Totò: siamo uomini o caporali?

1952 Siamo uomini o caporali

Totò: siamo uomini o caporali?

La premessa

Ho sempre diligentemente evitato di scrivere articoli, prefazioni, prolusioni, orazioni, ricordi, massime e sentenze, pensieri, meditazioni, zibaldoni, viaggi intorno alla mia camera, dialoghi, giornali intimi.

La fatica teatrale — recitare cioè ogni sera per diverse ore — ha sempre costituito, per me, un equo scotto da pagare per la mia discendenza da Adamo, e cioè da un uomo condannato al lavoro.

 

In questi ultimi tempi, però, vi confesso, dopo tanti anni di ozio letterario, ho derogato dalla regola impostami fin da ragazzo, e ho scritto qualche verso, che potrete leggere in questo libro.

Nella vita, basta derogare la prima volta, per derogare anche una seconda : e così ho acconsentito, me vivente, di scrivere, in collaborazione con due amici, una serie di quadri dove vengono tracciati alcuni episodi della mia vita.

Fasi, per lo più, tristi : in così violento contrasto con la mia vita di attore comico, di attore cioè impegnato a far divertire il pubblico.

Forse, in tutto ciò, si applica la legge della compensazione che orchestra le vicende degli uomini. Un attor comico, fortunato sulle scene e sempre sorridente nella vita, costituirebbe un paradosso.

A lui deve bastare la finta felicità e la falsa allegria manifestate sulle tavole dei palcoscenici.

Ma non divaghiamo. Vi dicevo di aver deciso, dopo tante insistenze da parte di amici e di ammiratori, di erigere il mio busto nella Villa Borghese delle Lettere.

A dir tutta la verità, inizialmente, avrei voluto soltanto scrivere un breve articolo per chiarire il vero significato contenuto nella frase : « Siamo uomini o caporali? », da me pronunciata nel corso di una rappresentazione, e divenuta ormai popolare in Italia.

Questa frase, nata durante la mia prima giovinezza, mi è sempre servita come sistema metrico decimale per misurare la statura morale degli uomini, e mi è servita, nuovo entomologo, per classificare l’umanità in due grandi categorie.

Non si trattava di una semplice battuta, nata, magari spontaneamente, sul palcoscenico, al di fuori del copione, come mi è qualche volta accaduto. Né, tanto meno, mi è nata annotando modi di dire di uso comune che, poi, ripeto sulla scena.

A tal riguardo debbo chiarire che alcune mie frasi e caratterizzazioni, rimaste famose, traggono la loro origine dal caso.

Scusatemi quindi se mi allontano per un momento dal tema, e consentitemi di raccontarvi come sono nate alcune «battute», come ho composto alcuni «tipi». Sarà un’utile introduzione alla spiegazione della frase : « Siamo uomini o caporali ? ».

Anni addietro, mentre recitavo nella rivista « Tarzan», in attesa del mio turno, approfittai del breve respiro concessomi per avvicinarmi lestamente alle quinte e bere un sorso di caffè.

Il turno mi toccò, purtroppo, prima di quanto avessi calcolato, e, con un sorso di caffè ancora in gola, dovetti rivolgermi al mio interlocutore, pronunciando, mezzo soffocato e quindi con una accentuazione errata : « Indovina un bo’... », invece di « Indovina un po’... ».

La frase fece subito presa sul pubblico, e molti, per diverso tempo, ripeterono con me : « ’ndòvina un bo’... ».

Qui, intervenne il caso.

La maggior parte delle volte, però, seguendo la mia formula dell’umorismo teatrale, ho preferito rifare il verso a modi di dire ormai invalsi nell’uso comune e adoperati, spesso, da molte persone con un certo tal tono di saccenteria e di prosopopea : « A prescindere... », « Apoteosi », « Comunque ... », « Io sono un uomo di mondo... ».

Altre volte, mi è accaduto di pronunciare frasi formulate d’improvviso sulla scena, in risposta ad una battuta errata del mio interlocutore.

Al Teatro Nuovo di Napoli si rappresentava la rivista « Messalina », parodia della vita della dissoluta Imperatrice e del suo amante Caio Silio.

L’attore Antonio Schioppa invece di salutarmi con la frase latineggiante ; « Ave, Caio Silio ! », se ne usci con un «Ave, caro don Silvio...».

Afferrai a volo la « papera», e, mantenendomi sullo stesso tono, gli risposi : « Salute, don Antò, ’a bellezza vostra !... ».

In genere, l’umorismo, quale uso comporlo con i gesti del corpo e con la mimica facciale, nasce dalle mie osservazioni di tutti i giorni.

Più di una volta mi sono sorpreso a seguire qualche tipo bizzarro e stravagante per la via, osservandone minutamente i gesti, assimilando il suo modo di camminare, di muoversi, di gesticolare, di salutare, di attraversare la strada, di scrutare le persone, di prevenire eventuali pericoli.

Se fossi uno studioso di psicoanalisi, dovrei definire questa mia manìa come « il complesso dei fratelli siamesi », allo stesso modo del « complesso di Edipo » e del « complesso del don Giovanni » di cui oggi i freudiani fanno uso e abuso.

Non appena noto un tipo che mi colpisce per alcune caratteristiche, mi sembra che un fluido mi leghi a lui, per cui... divento l’altra parte dell’individuo che osservo ; mi unisco attraverso un ideale cordone ombelicale alla sua personalità, ai suoi gesti, alla sua maniera di esprimersi. Divento un suo duplicato ; mi lego a lui, vivo metà della sua vita, — infine costituisco, con lui, una ideale coppia di gemelli.

Da questa mia predisposizione alla osservazione, sono nati i tipi del maestro di musica Mardocheo Stonatelli e del bigotto che prega convulsamente (nella farsa « La camera affittata a tre »), del bigotto che segue con una candela in mano la processione (come « bis » nei finali di molte riviste), del miope che legge il giornale (nella rivista «Tra moglie e il marito, la suocera... e il dito»), dell 'uomo che incontra per la prima volta ma bella donna e la scruta attentamente dai piedi al viso (nella rivista « Dei due chi sarà »), dell’uomo volitivo e abbondantemente provvisto di mascella romana (nella rivista « Quando meno te l’aspetti »), del burocrate addetto ai timbri (nella rivista « L’Orlando curioso »).

Ho prelevato il materiale da studiare, da vivisezionare e da trasferire su un piano caricaturale, sempre e direttamente, dalla realtà.

E, in questo senso, potrei anch’io vantare dei meriti neorealistici...

Molti dei « tipi » da me riprodotti sulla scena li ho incontrati in qualche strada di Roma e di altre città.

Vi ricorderete del «gagà», da me presentato nella rivista « Quando meno te l’aspetti »: del gagà che, in quel periodo, infestava la Via Veneto romana, nella scena da me recitata, invita una signora (superbamente incarnata da Anna Magnani) nella sua misera soffitta.

L’interpretazione del gagà fu una delle più felici e riuscite perché aderente ad un tipo di giovanotto che avevo notato, alcuni mesi prima, a Piazza Barberini.

Si trattava di un giovanotto emerso dall’estrema periferia, avido di sensazioni e indubbiamente alla ricerca della Grande Avventura.

Calzava scarpe mal connesse ma lucidate ; indossava un abito liso ma stirato ; mentre una sciarpa sfrangiata di color giallo avvoltolata alla gola e un cappello serrato sotto l’ascella sinistra completavano l’abbigliamento.

Tra tanta dichiarata manifestazione di indigenza, risaltava la folta capigliatura corvina, riccamente spalmata di uno spesso strato di brillantina. La massa dei capelli si prolungava oltre il collo, sbriciolandosi in riccioli e ciuffetti che si adagiavano sul bavero della giacca.

Istintivamente, come mi accadeva quando incontravo un « tipo », lo seguii.

Il gagà, giunto a metà di Via Veneto, vicino al Caffè Galvani, rimise in forma il cappello cacciandoselo di traverso in capo, e, con l’andatura caratteristica da me poi riprodotta sulla scena, si avviò verso i ben noti caffè, Rosati e Zeppa...

Quando traccio la caricatura del miope che, preso in mano un foglio, lo legge facendolo scorrere dall’alto in basso vicinissimo all’occhio destro, riproduco, sia pure con una sfumatura caricaturale, il mio vecchio e caro maestro delle elementari che era molto miope. Ricordo che si accostava al mio banco, si faceva consegnare il compito e poi borbottava : — Vediamo un po’ cosa hai saputo fare...

Avvicinava esageratamente il foglio all'occhio destro e lo scorreva nel modo caratteristico che voi conoscete.

L’immagine mi rimase impressa e, anni dopo, la trasportai di peso sul palcoscenico.

Dalla mia osservazione degli operai napoletani, che usano stivare la carne e il contorno nell’interno di pagnotte oblunghe, è nata la macchietta del film Napoli milionaria : il personaggio da me interpretato, sedutosi in trattoria, cava fuori la pagnotta, la divide a metà ed estrae la pasta, poi la carne e il contorno. Io, naturalmente, ho esasperato un fatto reale, e ho tratto fuori anche la forchetta, la saliera e il tovagliolo.

Secondo me, l’umorismo è la rappresentazione, filtrata attraverso la propria sensibilità, degli uomini nei loro difetti, nelle loro manchevolezze, nelle loro vanaglorie.

