Pasquariello Gennaro

Gennaro Pasquariello

Noto anche solo come Pasquariello (Napoli, 8 settembre 1869 – Napoli, 26 gennaio 1958), è stato un cantautore e attore teatrale italiano.

Biografia

Gennaro Pasquariello nacque a Napoli l'8 settembre 1869 e, sebbene lavorasse fin da piccolo come aiuto sarto nella bottega del padre, coltivò sempre l'amore per il teatro e il canto. Frequentato solo per alcuni mesi l'Istituto di Belle Arti, a soli tredici anni cominciò a esibirsi come cantante. Firmò il suo primo contratto a diciotto anni e nonostante un fisico poco adatto al ruolo conquistò il pubblico con uno stile canoro sobrio e pulito che all'occorrenza diventava trascinante.

Dopo una lunga gavetta nei caffè di Napoli e nei teatri più scalcagnati, nel 1898 formò una sua compagnia con la quale girovagò in vari paesi, finché, nel 1902, ottenne il suo primo lavoro da attore a Milano, e fu la sua fortuna.

I migliori autori napoletani scrissero per lui, dai fratelli Giambattista ed Ernesto De Curtis a Ernesto Murolo fino a Libero Bovio, che insieme a Ferdinando Albano compose Zappatore, portata al successo nel 1928 da Pasquariello molto prima di Mario Merola.

Lanciò anche la notissima 'O surdato 'nnammurato di Enrico Cannio e Aniello Califano, pubblicata nel 1915.

Tra i suoi successi anche la popolarissima Balocchi e profumi di E. A. Mario, pseudonimo di Giovanni Ermete Gaeta - lanciata dal cantante al Teatro Eden di Napoli nel 1928 - Rundinella (Galdieri-Spagnolo), Quann'ammore vo' filà (Murolo-Tagliaferri), Mandulinata a mare (Califano-Buongiovanni) e Marechiare, musicata nel 1885 da Francesco Paolo Tosti su versi di Salvatore Di Giacomo.

In quel periodo le canzoni si lanciavano con le "copielle", fogli volanti sui quali venivano stampati i testi, e le "periodiche" rappresentavano i palcoscenici. L'inaugurazione del Salone Margherita (1890) coincide pressappoco con l'inizio della carriera di Gennaro Pasquariello, Elvira Donnarumma e altri.

Nel 1932 ebbe la nomina a Commendatore della Corona d'Italia e sposò Vincenzina Romeo, che gli diede quattro figli.

Ma Gennaro Pasquariello non fu solo un interprete, scrisse lui stesso canzoni o ne suggerì gli spunti agli autori a lui vicini, alternando macchiette comiche e travestimenti a melodie struggenti, e diventò con il suo spettacolo uno degli artisti più pagati d'Europa. Nel 1950, quando annunciò la sua ultima apparizione durante la Festa di Piedigrotta, era ancora famosissimo e benestante, ma l'inflazione del dopoguerra ridusse a niente le grandi somme accumulate nel corso della carriera. Ritiratosi a vita privata in una casa in via dei Mille, a Napoli, gli venne in aiuto una sottoscrizione aperta dalla Presidenza del Consiglio e un sussidio mensile della Società Italiana Autori Editori, con il quale sopravvisse fino al 26 gennaio 1958 quando morì, colpito da ictus cerebrale, circondato dai figli.


Galleria fotografica e stampa dell'epoca


Don Gennaro Pasquariello

Poter contare sulla presenza di Pasquariello , che fa il sarto e canta per diletto, quando Mimi Maggio è già in arte, vuol dire successo sicuro. Ma significa, anche, assumersi la responsabilità di non sfigurare, di non passare inosservati, tra gli sbadigli degli spettatori che attendono, naturalmente, il gran finale dello spettacolo, quello appunto riservato al canzonettista celebre e celebrato.

Di media statura, pancia e stomaco prominenti, faccione da napoletano gaudente. Pasquariello ha una voce sottile, su misura per le sue capacità interpretative ricche di controllata gestualità. Ferdinando Russo lo ha già proclamato “campione”.

«Dire che è il maestro delle canzonette è troppo poco. Più che il maestro lo si può chiamare l’ispiratore, l’animatore di questo genere d’arte nel quale non soltanto non ha rivali, ma non potrà avere continuatori. Lo imiteranno, e forse anche bene; però dovranno tutti prodigargli quell’ossequio che è merito dei sommi. Chi non può rassegnarsi ad accettare questo mio giudizio, non è un artista».

