Vidi le auto sui tetti delle case

1957 Toto Malattia 01

Tornato al lavoro dopo un lungo periodo di inattività al quale e stato costretto per sfuggire alla cecità, Totò racconta la sua esperienza

Roma, novembre 1957

Qualcuno mi ha invitato a scrivere o, per meglio dire, a dettare la storia della mia malattia. Quasi un memoriale sul guaio che mi è capitato e che ho dovuto sopportare al buio per lunghi sette mesi. Nell'invito era beninteso nascosta la speranza che io, raccontando, dicessi cose spiritose, quasi barzellette. Mi sia permessa, in primo luogo, una semplice chiarificazione intima. E, per una volta tanto, mi voglio prendere il gusto di parlare come un personaggio pirandelliano. Tra me e la mia maschera, cioè a dire Totò, esiste una parentela strettissima, una indissolubile alleanza che dura Dio solo sa da quanti anni.

Ci aiutiamo a vicenda, nel lavoro, ma appena calato il sipario o spente le luci dei riflettori nello studio cinematografico, Totò se ne va per i fatti suoi ed io per i miei. Anzi vi debbo confessare che Totò, come tutte le maschere che si rispettano, ha un cuore di cartone ed ha uno spirito cosi geloso da non regalarmi, quando siamo soli, nemmeno un istante di buonumore. Il discorsetto che sto facendo sembra difficile. Totò, appena ha esaurito il suo compito, mi pianta in asso e mi toma vicino soltanto al momento in cui proprio non può fare a meno di me.

Durante i sette mesi che sono stato al buio questo mio ingratissimo complice non è venuto mai a trovarmi. Nemmeno una telefonata. Mentre ricevevo migliaia e migliaia di lettere nelle quali tanta cara e brava gente mi offriva occhi e conforto, Totò taceva lontano e dimentico, in viaggio per i fatti suoi. Non appena ha saputo che, bene o male, con un occhio ancora ci vedevo e che avrei dovuto ricominciare a lavorare, me lo sono visto di nuovo vicino, armato di cinica distrazione, allegrissimo, sto per dire ringiovanito come se la mia malattia gli avesse addirittura fatto bene. E m’ha detto: «Caro principe, siamo uomini o caporali, e allora quando si ricomincia? Sette mesi di guai sono un lusso che non ci possiamo permettere, a questi lumi di luna. Le tasse chi le paga? E chi paga i dottori, le medicine consumate in questi sette mesi?».

Nemmeno una paroluccia di comprensione o di interesse sulle pene che avevo dovuto passare. Abbiamo quindi ripreso il filo della nostra amicizia, se amicizia può chiamarsi quella che Totò nutre per me, e insieme abbiamo ricominciato a lavorare. Ma non ho potuto far a meno di dirgli quanto segue: « Ma un pizzico della tua comicità me la potevi pur lasciare in un cassetto prima di squagliarti come un ladro. Lo sai tu, che per sette mesi sono stato uno degli uomini più infelici? Sempre al buio, con l’anima piena di pensieri neri' come ragni e bacarozzi. Un giorno che la malinconia mi era arrivata alla gola ho persino dovuto domandare il permesso al dottore di farmi un pianto, un piccolo pianto. E il dottore me lo ha proibito. Anzi, il dottore mi ha risposto: "Ma che le salta in testa, caro principe? Si faccia invece una bella risata! Chiami vicino al letto Totò! Provi a recitare una volta soltanto per se stesso". Così mi ha detto il dottore, sbagliando ricetta. E mi ha lasciato solo. Ed io allora ti ho chiamato; e tu non mi hai risposto. Nè, d’altra parte, potevo scriverti, perchè squagliandoti non mi avevi lasciato nemmeno l’indirizzo ».

