L'UOMO, LA BESTIA E LA VIRTÙ

La capitale della Francia è Vienna, attraversata dal fiume Po che si getta nel Mar Nero, bagnando Palermo, capitale dell'Italia settentrionale. Non c'è male, ti darò nove.

Paolino De Vico
Inizio riprese: gennaio 1953 - Autorizzazione censura e distribuzione: 2 maggio 1953 - Incasso lire 256.850.000 - Spettatori 1.955.761


Scheda film

Titolo originale L'uomo, la bestia e la virtù
Paese Italia - Anno 1953 - Durata 102 min - Colore - Audio sonoro - Genere comico - Regia Steno - Soggetto Luigi Pirandello - Sceneggiatura Vitaliano Brancati, Steno - Produttore Carlo Ponti - Fotografia Mario Damicelli - Montaggio Gisa Radicchi Levi - Musiche Angelo Francesco Lavagnino, Pier Giorgio Redi - Scenografia Mario Chiari


Totò: Paolino Lovico - Viviane Romance: Assunta Perella - Orson Welles: Il capitano Perella - Mario Castellani: il dottore - Franca Faldini: Mariannina - Clelia Matania: Grazia - Giancarlo Nicotra: Nonò - Rocco D'Assunta - Italia Marchesini

Soggetto, Critica & Curiosità


1953luomo-la-bestia-e-la-virtuSoggetto

Il Paolino (Totò) maestro di una scuola elementare nei dintorni di Napoli appare scostante e nervoso da un po' di giorni ed i suoi amici e conoscenti non se ne spiegano il motivo. L'uomo è l'amante di Assunta (Viviane Romance), madre di un suo alunno e moglie del rozzo capitano Perrella (Orson Welles), e scopre che dalla loro relazione clandestina la donna è rimasta incinta. Paolino ed Assunta cercano il modo di nascondere l'adulterio attribuendo al capitano la paternità del figlio di cui Assunta è in attesa. La cosa sembrerebbe facile, dal momento che Perrella sta rientrando dal suo ultimo viaggio, ma il capitano, a sua volta, ha un'amante e non prova più alcuna attrazione per la moglie. Paolino decide quindi di architettare un piano per spingere Perrella a passare una notte d'amore con Assunta...

Critica e curiosità

La lavorazione, nei primi mesi del 1953, è surreale. Totò e Welles mostrano di rispettarsi l’un l’altro ma la Romance fa la diva, cerca di primeggiare, nasconde i comprimari dietro grandi fazzoletti; sul set si è portata dietro il marito, Jean Josipovici, che ottiene di figurare tra gli sceneggiatori e sul set angoscia tutti con i suoi suggerimenti; Totò lo ribattezza Pallesecche, e il nomignolo viene subito adottato dall’intera troupe.

La Ponti -De Laurentis con questo film decide creare una produzione internazionale e chiama accanto a Totò due stelle mondiali, anche se oramai in declino, come Orson Welles e Viviane Romance. Il film viene girato in Gevacolor, probabilmente più adatto del Ferraniacolor ad un mercato internazionale.

Del cast fanno parte Carlo Delle Piane e il piccolo Giancarlo Nicotra, futuro regista televisivo, segretario di edizione è il giovane Sergio Leone. All'uscita nelle sale il film crea non pochi malumori, i critici non apprezzano l'accostamento Totò - Pirandello gridando alla lesa maestà tanto che gli eredi dello scrittore siciliano chiedono ed ottengono poco dopo il ritiro della pellicola dalle sale. Alla scadenza dei termini di legge, nel 1993, il film ritorna alla luce ma la copia originale è ormai dissolta, dei colori dell'originale in Gevacolor non resta nulla, la copia attualmente in circolazione è infatti in bianco e nero.
Questo film è effettivamente tratto dalla commedia omonima che Luigi Pirandello scrisse nel 1919", ma la trama viene in parte snaturata e il finale è diverso.

Welles, che durante le riprese del film pensa a mille altri progetti (e durante un giorno di pausa comincia a girare Mr. Arkadin), allunga i tempi per farsi pagare la pro-rata, lo straordinario. Da vecchio volpone, s’incolla male il barbone finto per costringere i truccatori a interrompere le riprese e guadagnar tempo. Totò, che ha capito l’inghippo, ci scherza su: “Barba a ponente pro-rata crescente”. Il produttore Carlo Ponti, che tira al risparmio, si rifiuta di pagare oltre, e Welles, due o tre giorni prima della fine delle riprese, si dilegua. Ricorda Lucio Fulci: “Lasciò una lettera nella quale ringraziava Steno, me, Leone e poi faceva seguire una sfilza di ‘Son of Bitch e Fuck You indirizzata ai produttori. Girammo il resto del film con la controfigura”.

Alla fine risulterà un'opera segnata dalla sfortuna: l’impasto cromatico del Gevacolor risulta troppo squillante; la critica è negativa, la prima a Cannes salta, gli incassi sono deludenti. E gli eredi di Pirandello, offesi dal trattamento riservato alla commedia (secondo Fulci, Ponti non avrebbe pagato loro i diritti d’autore), ottengono il ritiro della pellicola, che rimarrà embargata fino al 1993, alla scadenza dei termini di legge.


