Galdieri Michele

Michele Galdieri

(Napoli, 18 novembre 1902 – Napoli, 30 novembre 1965) è stato un commediografo, paroliere e sceneggiatore italiano.

Biografia

Figlio del poeta e drammaturgo Rocco Galdieri, operò per quarant'anni, dal 1925 al 1965, collaborando con i grandi del cinema italiano: Eduardo, Titina e Peppino De Filippo, Totò, Anna Magnani, Odoardo Spadaro, Lucy D'Albert e molti altri. Fu attivo anche in campo teatrale: scrisse un gran numero di commedie e riviste a cavallo della seconda guerra mondiale.

È l'autore dei testi di molte canzoni, fra cui la celeberrima Munasterio 'e Santa Chiara, lanciata da Giacomo Rondinella negli anni quaranta, Ma l'amore no, musicata da Giovanni D'Anzi, e Portami tante rose, su musica di Cesare Andrea Bixio, interpretata da moltissimi artisti.

Nella rivista Con un palmo di naso, scritta nel 1944 per Totò e Anna Magnani, sbeffeggiò Hitler dopo l'attentato del 20 luglio 1944 e inserì la celebre parodia di Ciccio Formaggio nella quale Mussolini rimprovera gli italiani di non averlo fermato.

Con il maestro Mario Bertolazzi ha scritto, nel 1964, la commedia musicale I trionfi.

Il Festival di Napoli
Vinse nel 1954 il terzo Festival di Napoli 1954 con 'E stelle 'e Napule, su musica del maestro Giuseppe Bonavolontà, presentata da Gino Latilla con Carla Boni e da Maria Paris.

Programmi radiofonici RAI
L'usignolo d'argento , a cura di Michele Galdieri, voci di oggi, canzoni di sempre, orchesttre di Carlo Savina e Armando Fragna, cantano Jula de Palma, Bruno Pallesi, Bruno Rosettani, Armando Romeo, e il Duo Blengio, presenta Rosalba Oletta, le domeniche alle ore 20,30, secondo programma 1955.
Orfeo al Juke Box , divertimento quasi serio di Michele Galdieri, con le orchestre di Armando Fragna e Lelio Luttazzi, presentano Rosalba Oletta e Renato Turi, venerdì 24 luglio 1959, secondo programma ore 21.

Teatro di Varietà
Ma le rondini non sanno, di Michele Galdieri, con Nino Taranto, Dolores Palumbo, Olga Villi, Harry Feist, regia di Galdieri (1943).


Come si "pensa" una rivista.

Come si fa una rivista? Ancora una volta io rispondo: “Non lo so.”

Se lo sapessi ne trarrei profitto per non sbagliare mai. E sbaglio sempre. Perché anche quando il Pubblico, la Critica, gli Incassi dicono che tutto va bene, io solo, guardando il mio spettacolo, dal buio fondo della sala, mi convinco sempre più d’avere sbagliato.

L’ho chiesto allora ad un mio più che intimo nemico, il quale, in fatto di “riviste”, la sa lunga: “Come si fa una rivista?”

“Anzitutto pensandola”, mi ha risposto. “Molti credono che bastino venti battute comiche, cinque o sei canzonette, un comico a successo, molte belle donne, un pizzico di piume e due o tre pacchi di lustrini. Altri credono che basti fare un giretto nei teatri di Parigi e di Londra e avere buona memoria. Altri... lasciamo andare. E si trascura la cosa più importante: pensare lo spettacolo. Costruirlo nelle sue linee generali, curarlo nei dettagli, cosi come si fa per ogni altra forma di teatro, insomma, ricordando che una rivista per essere tale e non puro e semplice spettacolo di varietà deve parlare al cervello, al cuore, agli occhi dello spettatore e colpire sempre giusto, sia nella satira, sia nel sentimento, sia nelle visioni coreografiche.

“Satira, sentimento, coreografia. Ecco i tre cardini su cui posa lo spettacolo di rivista: tre cardini artistici eminentemente, per uno spettacolo di solito e giustamente anche, considerato antiartistico.

“Satira, dice Melzi, è componimento poetico che mordendo il vizio mira a correggere i costumi.

“Sentimento: giudizio, intelligenza, espressione viva di ciò che si sente.

“Coreografia: arte di comporre balli, pantomime e di segnare i passi e le figure della danza.