A queste mie parole, Totò ha allungato il collo e mi ha fatto un gesto con il braccio, alla napoletana, come per farmi capire che la sua comicità, il suo spirito, non si possono mai regalare ad una persona sola. E poi, ridendo, freddamente ha esclamato: « Se lo vuoi proprio sapere, anche io da solo non riesco mai a ridere. Durante questi sette mesi ho dormito dentro un baule, in letargo, e mi sono riposato perchè sapevo che da un momento all’altro tu avresti avuto di nuovo bisogno di me. Ora eccomi qui. E, per carità, non farmi discorsi difficili, discorsi simili a quelli che servono la comicità di quei comici così detti intellettuali che si credono bravi soltanto perchè raccontano bene le barzellette ». Se ripenso oggi alla mia malattia debbo per forza ritornare con la memoria al primo curioso avvenimento che segnò il principio del mio dramma. E non posso chiamarlo che dramma. Era la vigilia di Pasqua di quest’anno e mi trovavo con la Compagnia a San Remo. Una mattina decisi di recarmi in gita a Montecarlo. C’era il sole. Il mare pareva dipinto, tanto era liscio e fermo.

Mi pareva il mare di Napoli ch’io considero il più bel mare del mondo. Montecarlo ancora una volta mi apparve come uno scenario finto. Ad un certo momento vidi davanti a me come un improvviso cambiamento di scena. Sul paesaggio calò un velario di nebbia. Case capovolte, come un quadro futurista, e la gente che camminava sulle strade, senza testa. Quasi per vincere la paura che si impadroniva di me, dissi a me stesso una battuta che avrebbe potuto servire a Totò: « Mica sarà di moda, adesso, a Montecarlo, andare in giro senza testa ». Stavolta il sipario calava sulla mia vita e non sulla platea piena di spettatori. Mi sentivo smarrito. E confessai a Franca, che sedeva vicino a me nell’automobile, quello che mi succedeva. Il paesaggio si trasformava magicamente nel gioco assurdo di prospettive impazzite. Vidi ad un certo momento le automobili sui tetti delle ville, gli uomini in cima ai fanali, gli alberi che salivano in cielo come in volo. Rientrammo subito a San Remo. Durante il breve viaggio di ritorno la "sequenza", se si può dire, seguitò a passare davanti al mio sguardo oscurato in una collana di inquadrature surrealiste. Il sentimento della cecità somiglia tragicamente al sentimento della solitudine nel deserto. Anche le voci, i rumori, diventano ciechi quando non ci si vede più. Decisi tuttavia di nascondere agli altri, più che a me stesso, almeno per quei primi momenti, la realtà del mio stato. Sapevo che sessanta persone della Compagnia dipendevano dal mio lavoro. E decisi di affrontare la nuova situazione a dispetto del male che mi aveva colpito a tradimento. Lavorai lo stesso, lasciandomi portare per la mano dalla indiavolata volontà di Totò. Recitavo davanti ad una platea in ombra. Le luci della ribalta mi ferivano, come punture d’ago. E da quel giorno tutto mi apparve dietro un sipario nero. Viaggiando, di lì a qualche giorno, verso Firenze, la luce del sole mi bruciava le palpebre. Sentivo la luce, senza più distinguere il paesaggio. Purtroppo mi dovetti arrendere, mentre recitavo a Palermo. Ritornai nella mia casa di Roma con nel cuore il sentimento di una disperazione, mi sia concesso dirlo, cieca e fredda nello stesso tempo. Sul portone della mia casa sentii che Totò se ne era andato per i fatti suoi. Rimasi così solo con me stesso.

Adesso posso dire con le parole di D’Annunzio: « E pur con l’uno, vedo ». Perchè con un solo occhio, sia pure a fatica, mi è possibile rivivere nella realtà. Domando scusa per le parole difficili, delle quali stavolta non posso proprio fare a meno. Dopo sette mesi di guai, pochi giorni fa, sono ritornato o per meglio dire siamo ritornati, Totò ed io, a lavorare assieme. Il film che sto interpretando con De Sica ed Abbe Lane, per la regia di Camillo Mastrocinque, si intitola "Mia moglie dottore". Vi debbo confessare che ho ritrovato Totò in piena formai Quello che non vedo io, vedé lui. Io credo che il film sarà molto divertente. Nelle mie avventure mi segue Salvietti, che è un comico di buona razza. Il titolo del film parla di una moglie dottore. Ma si tratta di una dottoressa, dalla quale, in veste di Totò, stavolta è proprio un piacere farsi curare.

A. D. C.


Antonio de Curtis, «Tempo», 21 novembre 1957