Già agli inizi degli anni Dieci, Pasquariello è il mattatore in assoluto delle scene della canzone, il “re delle serate d’onore” e i suoi cachet non scendono mai sotto alle mille lire per spettacolo.

Hanno sempre raccontato della sua avarizia, poco della sua parsimonia da formica che lo portava a tesaurizzare il più possibile, anche gli omaggi che gli venivano riservati dagli impresari teatrali per solennizzare le serate d’onore con le quali concludeva tutti i cicli di rappresentazioni in una piazza. Pasquariello, infatti, al posto degli omaggi in forma di quadri, soprammobili e altri pur costosi oggetti per la casa, si fa consegnare monete d’oro, «per qualche disgrazia del domani».

«Genna’, fatica, nun canta’!», gridavano dall’interno della bottega di sarto che affacciava su via Costantinopoli. Il giovane lavorante, seduto sull’uscio della bottega alle prese con la confezione di un gilet, fingeva di obbedire per riprendere di lì a poco, con gran gioia delle stiratrici di una vicina lavanderia, le sue prime ammiratrici.

Figlio di un negoziante di tessuti che lo aveva iscritto all’istituto di Belle Arti, sperando di farne un valente disegnatore, Gennaro si era fatto espellere, già a metà del primo corso, per scarso profitto conseguente a frequenti assenze ingiustificate. Allo studio, infatti, preferisce le periodiche e i festini di battesimo e matrimonio, le ribalte del suo rodaggio prima del debutto al Caffè Scotto lonno, il locale alla moda dove arriva dopo un duro tirocinio nel Caffè Allocca di via Foria.

Dalla Galleria Principe di Napoli, e dopo la successiva scrittura al Monte Maiella, il salto fino a Milano. E a Milano, dopo una serie di esibizioni, nelle quali interpreta romanze leggere, adatte alla sua voce di tenorino, senza incontrare travolgenti successi, decide di «mettersi una lacrima in gola» e di cantare motivi napoletani già diventati classici. È il trionfo, il primo dei suoi innumerevoli trionfi. Al ritorno a Napoli l'impresa Marino gli spalanca le porte del Salone Margherita. «Il suo numero», scrisse Giovanni De Caro dopo la morte di don Gennaro, il 26 gennaio del 1958, «costituiva il clou dello spettacolo. E dire che su quel palcoscenico si avvicendavano le “'vedettes” di allora, che si chiamavano Lina Cavalieri, La Tortajada, Yvette Guilbert, la Fougére, Clèo de Merode e la Bella Otero. Cantalamessa aveva scritto la irresistibile ’A risa che veniva eseguita anche dall’esilarante Nicola Maldacea.

Ma Pasquariello, artista dalle risorse originali e inesauribili, doveva imporsi anche nel genere comico. Quando compariva in palcoscenico in un’attillatissima e corta giacchetta a quadri e con la bombetta color tortorella, senza trucco che alterasse i suoi lineamenti espressivi, bastava la sorprendente mimica del volto e delle mani perché il pubblico si sbellicasse dalle risa. Restano celebri le sue interpretazioni di Nini Tirabusciò di Califano e Gambardella e di ’A casciaforte di Alfonso Mangione e Nicola Valente».

Pasquariello ha, spiccatissimo, quello che si chiama le phisique dii róle.

«Rivedo la sua figura un po' tozza», continua De Caro, «stagliarsi contro il fondale stereotipo dei teatri di varietà riproducente il panorama di Napoli con il Vesuvio fumante e il pino, o una terrazza sul mare d’argento. Così al Salone Margherita, come all’Umberto, all’Eden, alla Fenice e anche all’Eldorado e ai teatri all’aperto sull’amena collina del Vomero, oppure alla litoranea: il Flora Park, l’Alhambra Miramar».

Don Gennaro canta e vince sempre. Nel 1911 è già famoso, al punto da essere scritturato a Londra, una delle rarissime tappe estere della sua lunga carriera tutta vissuta in Italia, soprattutto a Napoli, da dove non ama muoversi. Stabilisce, per l’occasione, un eccezionale primato: è l’unico canzonettista ammesso nella prestigiosa, esclusiva Albert Hall. Per un lungo tratto di vita la carriera e i successi di Pasquariello procedono in parallelo con quelli di Elvira Donnarumma. I due artisti sono molto amici ancorché pronti a litigare, e a non parlarsi per settimane, prendendo a pretesto, il più delle volte, la dimensione tipografica del “nome a manifesto”.