Cerco di cogliere l’aspetto ridicolo e lo ritraggo con la mutevolezza del mio viso e le possibilità acrobatiche del mio fisico, allo stesso modo che Onorato o De Seta, con la loro matita, tracciano, su un foglio da disegno, la caricatura di una persona, esasperandone i tratti, pur rispettando, nella sostanza, le linee del volto.

Come se avessi a mia disposizione della creta, posso formare, in pochi secondi, sul mio volto, l’espressione corrucciata del dittatore, stupefatta dello sciocco, impaurita del debole, audace e avida del dongiovanni, istericamente ghignante del gagarello vanitoso, imbronciata o civettuola del bambino, pseudo-misteriosa dell’uomo che si ritiene depositario dei segreti di Pulcinella.

Interpreto gli uomini a mio modo, è vero ; ma tento di riprodurre, con la maggiore fedeltà possibile, lembi di vita autentica, aspetti sentimentali, tristi e lieti, di tutti i giorni.

Anche il vestito che uso sul palcoscenico deriva, in fondo, dall’autoesame di come vestivo nel periodo corrispondente all’inizio della mia vita teatrale.

Il mio corredo era composto di un solo abito per la scena che andava sempre più logorandosi, senza una sia pur remota possibilità di sostituzione.

Ebbi, da qui, l’idea di creare un « costume » che accentuasse la mia reale situazione vestiaria.

Una logora bombetta, un tight troppo largo, una camicia lisa col colletto basso, una stringa di scarpe per cravatta, un paio di pantaloni «a saltafossi», comuni scarpe nere basse, un paio di calze colorate. Così nacque l’abito di Totò.

Tra i miei modi di dire che hanno trovato la loro radice in esperienze dirette, abbiamo la frase che dà il titolo a questo volume : Siamo nomini o caporali?

Da molti anni, questa interrogazione che, spesso, pronuncio sul palcoscenico, oltre a suscitare l’ilarità, ha spinto gli spettatori a chiedersi il preciso significato che do ad essa.

I più scrupolosi, anzi, mi hanno ripetutamente scritto al riguardo. E, come era da prevedersi, tra le lettere, numerose risultano quelle dei « caporali dell’esercito », che si sono sentiti menomare dal mio interrogativo.

Le varie interpretazioni, come accade spesso in simili frangenti, sono risultate inesatte o incomplete o infondate. In verità, la storia di questa frase trova le sue origini nella mia vita militare.

Dunque...

Ero poco più che un ragazzo, quando mi decisi ad avanzare la domanda di volontario al Distretto Militare di Napoli. Mi assegnarono al 22° Reggimento di stanza a Pisa.

Poiché avevo imparato che, tra gli esercizi militari, il meno penoso e il più semplice era quello di marcare visita, divenni, modestamente, uno specialista in materia.

I miei superiori non ritennero di valutare con il mio stesso metro le continue visite all’infermeria, e, appena si presentò l’occasione, mi trasferirono al 182° Battaglione di Fanteria destinato in Francia, presso un reparto di marocchini.

Non era mia intenzione di avere a che fare con tale genìa di soldati di colore ; perciò presi la determinazione di evitare con essi spiacevoli fatti personali.

Durante il viaggio di trasferimento, e precisamente alla stazione di Alessandria, accusai un tale repertorio di malesseri da dover essere ricoverato d’urgenza all’ospedale militare del luogo. Il convoglio con gli altri soldati continuò il suo viaggio ed io, appena dimesso dall’Ospedale, fui inviato all’87. Reggimento di Fanteria.

Però le mie peregrinazioni non dovevano considerarsi ultimate! Il destino aveva deciso di farmi fare la conoscenza diretta dei più noti reggimenti italiani. Infatti, di lì a poco, si liberarono di me, lavativo per eccellenza, e fui assegnato all’88° Reggimento di stanza a Livorno.

Fu in questo glorioso Reggimento che ebbi come graduato il famigerato caporale, il caporale per antonomasia, il caporale a vita, uno di quelli cioè che ti fanno odiare, per un numero imprecisato di generazioni, la vita e il regolamento militari!

Egli era stato promosso caporale per assoluta mancanza di graduati disponibili, pur essendo quasi analfabeta.

Nella vita militare, il conoscere determinati mestieri (barbiere, meccanico, autista, elettrotecnico, ecc.) — presto o tardi — consente di uscire dall’anonimato e di godere di un certo stato di privilegio, evitando così tutte le fatiche, le corvées e i turni di guardia. Turni di guardia e corvées costituiscono l’ossessione dei giovani i quali attendono con ansia la libera uscita per godersi tranquillamente — e, se possibile, con una bella figliola, diciamo così, indigena — le poche ore di evasione dall’atmosfera della caserma.

A quei tempi mi piaceva la vita brillante del giovane di buona famiglia senza pensieri, sospiravo il suono della tromba che dava il via alla libera uscita e — rendendomi simpatico ai superiori con le mie macchiette teatrali — tentavo di conquistarmi la esenzione dai servizi di guardia e di corvées che coincidono, puntualmente, con il permesso serale.

Ma... C’era un « ma » che sbarrava le mie intenzioni e i miei propositi ; ed era incarnato da quello strano tipo di caporale ignorante e presuntuoso il quale — animato da una irragionevole idiosincrasia nei confronti dei « militar soldati » — abusando del suo grado, riusciva a privarci della sospirata breve libertà.

Per quel che mi concerne, posso assicurarvi che mi riservava i servizi più umili e più bassi : la pulizia delle camerate, dei gabinetti e del cortile, la pelatura delle patate avevano in me l’abituale esecutore.

E questo non era che il principio, l’inizio. A quel caporale tutto quello che facevo io non piaceva.

Trovava da ridire su tutto, e pretendeva di farmi rifare i servizi, anche se erano stati eseguiti con il massimo impegno e, lasciatemelo pur dire, alla perfezione.

Egli urlava le sue osservazioni, spesso inconsistenti ; soprattutto urlava davanti ai superiori e agli altri militari condendole con le classiche aggettivazioni in uso sotto le armi : cretino, salame, addormentato, ecc.

La vita militare non mi si era mai presentata sotto un aspetto eccessivamente gradevole, dato anche il mio temperamento insofferente ; tuttavia, per evitare le sue continue rappresaglie, assunsi un contegno disciplinato, eseguendo senza discutere i suoi ordini e subendo con rassegnazione le sue osservazioni.

Questa mia tattica non ebbe un esito particolarmente felice.

Il caporale scambiò la mia passività per debolezza, e, forte più del suo grado che dei regolamenti, raddoppiò ingiustamente la dose, rendendomi veramente asfissiante la vita in comune.

Un’ira sorda, un rancore covato sotto la cenere della supina obbedienza; alfine, un odio accanito e morboso mi prese nei confronti di quell’uomo così sicuro nel carro armato dei suoi galloni.

Durante le punizioni che mi toccava scontare, rimuginavo in me un rancore senza fine nei confronti dei caporali, verso coloro cioè che, muniti di un’autorità immeritata e forti di una disciplina che impone ai sottoposti l’obbedienza senza discussione, esercitano tali loro meschini poteri con un atteggiamento da piccoli Ezzelini da Romano.

Contrapponevo, ad essi, gli uomini, le persone, cioè, che sanno adoperare la loro autorità senza abusare dei poteri loro commessi.

Per me, dare del caporale a qualcuno — in quel periodo — equivaleva a classificarlo nella peggiore categoria che si possa immaginare.

In caserma mi capitò spesso di dire : « Guardiamoci in faccia... Siamo uomini o caporali ? ».

Rientrai nella vita civile con il bagaglio della mia esperienza militare.

Cominciai allora ad applicare questo sistema di catalogare le persone, in base ai miei rapporti tenuti sotto le armi con i caporali (non tutti, intendiamoci, sono così. Parlo solo di quei dati caporali odiosi anche ai loro colleghi).

Abitualmente, le persone che si frequentano vengono divise in amiche o nemiche, utili o nocive, buone o cattive.

Io le divido in uomini o caporali.

Per fare un esempio : la famiglia dei miei nonni paterni che si oppose, per ragioni di nobiltà, al matrimonio di mio padre con mia madre, appartiene ai caporali. Lo scrittore Curzio Malaparte, che per vendere il suo libro ha pelle ha inventato fatti di sana pianta diffamando Napoli e i napoletani, deve considerarsi inquadrato nel plotone dei caporali.

Infine, a voler ricercare l’origine prima di questa mia classificazione, dovrei richiamarmi a Dante Alighieri che un metro fondamentalmente analogo adoperò nel gettare nell’Inferno i suoi nemici e avversari ; e nell’elevare al Paradiso tutti coloro che amò o di cui vantò l’amicizia.

È Dante che, nel canto V del Paradiso, ebbe a comporre

il famoso verso :

Uomini siate e non pecore matte

che, in base alle mie considerazioni, potremmo modificare in:

Uomini siate e non dei caporali

Non è dei migliori endecasillabi. Però il suo contenuto riscatta la inevitabile deficienza poetica.

Antonio De Curtis, 1952


Antonio de Curtis, prefazione al libro "Totò. Siamo uomini o caporali?" di Alessandro Ferraù e Eduardo Passarelli, Capriotti, Roma 1952