“Tre parole, tre leggi che, se rispettate, danno all’autore di rivista il diritto e il dovere di prendere sul serio il suo spettacolo e di presentarlo nel modo più degno.

“Tutto ciò, naturalmente, in teoria. Ché, in pratica, le cose vanno molto differentemente.

“La satira, qualche volta, è soltanto velenosa sbavatura, maldicenza, denigrazione. Altra volta volgare pretesto per tentare di far passare al di là della ribalta sconcezze e vecchi lazzi. A ciò fortunatamente mette riparo la censura teatrale che da molti che non ci sanno fare viene dipinta come una vecchia arpia, come tremendo mostro in agguato.

“Tutto si può dire, di tutto si può presentare il lato comico, grottesco, ma come, con quale tatto, con quale garbo e soprattutto con quale serenità, bisogna farlo! E in tal caso la Censura diventa collaboratrice preziosa: non sono le sue forbici a tarpare le tue ali se queste ali si tengono nel cielo e non guazzano nel fango, ma anzi fa in modo che restino quanto più su è possibile.

“Il sentimento, cioè l’espressione viva di ciò che si sente, è bandito dagli spettacoli del genere. Male. È proprio quel-l’esprimere sinceramente quel che tu senti e che gli spettatori hanno sentito forse prima di te, a proposito d’un’arte, d’un provvedimento, d’una nuova o vecchia usanza o che so io, che ti dà il consenso della parte eletta del pubblico e nobilmente lo chiama in teatro. E ciò induce l’autore a servirsi non di simboli e di fantocci, ma di uomini veri, del passato e del presente, con le loro passioni, i loro gusti, le loro tendenze, i loro affetti, i loro rimpianti, le loro speranze e le loro delusioni, anche nel teatro di fantasia come in quello della commedia. La vera ragione della morte dell’operetta è qui: la mancanza assoluta di sentimento, di umanità dalle sue trame. Principi di carta pesta e duchesse di pasta frolla. (...)

“La coreografia molti credono che si debba limitare ad una sconcia esposizione di carne umana. Perciò molti autori nei loro copioni, tra una scena e l’altra, scrivono: ‘Qui, una danza’. No. Le scene coreografiche devono essere pensate, come il testo. Scritte e descritte in copione, perché esse servono a commentare e talvolta ad esprimere da sole, ancora, un pensiero. Il compito del coreografo è quello di segnare i passi e le figure della danza, di sviluppare in armonica bellezza il discorso mimato inventato soltanto dall’autore. E le ballerine devono essere belle non perché si debba, come tanti credono, attribuire al pubblico l’insana ansia di sensazioni carnali, ma perché senza bellezza non c’è armonia e senza armonia non c'è coreografia.

“Che poi qualcuno le voglia belle per altri scopi, a noi non interessa affatto. Il successo d'una grande compagnia di riviste straniera era segnato dal numero delle macchine che attendevano all’uscita le ballerine, dopo lo spettacolo. A noi, confessiamo, dà persino fastidio uscire dal teatro e trovare cinque o sei baffuti gagà, in attesa di bionde danzatrici, tanto più che costoro si guardano bene dal mettere piede in sala e dall’acquistare un biglietto.

“Ma di solito si crede il contrario: l’autore di rivista è da molti ancora considerato un furbo speculatore della bellezza femminile e l’impresario è considerato l’astuto ‘Madro’ di svariate beltà internazionali. (...)

“Strano destino quello d’un autore di rivista! La sua reputazione, il suo successo, la sua dignità dipendono da centomila cose lontanissime dalle sue abilità. Un siparietto che viene chiuso prima o dopo il momento giusto; un macchinista che ritarda a montare un praticabile e che obbliga i due attori che trattengono il pubblico a siparietto chiuso a tirarla cosi per le lunghe da stabilire in sala un senso di noia glaciale; un vestito male agganciato; un suggeritore che suggerisce troppo forte; un capocomico che vuole andare in scena ad ogni costo, anche se lo spettacolo non è maturo; un signore del pubblico che ha una tosse maledetta; un riflettore che s’incanta; un colore sbagliato; due gambe meno dritte delle altre, ecc. ecc.: migliaia e migliaia di piccole cose estranee piombano come mazzate sulle spalle del povero autore il quale, come è chiaro, non è responsabile.

“Ecco perché è indispensabile, in tema di rivista, una collaborazione perfetta tra autore, impresa e capocomico. Ma ciò accade troppo di rado, perché l’autore possa serenamente attendersi dal suo spettacolo il meritato compenso. Se ciò avviene, il successo non manca.

“Ma la maggior colpa d’un autore, specialmente di rivista, è proprio quella di avere successo. Nessuno — oltre quelli che le scrivono — pensa di poter scrivere commedie. Tutti — anche gli analfabeti — pensano di scrivere riviste. Cosi frivolo appare alla rappresentazione questo genere di teatro, che tutti, pienamente convinti, dichiarano: ‘Che ci vuole a fare una rivista!?’

“Difatti, non ci vuole niente. Bisogna saperla fare. E quando uno la sa fare, sono pasticci. Se le battute sono buone e spiritose e fanno ridere il pubblico, pacchi di lettere anonime giungono alle autorità competenti per denunciarle come oltraggiose contro Tizio, Caio, contro questa o quella istituzione. Se i dialoghi sono bonariamente comici, il critico parla di parole sguaiate, mentre le stesse parole oggi suonano in tutte le case, in tutte le famiglie. Se le coreografie sono belle ed efficaci, si parla di immoralità, di offesa al buon costume, mentre sulle spiagge, nei grandi balli, nelle grandi serate teatrali, va in giro tanta e tanta nudità femminile. Tutto ciò, ripeto, accade soltanto quando lo spettacolo ha successo. Perché, diversamente, il pubblico non ci va, l’impresa se la passa male, l’autore non guadagna un soldo, il capocomico mette i capelli bianchi, la compagnia si scioglie e tutti sono contenti.”

Michele Galdieri


La stampa dell'epoca


Scenario, n.2, febbraio 1939 - Come si fa una rivista? di Michele Galdieri

Canzoni scritte da Michele Galdieri

1941 - Mattinata fiorentina (1941) per Carlo Buti - musica di Giovanni D'Anzi
1951 - T'ho voluto bene (Non dimenticar) per Flo Sandon's - musica di Gino Redi. Nel film Anna, Silvana Mangano la interpreta doppiata da Flo Sandon's.
1961 - Tu non mi lascerai (1941) per Ferruccio Tagliavini - musica di Giovanni D'Anzi
1964 - Io so che tu mi lascerai per Miranda Martino - musica di Enrico Ciacci (RCA Italiana PM45-3289)
1964 - Nustalgia per Miranda Martino - musica di Nico Fidenco (RCA Italiana PM45-3289)
1964 - Tu non mi lascerai (1941) per Miranda Martino - musica di Giovanni D'Anzi (RCA Italiana PML 10383)

Sceneggiature cinematografiche

Cinque a zero, regia di Mario Bonnard (1932), soggetto e sceneggiatura
Tre uomini in frak, regia di Mario Bonnard (1932), soggetto e sceneggiatura
La fortuna di Zanze, regia di Amleto Palermi (1933), soggetto e sceneggiatura
L'eredità dello zio buonanima, regia di Amleto Palermi (1934) sceneggiatura
Fiat voluntas Dei, regia di Amleto Palermi (1935) sceneggiatura
Inventiamo l'amore, regia di Camillo Mastrocinque (1938) sceneggiatura
Follie del secolo, Amleto Palermi (1939) sceneggiatura
Papà per una notte, regia di Mario Bonnard (1939) sceneggiatura
Boccaccio, regia di Marcello Albani (1940) sceneggiatura
Natale al campo 119, regia di Pietro Francisci (1947) soggetto e sceneggiatura
Il barone Carlo Mazza, regia di Guido Brignone (1948) soggetto e sceneggiatura
Monastero di Santa Chiara, regia di Mario Sequi (1949) soggetto e sceneggiatura
Totò a colori, regia di Steno (1952) soggetto
Gran varietà, regia di Steno (1953) sceneggiatura
Lacrime d'amore, regia di Pino Mercanti (1954) sceneggiatura
Motivo in maschera, regia di Stefano Canzio (1955) soggetto e sceneggiatura
Peppino e la vecchia signora, regia di Piero Ballerini (1959) sceneggiatura


Galleria fotografica



Riferimenti e bibliografie: