ANTONIO E DIANA, UN AMORE DIFFICILE


Dopo l’annullamento del matrimonio, i nostri rapporti continuarono ad essere tempestosi. Divenne ancora più geloso di prima, ammesso che fosse possibile. Non solo non permetteva che uscissi da sola io, ma neppure Liliana. Liliana non è mai andata a scuola, ha fatto tutti gli studi in casa. Nel 1939 andò in tournée per due anni. Poiché, per via di Liliana, non poteva portarmi con sé, fece venire i suoi genitori da Napoli. Costrinse sua madre a giurargli che non mi avrebbe mai permesso di uscire da sola. Per due anni, dal 1940 al 1942, non sono mai uscita di casa.


diana rogliani6Diana Bandini Lucchesini Rogliani (Bengasi, 27 ottobre 1915 – Roma, 4 agosto 2006) è stata compagna di vita dell'attore Totò dal 1931 e sua moglie dal 1935 al 1939, ovvero fino a quando il matrimonio - già annullato con sentenza emessa in Ungheria - venne dichiarato nullo anche in Italia.

Nata da una relazione extraconiugale tra la madre Selica Bandini e il colonnello Ferdinando Lucchesini, trascorse la sua giovinezza in convento, fino a che conobbe Totò. Diana e l'attore, legato sentimentalmente fino al 1930 all'attrice Liliana Castagnola, si conobbero a Firenze nel 1931 durante una tournée di Totò, impegnato nel teatro di rivista.
L'unione fu osteggiata dai genitori della ragazza, allora sedicenne, ma i due si rividero a Napoli nella primavera dell'anno successivo decidendo di andare a vivere insieme. La giovane inizierà a quel tempo a seguire Totò nelle sue peregrinazioni professionali.
Nel 1933, l'unione - che cominciava a segnare le prime incrinature - fu allietata dalla nascita della figlia Liliana, che Totò volle così chiamare in ricordo di Liliana Castagnola.
La nascita della bimba, che a poco più di un mese dalla nascita iniziò a girare l'Italia insieme ai genitori, sembrò portare un po' di serenità nella coppia che decise di contrarre regolari nozze il 6 marzo 1935.
Tuttavia, già nel 1936, nuove nubi si profilano all'orizzonte, favorite probabilmente da motivi di gelosia causati dalle attenzioni che Totò riservava alle artiste della compagnia con cui si esibiva.
Il matrimonio sembrava essere giunto al capolinea con la dichiarazione di nullità ottenuta grazie ad una sentenza emessa in Ungheria, ma Totò e Diana decisero di vivere ancora insieme per amore verso la figlia, almeno fino a quando questa fosse diventata adulta e si fosse a sua volta sposata.
Questo impegno verrà rinnovato nel 1939 quando la sentenza ungherese verrà ufficializzata anche in Italia e la coppia continuò di fatto a vivere sotto lo stesso tetto, sia pure in forma separata, ancora per dieci anni.
Quando nel 1950, Diana Bandini Lucchesini Rogliani annunciò a Totò la decisione di andarsene per contrarre nuove nozze, l'artista - che si sarebbe poi unito all'attrice Franca Faldini - accusò il colpo tanto da dedicarle un anno dopo, nel 1951, la canzone Malafemmena, probabilmente per non aver mantenuto l'impegno di non risposarsi fino a quando la figlia Liliana non fosse stata a sua volta completamente emancipata.
Restò tuttavia vicina a Totò anche alla morte di quest'ultimo, occupandosi di lui da moglie devota. Lo amò per tutta la vita, e morì bisbigliando il nome del suo ex marito.


SUBITO DOPO AVERMI CONOSCIUTO, TOTÒ MI DISSE: «SIGNORINA, VORREI SPOSARLA»

Diana Rogliani, che fu la moglie dell'indimenticabile comico e che da lui ebbe una figlia, ha deciso di scrivere i momenti più belli e più tristi della sua storia d’amore - «Avevo 16 anni quando mi fu presentato: lui, appena mi vide, chiese la mia mano» - «In un primo momento rimasi confusa, poi il pensiero di lui iniziò a ossessionarmi» - «Per andare a vivere con Totò scappai di casa»

Roma, dicembre 1990

Tutte le volte che alla TV viene trasmesso un film di Totò, e la cosa capita sempre più spesso, il mio posto è lì, davanti al video. Quei film li conosco a memoria, ma ogni volta li rivedo per riassaporare, attimo per attimo, l’emozione che mi viene procurata da quel volto che mi è stato così caro. Quella voce, quei gesti che, per anni, hanno fatto parte
della mia vita. Perché Totò è stato mio marito. Ed è stato il padre di mia figlia. E ancora oggi mi inorgoglisco all'idea che quest'attore impareggiabile sia ancora tanto amato dagli italiani ventitré anni dopo la sua scomparsa.

Per questo mi fa piacere raccontare per Gente la storia del nostro grande amore, che ha il sapore di una favola d’altri tempi.

Per cominciare, però, devo parlare di me. Dunque: io avevo soltanto nove anni, nel 1924, quando morì mio padre, un generale dell’esercito italiano. Vivevamo a Firenze e mia madre, affranta da quel lutto che faceva ricadere sulle sue spalle ogni responsabilità, preferì che io, la più piccola tra due figlie, continuassi gli studi in un collegio per signorine di buona famiglia, il Demidoff. Dai dieci ai quindici anni trascorsi inverni molto malinconici in quell’austero palazzo sul Lungarno. Oltre alle materie scolastiche, ci venivano insegnate l’arte del cucito, del ricamo, il buon por-
tamento e le buone maniere. Ogni anno, d’estate, andavo a trascorrere le vacanze in famiglia, nella nostra bella casa di via Lambertesca, a un tiro di schioppo da Palazzo Vecchio. Quell’estate del 1931 c’era a Firenze anche mia sorella, che era sposata con un attore di prosa, Raniero De Censo. Lei era in attesa di un bimbo. Fu proprio mia sorella a propormi, una sera di fine agosto, di andare a teatro con lei e suo marito. Io non avevo abiti adatti e così lei me ne prestò
uno dei suoi, con il corpino di voile bianco e la gonna a ruota, su cui spuntavano dei mazzetti di fiori. Per l’occasione tolsi le calze bianche di cotone e indossai sandali di camoscio marrone con un accenno di tacco.

Prendendoci sottobraccio mio cognato ci disse: «Vi porterò a vedere uno spettacolo di varietà che sta spopolando: Le follie estive. Ne è protagonista Totò, un attore fantastico». Giunti al botteghino del teatro, mio cognato scrisse un biglietto in cui annunciava la nostra presenza e Io fece recapitare a Totò in camerino. Pochi minuti dopo lui ci raggiunse nel foyer. Ricordo ancora che io ero voltata a guardare il cartellone pubblicitario dello spettacolo quando mio cognato, prendendomi per un braccio, mi presentò: «Questa è Diana, la sorellina di mia moglie». Mi trovai davanti a Totò. Quel che mi colpì subito di lui fu il magnetismo del suo sguardo. Per un istante che mi sembrò eterno mi sentii fissata dai suoi occhi nerissimi. Stringendomi la mano Totò rimase come assorto, ebbi la sensazione che seguisse un suo pensiero lontano. Subito dopo ci accompagnò in un palco centralissimo, di solito riservato al questore. Lo precedevo lungo le scale e mentre salivo sentivo così prepotente la forza dei suoi occhi su di me che inciampai per il disagio. «Signorina si è fatta male?», mi disse cortesemente, aiutandomi a rialzarmi. Dopo averci fatto accomodare si congedò, augurandoci buon divertimento. Io mi sentivo elettrizzata come non mai, guardavo gli abiti e i gioielli delle signore dei palchi attigui, i musicisti intenti ad accordare gli strumenti, tutto mi sembrava nuovo e affascinante in quella magica serata. Era il 28 agosto 1931.

Mezz’ora dopo il nostro arrivo sentimmo bussare discretamente alla porta. Era un cameriere recante un grande vassoio sul quale c’era di tutto: due bricchi in argento con tè e caffè, bibite, dolci, tartine, biscotti e liquori. «Da parte del signor Totò», disse il cameriere. Passarono ancora pochi minuti e udimmo di nuovo bussare alla porta. Era una maschera, che disse a mio cognato: «Il signor Totò chiede se lei può raggiungerlo in camerino». Il marito di mia sorella si assentò per una quindicina di minuti. Al suo ritorno, riprendendo posto, mi sussurrò: «Diana, hai trovato marito!». «Ma che cosa dici?», intervenne mia sorella. «Proprio così cara, tua sorella è stata chiesta in moglie da Totò». Io non dissi una sola parola. Rimasi muta, interdetta, come se quel discorso non riguardasse me. Mio cognato ci riferì allora che Totò gli aveva appena detto: «Chi è quella ragazza? Tua cognata? Ebbene, io voglio sposarla perché è la donna che io ho sempre sognato di incontrare». Mio cognato aveva risposto: «Ma come, se l’hai intravista appena!». E Totò: «Guarda che non ho dubbi, non posso sbagliarmi, io voglio che diventi mia moglie».

«Io ho detto a Totò», continuò mio cognato «che eri giovanissima, ma lui non mi è sembrato scoraggiato dalla tua età». Io rimasi interdetta. Cominciò lo spettacolo e pensai solo a divertirmi. Ricordo che la prima macchietta aveva per titolo Cristoforo Colombo, Totò uscì con un pantalone attillato che gli arrivava fin sotto le ginocchia, dei calzettoni a rigoni e una feluca messa di sghimbescio, si trascinava dietro su un carrettino una barchetta di legno assoluta-mente ridicola. Restò solo sulla scena per oltre un’ora, ridemmo tutti fino alle lacrime. Nel finale il pubblico in piedi batteva le mani con un calore forsennato. Quell’uomo aveva stregato la platea, e anche me... completamente. Dopo lo spettacolo Totò ci aspettava in camerino. Era un ambiente angusto, nel quale non era possibile sostare in più di due persone. Lui mi invitò a entrare chiamandomi attraverso la porta aperta. Era seduto davanti allo specchio e si toglieva il cerone dal viso con gesti misuratamente abituali.

