ha avviato con «Il Vangelo». E Totò, uomo profondamente religioso, sogna un mondo senza caporali. A questo proposito vale la pena di ricordare che Totò è stato uno dei pochi attori che, mentre pesava su Roma l’occupazione nazista, ebbe il coraggio di denunciare le prepotenze dei tedeschi attraverso una tagliente satira nella rivista «Ma che ti sei messo in testa?», con una scenetta che si concludeva addirittura con una esortazione agli alleati a fare presto a liberare la città. A lui personalmente, quindi, il corvo parlante ha ben poche prediche da fare.

«Girando questo film e discutendo con Totò mi sono venuti in mente altri due film comici — dice Pasolini. — Ho anzi capito una cosa importante: le cose più tragiche e terribili della vita si possono esprimere solo in chiave comica». E Totò annuisce: è la conclusione a cui è giunto d’istinto fin dagli inizi della sua carriera.

Luigi Costantini


La Settimana Incom Illustrata  Settimana Incom, anno XVIII, n.50, 12 dicembre 1965