Così la stampa dell'epoca


«Una sera di tanti anni fa, mentre si rappresentava in un teatro romano L'uomo, la bestia e la virtù di Pirandello, Paola Borboni, nelle succinte vesti della Signora Perella, offrì involontariamente agli spettatori qualcosa di più di una bella interpretazione, qualcosa che il pubblico non si aspettava, ma che seppe gradire moltissimo. Nel corso di una scena assai movimentata, s'era staccata una bretellina della sottana dell'attrice e un seno roseo aveva fatto la sua festosa apparizione, salutato da un applauso a scena aperta. [...] Dopo quella sera l'affluenza del pubblico era raddoppiata e sul botteghino era riapparso il cartello «tutto esaurito», poiché gli spettatori correvano a teatro nella speranza di godersi un numero fuori programma che mai più si sarebbe ripetuto. [...] Quel piccante e imprevisto incidente di scena [...] creò più tardi, intorno alla farsa di Pirandello, un misterioso profumo di frutto proibito. [...] Le autorità del tempo cercarono sempre di sconsigliarla alle compagnie sovvenzionate, quasi si trattasse di uno spettacolo carico di esplosivi sottintesi: poi l'incidente fu dimenticato o diventò leggenda e da leggenda fece presto a trasformarsi in storia, fino a inserirsi idealmente, per sentito dire, nelle pagine del copione. Così per molti anni, chiunque sentiva parlare dell'Uomo, la bestia e la virtù, non poteva fare a meno di pensare automaticamente alla bretellina della signora Perella e a una combinazione di seta trasparente e traditrice. Questa storia della bretellina ha fatto anche il giro delle società cinematografiche: e ogni volta che i produttori pensavano a un'eventuale riduzione della commedia di Pirandello, un seno terribile e ammonitore giganteggiava davanti ai loro occhi, fino a terrorizzarli; L'uomo, la bestia e la virtù diventò presto «la commedia del seno», bella ma impresentabile; ivertentissima, ma scollacciata; intelligente, ma scabrosa; sconsigliabilissima, specie ora che la parola «seno» - anche se con chiaro riferimento geografico - sta per diventare sinonimo di peccato mortale.»

Italo Dragosei (Tra l'uomo e la bestia in pericolo la virtù, «Festival», n. 9, 28 febbraio 1953.)


«[...] Il regista ha abbandonato Totò ai suoi peggiori istinti, rinunciando ad esercitare la benché minima funzione di guida [...] Per circa due terzi il film segue con apparente ossequio il testo teatrale, ma cercando solo di spremere da esso i più bassi effetti comici di cui può essere suscettibile [...] Che gli eredi di Pirandello abbiano permesso un simile arbitrio, il quale riduce l'apologo a una disgustosa pochade, non è molto edificante [...]»

Giulio Cesare Castello ("Cinema" Milano, 30 aprile 1953)


«[...] Il film non rispetta Pirandello, tuttavia Steno ha fatto il possibile per dare al racconto un arguto e salace sapore sfruttando il pittoresco ambiente di un borgo amalfitano, i divertenti effetti comici diversivi e le personali, irresistibili risorse di Totò, al quale, pur dando al maestro una nevrastenia che non risponde all'umile rassegnazione del personaggio pirandelliano, ha tratteggiato una gustosa figura di pasticcione intrigante [...]»

Ermanno Contini, «ll Messaggero, Roma, 10 maggio 1953


«[...] Assai intelligente era anche la scelta di Totò e Orson Welles per l'interpretazione dei due personaggi principali [...]. Si deve dire che tuttavia Totò e' un interprete molto bravo e [...] in definitiva il film strappa più di una sincera risata [...]»

Tommaso Chiaretti


«[...] Questo elenco acquista oggi un nuovo titolo "L'uomo la bestia e la virtù", realizzato dal regista Steno con Orson Welles, Viviane Romance e Totò, a colori.[...] Il regista Steno ha puntato esclusivamente sugli elementi farseschi dell' opera teatrale. Vi è stato costretto anche dalla scelta di uno degli interpreti principali, che è Totò nel personaggio del professorino innamorato della moglie del violento e nerboruto lupo di mare. [...]»

"Il lavoro illustrato" n. 20 Roma 17/24 maggio 1952



Novelle Film, 16 maggio 1953


Cinema n.108, 1953

Totò e Orson Welles: una coppia assolutamente inedita e senza dubbio sensazionale. Il turbolento attore-regista americano è stato scritturato da una casa cinematografica italiana per interpretare il film "L'uomo,la bestia e la virtù". La bestia è appunto Welles, l'uomo è Totò, e la virtu' e' l'attrice francese Viviane Romance. Il film è tratto dal'omonima commedia di Pirandello e dal racconto che questi scrisse prima della commedia ("Richiamo all'ordine"). Si tratta , com'è noto, di una storia amaramente boccaccesca: un impiegatuccio di provincia è l'amante della moglie di un capitano di mare e per giustificare una maternità peccaminosa deve forzare il marito-bruto all'amor coniugale. Una prova di grande impegno dunque e di grandi rischi, per tutti.


I documenti

Io ero “la Bestia”, e “l’Uomo” era un comico italiano di nome Totò, che sosteneva di essere diretto discendente di qualcuno tipo Carlo Magno; lo chiamavano “Sua Altezza” perché sosteneva anche di essere un principe. Magari lo era. Era buffissimo: “Pronti per la prossima scena, Altezza”, dicevano; lui entrava sul set e gli tiravano una torta in faccia. Viviane Romance era “la Signora”. Passava le sue giornate cercando di nascondermi all’obiettivo con certi suoi lunghissimi fazzoletti. [...] Non saprei come descrivere il film; era talmente strano. [...] Il marito di Viviane Romance, un egiziano, scriveva il dialogo per la moglie, e senza la minima relazione con Pirandello, col principe Totò, o con me. E poi lei parlava in francese. Il principe e io parlavamo in italiano, e il dialogo non aveva il minimo senso. Non c’era alcun nesso.

Orson Welles a prosposito del film "L'uomo, la bestia e la virtù", 1953


Durante la lavorazione, un giorno Welles mi disse: “Ma che c’entro io tra un napoletano e una francese in questo lavoro?". Allora io gli chiesi perché aveva firmato il contratto, e lui ribattè: “Per fame, ecco perché”. Comunque, non mi creò mai dei problemi, non tentò mai di interferire. Anzi, ero io che a volte gli chiedevo un consiglio. Un giorno, finalmente mi suggerì qualcosa e poi aggiunse subito: “Ricordati che non bisogna mai dare retta a quanto suggeriscono gli attori”. Al termine di una scena, si ritirava invariabilmente in camerino. Mi sembra stesse scrivendo qualcosa su Moby Dick. Quando eravamo pronti per girare e si doveva chiamarlo, cercavano tutti di evitare il compito di disturbarlo, perché ne avevano un sacro rispetto. Ha sempre avuto un atteggiamento da gran signore. È uno di quei registi che, quando lavorano come attori per un altro regista, si comportano da ospiti e non da padroni [...] Fu Ponti a incaponirsi nell’idea di L’uomo, la bestia e la virtù, forse perché Pirandello gli dava la possibilità di avere dei grossi attori come Welles e Viviane Romance. Fu un tentativo di cast internazionale che in realtà non funzionò. Ne risultò un film ibrido. Comunque, io la sceneggiatura la feci con Brancati; non è che mi permisi delle cose a vanvera ma mi affiancai il più grosso sceneggiatore e scrittore siciliano, che certo era profondo in Pirandello.

