Totò poliziotto non piace a poliziotti

La storia del poliziotto Totò e della “sbandata” Carolina, benché risolta in tono bonario e distensivo, ha determinato un inconcepibile irrigidimento da parte degli organi di censura. Niente visto: neanche con 37 tagli il film è riuscito a passare

1954 Toto poliziotto

Un film che non vedremo, a meno che non intervengano tardive reminiscenze (ma non si vede né come né da parte di chi), è Totò e Carolina di Mario Monicelli. Bocciato dalla Commissione di censura in prima istanza, il film è stato presentato davanti alla Commissione di appello, dopo che il regista vi aveva apportalo notevolissimi tagli - non meno di duecento metri di pellicola - ma questa ha riconfermato totalmente il giudizio della prima Commissione, giudicandolo un film che offende « la morale, la pubblica decenza e le forze di polizia ».

 

Per Mario Monicelli la decisione della censura costituisce un grave inaspettato infortunio. Totò e Carolina era infatti il primo film che egli aveva realizzato e firmato da solo, dopo la lunga collaborazione con Steno, e costituiva per cosi dire il primo frutto personale della sua lunga carriera cinematografica, iniziata da giovanissimo e scontata anche nei ruoli più marginali e meno soddisfacenti. Monicelli è infatti un regista che, come suol dirsi, è venuto dalla gavetta. Cominciò a Milano, realizzando dei brevi film a formato ridotto (di cui uno, nel ’36, fu premiato a Venezia). Poi, siccome in quell’anno c’era in Italia Machaty — il regista di Estasi, allora in gran voga — fece il ciacchista di Ballerine, pur di stargli accanto. Quindi fu segretario di produzione, elettricista, aiuto regista e, dopo la guerra, sceneggiatore: da solo sceneggiò i film di Germi, poi, in collaborazione con Steno, si dedicò a quel genere di film comici che in seguito diressero insieme come registi. L’anno scorso Monicelli si separò da Steno, senza una ragione specifica, e quest’anno è arrivato per Totò e Carolina l'alt della censura.

Non è la prima volta che Monicelli ha a che fare con la censura. Già, a proposito di Guardie e ladri e delle Infedeli, gli era accaduto di sentirsi fare delle obiezioni ed egli aveva dovuto tagliare delle scene, cambiare delle battute; ma, come le divergenze si erano appianate nel passato con reciproche concessioni da una parte e dall’altra, cosi egli pensava che sarebbe accaduto anche per Totò e Carolina. Tanto più che la sostanza, l' “ humour ”, il significato del film non si differenziano granché da quelli su cui si reggeva, per esempio, Guardie e ladri. Totò e Carolina è infatti la storia di un agente di P.S., un “ celerino ” per essere precisi, al quale viene affidata — perché la riporti al suo paese — una ragazza sorpresa priva di residenza, durante una retata del Buon Costume.

Questa missione procura all’ agente una serie di guai; quando al paese di lei nessuno, un po’ per “ pruderie ” un po’ per non avere impicci, vuol riprendersi la ragazza, e durante il viaggio di ritorno, in seguito all’incontro con un ladro e alle disavventure che ne conseguono. Per farla breve, l’agente di P.S., che era partito con l’idea di avere a che fare poco meno che con una delinquente e con il preconcetto che tutte le persone si dividano in due categorie — quelli che stanno in prigione e quelli che ci debbono andare —, finisce con l’accorgersi che le cose non stanno in realtà come egli credeva: capisce che la ragazza non è una mezza prostituta ma una povera ragazza, che il peccato non sta in lei, e decide cosi — dopo che tutti l’hanno respinta — di prenderla con sé, a casa sua.