UN TAVOLO APPARTATO

«Signorina», mi chiese «lei non ha mai pensato a sposarsi?». «Oh, che cosa dice? No davvero», risposi. Attraverso lo specchio Io vidi ridere divertito, poi aggiunse: «Ci pensi da ora. Pensi a me, mi creda, sarei un buon marito. Comunque, per ora mi accontenti accettando il mio invito a cena, unitamente a sua sorella e al mio caro amico Raniero».

Pochi minuti dopo salivamo su una comoda carrozza, Ifliretti al ristorante. Totò aiutò cavallerescamente a salire prima mia sorella, che era in attesa del suo primo figlio, poi afferrò me per i fianchi issandomi sul predellino. E lo fece con evidente compiacimento indugiando con le mani attorno alla mia vita più del necessario. Nell’elegantissimo ristorante ci fecero accomodare in un tavolo un po' appartato. Durante la cena Totò continuò a fare di tanto in tanto domande su di me, sui miei studi, sulla vita che conducevo. Al termine di quella magnifica serata ci salutammo con una semplice stretta di mano, mentre lui e mio cognato Raniero si accordarono per vedersi l’indomani mattina, nell’albergo in cui lui soggiornava.

Durante quel successivo incontro Totò ribadì l’intenzione di chiedermi in moglie, si disse deciso a incontrare mia madre per dimostrare la serietà delle sue intenzioni. Ebbe un attimo di sgomento quando seppe che non avevo ancora compiuto 16 anni. «La credevo un po’ più grande», disse «ma questo non cambia le cose, se devo aspettare lo farò. L’importante è sapere che c’è un impegno da ambedue le parti». Quello stesso giorno mi arrivò a casa una splendida corbeille di roselline rosse. Nascoste tra i rami dei fiori c’erano due scatole di cioccolatini e un biglietto: ”Le invio ciò che più le somiglia, augurandole di conservare sempre la freschezza che hanno oggi questi fiori”.

In casa mia quel giorno scoppiò un piccolo putiferio. Mia madre, appena seppe di quella proposta, s’infuriò: «La prima volta che esce, a soli 16 anni, già si vuole fidanzare, e per giunta con un attore di varietà!». Mia sorella mi prese in disparte e mi chiese: «Diana, è evidente che per il momento la mamma è contraria alle nozze. Ma tu cosa ne pensi? Ci hai riflettuto?». «Io non so se sono pronta per il matrimonio», risposi «ma so che per quell’uomo sento una grande attrazione. Stanotte non ho fatto che pensarci. Certo sono molto confusa». A mio cognato non rimase che andare a riferire a Totò la situazione. Visto che l’attore rimaneva a Firenze ancora per qualche giorno, si misero d'accordo che ci saremmo rivisti prima della sua partenza. Ci incontrammo infatti per bere un tè alPaperto la settimana successiva. Mia sorella e suo marito discretamente si allontanarono per qualche minuto permettendoci di parlare in libertà. «Senti Diana», disse Totò, passando a darmi del tu «tu sei molto, molto giovane e tua madre è contraria, ma al di là di queste cose io vorrei sapere ciò che pensi tu. Se credi di potermi amare, di poter diventare davvero mia moglie».

Io sentivo le mie gambe tremare per l’emozione, ma la voce mi uscì tranquilla. «Vedi Totò», spiegai con ingenuità «io non saprei dire se sono innamorata di te, quel che è certo è il fatto che avrei voglia di vederti, di starti vicino». Lui mi disse: «Io devo ripartire domani, andrò prima a Montecatini con il mio spettacolo, poi a Roma. Ti scriverò, ti manderò il mio indirizzo. Ma sappi che io sarò sempre disponibile nei tuoi confronti come in questo momento».

Quando ci salutammo sentii crescere in me un irrazionale terrore. Mi sembrava che non l’avrei mai più rivisto. Ero convinta che una volta partito Totò si sarebbe dimenticato di me.

Più i giorni passavano e più aumentava la mia inquietudine, il pensiero di quell’uomo era diventato martellante, più di un’ossessione; non l’avevo mai baciato eppure mi sentivo legata a lui a doppio filo, mi sembrava che nessun uomo mi sarebbe più interessato al di fuori di lui. Dopo dieci giorni di penosa incertezza ricevetti una sua lettera, in cui ribadiva la fondatezza dei suoi sentimenti e mi indicava il suo indirizzo, quello di un albergo al centro di Roma. Terminava con una bellissima frase: "Il mio amore è pronto ad avvolgerti come un prodigo mantello in cui ti sentirai al caldo, protetta dalle intemperie della vita, per sempre”.

Più si avvicinava il 15 ottobre, cioè il giorno in cui sarei dovuta rientrare in collegio, e più aumentava il mio malessere. Mi sembrava di essere sul punto di entrare in prigione, mi sentivo angosciata, persa, non facevo altro che piangere. Coglievo negli occhi dei miei lo sgomento per quel mio totale cambiamento. Mi confidai con mia sorella: «Io sto veramente male», le dissi «vorrei scappare via, l’unica cosa che conta per me in questo momento è poterlo rivedere». Mia madre non mi rimproverava, cercava di rincuorarmi con i gesti affettuosi di sempre, mi diceva: «Devi aspettare un paio d'anni, poi si vedrà».

Invece all’improvviso presi la mia decisione. Sarei scappata di casa. Preparai tutto con lucida razionalità, andai alla posta e spedii un telegramma al suo indirizzo di Roma: "Arrivo domani 11 ottobre con il diretto delle 16,30. Ti abbraccio, Diana".

La mattina successiva aspettai che la mamma uscisse alla solita ora per la spesa. Nella cartella di cuoio della scuola misi una camicia da notte, tre paia di calze, due mutandine, una gonna e due bluse. Infilai l’abitino più elegante che avevo, un completo blu di lana con la gonna a pieghe e il collettino. In testa misi il cappellino a piccola falda della divisa. Era l’unico che avevo! Presi i pochi soldi che mi servivano per il biglietto del treno e poi via, a piedi verso la stazione. Quando il primo vagone sfer-ragliante cominciò a muoversi mi sentii al sicuro, ce l’avevo fatta!

Via via che si avvicinava Roma però aumentava la mia paura, non avevo mai viaggiato da sola, non conoscevo la città. Appena arrivata le mie paure per fortuna furono subito fugate. Lo vidi infatti per primo tra tutte le
persone che affollavano la banchina in attesa dei passeggeri. Totò indossava un impermeabile color crema e teneva un braccio dietro la schiena. Nascondeva un mazzo di fiori che mi offrì non appena scesi. Non trovai il coraggio di abbracciarlo. Cominciai a camminare al suo fianco, abbandonandomi dopo tanti timori a un sentimento di rilassante fiducia. Mi portò in un ristorantino del centro storico, ordinò per me: pasta al ragù, saltimbocca alla romana e due contorni. Mi osservava mangiare con evidente piacere, sbucciò due banane e volle che le mangiassi: «Sono sostanziose, ti fanno bene». Poi mi accompagnò nel suo albergo. Abitava all’Hotel Ginevra in via della Vite, un posticino delizioso in cui era trattato con evidente riguardo. Il portiere di cui avevo temuto lo sguardo sarcastico, mi die-
de un cordialissimo benvenuto e senza indugi mi accompagnò nella stanza. Totò rimase con discrezione ad aspettarmi in un salottino, fumando con aria tranquilla.

Quando ridiscesi mi chiese: «Ho notato che non hai molto con te». Risposi che avrei destato troppi sospetti uscendo di casa con la valigia. «Ho portato lo stretto necessario», dissi «il resto me lo farò spedire da mia sorella nei prossimi giorni».

«Niente affatto. Tu non hai bisogno di farti mandare niente. Credi forse che io non possa comperarti ciò che ti serve?». Sorridendo mi prese sottobraccio e aggiunse: «Ora si esce a far compere». Arrivammo a piedi in via Frattina ed entrammo in un negozio raffinatissimo di abbigliamento femminile. Ci venne subito incontro una commessa della boutique a cui Totò disse: «Dovrei ac-
quistare degli abiti per la signorina, vorrei ci mostrasse qualcosa di adatto».

«Subito signore», gli rispose con cortesia la commessa, aggiungendo però malauguratamente: «La signorina è sua figlia?».

«No», rispose seccamente Totò. La ragazza vedendomi vestita di blu con il cappello della divisa da collegiale pensò bene di mostrarmi abiti dello stesso genere. «Guardi», intervenne lui «la signorina diventerà mia moglie, non è proprio questo il tipo di abiti che ci vuole!».

Sopraggiunse la direttrice del negozio che Io riconobbe. Mi furono fatti provare moltissimi abiti, mises da pomeriggio, splendidi tailleur da viaggio, preziosi abiti da sera. Ne scegliemmo cinque, tra cui uno rosso carminio di chiffon che mi donava moltissimo.

«Le sta d’incanto», disse la commessa «se lei esce con quest’abito indosso avrà tutti gli occhi di Roma puntati addosso!». Ma Totò non era contento. Uscendo dal negozio mi disse: «Diana, quell’abito rosso io te l’ho comperato, ma tu dovrai indossarlo soltanto per me, in camera, non voglio che tu esca con quel vestito». Pensavo scherzasse, ma non avrei tardato ad accorgermi che invece era terribilmente serio. In quello stesso pomeriggio mi portò in un’elegante pelletteria, dove scelse per me sei paia di scarpe e altrettante borsette assortite. Poi mi accompagnò da una modista dove ordinammo, un gran numero di cappelli. Io ero confusa, mi sembrava che avesse speso per me una fortuna, mi sentivo sinceramente a disagio.

ACCENTO FRANCESE

Lui invece era euforico, quando rientrammo in albergo molti pacchi erano già arrivati. Li aprì con aria festante e scelse per portarmi con sé a teatro un abito azzurro pervinca, scarpe e borsa bluette. Mi lasciò a disposizione la camera perché mi preparassi e lui scese ad aspettarmi nella hall. Il Teatro Bernini non era molto distante dall’albergo, ci arrivammo passeggiando. Nel tragitto mi fece un discorso dal tono serio: «Diana, io devo chiederti un solo favore. Per farmi felice, tu non hai che da assecondare questo mio desiderio. Questa sera e tutte le sere che seguiranno tu non devi assoluta-mente rivolgere la parola a nessuno, capisci? Proprio a nessuno e se qualcuno la rivolge a te devi mostrarti infastidita e non rispondere». Lì per lì non diedi molto peso a quel discorso: ero talmente felice, non avevo occhi che per lui, non desideravo altro che stragli vicina. Giunti in teatro si preparò e mi accompagnò sul palcoscenico, sistemandomi personalmente in un angolino alla sua destra. Mentre ero lì seduta presa dalla magìa della sua esibizione sentii alle mie spalle una voce maschile che mi fece trasalire. Era un ragazzo e parlava con uno spiccato accento francese: «Signorina lei chi è?», mi chiese «non l’ho mai vista qui!». «Sono un'amica del signor Totò», risposi preoccupata di giustificare la mia presenza «sono entrata con lui». «Pensavo che fosse anche lei un’attrice, è così carina», aggiunse ridendo. Avevamo scambiato poche battute, ma Totò con la coda dell’occhio aveva notato ogni cosa. «Aspettatemi torno subito», disse rivolto al pubblico come se si trattasse di una pausa prevista dal copione. Si avvicinò e con un tono rabbioso che non am--metteva repliche mi disse: «Vai immediatamente nel mio camerino!». «Con te», aggiunse guardando il suo collega «parlerò più tardi».

Alla fine dello spettacolo Totò mi raggiunse in camerino. Era letteralmente furioso: «Mi sembrava di essere stato chiaro con te», disse «invece ecco che, appena ti lascio, ti metti a dar spago al primo venuto».

Non dissi nulla. Restai seduta in un angolo, frastornata dalla sua reazione. Più
tardi, in un ristorante, Totò mi disse con dolcezza: «Sono stato brusco ma credimi, non sopporto l’idea che gli uomini ti possano molestare. Sei cosi giovane, io ho anche il dovere di difenderti.

«Ora ti parlerò chiaramente e con il cuore in mano. Accanto a me tu sarai felice, credimi. Non ti mancherà nulla, né da un punto di vista affettivo né materiale, lo ti amo immensamente e saprò regalarti grandi emozioni e serenità. Assecondare ogni tuo desiderio sarà un mio impegno incessante. Una sola cosa devi sapere, ora. Con me vivrai in una gabbia dorata, perché io conosco la mia
natura: so di essere geloso delle cose che mi sono care e tu saresti la più cara tra tutte le mie cose. Se accetti di vivere con me ti fai carico di un grande impegno: quello di vivere secondo la mia logica e i miei desideri». Era l’una dopo mezzanotte quando rientrammo in albergo dove trovammo una non lieta sorpresa. Dalla questura di Roma era giunto un fonogramma dove il signor Antonio De Curtis, cioè Totò, veniva invitato a presentarsi l’indomani per comunicazioni della massima urgenza.

Totò, che aveva capito perfettamente che quelle comunicazioni riguardavano la mia fuga, non sembrò dare troppo peso alla cosa perché non voleva farmi preoccupare. Salimmo nella sua bella stanza dove avremmo trascorso la notte.

E’ facile indovinare le mie paure di quel momento: mi trovavo a Roma in piena notte, in una camera d’albergo con un uomo che aveva tren-tatré anni, più del doppio della mia età. E’ vero, sentivo di amarlo, ma era talmente ardua la scelta che avevo fatto, mi sentivo stranissima: un curioso nodo alla gola mi impediva di parlare. Totò si rivelò in quel frangente un uomo eccezionale. Seppe rassicurarmi con le parole giuste, tanto che rinfrancata andai in bagno a spogliarmi. ”Che stupida", pensai "ho portato con me una camicia da notte da bambina con i fiorellini, e adesso che figura ci faccio?”.

Alla fine mi decisi a uscire e trovai ad attendermi un uomo adorante. Dormimmo insieme nello stesso letto, senza che accadesse subito la cosa che tanto temevo.

Totò mi accarezzò, mi baciò con dolcezza. Mi vegliò con la tenerezza con cui si assiste al sonno di un bambino, tanto che svegliandomi al mattino lo trovai che mi sorreggeva la testa, sdraiato accanto a me. Aveva negli occhi lo stupore con cui si guardano le cose che ci sembra un sogno possedere. «Vedi Diana», mi disse «se io ti avessi amata stanotte sarebbe stato solo un atto di forza. Sono sicuro che non ti sarebbe piaciuto. Invece voglio che sia tu a decidere, mi cercherai tu stessa quando ti sentirai pronta. E vedrai che sarà bellissimo».

«CHE COSA COMBINI?»

Dopo un'abbondante colazione, quella prima mattina, ci recammo al posto di polizia, dove Totò era atteso dal questore in persona: il dottor Cifariello, napoletano come lui e suo amico da molti anni. «Totò», esordì subito «ma che cosa mi combini? Ringrazia il Cielo che il fonogramma della questura di Firenze è giunto a me, che ti conosco e ti considero un uonio rispettabile.

«Questa è la ragazza?», chiese rivolgendosi a me con un sorriso. «Allora ti posso comprendere. Però la comunicazione pervenutami parla chiaro: la madre ha sporto denuncia e la signorina è minorenne».

«Non è che io abbia rapito la ragazza», rispose Totò «lei è venuta da me di sua spontanea volontà. Posso ripetere davanti a te e davanti a chiunque altro che intendo sposarla. Lo farei anche subito. Vorrei poter parlare con la mamma di Diana, per rassicurarla». «Bene se le cose stanno così», disse il questore «non preoccupatevi. Farò io stesso un fonogramma di risposta e parlerò se necessario al telefono con sua madre, signorina. Vedrete che sistemeremo ogni cosa».

Uscimmo da lì rasserenati. Cominciava praticamente quel giorno la nostra vita insieme.

Diana Rogliani (Testo raccolto da Marilù Simaneschi, "Gente", 10 gennaio 1991)
Prima parte


Corrispondenza privata tra Antonio De Curtis e Diana B. Rogliani, in epoche diverse

Tutti i documenti presenti in questa pagina sono di proprietà esclusiva di Federico Clemente, figlio di Eduardo Clemente, cugino e segretario particolare di Antonio De Curtis

«MIO MARITO MI TENEVA CHIUSA A CHIAVE»

Diana Rogliani, che fu la moglie dellindimenticabile comico e che da lui ebbe una figlia, ha deciso per la prima volta di ricordare i momenti più belli e più tristi della sua storia d’amore - «Quando era in scena mi baciava in camerino, ma poi chiudeva la serratura perché temeva che qualcuno mi importunasse» - «Quando rimasi incinta, in un primo momento, lui sospettò di non essere il padre»

Roma, gennaio 1990

Totò lavorava in quegli anni praticamente senza interruzione, ma il rapporto che aveva con il teatro era così armonioso, così gioioso, da non impedirci di vivere una lunga e piacevolissima "luna di miele”. Restammo dapprima un po' di giorni a Roma, poi la tournée della compagnia ci portò in varie città. In quella prima settimana Totò volle acquistare per me in un famoso negozio di biancheria intima una serie di raffinatissime parure da notte, tutte di seta. Vivere con lui in quel primo periodo fu come un sogno. Al mattino ci svegliavamo tardi, poi ci arrivava in camera la colazione: un vassoio con pane, burro, marmellata e latte per me, un solo caffè nero per lui. Poi uscivamo per lunghissime passeggiate, perché Totò era un instancabile camminatore. In quel primo soggiorno romano volle mostrarmi gli angoli più suggestivi della città. Per il pranzo sceglieva ristorantini graziosi e appartati.

Lui mangiava pochissimo: due o tre forchettate di pasta al pomodoro e una cotoletta alla milanese molto cotta. Voleva però che io facessi dei pasti completi, mi esortava a finire ogni pietanza, sempre sostenendo che dovevo ben nutrirmi per crescere sana.

Nel tardo pomeriggio rientravamo in albergo e ci preparavamo per andare in teatro. Totò aveva l'abitudine di arrivare un’ora prima di ogni spettacolo. Faceva il giro della platea, si sedeva nelle poltrone e da varie angolazioni guardava il palco, poi andava in camerino a prepararsi. Io dovevo seguirlo passo passo senza mai farmi perdere di vista. Il suo trucco era composto da un velo di cerone e un rigo nero che gli ingrandiva gli occhi. Per prendere la pasta colorata da stendere sul viso attingeva da una vecchia scatola di latta rossa. Siccome era molto malandata, un giorno la sostituii con una nuova. Successe un pandemonio. Dovettero frugare nella spazzatura per ritrovarla e riportargliela. «Diana, tu devi sapere che questa scatola è per me preziosissima», mi disse. «La uso da quando ho iniziato a lavorare. Gli strati di cerone che vedi sovrapposti rappresentano altrettanti ricordi artistici».

Prima di entrare in scena Totò leggeva il giornale e beveva un buon caffè. Appariva di solito disteso e non dava alcun segno di nervosismo. Più tardi avrei imparato che si agitava soltanto in occasione dell'esordio con un nuovo spettacolo.

Fin da quei primi giorni mi resi conto che quel mio adorabile compagno non aveva che un difetto: era geloso in un modo ossessivo. Un giorno mi disse: «Diana, non ti devi offendere, ma io per lavorare in tranquillità devo saperti al sicuro. Vorrei chiuderti in camerino mentre recito. Ecco, mi sono fatto dare una doppia chiave, una la terrai tu per aprire in caso di necessità, un'altra la porto con me in palcoscenico».

CINQUANTA ABITI

Mi resi conto dopo qualche giorno che uscendo metteva un pezzettino di carta tra lo stipite e la porta per controllare se io fossi uscita. Mi pareva un comportamento esagerato, ma non mi ribellai. Quando partimmo in treno mi accorsi che Totò aveva prenotato tre posti anziché due. «Viaggia qualcuno con noi?», gli chiesi. «No, cara, è per farti stare comoda», mi disse. Non tardai molto a capire che usava quello stratagemma per evitare che qualcuno si sedesse di fronte a me. Me lo confermò dicendomi che gii dava fastidio l’idea che qualche villano potesse mettersi di fronte per sbirciarmi le gambe. Totò scriveva i testi del suo repertorio soprattutto di notte. A volte mi svegliava, impaziente di farmeli leggere. «Il tuo giudizio è importante», mi diceva «tu per me rappresenti il pubblico». Con il suo pubblico aveva un rapporto privilegiato: «Quando entro in scena», mi diceva «è come se io fossi munito di un filo, è il pubblico a inserire la spina elettrica, sono loro a darmi la carica. Lì, davanti a tante persone, tutto mi riesce facile, far ridere mi viene naturale». Quando eravamo in strada tra la gente, lui si interessava di tutti, spiava con curiosità i gesti e i dialoghi delle persone. Una volta, per preparare uno sketch sugli impiegati delle Poste, mi fece girare decine e decine di uffici postali: «Vedi», mi sussurrava divertito «quel tale con quale importanza fa cadere il timbro sul francobollo: "ponf”, ”ponf”, ”ponf”, si sente un Padreterno». Quando poi riportò in scena la caricatura di quell’impiegato il teatro sembrava dover crollare per gli applausi. Man mano che passavano i mesi dimostrava per me un amore crescente. Esaudiva ogni mio desiderio prima ancora che io lo esprimessi. Però ero sua in esclusiva, non potevo avere amiche né uscire da sola, vivevo con lui in ogni istante del giorno e della notte.

Già in quel periodo Totò aveva acquistato una grande fama. Lo pagavano mille lire al giorno, una cifra davvero ragguardevole per quegli an-
ni. Ma Totò non amava il denaro. Diceva: «E’ per questi pezzi di carta che la gente si ammazza, in tutto il mondo, a me non piace avere i soldi, mi piace liberarmene». E, coerente con quel che diceva, spendeva a piene mani tutto quello che guadagnava. Sceglieva sempre il meglio: alberghi e ristoranti di prima categoria, e quanto di migliore si potesse avere per

il suo e il mio guardaroba. Viaggiava allora con circa cinquanta abiti e un’infinità di camicie. Non usciva mai senza gemelli ai polsi e spilla alla cravatta. Imparai a conoscere presto anche la sua generosità. Aveva un’inesauribile capacità di partecipazione ai dolori della gente, aiutava con cospicue somme tutti quelli che si rivolgevano a lui. Io stessa ho spedito
dietro suo incarico decine e decine di buste con denaro.

Dopo qualche mese di convivenza, aumentata la nostra intimità, smise di indossare le eleganti giacche da camera che possedeva: «Diana, se non ti dispiace, io starei più comodo così», mi diceva avvolgendosi ai fianchi un grande asciugamano e restando a torso nudo.

Quando sì radeva al mattino voleva me seduta sul bordo della vasca e una tazzulella ’e café appoggiata sul lavandino. Era quello il momento dei progetti: parlavamo del nostro futuro, dei viaggi che avremmo fatto, delle vacanze.

Rividi mia madre a Firenze dopo tre mesi dalla mia "fuga”. Ero felice e mi si leggeva in volto: dovette ammettere anche lei che la mia scelta si era rivelata giusta.

La prima volta che ci fermammo a Napoli, Totò volle portarmi a conoscere i suoi genitori: Anna e Peppino Immaginavo sua madre co me una signora sottile ed eterea, magari vestita di nero. Ci venne invece ad aprii c una matrona: bionda, alla, imponente e simpaticissima, «Ne' mammà, avete visto vi ho portato a conoscere Diana». La donna mi squadrò da capo a piedi, poi rivolta al figlio, disse: «E dove l’hai trovata questa, all’asilo infantile?».

Continuando a borbottare ci fece entrare e accomodare in un salottino dove sopraggiunse anche il marito, un omino piccolo che lei sovrastava per stazza.

GIOVANE E BELLA

«Scusami bella», disse la donna finalmente rivolta a me «non credere che io ce l’abbia con te. Vieni qua, ti voglio chiedere una cosa. Ma tu lo conosci bene mio figlio? Guarda, ’o figlio mio è buono, ma proprio buono come un pezzo di pane, è solo nu poco capa all’erta, come dire, un po’ ossessivo, un po' scocciante». Poi continuò: «Figlia mia, tu sei troppo giovane e troppo bella, con mio figlio devi stare attenta, perché è un po' troppo possessivo. Non gli dire sempre sì, non ti far mettere i piedi in testa».

Quella sera Totò mi parlò della sua nascita e della sua infanzia: la madre aveva 16 anni quando rimase incinta in seguito a una relazione con il giovane rampollo dei marchesi De Curtis, famiglia nobile ma squattrinata. Il bambino era stato allevato dalla famiglia della ragazza e nei primi anni della sua vita aveva visto il padre sporadicamente.

Totò mi confessò di aver sofferto molto per quella situazione, soprattutto perché la madre, giovane e bella, usciva a divertirsi senza di lui. Solo più tardi, quando lui aveva già cominciato a fare l'attore, i suoi genitori si erano uniti e poi sposati, tanto che lui fu riconosciuto legalmente dal padre quando aveva quasi vent'anni.

Dopo un anno e mezzo di convivenza mi accorsi di essere in attesa di un bambino. Totò, quando glielo dissi, reagì in modo davvero singolare. Lo vidi rabbuiarsi, poi mi disse: «Non è possibile, a meno che tu non mi abbia tradito. Non puoi aspettare un figlio mio perché io non posso avere figli».

Dopo molte insistenze si convinse a consultare un medico: scelse un vecchio ginecologo e volle assistere alla visita, girandosi di spalle, appoggiato alla finestra.

«La signora è gravida di tre mesi», fu il responso. «Ma come, dottore», disse Totò «io non posso procreare, ne sono certo!». «Allora venga di là nel mio ufficio e si spieghi meglio», disse il medico con durezza.

Uscendo dallo studio Totò mi abbracciò commosso: «Scusami, cara. Il medico mi ha chiarito ogni dubbio, io ero convinto di non poter far figli per una malattia infantile, la parotite, che ho contratto in ritardo. Questo mio sospetto era stato avallato dal fatto che nessuna donna delle tante che ho amato è mai rimasta incinta». «Ma Totò», gli dissi amareggiata «anche volendo, come avrei potuto tradirti? Sono con te in ogni istante». «Hai ragione, perdonami», mi rispose «sono stato un pazzo a sospettare di te».

TRINE PREZIOSE

Superato quell’inizio un po’ burrascoso trascorsi una gravidanza molto felice. Totò mi coccolava come una bambina delicatissima.

Nell'ultimo periodo della mia gravidanza, a Roma, abitavamo ancora nella camera d’albergo dei primi tempi. Io pensavo di partorire all’ospedale, ma su questo punto lui fu irremovibile: «Non se ne parla nemmeno, Diana non deve andare in una specie di Torre di Babele per partorire. Faremo allestire in questa camera una sala parto».

 

E così fece. Le pareti vennero foderate da teli bianchi, furono contattati un medico, un’ostetrica e un'infermiera che mi seguirono giorno e notte nel lungo travaglio.

Erano le 21 quando nacque una bambina. Totò, che stava recitando al Teatro Eliseo, fu avvisato telefonicamente. Interruppe lo spettacolo, dicendo al pubblico: «Amici miei, mi è appena nata una figlia, voi permettete che io vada a conoscerla? Sarò di nuovo qui da voi tra dieci minuti esatti». In quei dieci minuti corse trafelato dal teatro all’albergo, salì le scale come un forsennato, ebbe appena il tempo di baciare me e la bambina ed era di nuovo in strada.

Al suo ritorno, tenendo tra le braccia la piccola disse: «E’ proprio mia, adesso ne sono proprio sicuro, perché ha il mio stesso naso storto!».

Mi chiese di battezzarla con il nome di Liliana, in ricordo di Liliana Castagnola, la soubrette che per amor suo si era tolta la vita qualche anno prima.

Nei giorni che seguirono la nascita della bambina, Totò girò personalmente i migliori negozi di Roma per scegliere il corredino. Comprò quanto sarebbe servito per dieci bambini: abitini di trine preziose, centinaia di scarpine, serie di copertine e len-zuolini, sembrava non voler smettere più di fare acquisti.

Si dimostrò subito un padre tenerissimo, premuroso, ma esageratamente apprensivo. Volle assumere immediatamente una bambinaia per farmi aiutare. Quindici giorni dopo il parto eravamo già in viaggio in quattro: noi due, Liliana e la bambinaia.

Ripresi presto la mia vita di prima. Seguivo Totò ovunque, mentre la piccola riposava in albergo accudita dalla nurse. Il problema nasceva quando di sera dovevo allattare la bambina, Totò non volle mai che fossi io a raggiungerla. Assunse un autista che a orari stabiliti prelevava nostra figlia con la "tata" portandocela in teatro. Dopo la poppata Liliana veniva riportata in albergo.

Appena rientrammo a Roma, Totò volle acquistare una casa. Girammo giorni e giorni per trovarne una di suo gusto. Era esigentissimo. Dopo averla trovata scelse lui pezzo per pezzo i mobili. Si interessò del colore dei tendaggi, acquistò bellissimi tappeti e soprammobili. Aveva un gusto raffinato. Assunse subito una cuoca e una cameriera: «Non crederai che io voglia far sciupare le tue mani con i lavori domestici», mi disse. «Non ne avresti nemmeno il tempo perché tu devi continuare a occuparti di me, a starmi vicina». Curiosamente invece era lui che al mattino, se aveva tempo, sbrigava qualche faccenda domestica: dopo aver bevuto il caffè prendeva in mano uno straccio e spolverava con bravura mobili, quadri, cristalleria. Per cinque, sei anni, continuammo a portare la bambina con noi. Ci spostavamo con un numero incredibile di bagagli: bauli, lettini, cappelliere, giocattoli; grazie alla capacità organizzativa di Totò, riuscivamo a vivere comodamente anche se restavamo fuori di casa per gran parte dell'anno.

Ci sposammo il 6 aprile del 1935, quando Liliana aveva quasi due anni. Fu una cerimonia semplice, alla sola presenza dei testimoni, nella chiesa di San Lorenzo in Lucina.

Nella nostra vita privata non erano ammesse persone del mondo dello spettacolo. Finito il suo lavoro, Totò non amava la compagnia di attori o altri "addetti ai lavori”. In realtà non avevamo nemmeno amicizie di altro genere; a volte mi lamentavo di non avere un’amica, di non poter scambiare quattro chiacchiere con una conoscente, ma mio marito mi rispondeva: «A che cosa ti servirebbe un'amica? Non stai forse bene con me?».

In estate prendevamo in affitto a Viareggio una villa sul mare. Portavamo con noi anche il personale di servizio: cuoca, cameriera e bambinaia. Mio marito acquistava per me costumi da bagno bellissimi, ma non potevo indossarli liberamente in spiaggia. «Così scoperta», diceva «posso vederti soltanto io». Così ero costretta a indossare una vestaglietta e se facevo il bagno lui mi aspettava a riva con l'accappatoio. Perprendere il sole mi portava al largo con il pattino.

Il pomeriggio facevamo lunghissime passeggiate in bicicletta, io, lui e la bambina, e la sera dopo cena andavamo in un bar a gustare una coppa di gelato.

Una volta facemmo una gita in battello a Torre del Lago. Di fronte a me si sedette un signore di mezza età. Vidi subito Totò innervosirsi. Infatti a un certo punto sbottò: «Senta, signore, ma lei che cos’ha da guardare?». «Le dispiace che io guardi?», gli rispose quell'uomo. «No, lei non guarda: fissa», fu la sua risposta.

DIALETTO SICILIANO

Ma l’altro continuò con molto spirito: «Gli occhi sono fatti per guardare, soprattutto le cose belle. Se io guardo la signora che le sta vicino», disse «non faccio niente di male». «Questa non è una signora», lo interruppe Totò «è mia moglie». «Fortunato lei», continuò quell'uomo. «Ma se io guardo la sua signora, lei non se ne deve dispiacere. E' come se guardassi un bel quadro». «Ma a me dà comunque fastidio il fatto che lei fissa», continuò Totò paonazzo.

Queste scene con lui erano all'ordine del giorno. Non si rendeva conto di esagerare, di rendersi ridicolo. Un’altra volta eravamo a Palermo, e all'ora di pranzo mi portò in un bel ristorante con un giardino alFaperto. Alle sue spalle si sedettero quattro uomini, proprio di fronte a me. A un certo punto, parlando in dialetto stretto, cominciarono a fare degli apprezzamenti sul mio conto; avevano capito che non eravamo siciliani e pensavano di non essere capiti. Totò invece comprendeva perfettamente tutti i dialetti. Così all'improvviso afferrò il tavolo per le gambe e lo sollevò in aria, facendolo poi ricadere con uno scroscio fortissimo sui commensali alle sue spalle. I piatti colmi, i bicchieri, le bottiglie si rovesciarono addosso ai malcapitati, si scatenò un vero putiferio.

Totò, calmissimo, li apostrofò nel loro medesimo dialetto: «Siete degli incivili, dei maleducati. Chi credevate che io fossi? Il nonno della signora, un rimbambito che vi avrebbe lasciato fare? Imparate a non molestare le donne, soprattutto se sono in compagnia». I quattro avventori, pur avendo riconosciuto Totò, protestarono vivacemente. Si radunò una piccola folla di curiosi, tanto che dovette intervenire il gestore del locale.

Dopo quelle sfuriate Totò mi chiedeva scusa: «Perdonami», mi diceva «ma è più forte di me, in certi casi mi sale il sangue alla testa, non so più quello che faccio. Vedrai che con il tempo passerà, cambierò», mi prometteva, salvo poi ricominciare alla prima occasione.

La sua era una vera manìa, che si accentuò con il passare degli anni. E lui, di fronte alle mie proteste, diceva: «Diana, non è vero che una donna a 25 o 30 piaccia meno di una ventenne. Per il vero intenditore è come una rosa rigogliosamente sbocciata, che attira di più con il suo profumo più marcato e il colore più vivo». Io non potevo nemmeno stringere la mano a estranei senza il suo consenso. Aveva studiato uno stratagemma. «Se un uomo ci viene incontro, chiunque sia, tu devi attenerti a questa regola: se io non ti faccio alcun cenno puoi porgere la mano, se ti stringo il braccio vuol dire che si tratta di un tipo che non mi piace e ti limiterai a dire buongiorno».

Una volta ci si avvicinò un giornalista che lui salutò affabilmente. Non avendo ricevuto alcun segnale, stavo per porgere la mia mano verso la sua, all’improvviso invece mi sentii dare una brusca stretta e di colpo, per abitudine, ritirai la mano.

Anche per nostra figlia Totò nutriva lo stesso sentimento di gelosia; quando ebbe sei anni si rifiutò di mandarla a scuola. «Assumeremo un'insegnante che la prepari privatamente. Mia figlia in una scuola non andrà mai, non posso saperla esposta a mille pericoli, non vivrei tranquillo». «Ma la bambina ha bisogno della compagnia dei coetanei», ribadivo io. «E va bene, il pomeriggio faremo venire su a giocare le due figlie del portiere, ma solo le due femminucce, intendiamoci!».

Far vivere Liliana solo con adulti non mi sembrava giusto. Cercai di dissuaderlo, ma non ne ricavai nulla: «Se io potessi», mi diceva candidamente «metterei te e lei qui nel mio taschino, nascoste agli occhi di tutti».

Totò era in generale un marito fedele. Mi aveva tradito in realtà solo un paio di volte all’inizio del nostro rapporto, quando io ero ancora piena di disarmanti pudori e ingenuità e quindi poco adatta a essere la compagna di un uomo sorprendentemente passionale. Negli anni seguenti non ebbi mai motivo di sospettare di lui, del resto non sapeva fingere, non avrebbe saputo nascondermi nulla. «Vedi», mi diceva sempre «io pretendo lealtà assoluta, sono molto esigente, ma ti ricambio con la stessa moneta. Per me contate soltanto tu, mia figlia e il mio lavoro, non ho assolutamente bisogno d’altro per essere felice».

GATTO D’ANGORA

Con i suoi genitori, specialmente con la madre, Totò aveva un rapporto spassosissimo. Vederli in casa era come assistere a una sceneggiata napoletana. La signora Anna, mia suocera, bussava in camera da letto appena sentiva che ci eravamo svegliati: in urta mano reggeva la tazzulella ’e café per il figlio, nell’altraun bastone che usava per vezzo, perché era agilissima malgrado la sua stazza di 120 chili. La madre di Totò aveva un gatto d'angora bellissimo, di nome Bianco. Lo considerava un secondo figlio, di mattina a buon’ora cominciava a dire al marito: «Peppì, scendi che la pescheria è già aperta, vammi a prendere il pesciolino per Bianco».

A Bianco piaceva arrotarsi le unghie sulle poltrone di damasco del salotto. Totò non lo sopportava. «Mammà», gridava «prendetevi quel fetente del gatto, mi sta rovinando tutto!». La madre rispondeva con flemma napoletana: «Eh che sarà mai, per due graffietti, Bianco vieni bello di mammà, tuo fratello non ti vuole bene!». Bianco morì nel giorno di Pasqua mentre noi eravamo in tournée. Ci arrivò un telegramma di mia suocera su cui c’era scritto: ”Vi devo dare una notizia ferale: è morto Bianco. Vi faccio 'anche' gli auguri per Pasqua”.

Diana Rogliani (Testo raccolto da Marilù Simaneschi, "Gente", 17 gennaio 1991)

Seconda parte


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TOTÒ SCRISSE "MALAFEMMINA" PENSANDO A ME

Diana Rogliani, che fu la moglie dell’indimenticabile comico e che da lui ebbe una figlia, ha deciso per la prima volta di ricordare i momenti più belli e più tristi della sua storia d’amore - «Quattro anni dopo il matrimonio, lui mi propose l’annullamento, pur continuando a vivere insieme» - «"Così ho la prova", mi disse "che vivi con me perché mi ami”» - «Il matrimonio fu poi annullato per la gelosia di Totò e io sposai un avvocato» - «Totò reagì scrivendo la celebre canzone "Malafemmena”»

Roma, gennaio 1991

I primi 6 mesi del 1939 li trascorremmo in Africa orientale, dove Totò ebbe un successo strabiliante. Proprio durante quel soggiorno, una sera mio marito mi domandò all’improvviso: «Diana, tu stai con me perché sei mia moglie, o perché mi ami?».

«Ma che razza di domanda è questa?», risposi meravigliata. «Comunque Io sai che del matrimonio non mi è mai importato un granché. Sei stato tu a volermi sposare, quando avevamo già una figlia di due anni».

«Ascoltami», incalzò lui «se ottenessimo l’annullamento di matrimonio, se non potessimo più considerarci sposati, tu continueresti egualmente a vivere con me?». «Ci puoi contare», risposi io dando poco peso a quel discorso strampalato. Qualche giorno dopo Totò tornò sull’argomento: «Se mi prometti che non mi lascerai», mi disse «io vorrei far annullare le nostre nozze. Così ti sentirei più legata a me. E io avrei una prova in più che vivi con me perché mi ami davvero. E poi, anche se un giorno disgraziato tu dovessi tradirmi, praticamente non mi metteresti le "corna” perché non saremmo più marito e moglie».

Lo lasciai fare. In poco tempo ottenemmo l’annullamento, anche se tra noi non cambiò nulla. Continuammo la vita di sempre e nascondemmo a tutti, anche ai nostri genitori, la "novità".

Durante la guerra Totò si convinse a lasciarmi a casa con la bambina. Ormai era diventato pericoloso viaggiare in treno su e giù per l'Italia. Quando partiva si faceva promettere però da sua madre, che avrebbe vegliato in ogni momento su di me: «Mammà, giuratemi sui vostri defunti che non farete uscire mai Diana da sola!». Dopo molte discussioni, ogni volta riusciva a strappare a sua madre quel giuramento. Così io, per non mettere in imbarazzo mia suocera, che pure capiva quanto il figlio fosse esagerato con la sua gelosia, preferivo rimanermene tappata in casa per mesi interi. Facevo le commissioni per telefono, mandavo la cuoca al mercato a fare la spesa, e raramente uscivo sottobraccio a mio suocero da un lato e a mia suocera dall'altro per prendere una boccata cl'aria.

Per tutti gli anni in cui vissi con Totò io non sono andata mai una sola volta dal parrucchiere. Lui sosteneva: «Quello è un modo di peccare consensualmente. E’ il movimento stesso che lo porta: quello sta lì alle tue spalle, si appoggia, ti tocca la testa, eh no cara, a me certe cose non passano sotto il naso!».

Quando ne avevo bisogno era Totò stesso a chiamare una "pettinatrice” in casa. Una volta che la solita non era disponibile e mi mandarono un uomo, Totò ebbe il coraggio di stare accanto a me perfino mentre quel ragazzo mi lavava i capelli.

Nell’immediato dopoguerra partimmo per la Spagna, noi e la bambina. In quel bellissimo Paese restammo sette mesi. Totò recitava in italiano ma riscosse un grande successo. La gente lo capiva perfettamente, il suo linguaggio era universale! Non volevano più lasciarlo partire, l’impresario gli propose il doppio del suo già alto compenso, se si fosse fermato lì per altri quattro mesi.

Ma Totò non volle saperne, perché aveva un’enorme nostalgia dell’Italia.

Nel 1936 Totò interpretò il suo primo film, "Fermo con le mani", poi, per anni non volle più sentir parlare di cinema. «Il teatro mi dà più gioia», diceva «perché è il pubblico in sala a darmi la carica». Il cinema però continuò a tentarlo con allettanti proposte e dal 1947 mio marito cominciò a girare un film dopo l’altro. All’inizio per quel genere di lavoro era molto insofferente, ma poco a poco si trovò a suo agio perché cominciò a recitare a ruota libera ignorando sistematicamente il regista e le sue indicazioni.

Totò è sempre stato credente, ma non osservante. In chiesa, ad ascoltare la Messa, andavamo una o due volte l’anno e sempre in piccole chiese poco frequentate. Aveva invece un "rapporto personale" con sant’Antonio da Padova. Del santo Totò aveva una immaginetta da cui non si separava mai. Appena arrivato in una camera d’albergo la tirava fuori dalla valigia e la appoggiava sul comodino accanto al letto. Con il santo faceva lunghi discorsi: «Sant’Antonio», diceva «non ti devi offendere se in teatro non ti posso portare, sai quello non è posto da santi, ci sono le ballerine mezzo svestite, proprio non è cosa per te. Però tienilo presente, stasera ho la "prima", mi devi stare vicino, nun te scurdà e me, non ti dimenticare di me».

LA VACANZA A CAPRI

Se qualche cosa per cui aveva richiesto l'interessamento del santo, non andava per il verso giusto allora lo rimproverava: «Sant'Antonio», gli diceva «ma allora proprio non vuoi starmi a sentire. Forse ti ho fatto qualche sgarbo, qualche ”mala-zione”? No, è che non m'hai ascoltato proprio. E lo sai che ti dico? Che nun te voglio vede’, duorme!, dormi». E lo girava verso il muro. Ma poco dopo, pentito, rimetteva l’immaginetta al suo posto.

Totò ha sempre avuto un fisico d’acciaio, è sempre stato bene malgrado lavorasse moltissimo, fumasse sessanta, settanta sigarette al giorno e bevesse una gran quantità di caffè. Aveva però problemi di vista. Un’estate mi disse all’improvviso: «Non vedo bene dall’occhio destro, ho come una macchia nera davanti».

Tornammo subito a Roma e consultammo uno specialista. Il professore disse genericamente: «Totò non si preoccupi non è nulla di grave, però deve venire da me in clinica per una visita più accurata».

Lui lo fissò con un’aria seria: «Professore, parliamoci chiaro, che tengo?». Il medico dovette allora dirci la verità, c’era stato un distacco di retina e occorreva intervenire subito. Fu operato d’urgenza.

L’operazione era perfettamente riuscita, ma i medici gli raccomandarono, al momento di andare a casa, un periodo di assoluto riposo. Dopo qualche giorno arrivò a casa una specchiera magnifica che Totò aveva ordinato tempo prima. La feci appoggiare sul pavimento in attesa di farla sistemare da qualcuno. Ero nella vasca da bagno quando Totò gridò: «Diana, Diana vieni subito, non ci vedo più». Aveva sollevato la pesante specchiera dorata per vederla subito a posto, e lo sforzo aveva provocato la rottura della delicata cicatrice e un nuovo versamento di sangue nell’occhio. Non ci fu nulla da fare: dal lato destro non avrebbe più visto.

«Si vede che devo scontare qualche peccato», disse lui filosoficamente. «O’ Padreterno m’ha voluto levà un occhio, ma m’ha lasciato a quest'altro, lo devo sempre ringraziare». Era un uomo che amava enormemente il sole, la luce, i colori della natura e da quel momento il rischio di una cecità completa divenne il suo terribile spauracchio.

Via via che nostra figlia Liliana cresceva, Totò riversava su di lei la stessa forma di amore misto a possesso che aveva per me. La ragazzina fece in casa anche le medie, non frequentava amiche della sua età, viveva esclusivamente in famiglia.

Nel dopoguerra Totò decise di cambiare il luogo destinato alla villeggiatura estiva. Dopo un piccolo consiglio di famiglia saltarono fuori due nomi: Capri e il Lido di Venezia. Fece allora due bigliettini che mischiò nella sua bombetta, affidando a Liliana il compito di estrarne uno a sorte. Usci quello su cui c’era scritto Capri.

Dell’isola, che pur essendo napoletano mio marito non conosceva, si innamorò subito. Allora Capri era davvero un’isola incantata. Prendevamo in affitto bellissime ville, ogni anno diverse. Di mattina uscivamo su una barchetta: io, Totò, Liliana e Dick il nostro cane lupo. Lui sceglieva uno scoglio tranquillo sul quale prendere il sole. Ma Totò si allontanava per lunghe remate. Come "piantone” restava invece Dick, che appena vedeva che qualcuno si avvicinava cominciava ad abbaiare furiosamente. Così Totò tornava subito indietro.

UNA COTTA SOLENNE

Liliana a 14 anni, malgrado noi la chiamassimo "la bambina”, era diventata una giovane donna: ben fatta, i capelli chiari e un bel faccino delicato. Quando Totò la vide quell'anno in costume si mise a gridare: «Oh! Mamma mia che paura», e corse a rifugiarsi in cabina. Io accorsi spaventata: «Totò che hai visto?». «Mia figlia, che cosa le hai messo addosso?». «Ha un costumino nuovo». «Coprila, non me la far vedere così. Le è cresciuto il petto, le si vede! Coprila, coprila, almeno per questo primo giorno, lascia che mi abitui. Non la posso più abbracciare», diceva sconsolato «ormai è una donna».

Poi si decise a uscire e rivolgendosi a Liliana: «Guagliò copriti, mettiti l’accappatoio che papà ti porta a fare il bagno al largo». Per tutta la giornata non fece che guardarla con struggente tenerezza: «Diana, ma come me l’hai fatta bella».

Qualche giorno dopo nostra figlia ci chiese il permesso di fare una passeggiata in compagnia della sua signorina. Mentre io e Totò tornavamo a casa dalla spiaggia invece la vedemmo mano nella mano con un ragazzo molto giovane. Mio marito divenne bianco in volto, appena si avvicinò Liliana scappò via terrorizzata mentre lui furibondo si rivolse al giovane: «Tu chi sei, che fai con mia figlia?». «Niente, signor Totò, non s’arrabbi io stavo solo parlando con la signorina». «Che signorina e signorina. Questa è una bambina, ha solo 14 anni e tu vattene e non ti permettere di tornare più». Arrivando a casa Totò diede alla figlia il primo schiaffo della sua vita.

Pensavamo che tutto finisse li. E invece qualche giorno dopo il ragazzo si ripresentò. Era Gianni Buffardi ed era il figliastro di Carlo Bragaglia, regista e amico di Totò che aveva sposato in seconde nozze la madre del ragazzo.

Ci rendemmo conto presto che nostra figlia aveva preso una cotta solenne, non faceva che piangere mentre Gianni passeggiava in continuazione sotto le nostre finestre. Seppure a malincuore Totò decise di permettere al ragazzo di salire in casa: «Almeno possiamo controllarli», sosteneva «altrimenti si incontreranno di nascosto».