Steno


Lo dissi fin dall’inizio che era un’operazione sbagliata. Lo sceneggiammo io e Brancati. Totò non lo voleva fare, ma aveva il contratto con Ponti e De Laurentiis e non poteva tirarsi indietro. Era una fissazione di Ponti. Non aveva mai funzionato in teatro, perché doveva funzionare in cinema? Costò un sacco di soldi, e non fece una lira. Con le grane e le rotture di scatole che ci furono nel girarlo, soprattutto per via del marito della Romance, che la troupe chiamava Pallesecche. E lei pure non scherzava. A Welles chiesi una volta: “Ma perché hai fatto 'sto film?". “Perché sono ‘desperato’”. Difatti era dovuto scappare da Hollywood dopo La signora di Shanghai. Siccome il film fece perdere un sacco di tempo a tutti, Ponti non gli diede la prorata e Welles se la squagliò pochi giorni prima della fine della lavorazione. Non ne poteva più, continuava a scappare. Cominciò in quel periodo l’amore per la Mori, dopo i disastri con la Padovani durante l'Otello. Tra Welles e Totò i rapporti erano buoni. All’inizio Ponti diceva: “Che succederà con Totò?”. E io: “Totò se lo magna dopo due minuti”, e infatti nel film fu proprio così, e finì che Welles faceva la spalla a Totò, gli dava il pretesto per i suoi lazzi. Welles voleva recitare in italiano. Totò: “Meglio in inglese, lo capisco meglio!”. Povero Totò. Mi ricordo in macchina, io e lui, fermati a Trastevere da un mucchio di gente che gli diceva: “Totò, facce ride’!”. E lui: “Non ne posso più, sapeste come non ne posso più!”. Era un personaggio triste, Totò. A Napoli, poi, girare con lui era impossibile.
Welles mi trascinava spesso con sé, in giro. La notte era capace di mangiarsi una quarantina d’arance. Aveva un appartamento a Napoli e da una parte c’era la Mori, dall'altra c’era lui che scriveva, lavorava tutta la notte sui film che pensava di poter fare. Girò addirittura un pezzetto di Mister Arkadin, allora, in mezzo a noi, proprio a Napoli. Una notte prese il comando di una nave all’una, guidando lui personalmente, con Steno che ci aveva il mal di mare! Campava di arance. Una sera ne contai quarantasette, mi terrorizzava. Carico di debiti! Quando lasciò Napoli scappando, le sue valige vennero messe all’asta. Welles sosteneva, per tornare a Totò, che fargli fare quel personaggio che lui definiva - mi ricordo benissimo perché scrisse una specie di relazione per Steno su questo - “sinistro e ignobile”, a un comico come Totò era un errore clamoroso. Una relazione di sessanta pagine, in inglese, per Steno su questo film, che fu tradotta da una segretaria, e chissà se Steno l’ha conservata. E finiva dicendo: “Ma perché facciamo questo film?”

Lucio Fulci



Cinema, 1954 - Filmografia ragionata di Luigi Pirandello

Ma che c’entro io con Pirandello? E poi Steno, che c’entra Steno?”, continua a ripetere Antonio de Curtis a Ponti e De Laurentiis che sono venuti fino in casa per convincerlo. “Principe, voi non dovete mettervi paura, voi siete grande, voi siete un genio che risolve tutto...”, lo blandisce De Laurentiis. “I geni e i grandi stanno nelle enciclopedie e sulle lapidi”, lo zittisce gelido l’attore. “Io preferisco leggerle


Cosa ne pensa il pubblico...


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I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • Di certo è uno dei titoli meno divertenti interpretati da Totò, ma proprio la serietà di fondo -raramente attribuita dalle sceneggiature al bravo e versatile attore- ispirata dallo scritto di Pirandello e co-sceneggiata da Fulci e Steno, lo rendono un gradino superiore alla pletora di commedie recitate dal Principe. Le brave spalle di contorno (l'immancabile Castellani, un irriconoscibile Carlo Delle Piane e la graziosa Franca Faldini) vengono affiancate da una presenza d'enorme carisma: Orson Welles. Ottimi i dialoghi, come la regia di Steno.

  • Alla fine l'alchimia fra Totò, Orson Welles e il testo di Pirandello funziona proprio, e il film scorre piacevolmente, in maniera intrigante e offrendo scorci suggestivi della bella location. Insomma, una commedia ben fatta e ben recitata, soprattutto dall'attore napoletano, misurato al punto giusto e capace di dare la graffiata comica quando serve. Il vero problema è la riduzione dell'opera teatrale, ridotta a farsa coniugale e mondata del cinismo originale, fino a un finale accomodante e "democristiano" che mal si adatta all'autore siciliano.

  • Per l’entrata in scena di Welles e i suoi duetti con Totò – un incontro del secolo - bisogna attendere metà film, ma anche prima non ci sia annoia perché il Principe tiene banco con le sue mimiche e battute proverbiali. Il testo di Pirandello si riduce a canovaccio per una sorta di farsa casalinga, il cui valore cinematografico è comunque indubbio per la scioltezza del racconto, l’amena location (la casa in riva al mare), i due giganteschi protagonisti e le felici caratterizzazioni di contorno. Fulci cosceneggia; Sergio Leone è segretario di edizione.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Paolino in ritardo a scuola e il preside ; il pranzo; la torta.

  • Molto bistrattato alla sua uscita non è certamente il miglior film del principe della risata ma nemmeno il peggiore. La storia, ripresa da Pirandello, scorre via veloce senza intoppi e le interpretazioni sono dignitose (anche se Orson Welles era ormai in declino). Peccato che rispetto all'opera dello scrittore agrigentino sia tutto più edulcorato e meno corrosivo a causa di Steno, che annacqua completamente la ferocia antiborghese del testo d'origine.

  • Apologo in chiave farsesca dell'omonima commedia di Pirandello, che conserva la solidità del testo di partenza nonostante la presenza di Totò le conferisca un taglio più disimpegnato. È piacevole e senza cadute di stile e si avvantaggia della splendida località marina di Cetara dove è stato girato. È ben diretto, ma particolare, con Totò che si trova a recitare un soggetto alquanto audace, che tratta un tema sicuramente scabroso per la società di allora.

  • Uno dei film meno conosciuti di Totò. Tratta da un lavoro di Pirandello, sceneggiata da Brancati, questa acre opera di Steno ben si amalgama in un’operazione meticcia, in un prodotto ibrido ma appassionato, ricco di un fertile conflitto tra materiali eterogenei. Steno, re della farsa, incontra il colto Pirandello, il “guitto” Totò recita alla pari con il mostro sacro Orson Welles; Totò si dimostra un attore di grande talento drammatico e sa far coesistere armoniosamente nello stesso personaggio cinismo e lazzi, giochi linguistici e un tocco di macabro.

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L'UOMO, LA BESTIA, TOTO' E PIRANDELLO

1953-Luigi-Pirandello"L'uomo, la bestia e la virtù" (1953) ha avuto una sorte piuttosto singolare. Si tratta, infatti, molto probabilmente, del film meno visto del principe della risata. La pellicola, infatti, fu ritirata dalle sale cinematografiche subito dopo la sua uscita su richiesta degli eredi di Pirandello, i quali rimasero scandalizzati di come l’opera del loro congiunto fosse stata completamente stravolta.
Per questo motivo il film sparì totalmente dalla circolazione per circa quarant’anni fino a quando, in occasione del Natale 1993, una volta superate le questioni riguardanti i diritti d’autore, la RAI lo trasmise in televisione per la gioia degli amanti di Totò e di tutti gli studiosi che per decenni avevano cercato, inutilmente, la pellicola. Purtroppo però il negativo originale a colori, girato con la tecnica Gevacolor di provenienza belga, risultava ormai rovinato in maniera irrimediabile, tanto che ancora oggi ne circola una versione in bianco e nero.
A prescindere dalle polemiche scatenate dall’opera, va effettivamente detto che sebbene le storie siano piuttosto simili da un punto di vista narrativo (fatta eccezione per il finale più accomodante della versione cinematografica di cui parleremo tra breve), profondamente diverso è invece il tono con cui le vicende vengono raccontate.
L’iniezione di veleno dell’opera pirandelliana, che lo stesso scrittore agrigentino considerava una delle più feroci satire che siano mai state scritte contro l’umanità ed i suoi valori astratti, viene, infatti, profondamente annacquata dal regista Steno che, pur dando vita ad un lavoro più che dignitoso, spinge un eccessivamente sul pedale del farsesco e gioca un po’ troppo coi doppi sensi, diluendo così quasi del tutto il registro fortemente grottesco e satirico di cui era notevolmente intriso il testo originario. Sotto questo aspetto va detto che ancora oggi appare particolarmente maldestro l’ipocrita lieto fine che il produttore Carlo Ponti impose alla pellicola, snaturando in questo modo completamente il testo pirandelliano che si concludeva con la riuscita del piano del professore e col trionfo di una “virtù” del tutto apparente e non certo veritiera. Nel film invece il piano del professore riesce: ma non grazie alle proprietà della torta “afrodisiaca” quanto invece perché il marito è tornato a nutrire per la moglie sentimenti di vero amore.

1953-Orson WellesInsomma, dalla fustigazione dell’ipocrisia e del perbenismo borghese che erano i tratti caratteristici del testo pirandelliano, si passa ad un senso completamente opposto.
Anche dal punto di vista della costruzione dei personaggi va detto che le due opere risultano piuttosto diverse: ancora una volta la pellicola smorza notevolmente la carica forte, bestiale ed animalesca che a detta dello stesso Pirandello avrebbero dovuto avere i suoi personaggi sulla scena. Forse sotto questo punto di vista sarebbe stato meglio lasciare Totò a briglia sciolta, libero di costruire un personaggio più aggressivo e sgradevole e meno caricaturale e macchiettistico come avviene nella pellicola. In questo caso, invece, il principe della risata risulta piuttosto sobrio e misurato, non inventa nulla, non improvvisa, dando vita ad una interpretazione piuttosto formale e del tutto fedele al copione. Ineccepibile quindi da un punto di vista tecnico ma a nostro avviso poco incline a suscitare emozioni. Forse Totò pagò lo scotto di trovarsi al cospetto di una leggenda del cinema come Orson Welles e quindi preferì seguire con precisione le direttive della sceneggiatura e quelle di Steno. Non molto convincenti anche il personaggio del capitano, interpretato da Orson Welles, e quello della moglie (Viviane Romance): entrambi troppo piatti e stereotipati per suscitare vere emozioni nello spettatore. In definitiva ci troviamo dinanzi a personaggi che sono delle copie un po’ troppo esangui del testo teatrale pirandelliano.

Dopo questo film Totò girò un altro film tratto da Pirandello (più precisamente un episodio del film Questa è la vita, in cui interpretava il famoso personaggio di Chiarcaro protagonista della celeberrima novella pirandelliana dal titolo “La patente”). Da allora, visti i risultati non troppo lusinghieri delle due pellicole e soprattutto viste le disavventure del film da noi analizzato, l’attore napoletano non prese più parte a pellicole tratte da lavori dello scrittore agrigentino, forse anche per evitare ulteriori problemi con i suoi eredi.


L'uomo, la bestia, la virtù

Cineracconto di Novelle Film

Anche quel mattino il professor Paolino Lovico arrivò a scuola in ritardo. Schizzò di volo dal portone della sua tetra casa, corse a perdifiato per le straducole del paese, con il cappotto nero e lugubre che svolazzava alle sue spalle dandogli l’aspetto di un pipistrello; passò di gran carriera dinanzi alla farmacia del suo carissimo amico Saro e nemmeno si distolse dalla corsa per rispondere al di lui saluto. Ciononostante, arrivò a scuola con ben tre quarti d'ora di ritardo. Il bidello, sorridendo sornione, gli comunicò che nella sua classe si era recato a tener lezione il Preside in persona. Lovico sorrise agro. Restò qualche istante fermo, davanti alla porta dell’aula, timoroso per l’intemerata che sicuramente il Preside gli avrebbe rivolto. Infine si fece animo e bussò. Aprì il Preside, che lo fissò con occhi incandescenti.

« E bravo, professore... », cominciò il Preside, « anche stamattina... E così per tre giorni di seguito! Sentiamo, sentiamo un po’ che cosa è accaduto stamane... ».

«Cose terribili! Cose terribili!», bofonchiò Lovico, smarrito.

« L’altro ieri si è svegliato con la casa allagata, ieri con il gatto che non sapeva scendere dal letto... Oggi che è stato? », proseguì i‘l Preside,

« La serva... », mugolò Lovico.

« La serva? »

« Si è avvelenata... »

« Per amore, immagino », disse il Preside, ironicamente.

«Oh!... Per fortuna... sono arrivato in tempo... sa... »

« Lei deve arrivare in tempo a scuola! », sbottò il Preside. « Soltanto a scuola! Lei è sempre l'ultimò ad arrivare... ». Parve cercare nuove parole più cocenti, ma invece s'interruppe e fissò gli occhi stralunati dietro il professar Lavico. « E tu, arrivi adesso? »

Paolino si voltò e scorse il piccolo Nonò Perella, che avanzava calmissimo lungo il corridoio.

Il bambino si fermò a pochi passi dal Preside e disse: « Sissignore... »

« Ah! Ma bene! Va’ subito a casa e torna accompagnato dalla mamma! ».

« Ma la mamma lo sa che sono uscito in ritardo... Sono tre giorni che faccio io la spesa, perché lei non sta bene... », disse Nonò. Fece dietro-front e si avviò per uscire

« Ma che succede da tre giorni in questo paese? Stanno tutti male... ».

«Eh ! », mormorò Paolino. «Da tre giorni succedono cose... ». S’interruppe di botto, e mentre il Preside lo guardava esterrefatto. Paolino si voltò di scatto e prese a rincorrere Nono

Lo raggiunse sulla strada. Lo chiamò a sé e si fece consegnare i quaderni. E mentre il bambino lo guardava sorridendo si mise a frugare freneticamente fra le pagine. Ne estrasse alfine un biglietto; lesse d’un fiato: « Situazione gravissima. Mio marito arriva stasera, Alle tre a casa tua ». Come colpito improvvisamente da un collasso, Paolino si portò la mano al cuore e vacillando fece per allontanarsi. Nonò gli corse appresso per riprendere il suo quaderno, poi se ne andò. Sempre più 'barcollante, il professore raggiunse la farmacia e vi entrò. Nel negozio c'era il suo amico Saro, che invece di badare ai clienti insegnava il motivo di una canzone a due giovanotti strimpellanti chitarra e mandolino. Naturalmente, vedendo Paolino pallidissimo e tremante, subito il farmacista gli prestò le necessarie cure. Lo fece sedere e gli approntò un calmante. Paolino sorbiva meccanicamente l’intruglio, quando si udirono alte grida provenire dalla strada « M’ammazzò! M'ammazzò! », urlava una donna. E un’altra, di conserva: «Questi non sono uomini! Sono bestie feroci! ».

Un istante dopo entravano nella farmacia Carmela, scarmigliata, col viso graffiato e insanguinato, accompagnata da Mariannina, la quale recava su un braccio le tracce sanguinose di vari sgraffi. Era accaduto che il marito di Carme-la. marinaio, gelosissimo, fantasticando di essere da lei ingannato, l’aveva battuta a sangue. S’era intromessa Mariannina, una giovane di facili costumi, bellezza popolaresca e un po’ triviale, ch’era riuscita a toglier Carmela dalle zampe dell’energumeno.

« M’ammazzò! », seguitava a gridare Carmela. « M’ammazzò! ».

«Marinai!», sbraitava di continuo Mariannina. « E chi le fanno queste belle cose? I marinai! Loro se la spassano e pensano che le mogli facciano altrettanto! E invece, in questo paese, le donne, tranne me, sono pure come l’acqua! »

« Oh! », si lamentò sottovoce Paolino

Mariannina si voltò verso di lui e disse, solennemente: « Disgraziato chi ci capita, professore! Alla larga dai marinai! »

« Alla larga dai marinai... », balbettò Paolino, pensando che ognuna delle parole che sentiva era come una bastonata sulla sua testa Proprio così. Perché l’integerrimo professor Paolino Lovico da un certo tempo aveva un grosso conto in sospeso appunto con un marinaio. Anzi, un capitano di lungo corso: il capitano Perella, comandante del mercantile Segesta. Veramente finora il capitano era ancora all’oscuro di tutto, ma adesso Paolino si trovava sull’orlo del precipizio! Lui. e la signora Perella, naturalmente!

Era una storia che, a ripensarla, faceva venire i lucciconi agli occhi del professore. Dunque lui da un po’ di tempo frequentava la casa dei Perella; portava il soccórso della sua eminente opera professionale al piccolo Nonò quale riguardo-allo scibile umano tra oltremodo restìo. Così, dando lezioni al bambino, aveva conosciuto la madre. Una donna» di mezza età, un po' appassita dalla vita di provincia, ma piuttosto belloccia, piacente insomma. Una donna dall’animo superiore, naturalmente: fine, nobilissima, spirituale. Come una donna di questo genere superiore avesse potuto unirsi con un bestione del tipo del capitano Perella, lui Paolino non era mai riuscito a comprendere! Comunque, lei spirituale e il capitano animalaccio, si erano uniti, e il frutto era stato Nonò. Ma la vita, che conduceva la povera signora Perella! Il marito sempre lontano, navigante per i sette mari quasi tutto l’anno, la trascurava completamente. Si era poi anche saputo che lui, il bestione, aveva un’altra donna, a Napoli, e nientemeno che cinque figliuoli illegittimi! Considerato questo cumulo di sciagure, risultava fin troppo ovvio che qualcuno doveva pur tentare di portar un barlume di gioia nella vita della signora Perella. Codesto barlume l’aveva portato Paolino. Oh, un amore superiore, un amore intessuto di lirismo, un amore fra anime elette... Solo che proprio tre giorni fa, la signora gli aveva comunicato, fra pianti e sospiri, che un frutto di tanto spiritualismo... cominciava a formarsi entro di lei!

Questa era la causa della frenesia, anzi dello sconvolgimento, che da tre giorni dominava Paolino Lovico!

Puntualissima, alle tre del pomeriggio, la signora Perella bussò alla porta del professor Lovico. Teneva per mano Nonò. Difatti, per salvar le apparenze, la sua visita doveva sembrare chiaramente causata dal discutibile profitto del bambino. A Nonò Paolino dette un bellissimo libro illustrato da sfogliare, in tal modo egli e la signora poterono discutere liberamente.

« Ohi! », si lamentò subito la signora. « Che abbiamo fatto! ».

« Ma... sei proprio sicura, anima mia? ». domandò Paolino.

« Sì... sì, matematicamente sicura », rispose la signora, abbassando pudicamente gli occhi al pavimento. « Ho già persino le voglie».

« Che voglie?! », allibì Paolino.

« Voglie di champagne, mio caro! il brutto è che mio marito sa benissimo che sono astemia... E se mi vede bere lo champagne capisce subito tutto! Ohi! Ohi!... ».

« E quando arriva? ».

« Stasera alle cinque. Fra due ore! Oh, povera me!... ». Fece una breve pausa, quindi riprese: «Arriva stasera e riparte domattina. Starà via almeno sei mesi... E... e non mi guarderà neppure! ».

« Come?! Che significa questo? Che marito è? », sbottò Paolino.

« Tra me... e lui... niente... Ormai è sempre cosi, da quando è nato Nonò... ».

« Oh, ma questa volta no! », quasi urlò Paolino, esterrefatto. « E’ il suo dovere, in fondo... Per tutti i diavoli se è i'1 suo dovere! ».

« Paolino! Ma lui al suo dovere non ci pensa più... e tu lo sai bene! Sono perduta... perduta...».

Il professore ebbe uno scatto. «Ci sono io, carissima, anima mia, cuor mio!... Ne parlerò al dottore: è mio amico... Lui mi aiuterà... ».

« Che intendi fare? », domandò la signora, spaventata.

« Oh, sta’ tranquilla, anima mia! Si troverà qualcosa... per ricordare il suo dovere., a tuo marito! ».

Il professore poco dopo riuscì a rintracciare il dottor Pulejo, fratello del farmacista, amico suo, e gli spiattellò tutta la storia.

« Tu devi salvarmi, lo devi... Si tratta di vita o di morte, hai capito? ».

Il dottore rideva a crepapelle. « E che vuoi che faccia? Ah, ah ah... Sono mica io... il marito... Ah ah ah... ».

« Ma insomma... la scienza avrà pure qualche ritrovato... ».

«Oh Dio! », fece il dottore, riavendosi dalla convulsione di risate. « Sicuro che c’è un ritrovato... Sta’ tranquillo che ti aiuto io... Tu stasera sei a cena da loro, vero? Non ci andrai a mani vuote, suppongo. Prendi delle paste, e poi portale a mio fratello, in farmacia, digli che poi passerò io a fargli la fattura! Ah ah ah!... ».

« Quante ne devo prendere? ». domandò Paolino, d’un subito acquietato.

« Prendine una decina, anche venti... ».

« Trenta, ne prendo, anzi quaranta... ».

« Oh! Vuoi... vuoi farlo esplodere... Ah ah ah!... ».

Non era passato un quarto d’ora che Paolino aveva già consegnato a Saro, in farmacia, un grosso pacco contenente quaranta paste. Gli disse di che si trattava e che avrebbe pensato a tutto il dottore, poi se ne andò. Era appena uscito dal negozio che già Saro e i soliti buontemponi si gettavano a pesce sulle paste.

In casa Perella il professore trovò lo sconforto più profondo. Grazia, la domestica, era palesemente contrariata per l’arrivo del padrone: ci sarebbero state le solite scenate, i piatti rotti, le vivande rovesciate per terra, e poi ci sarebbe andata di mezzo lei. La signora, per le ragioni che ben conosciamo, appariva più morta che viva. L’unico a essere emozionato felicemente era Nono: il ritorno a casa del padre, vero lupo di mare, significava gran cosa per lui.

In quattro e quattr’otto Paolino mise al corrente la signora Perella di quanto concertato col dottore. Poi la convinse ad acconciarsi in maniera da attirare l’attenzione del marito.

« Sì, lo so, anima mia, lo so che è un enorme sacrificio... Tu casta, tu pura, devi renderti attraente per una bestia come tuo marito! Ma bisogna che tu lo compia, questo immenso sacrificio, e intero! Bisogna! ».

« Devo... devo mettermi... più... scollacciata? », domandò la signora, con un Alo di voce.

« Sicuro, sicuro... Scollata... scollatissima... il più possibile, capisci? E pettinarti in modo... mondano, capisci? Devi, questa volta, mostrare le tue grazie, le grazie che tieni gelosamente, santamente nascoste... Bisogna! ».