Tra gli ammiratori più famosi di Pasquariello ci sono praticamente i più grandi artisti e letterati del suo tempo. Ma, su tutti, Leoncavallo, Toscanini, Bracco, Scarfoglio. Tosti, Puccini, Bovio. Gli vuole un gran bene anche il fratello della grande attrice Vera Vergani. Orio, giornalista e autore teatrale, che lo intervista più di una volta e, alla morte del cantante, lo ricorda sul Corriere della Sera con un articolo intitolato Dal fondaco alla popolarità.

«La memoria gli era rimasta inchiodata», scrive, tra l’altro, Vergani, «al tempo in cui, al tramonto dell’Ottocento, i suoi primi successi li aveva conosciuti in una specie di caffè-concerto milanese dove lo pagavano cinque lire al giorno, metà delle quali in natura, e cioè conteggiando nella paga un pasto di lire due e cinquanta che, ebbe a dirmi quando andai a trovarlo, in qualsiasi altra trattoria non sarebbe costato più di una lire e dieci».

Anche Vergani pesca nel mare dell’aneddotica legata all’avarizia di Pasquariello.

«Nelle quotidiane passeggiate in Galleria, Pasquariello chiedeva una sigaretta a ogni amico che incontrava. Non l’accendeva: la riponeva dicendo che l’avrebbe fumata dopo pranzo. Finiva a tornare a casa con una ventina di sigarette in tasca. Si scusava dicendo: posso essere sicuro domani di aver la forza di uscire di casa?... Arrivato in portineria, nella casa di via dei Mille, andava su, lentamente, a piedi, fermandosi a riprendere fiato ogni quattro o cinque scalini. Mi disse: esco di casa due volte al giorno, e ogni volta sono, per salire e per scendere, venti lire di gettoni, perché, lo avete visto, è un ascensore a moneta. Fate il conto: sono 1200 lire al mese...».

Nel 1955 Pasquariello parla a lungo della sua vita proprio a Vergani. nella casa in via dei Mille «assai grande e piuttosto polverosa, arredata con mobili in mogano di stile liberty, incrostati di decorazioni in bronzo, seduto a una scrivania dietro alla quale troneggiava, sulla parete, una sua fotografia grande due metri, assai più del naturale. Mi raccontò la sua vita: non negò di avere un po’ di risparmi: mi ripeteva sempre la solita frase: per qualche disgrazia del domani... Era di quei vecchi che hanno tutta l’aria di temere di poter trovarsi, da un giorno all’altro, “orfani”: che si considerano eterni, mentre i figli, e magari anche la Società degli autori, possono lasciarli “orfanelli” da un momento all’altro. Sotto al suo sorriso un po’ sfatto, si nascondeva la paura del domani. Aveva la vista ormai debolissima, e diceva: questi poveri occhi me li hanno bruciati i riflettori, spianati in faccia tutte le sere, mentre cantavo...

Aveva cominciato ad affaticarli da ragazzo, lavorando fino a tarda notte, a lume di candela, quando lavorava in una sartoria. In quel fondaco aperto sulla strada era stata scoperta la sua voce, leggera, fatta più di sospiri che di squilli. Da lì era partito per diventare il più famoso canzonettista napoletano, il piccolo emulo di Caruso, l’uomo che aveva due cuori, il primo in petto, il secondo in gola. Era stato il canzonettista più celebre d’Italia, ma aveva continuato a mangiare sempre in latteria. Aveva un segretario per badare ai contratti, alle musiche, ai rapporti con i maestri -era il tempo in cui le canzoni si compravano a forfait per cinque lire; il compositore, spesso non sapeva nemmeno suonare il pianoforte: faceva sentire la canzone zufolandola, mentre un pianista ne scriveva le note -, per fargli da interprete in viaggio, per badare alle valigie. Mi disse: gli pagavo il treno, dormiva in un letto nella mia stanza, mangiava con me.

«In latteria?», domandò Vergani. Pasquariello rispose serafico: «Certe sere anche in qualche cantina... Viaggi, vitto, alloggio, e in più gli davo trentacinque lire al mese».

Come nessuno cantava soprattutto Torna a Surriento. «Ma a Sorrento era andato una sola volta perché in battello non si fidava e in carrozzella costava troppo. Fino a pochi giorni prima della morte, benché curvo sotto il peso di ottantasei anni, e quasi cieco, appoggiandosi a un bastone, percorreva via dei Mille, via Chiaia, passava davanti al Gambrinus e raggiungeva, all’ora degli artisti, mezzogiorno, la Galleria. Andava al solito posto, dove si sono sempre ritrovati attori, cantanti, guitti, canzonieri e orchestrali, gente che vive di teatro e che aspetta di essere ingaggiata per spettacoli anche in paesetti di provincia».

