Barboni Enzo (E.B. Clucher)

Enzo Barboni bio

E.B. Clucher, pseudonimo di Enzo Barboni (Roma, 10 luglio 1922 – Roma, 23 giugno 2002), è stato un regista, sceneggiatore e direttore della fotografia italiano.


Io sono convinto che, quando questi due ragazzi fanno film in coppia con un'uniforme addosso - qualunque essa sia, da pompieri, da preti, da soldati - stanno bene. Quindi nel film "I due superpiedi quasi piatti" li misi in motocicletta, perché per me la moto rappresentava il cavallo, rappresentava l'uomo libero che sta dalla parte della legge. Sono arrivato a farne dei poliziotti motociclisti partendo da questa analisi: chi può essere un uomo moderno, giustiziere, con la pistola al fianco e con qualcosa al posto del cavallo? Naturalmente Hill e Spencer fanno i poliziotti a modo loro, i cattivi li acciuffano per caso, avventura, ironia, ecc. Si può farne due personaggi che il pubblico medio, quello ancora incantato dal fascino della libertà, si sogna. Basta infilarli in un costume che tanti vorrebbero avere. Infatti è andata bene, il film ha fatto i suoi bei sei miliardi di incasso. Poi io ho smesso abbastanza presto di fare film con una coppia, perché inevitabilmente ci si ripete, o perlomeno io mi ripeterei, mi costerebbe uno sforzo enorme. Non rinnego niente, questo no, ma li rifarei soltanto se ci fosse una grossissima idea, veramente nuova. Qualsiasi genere inevitabilmente comincia a calare e non diventa più interessante, per chi lo vede e per chi lo fa.


In "Anche gli angeli mangiano fagioli" c'era Giuliano Gemma, ma il film era destinato a Bud Spencer e Terence Hill, e lì è successo o un malinteso tra il produttore e gli agenti di questi attori, oppure fu che Mario Girotti (Terence Hill) doveva andare in America: restò Carlo Pedersoli (Bud Spencer) e al posto di Mario prendemmo Gemma, che se la cavò egregiamente, devo dire. Intanto è spiritosissimo, e poi è sportivo, moderno, e se l'è cavata veramente bene. Il risultato è stato pari agli altri film, né più né meno. Anche lì una specie di uniforme, perché erano due gangster, non proprio capaci di fare il loro mestiere, per cui si ritrovavano loro malgrado sempre dalla parte opposta. Anche a Gemma è stato un po' difficile togliersi di dosso i panni di Ringo, era stato per anni con il cappello e la pistola. E poi c'è un altro particolare, che in Italia di attori ce ne sono pochi. È vero che non è più il cinema del bello, come era una volta, ma Giuliano rappresenta qualche cosa, perché è moderno, forse l'unico che abbiamo, è un atleta, ha un carattere d'oro, professionista al massimo grado, tranquillo, antidivo per eccellenza, modestissimo... Con Pedersoli andò subito d'accordo. È impossibile non andare d'accordo con Giuliano!


Biografia

Nato nel 1922, Enzo Barboni cominciò come operatore alla macchina già nel 1942, a soli vent'anni, e nel 1961 divenne direttore della fotografia con il film I due marescialli di Sergio Corbucci. Contemporaneamente cominciò a lavorare anche come sceneggiatore. Il passaggio alla regia, con lo pseudonimo di E.B. Clucher (Clucher era il cognome della madre), avvenne nel 1970 con un western "tradizionale", Ciakmull - L'uomo della vendetta che non fu di gran successo. Nello stesso anno diresse il cult-movie Lo chiamavano Trinità... con Terence Hill e Bud Spencer del quale scrisse anche il soggetto e la sceneggiatura.

Il successo di questo film andò oltre ogni aspettativa risultando uno dei più grandi incassi dell'epoca. Tra le chiavi del successo sicuramente vi è l'ironia portata nel genere rigido e freddo del western. Così dopo il primo film con la coppia Spencer/Hill, Barboni dirige nel 1971 il seguito ...continuavano a chiamarlo Trinità, che riscuoterà anch'esso un enorme successo commerciale.[1] Stipulato un contratto, Enzo Barboni dirigerà altri tre film di Terence Hill e Bud Spencer: I due superpiedi quasi piatti (1977), Nati con la camicia (1983) e Non c'è due senza quattro (1984).

La produzione di Barboni è considerata distinta per garbo e per un taglio "per famiglie" che il pubblico mostrò di apprezzare moltissimo fino ai primi anni ottanta. Certamente la verve dei film di Trinità non fu più raggiunta e lo spaghetti western, sia in forma classica che ironica, entrò in una crisi profonda da cui non si è più risollevato. Barboni continuò a scrivere anche per altri film ma poi pian piano si ritirò: gli ultimi film infatti sono stati sceneggiati dal figlio Marco Tullio Barboni, tra i quali l'ultimo della sua carriera Trinità & Bambino... e adesso tocca a noi! del 1995, un infelice tentativo di rievocare lo storico successo di Lo chiamavano Trinità..., mettendo insieme la coppia di attori statunitensi Heath Kizzier e Keith Neubert. Enzo Barboni morì nel 2002, pochi giorni prima di compiere 80 anni.


Come assistente operatore ho lavorato per 18 anni con Vich, straniero molto bravo, il mio maestro. No, mai con Totò. Durante la seconda guerra mondiale lavorai al reparto cinematografico dell’esercito. Successivamente ho lavorato per Cinegiornali e documentari, anche in Ferraniacolor. Non mi occupavo di montaggio e doppiaggio, ma solo di fotografia. Ho fatto alcuni film con Totò, quale direttore di fotografia.

“I due marescialli”; il copione era ben “lavorato” e quindi non mi pare vi fosse molto da cambiare. Totò qui non riscriveva i dialoghi, anche se, nei momenti di “buco” se ne usciva con qualche aggiunta, commentando poi: “se non vi piace, la tagliate”. Erano comunque sempre battute inerenti al contesto. C’era una collaborazione stupenda fra Totò e Vittorio De Sica. Il pastore tedesco era l’eccezionale Dox di Maimone. Gli esterni li filmammo a Castel San Pietro, paesino situato a mille metri d’altezza, dove furono girati i “Pane, amore…” con la Lollo’; gli abitanti erano tranquilli e furono anche utilizzati quali comparse meno costose. Il sindaco del paese era Porrè Pastorel: suo figlio, morto durante la Guerra, era mio amico. Bastò telefonargli: “Guarda ci sarebbe un film con Totò…” Si rese subito disponibile e ci aiutò per la “parte burocratica”.
Scene di maiali e pecore non ne ricordo: i press agent pubblicizzavano solo le grosse produzioni, tale notizia in un periodico dell’epoca? Forse potrebbe essere stato un espediente per il lancio del film? Corbucci era per le idee rivoluzionarie, con quel ladro, poi maresciallo dei carabinieri, portato via dai tedeschi. Qui De Sica fece un appunto, il medesimo che, all’insaputa uno dell’altro, fece poi, all’incirca anche Totò: “La gente va a vedere i nostri film perché sono allegri. Lasciato così sarebbe come un “brigadiere Della Rovere”…” E così girammo il finale ambientato venti anni dopo: in una stazioncina che da Tivoli va verso un paesino, fra treni autentici.
Il film fu girato, come al solito, in 4 o 5 settimane. Dopo due giorni, era di obbligo girare alcune scene in teatro di posa, e talvolta le si dichiaravano anche se non era vero e si girava in esterni.
Castel San Pietro dista da Roma una ora e mezza: ricordo che faceva freddo, ed io dormivo là, in affitto, per risparmiare le tre ore di viaggio, fra andata e ritorno. Mi pareva di essere tornato ai bei tempi. Totò tornava invece ogni giorno a Roma, con la Cadillac che cambiava spesso. Totò mi fece arrivare la voce che gli si era abbassata la vista e se fosse stato possibile non offenderla con riflettori troppo intensi: ciò in modo molto garbato, gentile e rispettoso. Io acconsentii purchè mi avesse fatto arrivare un “doublex”, apparecchio più sensibile, e così fece. Quando iniziai a girare, essendo un tipo di apparecchio con accensione diversa dal precedente, Totò mi chiese: “Non accendi?” gli risposi: “Ma è già acceso! E’ un tipo nuovo, più sensibile.” E lui replicò: “Vabbè, perdere la vista, ma ci devo vedere per lavorare”. Infatti doveva vedere la zona assegnatagli per muoversi.
Non ha mai alzato la voce, era generoso con tutti. Regalava Lambrette. Accadde alla Titanus che aveva una salita ripida. Di solito prima di iniziare a girare, ci riunivamo tutti al bar. Una mattina venne pure lui. C’era uno della troupe che arrivò bagnato dal sudore: era in bicicletta. Vistolo, gli chiese come mai fosse così trafelato: “Come mai hai corso tanto? Avevi paura di fare tardi? Da dove vieni, dove abiti?” e lui “abito a Cinecittà” “Ma fammi il piacere: ci penso io!” Così mandò un suo uomo ad acquistargli una Lambretta. Totò si riteneva graziato e fortunato.
Mario Castellani aveva una memoria straordinaria e Totò gli era grato perché gli dava “l’imbeccata”; se c’erano momenti di silenzio, vuoto, Totò lo chiamava: “Castellà” per valutare una improvvisazione per riempire il vuoto. Una volta chiese : “Mi date le notizie sportive?” Era una scusa perché notassimo un articolo dove un nobile di antica famiglia, perito di araldica, confermava la sua discendenza da Bisanzio. Tutti lo chiamavano “principe” per rispetto, ma lui a quello più vicino diceva: “Chiamami Totò”.

“Totò Diabolicus”; fu per me un lavoro da pazzi perché girato sullo stesso negativo anche inquadrature fino a sei volte (il numero dei suoi ruoli complessivi). Fu fatto con “i mascherini”, non in truka! Cambiava il costume per ogni ruolo che interpretava, e per guardare correttamente nella posizione dove si sarebbe trovato, ancora lui, ad interpretare uno degli altri ruoli, era Sergio Corbucci ad indicargliene la posizione corretta, e per far prima, lo chiamava “Totò”. La macchina da presa era una Mitchell. Solo quando era in più ruoli nella medesima inquadratura, ma con gli altri di spalle, nei campi lunghi, era coadiuvato da uno stuntman, che mi pare fosse uno dei fratelli Dell’Acqua. Totò e Steno erano amici. Steno era un umorista straordinario: umorismo elegante ed ironia. Su qualche battuta che sentiva di poter migliorare, Totò gli chiedeva: “ A Ste’, ti dispiace se la volgarizzo?” Steno era sempre disponibile: tutti noi potevamo portare idee o battute che poi vagliava.

“Lo smemorato di Collegno”; esterni girati a Santa Maria Pietà, presso Monte Mario. A cavallo la suora di spalle era “un cavallerizzo”. Il filmino del processo dove alla fine non si vede il viso, era tratto da un fatto realmente accaduto relativo al caso Bruneri-Cannella. Sì, feci “Il giorno più corto”, ma la scena con Totò frate bersagliere al balcone, non ricordo come, né dove girammo.

“Il monaco di Monza”; esterni girati in una borgata presso Manziana. Girammo anche in un convento vero di monaci, che ci diedero il permesso, previo “cadeau” per i poveri del paese… nel convento c’era anche una bella cripta alla quale pensavamo come set ideale per la scena dove il cattivo (Nino Taranto) si finge morto: ma questa ce la rifiutarono; così, la cripta, dovette essere ricostruita in teatro di posa.

“Gli onorevoli”; gli esterni con Antonio La Trippa, ambientati a Roccacannuccia, li girammo presso Campagnano Romano; Franco Castellani non riusciva a pronunciare correttamente il termine francese “debacle”: perdemmo una intera mattinata e continuava a sbagliarne la pronuncia, pur essendo un buon attore. Sergio Corbucci era un cinico in tal genere di cose, e gli chiedeva: “Ma come, non riesci pur con un “gobbo” in primo piano?!” Quello che si mangiava Mimmo Poli!


Filmografia

Regista

Ciakmull - L'uomo della vendetta (1970)
Lo chiamavano Trinità... (1970)
...continuavano a chiamarlo Trinità (1971)
...e poi lo chiamarono il Magnifico (1972)
Anche gli angeli mangiano fagioli (1973)
Anche gli angeli tirano di destro (1974)
I due superpiedi quasi piatti (1977)
Ciao nemico (1981)
Nati con la camicia (1983)
Non c'è due senza quattro (1984)
Renegade - Un osso troppo duro (1987)
Un piede in paradiso (1991)
Trinità & Bambino... e adesso tocca a noi! (1995)

Sceneggiatore

Lo chiamavano Trinità... (1970)
Gli fumavano le Colt... lo chiamavano Camposanto, regia di Giuliano Carnimeo (1971)
...continuavano a chiamarlo Trinità (1971)
...e poi lo chiamarono il Magnifico (1972)
Anche gli angeli mangiano fagioli (1973)
Anche gli angeli tirano di destro (1974)
I due superpiedi quasi piatti (1977)
Ciao nemico (1981)

Direttore della fotografia

Ciao, pais... regia di Osvaldo Langini (1956)
Romolo e Remo, regia di Sergio Corbucci (1961)
I due marescialli, regia di Sergio Corbucci (1961)
Totò diabolicus, regia di Steno (1962)
Lo smemorato di Collegno, regia di Sergio Corbucci (1962)
Gidget a Roma (Gidget Goes to Rome), regia di Paul Wendkos (1963)
Il giorno più corto, regia di Sergio Corbucci (1963)
Gli onorevoli, regia di Sergio Corbucci (1963)
Django, regia di Sergio Corbucci (1966)
I crudeli, regia di Sergio Corbucci (1967)
Little Rita nel West, regia di Ferdinando Baldi (1967)
Vivo per la tua morte, regia di Camillo Bazzoni (1968)
Preparati la bara!, regia di Ferdinando Baldi (1968)
Il suo nome gridava vendetta, regia di Mario Caiano (1968)
Un treno per Durango, regia di Mario Caiano (1968)


Note

  1. ^ Spencer Bud, De Luca Lorenzo, De Filippi David (a cura di) - Altrimenti mi arrabbio: la mia vita, Alberti, (2010) capitolo: la coppia Bud & Terence

Riferimenti e bibliografie: