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Totò, il magnifico burattino

Toto l immenso burattino

Molti anni or sono — troppi per i nostri gusti, perchè si tratta del tempo in cui eravamo bambini — vedemmo uno spettacolo di marionette artistiche, probabili antenate dei pupi di Podrecca. Di quello spettacolo, due « numeri » ci sono rimasti impressi nella memoria: uno era la pantomima di un legnoso Pierrot che dava la caccia a una farfalla e per coglierla di sorpresa ora si piegava in due, come se si spezzasse, con la scarna testina protesa e le piccole mani rattratte, pronte a ghermire, ora si curvava all’indietro, le braccia penzoloni e il corpo sbilenco, allungando l’esile collo e volgendo in su la pallida faccetta; l’altro era la grottesca danza d’imo scheletro contro un fondale nero: e nell’ardore del ballo si staccavano le tibie e i femori, si disarticolavano le vertebre, il teschio abbandonava la gabbia toracica e tutte quelle ossa, sospese nel vuoto, seguitavano però inappuntabilmente il ritmo della danza, sino a che un colpo di grancassa non le richiamava all’ordine e, improvvisamente docili, tutte ripigliavano il posto che loro spettava.

 

Ebbene, il ricordo di quelle sorprendenti marionette ci torna sempre alla mente quando assistiamo a una rappresentazione di Totò. Ogni tanto questo spassosissimo comico sembra stancarsi d’essere un uomo come tutti gli altri e si trasforma miracolosamente in un burattino. Il volto ossuto diventa di legno, scolpito alla brava con un coltellaccio da cucina, e il corpo, persa ogni vita animale, sembra ubbidire soltanto al comando di fili invisibili. Dove sono andate a finire le sue ossa? Vien fatto di cercarle intorno a lui, separate da lui, tanto la sua figura si muove nell’assurdo. Attenti! Gli è scappata una gamba, se non la riagguanta la perderà. E la sua spina dorsale dove s’è cacciata? A scrutare bene sulle tavole del palcoscenico, se ne potranno ritrovare gli anelli... Ma un colpo di grancassa pone fine alla fantasmagoria: Totò racimola la propria ossatura e ritorna uomo. Tuttavia un po’ di quella prodigiosa disumanità gli è rimasta addosso, ed è con estro sconcertante ed assurdo che egli risponde alle domande o lancia le battute, traendole dal nulla come fa il prestigiatore coi mazzi di fiori di carta. Totò è il comico dell’imprevisto, è l’umorista del controsenso, è il poeta dell’illogico. Dice: «Io sono un uomo di mondo: ho fatto tre anni il caporale a Cuneo». Non significa niente, a pensarci; ma l’arbitraria associazione d’idee e le stravaganti illazioni che essa implica non possono non far ridere. In un discorso, in un movimento, Totò — esilarante Faust — ghermisce a volo l’attimo e se lo appropria, deformandolo in una grottesca caricatura. Così la tradizionale sfilata sulla passerella diviene a suo piacimento un corteo funebre o un attacco alla baionetta; così due normalissime parole, «a prescindere », acquistano grazie a lui il più sbalorditivo valore di ridicolo. Egli stesso, d’altronde, è un vivente controsenso : Principe del Sacro Romano Impero, ornato di titoli e blasoni come un albero di Natale lo è di candeline e palline colorate, egli è pur tuttavia Totò, re della risata, principe del ridere, ridere, ridere. Gli spetterebbero l’ermellino, la porpora e la corona, ma si presenta con un tubino bisunto, un krauss sdrucito, un panciotto ciondolone. Potrebbe avere una Corte e si compiace d’essere giullare. Altezza Serenissima nella vita, eccelle a rappresentare sulla scena tutte le bassezze: la paura, l’avidità, la scemenza. Grandissimo comico, formidabile mimo. Forse così si recitavano le atellane. Forse così divertiva le folle Tiberio Fiorilli, « Scaramuccia ». Forse era così il famoso Debureau. Ma quanto gli ci è voluto, a Totò, per imporsi al pubblico, per arrivare alla sua dittatura della risata.

Noi lo rammentiamo in un teatrino di Varietà di provincia, più d’una trentina d’anni or sono. Si presentava sui manifesti con la modesta dicitura di « imitatore di Gustavo De Marco ». Ma la sua magrezza sparuta aveva poco a che vedere con la florida pancetta dell’originale e l’unico punto di contatto era la gran bazza e il ballettare burattineggiando. Il vero Totò balenava nella sua pseudo-imitazione di un cane e di un gatto. Si trattava di una strampalata pantomina i cui vari momenti venivano però preventivamente spiegati dall’attore, e non sapremo, in verità, che cosa fosse più buffo: se la mimica burlesca o quegli scombinatissimi discorsi. L’intero « numero » era di prima forza, ma così sconcertante, così bislacco che non a tutti gli spettatori andava a genio, e Totò, anziché essere la « vedetta » del piccolo programma, non occupava che il secondo o terzo posto. In questi trent’anni Totò non è cambiato, nè ha fatto concessioni. Egli ripete, anzi, per meglio dire, esaspera gli stessi modismi comici, le medesime trasposizioni umoristiche, le identiche trovate buffonesche di un tempo. I napoletani sono pazienti, ma ostinati, e Totò, napoletanissimo, ha insistito, con ostinata pazienza, fino a che il pubblico l’ha apprezzato. Oggi ridono anche quelli che allora non ridevano: e il bello si è che non s’accorgono di ridere alle stesse cose che allora li lasciavano indifferenti. Il giorno che Totò rinunziasse alla sua marotte di buffone per impugnare lo scettro di Bisanzio che compete al principe De Curtis, egli forse passerebbe alla storia sotto il nome di Antonio l’Immutabile

Dino Falconi e Angelo Frattini


Dino Falconi e Angelo Frattini, «Guida alla rivista e all'operetta»