«Don Gcnna’, buongiorno e salute»; l’ossequio di artisti di tutte le età al maestro di tutti, l’ultimo vero maestro di un mondo che avevano abitato e cantato Diego Giannini, Mario Massa, la Donnarumma, Gabrè, Maldacea, Luciano Molinari, Gino Franzi, Ettore Fiorgenti, Armando Gill, Viviani, Mario Mari, Papaccio, Vittorio Parisi, Rodolfo Giglio e Renata Carpi, Mimi Maggio. E l’immenso Peppino Villani, il primo comico napoletano che con Canzone guappa lanciò la moda del panama nelle interpretazioni di pezzi drammatici, da caposcuola di una lunga scric di cantanti. Villani, che aveva una grandissima ammirazione per Pasquariello, al quale, sosteneva, dovevano molto tanti tenori e cantanti sentimentali, essendo stato - lo raccontava a Francesco Cangiullo, che ne parla nel suo libro Novelle del Varietà - per la sua versatilità, «quello che nel varietà, tra una canzonetta comica e l’altra, impose il genere melodico cantato da un uomo, poiché prima che si provasse lui, il pubblico la melodia la voleva cantata dalla donna. Sì, vi era Diego Giannini, tenorino fresco e giocondo; ma questi, un poco passava come un’eccezione, e un po’ cantava nei ritrovi estivi, all’aperto, o dopo la commedia al Teatro Nuovo. Mai, o rarissime volte, fu scritturato in un vero e proprio programma canzonettistico».

Un giudizio tecnico autorevolissimo, quello del Villani su Pasquariello, perché Peppino Villani era valente, assai, nell’interpretazione di pezzi comici, ma non era da meno in quella di pezzi commoventi (Totonno ’e Quagliarella rimane per mezzo secolo il suo capolavoro). Figlio di un solista di corno dell’orchestra del Salone Margherita, Villani entra giovanissimo in varietà dopo aver debuttato, ancora bambino, al Teatro Nuovo per passare poi al Rossini, dove comincia a far coppia con la sua futura moglie, Marietta Tedeschi; spesso si esibisce con Elvira Donnarumma e in C’era una volta un lupo di Gioacchino Forzano gira l’Italia con una compagnia, in ditta con Maldacea. Tra le interpretazioni memorabili di Villani Nun facile ’o farenella, Santa Lucia a minare, Pardon, Il collegiale, Signora mia, LUI Kangy, ’O sculariello, ’O caffettiere, ’O cucchiere, Si sferro faccio ’o pazzo, una galleria di tipi resi da macchiettista che sapeva annullare la quarta parete per stabilire con il pubblico un dialogo sempre intenso.

Nino Masiello


Comincerò dalle generalità, come pel foglio di censimento: sono nato a Napoli nel 18... (macchia d’inchiostro) da Giuseppe Pasquariello e da Maria Catello, napoletani tutti e due.

Mio padre era negoziante-sarto e vendeva abiti a serie. Anche mio zio tagliava cappotti e “doppiopetti”, ed entrambi avevano deciso del mio avvenire designandomi a loro successore. Ma il papà propone ed il figlio dispone! Fin da giovanetto detti evidentissimi segni di avversione per l’ago e le forbici, denunziando spiccata tendenza a cantare canzonette napoletane, in piena fioritura in quegli anni beati. Lavoravo senza entusiasmo zufolando motivetti di attualità e carezzavo nel mio cuore il sogno di poter, un giorno, calcare le scene. Avrei avuto successo? Una segreta voce rispose affermativamente, ed i battimani dei compagni, che, quando accennavo qualche canzoncina, stavano ad ascoltarmi attenti ed ammirati, mi incoraggiarono. In quell’epoca, la “periodica” era di gran moda. Partecipavo ogni sera, si può dire, a quelle tipiche riunioni familiari dei salotti piccolo-borghesi che restano ancora oggi il ricordo più dolce della mia vita di ragazzo. C’era obbligo da parte dei convitati “dotati” di esibirsi nei ruoli più strani e fare sfoggio di virtù più o meno autentiche: la solita ragazza al piano, il solito professore di ginnasio declamatore di aulici versi, il chitarrista o il mandolinista, la cantante che aspirava agli onori di Gilda o di Violetta..., ed i non meno soliti e sciocchi giuochi di società. Io canticchiavo, ma ero ascoltato con attenzione.