« Sarebbe inutile, credi... Lui, alle mie grazie, non ci bada mai! ».

« Ma dobbiamo forzarlo a guardarci! Quest’animale, questa bestia che non capisce la bellezza modesta, pudica... la bellezza che nasconde i suoi tesori! E noi, questi tesori, bisogna che glieli mettiamo un po’ sotto gli occhi... ».

« Oh! », squittì la signora, arretrando di qualche passo.

«Bisogna!», intimò Paolino, muovendo verso di lei.

Spaurita, la signora fuggì nella sua camera, ma anche lì Paolino la seguì. Le si avvicinò, deciso, e prima che ella potesse impedirglielo, le sbottonò la camicetta e gliela strappò di dosso. Seminuda, prossima al pianto, la signora Perella restava impietrita come ia statua del più acuto dolore!

« E questo è niente », insistè Paolino. « Devi essere scoilatissima, e provocante al massimo... Devi fare di tutto, purtroppo, tu, tu virtù!, per provocare la bestia! La bestia, vale a dire tuo marito!».

Press’a poco nel medesimo istante, la bestia, ossia il capitano Francesco Perella, sulla tolda del Segesta, entrava in porto. Stava accanto al timoniere, per la manovra. e pensando che ormai pochi minuti lo separavano dalla moglie già si sentiva montare tutte le furie alla testa. Era un omaccione colossale, dal torace immenso, le braccia potenti come argani, villoso come un gorilla. Aveva anche la faccia larga e convulsa del gorilla, e tale rassomiglianza appariva ancor più naturale a causa della folta barbaccia che gli invadeva le gote e il mento.

« Ci siamo, capitano », diceva al timoniere. « Sono sei mesi che non vedo mia moglie... e stasera, Natale e Pasqua, a casa mia! Anche lei, eh?... Ah ah ah!... ».

« Macchè io! », rispose sbuffando il Perella. « Natale e Pasqua lì ho fatti a Napoli: qui Quaresima!».

Proprio in quel momento, a casa sua, il professor Paolino Lovico stava addobbando sua moglie press’a poco come una cavalla da portare alla fiera: le aveva fatto indossare un abito a fiorami vistosissimo, la cui scollatura era tale da richiamare tutti i fulmini della censura qualora ella sì fosse attentata a uscire per la strada. Siccome, poi, la signora Perella non aveva in casa né rossetto né cosmetici, il professore aveva provveduto a farle il maquillage adoperando i colori ad acquarello della scatola di Nonò. Le aveva dipinto labbra che sembravano ventose, occhi alla Lulù del tabarin, e infine, per ravvivarle le guance troppo esangui, le aveva colorito due pomelli di una tinta così paonazza da parere etichette reclamistiche della salsa

« Cosi sei un capolavoro di provocazione! », esclamò alla fine Paolino, rimirando la sua opera, compiaciuto.

«Ohi! Ohi!», badava a ripetere lamentosamente la signora, non osando neppure guardarsi nello specchio. Fuggì a rinchiudersi nella sua stanza, terrorizzata, perché non voleva farsi vedere da Saro, il farmacista, introdotto in quell’istante da Grazia.

Saro veniva a portar a Paolino il "salvataggio”. Siccome le paste se le era divorate lui, con l’ausilio degli amici, Saro aveva fatto fare una torta di crema: metà bianca e metà di cioccolato. Nella metà di cioccolato c’era la polverina Vigoril, adatta per richiamare ai doveri maritali la bestia!

Ben lontano dall’immaginare quanto accadeva nella sua casa, capitan Perella se la godeva un mondo con Nonò, che sua moglie gli aveva mandato incontro insieme con un marinaio. Egli non poteva sopportare l'idea di avere un figlio cresciuto nella bambagia come diceva tacesse sua moglie. Durante il tragitto dalla nave alla banchina, in motobarca, egli aveva gettato Nonò, bell’e vestito, in mare: e vedendo il bambino arrabattarsi terrorizzato in acqua, se la godeva un mondo. Lo ripescò quando si accorse che le cose potevano prendere una cattiva piega e, toltigli i vestiti inzuppati, se lo avvolse amorosamente, anche se burbero, in una coperta di lana.

Fu così che entrò in casa sua, portando in braccio Nonò. Salutò calorosamente Paolino e passò dinanzi a sua moglie, che faticosamente cercava di mostrarsi ”in tutte le sue grazie", senza nemmeno guardarla. Affidò 11 bimbo alla domestica, portò le sue valigie nella camera da letto, separata da quella della moglie, e sempre chiacchierando burbanzoso con il professore tornò in sala. Sedette con fracasso su una seggiola e si levò berretto e giacca, buttandoli senza riguardo in giro. D’un tratto sollevò là testa e vide sua moglie. Restò basito! Era chiaro che non voleva credere ai suoi occhi: rimirava la moglie da capo a piedi — mentre lei atteggiava le labbra a una smorfia che forse doveva essere un sorriso — e infine esplose in una ciclopica risata

«Ah ah ah!... Oh!... Ah ah ah!... Ma... ma come ti sei bardata?... Ah ah ah!. . Làvati subito., e cambiati... Ti sei bardata così per me, eh? E' inutile, credilo... Ah ah! »

A due passi da lui, fremente come una betulla scossa dai potenti venti del nord, Paolino sembrava lì lì per gettarsi addosso al capitano e strozzarlo.

Finalmente, si misero a tavola: Il capitano parlava di continuo, dicendo cose che facevano sobbalzare Paolino per la vergogna. Bestia!, diceva fra sé Paolino, trangugiando il brodo come fosse cicuta. bestione doppio! E l’altro seguitava. con sferzate così triviali da far venire la pelle d’oca. E poi non lesinava rimbrotti alla moglie: perché la minestra era una fetenzerìa. perché Grazia faceva il suo comodo..

« In questa casa non c’è mai niente che va bene! », gridava, vieppiù infuriato. « Mi piange il cuore, a starmene qui... ».

E maltrattava Nonò, dicendo.che naturalmente era sua moglie a rovinare l'educazione del bambino, con le sue mollezze e smancerie.

Poi Nonò recò in tavola la torta portata da Paolino, e disse che voleva mangiare tutto lui il cioccolato! Seguirono scene tragiche, per evitare che il bimbo si impadronisse della torta. Dovettero spedirlo, per castigo, in camera sua, e infine Paolino fece le parti e tagliò una grossa fetta — della parte bianca — per la signora, poi un’altra, della stessa parte, da mettere in serbo per Nonò, e un-pochino per sé: tutta la parte del cioccolato la riversò nel piatto del capitano. Questi dapprima rifiutò, dicendo che il cioccolato gli faceva schifo: ma poi prese ad addentarlo, e in meno che non si dica lo divorò tutto quanto

Il capitano aveva appena terminato di tirare un gran sospiro di sollievo, e Paolino già si alzava per andarsene. Lo accompagnò alla porta la signora.

« Speriamo in bene! », mormorò il professore. « E domattina... se tutto va bene, metti un vaso di fiori sul davanzale della finestra».

Fu una notte terribile per Paolino! Non riusciva assolutamente a trovar pace. D’un tratto pensò che, piuttosto di fare il dovere suo con la moglie, il capitano avrebbe potuto ricorrere a Mariannina: allora corse dalla donna e la convìnse, se mai fosse stato il caso, a non prestarsi ai desideri del capitano Perella. Mariannina promise solennemente, e non volle nemmeno accettare un compenso che Paolino voleva darle.

Come Dio volle, giunse l’alba! E Paolino era là. in strada, sul marciapiede di fronte alla casa dei Perella, Fu li che lo scorse dopo poco, il capitano, che lo chiamò di sopra a prendere una tazza di caffè. Paolino salì di corsa, entrò affannato. Sul davanzale non c’era nessun vaso! Egli assistè a un battibecco fra il capitano e Grazia, la domestica, dal quale arguì che quella notte il capitano s’era preso una certa licenza con la domestica... Si sentì morire. Possibile che tutto, proprio, andasse per il peggio? Eppure non c’erano dubbi: c’era stato qualcosa di grosso fra il capitano e Grazia. Lui pei se il lume della testa e cominciò una intemerata contro il capitano il quale lo ascoltava sbalordito. Li trasse alla realtà il sopraggiunuere della signóra. Entrò nella sala sorridendo, ravvolta in una serica vestaglia. Salutò con effusione il marito, che le rispose grugnendo. quindi sorrise a Paolino, il quale la fissò con tutta l’anima nello sguardo.'

« Professore », disse lentamente la signora, « mi aiuta a portare i vasi sul davanzale? ».

Senza poter parlare, Paolino l< si appressò e fece per toglierle dalle mani il vaso che ella recava « Oh no », fece la signora, sorridendo gioiosa, « ne prenda un altro... Dobbiamo metterli sul davanzale tutti e cinque! »

Consalvo Lepri


La censura

La censura preventiva

Annibale Scicluna, giudizio preventivo su "L'uomo, la bestia e la virtù", 22 gennaio 1953.

Vogliamo subito avvertire che, già in precedenza, sono stati presentati due diversi progetti di questo film, uno da parte di Luigi Chiarini nel novembre 1948, e uno da parte del signor Filippo Mercati nel febbraio 1950. In entrambi i casi l'Ufficio ebbe a pronunciarsi in senso negativo, giustamente temendo che la commedia di Pirandello, spogliata della sua intelaiatura teatrale, potesse scivolare in uno spettacolo immorale, per non dire boccaccesco. La nostra perplessità di allora continua a sussistere nei riguardi di questo nuovo progetto, che, almeno per quanto riguarda la sostanza del film, non differisce gran che dalle versioni precedenti.
V'è però un fatto che non può essere - anche e soprattutto agli effetti della revisione - sottovalutato, ed è che il ruolo del professore, «l'uomo», verrà interpretato da Totò. Noi crediamo che se il film sarà portato su di un piano comico, paradossale, quelle che sono le scabrosità della commedia potrebbero risultare notevolmente attenuate, sul piano morale. Ciò però non si può prevedere in base alla sceneggiatura, che riproduce quasi fedelmente il testo di Pirandello anche nei dialoghi, e un giudizio circostanziato potrà essere dato solo sul film nella sua veste definitiva. Allo stato attuale, si ritiene di dover notificare alla Ditta produttrice le nostre più ampie riserve, considerato anche che il testo sceneggiato è stato presentato dopo diversi giorni dall'avvenuto inizio della lavorazione. Lo stesso finale del film non è stato ancora sottoposto all'esame di questo Ufficio.

La censura mette i bastoni fra le ruote. Nella commedia il professor Lo Vico (l’Uomo, Totò) è in crisi perché l’amante (la Virtù, Viviane Romance) è rimasta incinta; l’unica via d’uscita è aspettare il ritorno del marito (la Bestia, Welles), marinaio brutale e infedele, e attirarlo nel talamo coniugale in modo da giustificare la nascita come legittima. Quel testo, al ministero, non va giù, anche se si tratta di Pirandello. Steno e Brancati consegnano in censura preventiva un copione senza finale, e all’ultimo momento s’inventano il personaggio di una prostituta (interpretata dalla Faldini) redenta e sposata da Lo Vico al quale dona così una dimensione familiare lecita. La proiezione del film avverrà comunque con il divieto imposto ai minori di anni 16. 


Foto di scena e immagini dal set



Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "L'avventurosa storia del cinema italiano", Franca Faldini e Goffredo Fofi, Cineteca di Bologna, 2011
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • "Totò proibito" (Alberto Anile) - Ed. Lundau, 2005
  • "Roma-Hollywood-Roma" (Franca Faldini) - Baldini & Castoldi, 1997
  • Consalvo Lepri in "Novelle Film", Anno VII, n.282, 16 maggio 1953
  • Uno, nessuno, centoFulci, “Segnocinema”, (Marcello Garofalo), n. 64, novembre-dicembre 1993.