Quasi con la stessa inversione delle parti, si ricorderà, terminava Guardie e ladri: la guardia nell’inseguire il ladro scopriva in lui un povero diavolo, una natura umana di cui non sospettava l’esistenza. Mutati i personaggi, il gioco psicologico e il significato umano in Totò e Carolina sono rimasti gli stessi e da qui si può giudicare di che film si tratti. “ E’ ”, dice Monicelli, " un filmetto cordiale, intessuto di episodi che capitano, pungente qua e là; appartiene a quel genere di comicità che non si affida unicamente ai lazzi e ai giochi di parole ma che cerca di riallacciarsi per qualche verso alla realtà, senza per questo voler affrontare e tanto meno esaurire nessun problema di fondo ". Intenzioni simili erano già affiorate del resto, oltreché in Guardie e ladri, anche in altri film di Monicelli ( in Totò cerca casa ad esempio) come un modo di sottrarsi e di fare eccezione alla comicità deteriore di tantissimi film, campata sul niente, tutta arbitraria e meccanica; e questa era stata la ragione non ultima del loro successo presso il pubblico.

Se questo è il quadro niente affatto rivoluzionario in cui si può inserire il film, c’è da chiedersi, dice Monicelli, il perché della sua non approvazione. C’è, è vero, nel film un “ celerino ” che fa ridere, ma in Guardie e ladri c’era una guardia più ridicola di Totò, e pili moralmente censurabile : non aveva voglia di fare quel mestiere, proponeva al ladro di non portarlo in galera, ecc. Ma guardiamo all’effetto, dice Monicelli. Certamente il personaggio del “ celerino ” interpretato da Totò fa ridere, ma il fatto che si dimostri umano, il più umano di tutti, non è tale forse da smuovere e attirare la simpatia degli spettatori? E’ addirittura l’intero Corpo, attraverso un personaggio, che diventa simpatico e se in Italia ci fosse dell'antipatia verso i “ celerini ” il film contribuirebbe a farla scomparire. Non accadde, dopo Guardie e ladri, che le guardie cercassero Fabrizi per stringergli la mano?

Il verdetto della censura parla anche di offese alla pubblica decenza, e forse si è voluto con ciò prendere di mira la scena iniziale del film, dove è descritta la retata della polizia del Buon Costume. Ma sia per l’oggetto in sé sia per il modo come è stato trattato, non si può affermare, continua Monicelli, che le prostitute di Totò e Carolina siano più “ offensive di quelle di altri recentissimi film ”; anzi. Del resto questa scena insieme a certe battute ed esclamazioni e alla scena di un miracolo empirico, sono state tagliate dopo il giudizio della prima Commissione. E allora? Da qualsiasi parte si guardi il film, mancano gli elementi che giustifichino il verdetto della censura; " né sta a me l’indicarli ", dice Monicelli, " che sono il giudicato ".

Un film comico del resto di che cosa è fatto se non di certi accostamenti, di certi contrasti che muovano al riso; e se qui il contrasto nasce fra l’altro dalla presenza di preti, guardie, comunisti, ecc. non sono questi stessi gli elementi e i bisticci di cui si avvale, per esempio, lo spettacolo di rivista? In Totò e Carolina, per di più, si vede che dei tre personaggi — comunisti, prete, celerino — i primi non fanno nulla di concreto per la ragazza (non le cercano un lavoro, per esempio), il secondo si adopera per sistemarla e se non riesce non è colpa sua, il terzo infine è l’unico che compia qualcosa di positivamente umano.

Se nel film non esistono, bisognerà allora cercare i motivi della negata approvazione al di fuori di esso. Il fatto che nei giorni in cui veniva notificato a Monicelli il giudizio definitivo, il suo nome comparisse in certe “ liste di proscrizione ” tra quelli dei registi “ appartenenti al PCI ” e le ripercussioni che ciò ha immediatamente provocato nel campo cinematografico — leggi produttori — rendono plausibile l’ipotesi che proibendo Totò e Carolina si sia voluto dare un avvertimento; come un far seguire i fatti alle vere intenzioni. “ Ma in tal caso è chiaro ” dice Monicelli, il quale fra l’altro non è neppure iscritto al PCI, “ che basta pochissimo oggi per essere giudicato comunista. Basterebbe, oggi, rifare Ladri di biciclette per vedersi negare il visto censura ”.

Stelio Martini


Stelio Martini, "Cinema Nuovo", anno III, 15 aprile 1954