I primi applausi mi trascinarono come in paradiso. Mi sentii beato. Orgoglioso del mio primo successo, orgoglioso di essere ricercato, adulato, pregato, più che mai annoiato di dover tornare ogni mattina alle mie forbici ed ai miei aghi, decisi di saltare la barriera, mi feci coraggio, abbandonai il negozio ed andai per la “mia” strada. Strada assai stretta, a giudicare dalla prima scrittura in un localino (il caffè Allocca) posto all’angolo di via Costantinopoli (una sala lunga, grigia e soffocante, pochi tavoli in fila, una pedana grande quanto una cattedra, un pianoforte e dei buoni gelati). Paga: tre lire giornaliere. O' pumpiere, Penna riale, Uocchie a mennola, in gran voga allora, decisero del mio avvenire. Rotondetto come un vaso cinese, sbarbatello e paffutello, sembravo piuttosto tagliato per le canzoni comiche, ma sapevo trasformarmi, far dimenticare il mio fisico, quando in me cantava il cuore e la melodia mi trascinava. Le ragazze mi sorrisero. Il pubblico mi prese in simpatia, passò la voce...

Venne a sentirmi Davide Petito (fratello del celebre Pulcinella Antonio Petito), e mi scritturò in qualità di generico nella sua Compagnia di prosa dialettale che razzolava da un paese all’altro, precorrendo il Carro di Tespi, ma senza fortuna. C’era miseria per tutti, e sarei morto di fame se mio padre non mi avesse aiutato con qualche rimessa postale. (Si era placato. Aveva capito che non avrebbe potuto costringermi a vestire manichini ed a vendere stoffe ai provinciali.)

Tuttavia ero nei guai, e vi lascio immaginare con quanta gioia accolsi la proposta di Don Gennaro Pantalena, il quale mi volle con sé al Nuovo. Famoso il teatro napoletano (distrutto quattro anni or sono dal fuoco), famoso il Pantalena. I critici mi dedicarono qualche attenzione, e Eduardo Scarpetta, il più illustre e fortunato attore di quei tempi, mi fece l’onore di offrirmi una scrittura nella sua formazione, per riesumare, disse lui, la vecchia maschera del buffo barilotto (nel senso dialettale, barilotto vuol dire pingue, ed io rispondevo pienamente al fisico del ruolo); ma rifiutai perché Scarpetta, assai poco generoso nelle paghe, era troppo severo, se non tiranno, con i comici. Anche Leopoldo Mugnone mi onorò in quel tempo della sua attenzione, proponendomi addirittura di debuttare nelle opere buffe. L’insigne maestro mi voleva sinceramente bene e sognò per me un successone. Anche a lui dissi di no, perché avevo paura di affrontare un compito di tanta responsabilità; ed anche perché, dopo due anni di anonimato, aspiravo a liberarmi dalle briglie del capocomico ed essere io, io solo.

Riassumerò ora gli avvenimenti milanesi. La prima volta che mi esibii a Milano fu al Varietà Unione (otto lustri or sono), scritturato per un mese dalla vedova Verri con la ricca paga di diciotto lire giornaliere. Il debutto fu un vero fiasco. Neanche un applauso. Rientrai tra le quinte scoraggiato e mi sentii più che mai avvilito quando, più tardi, l’impresaria mi intimò l’ultimatum: “Potrei protestarvi su due piedi. Giovanotto, voi non sapete far ridere neanche le galline, ed il meglio che vi resta da fare è tornare a casa. Vi terrò ancora dieci giorni con la paga ridotta di otto lire, per darvi tempo di trovare lavoro e, poi, dietro front.”

Non drammatizzai. Mi resi conto che ai milanesi, non avvezzi al dialetto napoletano, era sfuggito il significato delle mie canzoni, e mi feci in quattro per farmi capire. Come fu, come non fu, in quei dieci giorni mi combinai il pubblico, e la illustre signora Verri mi fece l’onore di rimettermi in paga, elargendomi, per giunta, un pranzo gratuito giornaliero (allora c’era obbligo di consumare i pasti nel ristorante del teatro).

Ero stato scritturato per trenta giorni. Restai all'Unione tre mesi e mezzo e seppi conquistarmi anche la simpatia dei camerieri, che andavano a gara per servirmi, permettendomi di soddisfare le tiranniche esigenze del mio stomaco. Feci insomma come il cammello: a mezzogiorno larga provvista ed a sera un caffè e latte. Fu forse allora che ebbe origine la mia fama di avaro.

La canzone napoletana, che ebbe prodigioso sviluppo nella prima metà del secolo scorso, quando i Borboni consentivano ai napoletani una sola libertà: quella di cantare con spensieratezza e passione, tra un piatto di vongole ed una gita in barca allo scoglio di Frisio, non deve esser confusa con l’ordinaria produzione tradizionale: essa aveva una forma propria, ben delineata, era, insomma, qualcosa di completo, e ciò spiega perché quei dotti compositori di musica strumentale (da Cajkovskij a Strauss, a Charpentier) che si sono valsi dei motivi di queste amabili canzoni per costruire sontuosi edifici sinfonici, abbiano avuto, di regola, un successo assai modesto: essi, in sostanza, non fecero altro che frantumare nitidi e solidi gioielli di arte popolaresca e poi utilizzare alla meglio quei frammenti, foggiando collane o componendo mosaici di gusto discutibile. La canzone napoletana non sopporta manipolazioni, né vani abbellimenti, ma deve esser presa così com’è stata creata. Ciò non vuol significare che si debba rifiutare ogni evoluzione (anche i gusti del pubblico sono mutati), ma ammonisce a non abbandonarsi a male intese modernizzazioni.

Mai dimenticherò una famosa sera del 1930 in cui tutta Napoli accorse ai Giardini reali per la “Sagra della canzone” ideata e promossa da Filippo Criscuolo. Vennero ricantate le vecchie canzoni con i cori e l’orchestra del San Carlo; tra di esse, vari autentici capolavori di melodia sospirosa: musiche caratteristiche e geniali che avevano fatto delirare, trenta o quarant’anni prima, il popolo napoletano e che poi si diffusero in tutto il mondo ad attestare della inesauribile fecondità della nostra gente nel campo della melodia cantabile. Nel vecchio repertorio vennero scelte, con fine discernimento, alcune decine di canzoni che riascoltammo e cantammo con un senso acuto di gioia misto a rimpianto. Alla Sagra arrise un successone. Ai ritornelli di alcune canzoni, note ed amate, fece eco il pubblico. Bissai, trissai Marechiaro e A Serene, e Maldacea, nelle vesti femminili di Lili Cangi, fece sbellicare il pubblico dalle risa.

E col vecchio repertorio tornarono in onore — di dove? — i divi di ieri: Maldacea, l’indimenticabile Elvira Donnarumma, Peppino Villani ed il sottoscritto, che un tempo, con più fresca voce, avevano modulato le stesse canzoni.

Passarono degli anni. Venne la ventata novecentesca. Bovio, Murolo, Nicolardi, Mario, Valente, Falco, Laura, Colonnese, Tagliaferri, difendendo la tradizione, rifiutarono patteggiamenti osceni ed ancora oggi tengono alte le insegne della canzone napoletana che, malgrado ogni nera previsione, sopravvive per la gioia di chi sa ascoltarla.

Gennaro Pasquariello


Discografia parziale

78 giri

1924: 'O libro 'e l'ammore/'O belvedere (Phonotype, 4174)
1924: 'Vide Napule/Appassiunata (Phonotype, 4175)
1924: 'Le donne son così/Quanno 'o bene è overo bene (Phonotype, 4176)
1924: 'Staie pe' te perdere/Canti del villaggio (Phonotype, 4193)

Curiosità

Insieme a Salvatore Papaccio e a Vittorio Parisi, era noto per essere una delle tre "P" della canzone napoletana.

Onorificenze

Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia — 1932


Riferimenti e bibliografie:

  • Ettore De Mura, Enciclopedia della canzone napoletanaNapoli, Il Torchio, 1969.
  • Pietro Gargano e Gianni Cesarini, La Canzone NapoletanaMilanoRizzoli editore, 1984.
  • Autori Vari (a cura di Gino Castaldo), Dizionario della canzone italianaArmando Curcio Editore, 1990.
  • Salvatore Tolino, Mostra storica permanente della Poesia, del Teatro e della Canzone Napoletana, Istituto Grafico Editoriale Italiano, 1999.
  • Gennaro jr. Pasquariello, "Mio nonno Gennaro. La vicenda artistica di Gennaro Pasquariello nella storia della canzone napoletana", Editore: Gallina, 1999.
  • Salvatore Palomba e Stefano Fedele, Le Canzoni di NapoliNapoliL'Ancora del Mediterraneo, 2009.