Quel ragazzo non gli fu simpatico sin dal primo momento, non aveva che 17 anni, non lavorava ed era troppo loquace e disinvolto per i suoi gusti. Da quel momento cominciarono anche tra me e mio marito interminabili discussioni. Io da un lato cercavo di aiutare mia figlia, ma dall’altro ero dispiaciuta per l'evidente sofferenza di mio marito. A Roma le cose non migliorarono, i ragazzi continuarono a vedersi e con il trascorrere dei mesi, malgrado la loro giovane età, cominciarono anche a parlare di matrimonio. Totò non era abituato alla presenza di un altro uomo in casa, ne era chiaramente e istintivamente geloso. Se Gianni rimaneva a cena, lui si chiudeva in camera e non veniva a tavola. Il nostro futuro genero, che era di carattere espansivo, non faceva poi che peggiorare la situazione mostrandosi inconsapevolmente affettuoso anche nei miei confronti. Mi salutava abbracciandomi, mi faceva dei complimenti e questo mio marito proprio non lo sopportava.

Dopo il primo anno di fidanzamento, mia figlia cominciò a frequentare, accompagnata da me, la casa dei suoi futuri suoceri: i coniugi Bragaglia. Abitavano in uno splendido appartamento in via Margutta, sempre pieno di amici. Totò esigeva che io accompagnassi Liliana perché non l'avrebbe mai mandata da sola.

«Che cosa fate in quella casa?», mi chiedeva. «Si beve qualcosa», gli rispondevo «si fa una partita a carte, c'è sempre qualcuno piacevole da ascoltare, pittori, scultori, intellettuali». Moltissime volte lo pregavo: «Non mandarmi sempre sola, vieni qualche volta anche tu, così ti renderai conto che nessuno fa niente di male». Ma non ne voleva sapere.

«SONO UN UOMO LIBERO»

Di settimana in settimana però Totò diventava più cupo e nervoso in casa. Finché una sera che io e mia figlia rientrammo un po' più tardi, ci trovammo di fronte a un piccolo "trasloco". Totò si stava trasferendo nella stanza degli ospiti. «Mi avete abbandonato, mi avete abbandonato tutte e due», diceva e rivolto a me «non dormirò più nella tua stessa stanza.

«Ricordati», mi diceva «che se Liliana sposa quell’uomo, tu in casa sua non entrerai mai, potrà venire da noi nostra figlia, ma tu da loro non dovrai andarci».

Cominciai a rendermi conto che la vita che avevo condotto fino a quel momento mi aveva privata di ogni libertà. Ero stata felice accanto a quell’uomo, ma avevo vissuto come una donna dell’Ottocento. Proprio in quel 1950 Totò girava un film accanto a Silvana Pampanini: 47 morto che parla, di Carlo Bragaglia. Notai che per due o tre sere di seguito mio marito uscì. Mi sembrò davvero strano, perché lui era un "pantofolaio” inguaribile e di sera non usciva mai. Una mattina poi una voce anonima al telefono mi disse: «Tuo marito corteggia la Pampanini. Ieri sera l’ha portata a cena alla "Rupe Tarpea"».

Dopo due giorni lo sconosciuto tornò alla carica: «Tuo marito ha inviato alla Pampa-nini un mazzo di fiori in cui era nascosto un anello con brillante. E’ andato addirittura in casa dei genitori a chiedere la sua mano».

La sera stessa lo affrontai: «Totò», gli dissi «perché non sei leale? Noi non ci siamo mai nascosti niente».

Lui mi rispose seccamente: «Queste sono cose che non ti riguardano. Io sono un uomo libero. Potrei risposarmi anche subito». Mi ferì profondamente, io non avevo mai nemmeno guardato con interesse un altro uomo, non avevo mai tradito Totò neppure con il pensiero e lui era capace di tanto.

All’improvviso mi tornò in mente la battuta di un uomo fattami qualche giorno prima. La domenica precedente infatti, in casa dei Bragaglia, avevo ricevuto anch’io una specie di proposta matrimoniale. Un signore sulla cinquantina, l’avvocato Michele Tufaroli, aveva detto davanti a tutti: «Io non mi sono ancora sposato, ma lo farei: anche subito, se potessi avere in moglie una donna come la signora Diana».

LA TAZZA DI CAFFÈ

«Guardi che io potrei prenderla in parola», avevo risposto con una punta di innocente civetteria. E lui: «Se fosse vero, sarei felicissimo di farlo ora e in ogni altro momento». Per rabbia, d’impeto, risposi a Totò: «Forse qualcuno disposto a sposarmi lo troverei anch’io, anzi forse l’ho già trovato!». «E chi è?», domandò lui scuro in volto. «Un certo avvocato Tufaroli, che mi sposerebbe anche subito».
Lo vidi impallidire, poi cominciò a gridare: «Allora vattene subito!».
«Me ne andrò al più tardi domani mattina», risposi seria. Passai una notte d’inferno, mi sentivo umiliata, perdente su tutta la linea. Al mattino preparai una valigia e raccolsi in un sacchetto tutti i gioielli che Totò mi aveva regalato. Prima di uscire passai nella sua stanza: «Eccoli, questi sono tuoi, ma guai a te se li vedo indosso ad un’altra, ne diventerà proprietaria mia figlia!».

Uscii di casa senza che Totò muovesse un dito per fermarmi. I giorni che seguirono furono i più brutti della mia vita. La notizia che avevo lasciato Totò si sparse rapidamente.

Io ero a casa di mia sorella, che mi aveva accolto con affetto quando mi arrivò una telefonata inaspettata. Era l'avvocato Tufaroli: «Signora, mi dispiace per quanto è accaduto, capisco che la mia proposta può giungerle inopportuna, in questo momento, ma gliela rifaccio ugualmente: io sono pronto a sposarla». Questo davvero non me lo sarei aspettato.

Fu invece mia figlia a decidere subito di sposarsi. Il padre le aveva proibito di vedermi e lei nell'atmosfera cupa di casa nostra non riusciva più a vivere. Una sera mi chiamò in lacrime: «Mammina, mi sposo domani ad Assisi. Papà ha detto che non ci sarà. Vieni almeno tu. Voglio che ci sia almeno uno dei miei genitori».

Era il 24 giugno 1951. Fu un matrimonio un po' mesto, molto diverso da quello che avevo sognato per mia figlia. Dopo le nozze di Liliana ricevetti una telefonata di Totò: «Diana», mi disse «se torni io
posso anche perdonarti, ma ti ribadisco che tu in casa di tua figlia non devi mettere piede». Il suo atteggiamento non era dunque cambiato in nulla. «Guarda Totò, che io non ho nulla da farmi perdonare e a queste condizioni a casa non torno di certo».

Quello stesso giorno l’uomo che intendeva sposarmi si fece vivo: «Diana ora devi scegliere, io voglio subito una risposta, ho avuto molta pazienza ma ora basta. Se accetti di sposarmi, oggi stesso inizio a preparare i documenti».

Non fu una decisione facile da prendere. Ero sola, non
avevo denaro. Tufaroli era un uomo brillante, aveva una elevata posizione economica e si era mostrato sensibile e comprensivo, ma io sentivo di non amarlo. D’altronde cosa potevo fare? Con Totò non potevo tornare. Decisi d’impeto, chiamai Tufaroli e gli dissi di preparare le carte. Accettavo di sposarlo. Un giorno prima delle nozze, celebrate in luglio in municipio, chiamai mia figlia. Totò lo venne a sapere quando io ero già partita per Napoli in viaggio di nozze. Chiamò Liliana al telefono: «Vieni subito qui, perché sto male», gli disse piangendo. Appena la vide gli chiese: «E’ vero che tua madre si è sposata oggi?», Liliana dovette confermargli la notizia, dirgli la verità.

Totò allora cominciò a strapparsi i capelli, a urlare come un pazzo, piangendo, come un invasato: «Questo non doveva farlo, non è possibile, la mia vita se n’è andata con lei». Ancora oggi mia figlia quando ricorda quella serata non può fare a meno di star male.

Il giorno successivo Totò chiamò Giacomo Rondinella, suo amico e musicista: «Questa canzone è dedicata a Diana, aiutami a musicarla». Nasceva Malafemmena, una canzone diventata celebre.

Io e Totò ci rivedemmo per la prima volta alla nascita del nostro primo nipotino: Antonello. Provai, nel trovarmelo davanti, una indicibile emozione, mi resi conto che lo amavo ancora.

Poi ho continuato a vederlo in casa di mia figlia. Anche lui aveva trovato una nuova compagna, Franca Faldini, ma la tenerezza, l’affetto che aveva per me non erano scomparsi. Una volta alla settimana chiamava Liliana: «Vengo a prendermi una tazzulella e cafè. Chiama a mammà».

L’ULTIMO BACIO

Negli ultimi anni, quando non ci vedeva più, mi passava le mani sul viso. «Ma tu proprio non invecchi», mi diceva «la tua pelle è liscia e fresca come una volta, e qui ci sono le fossette che conosco». Parlavamo per ore degli anni passati: «Ti ricordi quella volta, in teatro? Ti ricordi quell’estate a Viareggio?». Un giorno ricevetti da lui una telefonata. «Voglio vedere te e Liliana, vi voglio parlare». Ci incontrammo in casa di mia figlia, il cui matrimonio nel frattempo era miseramente fallito. «Vedi», mi disse «io ormai sono al tramonto della mia vita e ho deciso di lasciare Franca, lei è una donna giovane, una brava ragazza che potrebbe ancora sposarsi, avere dei figli. Perché dovrei continuare a sacrificarla?».

«Vorrei acquistare due appartamenti attigui. In uno andreste a vivere tu, Liliana e i suoi bambini, nell’altro ci starei io. Una cosa però mi devi promettere, che la sera verrai a tenermi compagnia! So già che tu sei una buona infermiera, ti sapresti prendere cura del fisico e del cuore di un vecchio rudere». Mi sentii salire in gola un nodo di commozione. Praticamente mi stava chiedendo di tornare a vivere insieme, come due vecchi coniugi che la vita vuole riunire prima della fine. «Vedo dai tuoi occhi che accetti questa mia proposta. Allora diamoci da fare subito, cerchiamo la casa». Nel salutarmi mi chiese: «Posso baciarti nelle fossette, come una volta?». Fu questo l’ultimo bacio tra noi. Una settimana dopo piangevo la scomparsa di quell’uomo che è stato l’unico che io abbia amato.

Diana Rogliani (Testo raccolto da Marilù Simaneschi, "Gente", 24 gennaio 1991)


Trasmissione radiofonica "Storica", trasmessa il 28 gennaio 2011: 1935 - La storia d'amore tra Totò e Diana Rogliani

Articolo di Maria Grazia d'Errico tratto dal sito http://www.laici.it/

Liliana de Curtis: "Ecco la storia di 'Malafemmena', la vera regina di Napoli"


E’ uscito in questi giorni, per i tipi della Mondadori, ‘Malafemmena’, il libro scritto da Liliana de Curtis, figlia del principe Antonio de Curtis - l’indimenticabile Totò - e da Matilde Amorosi, biografa ufficiale della famiglia. Il grande artista ebbe infatti una vita sentimentale tumultuosa, ma amò veramente solamente una donna: sua moglie Diana Bandini Rogliani, madre della sua unica figlia, Liliana, che in quest’opera racconta il grande amore dei genitori, intenso e passionale. Totò dedicò proprio a Diana la canzone ‘Malafemmena’, uno dei brani più struggenti di tutta la storia della musica italiana.

Signora de Curtis, come è nata l’idea di scrivere questo libro?
“Se n’è parlato molto in questi anni: mia figlia Diana desiderava rendere omaggio alla nonna scomparsa due anni fa perché, in definitiva, a mia madre toccò il destino di restare nell’ombra di quel grande protagonista che è stato mio padre. Se n’è andata in silenzio, così com’era vissuta, lasciando nel mistero il suo ruolo nella vita di Totò e non ha mai desiderato farsi pubblicità. Tutti pensano che la canzone ‘Malafemmena’ sia dedicata a Silvana Pampanini, l’attrice di cui Totò s’era invaghito anche se respinto dalla stessa. Ma fu proprio mio padre a smentire questa diceria: quando depositò i diritti alla Siae, comparve infatti la dedica ‘a Diana, la mia Mizuzzina’…”.

Suo padre era solito dire: “Un uomo e una donna per essere felici devono saper ridere insieme”. Leggendo il libro, però, si intuisce che i suoi genitori, pur non vivendo più insieme, si sono amati per tutta la vita: è dunque la storia di un grande amore?
“Sì, è il romanzo appassionante di un grandissimo amore. Il loro legame è un esempio di ‘amour fou’, in cui gli amanti non possono vivere né insieme, né divisi. Quando si conobbero, a Firenze, durante uno spettacolo, lui aveva più di 30 anni ed era già un attore abbastanza noto, mentre Diana, appena quindicenne, viveva in un collegio di suore. Scappò per amor suo e, inizialmente, visse con lui in albergo. Egli la forgiò a sua immagine, vivendo un rapporto di grande attrazione fisica, complicità e tenerezza, ma anche piuttosto conflittuale: erano amanti, fratello e sorella, madre e figlio. Con lei, Totò sentiva di potersi aprire completamente. E mia madre era felicissima solo quando veniva chiamata la ‘signora Totò e non la ‘principessa’ de Curtis”.

Un amore, però, avvelenato dalla morbosa gelosia di suo padre...
“Sì, Diana percepì subito quello che sarebbe diventato il ‘veleno’ della loro unione: la gelosia ossessiva di Totò. Lui prese l’abitudine di chiuderla in camerino, mentre recitava, roso dai sospetti, “perché”, diceva, “ci si può sentire traditi anche soltanto con gli occhi”. Una sera, durante uno spettacolo, smise di recitare e scese in sala urlando ad un corteggiatore indiscreto che stava fissando Diana, dicendogli davanti a tutti: “Violare la proprietà privata è un reato punito dalla legge”! Quando Diana rimase incinta, lui dubitò persino di essere il padre. Da giovane aveva contratto una forma di otite ed era convinto di essere sterile. La gelosia ha sempre gettato un’ombra sul loro rapporto, anche se ciò non ha impedito loro di essere felici, soprattutto quando la passione si stemperava nella tenerezza, come accadde durante il loro primo Natale, in cui lei gli preparò un presepe e lui, commosso per non averne mai avuto uno prima, si definì “un bambino felice”. La loro vita coniugale fu sempre alternata da furibonde litigate e tenere riappacificazioni, periodi di intesa e passione e ‘scappatelle’ sopportate dolorosamente da mia madre. Nel timore di essere tradito, nel 1939 Totò chiese e ottenne il divorzio in Bulgaria, facendolo poi deliberare in Italia – un espediente giuridico assai costoso che veniva adottato, a quei tempi, solo da qualche celebrità - pur continuando a vivere con la moglie: era il suo modo ‘folle’ per esorcizzare l’incubo delle ‘corna’. “Per ritrovare l’amore”, le disse un giorno, “voglio tornare celibe e scoprire il gusto di averti al di fuori di ogni vincolo ufficiale”. Una situazione distruttiva, per entrambi, costellata di crudeltà e di cattiverie inflitte alla moglie e destinata necessariamente a concludersi con un addio. Ma nel cuore rimasero sempre uniti. Diana si risposò con l’avvocato Michele Tufaroli e fu sempre infelice. Totò sprofondò nello sconforto assoluto e le dedicò anche un’altra canzone, ‘Nemica’, sul tema dell’amore - odio. Si concesse numerosi fidanzamenti e, alla fine, decise di voltare pagina quando conobbe Franca Faldini, la donna con la quale si fidanzò ufficialmente convocando una conferenza stampa, al fine di confermare l’importanza di un legame destinato a durare diciotto anni”.

Suo padre incarnava il classico ‘cliché’ dell'attore tutto ‘genio e sregolatezza’, ma una volta tolta la maschera e il pesante cerone che tipo di uomo diventava?
“Un uomo malinconico: oltre gli applausi, ogni sera c’era per lui il timore di non riuscire più a divertire la gente, il dubbio di aver sbagliato tono, la consapevolezza del lato effimero del suo mestiere. “Il falegname costruisce qualcosa di concreto, ma noi attori lavoriamo sulle chiacchiere e finiremo dimenticati”. Era umile e insicuro e non aveva l’animo disposto ad acquisire certezze. A questo clima, in cui la fatica di recitare, spesso davanti a un pubblico feroce pronto a demolire il comico se non era capace di farlo ridere, si univano le difficoltà economiche. E il sesso rappresentava l’unico modo per rilassarsi. Le donne gli piacevano immensamente, soprattutto per quel lato misterioso della loro personalità che lo intrigava nel momento in cui si rivelavano diverse da come apparivano. Come quando concupì una bella vedova durante la veglia funebre del marito, etichettandola: “Il veglione funebre, tanto il defunto non sentiva e non vedeva…”. Ma in realtà aveva un mucchio di ‘fantasie’ anche a livello platonico. Per esempio, ricordava con emozione l’incontro con una ‘modista’ che, solamente per una sera, egli trasformò in una ‘principessa’ senza osare nemmeno sfiorarla. Era un tipo esigente: per lui la sensualità doveva fondersi con un’altissima moralità, secondo un ‘prototipo’ vagheggiato dagli uomini della sua generazione”.

Di tutte queste signore, dette le 'passanti', Totò però ne ricordava una…
“Sì. Esitava a pronunciarne persino il nome: Liliana Castagnola, una donna fragile, vittima della sua stessa bellezza, una ‘sciantosa’ celebre per aver portato alla disperazione una serie di amanti e per aver dilapidato parecchi patrimoni. Si era lasciata ‘usare’ dagli uomini e anche da Totò. Pretendeva che la sposasse, ma lui non poté darle il suo cognome proprio a causa del ‘passato’ di lei. Per Totò si trasformò in una docile fanciulla innamorata e, quando lui la lasciò sola, ella non resse all’abbandono e si avvelenò. Oppresso dal senso di colpa, lui affermò, più tardi, che meritava di diventare sua moglie, perché lei lo amava veramente, poiché il suo animo era rimasto puro mentre, all’epoca, lui non lo capì. Liliana fu innalzata dal ruolo di cortigiana a quello di eroina romantica e finì nel ‘ricordatoio’, come lui definiva quella zona del suo cuore in cui sopravvivevano poche, ma intense, emozioni. Volle che le sue spoglie riposassero nella cappella di famiglia, dove sono ancora oggi. E a me diede il suo nome, Liliana. Nella sfortunata donna, Diana vide un riflesso di se stessa, che tante volte aveva pianto per Totò ma con il fermo proposito di non lasciarsi mai sopraffare da una passione così distruttiva”.

Leggendo il libro, l’impressione che se ne trae è quella di un uomo molto amato soprattutto per il suo modo di fare ‘sfuggente’: da dove nasceva questa precarietà, questa insicurezza, che lo ha accompagnato fino alla fine della sua vita?
“Quando Diana gli chiese perché avesse paura del matrimonio, lui le parlò apertamente della sua infanzia infelice, confidandole la vergogna provata per essere un “figlio di padre ignoto”, all’epoca un destino veramente infame. Fu lui, diventato adulto, ad imporre le nozze ai propri genitori, ottenendo così il cognome del padre nobile. Nonostante ciò, egli non riuscì mai a dimenticare le umiliazioni subite per la mancanza di una vera famiglia. Nel 1933, il marchese Francesco Maria Gagliardi Focas lo aveva adottato, dandogli quindi il suo vero nome, in cambio di un vitalizio. Alla morte di questi si fregiò dei titoli araldici tanto sospirati: una conquista che arrivò solamente dopo una lunga battaglia giudiziaria, durata parecchi anni e portata avanti con caparbietà. Chiedeva alla moglie di sopportare tutto ciò, perché talvolta lui stesso non si riconosceva. E lei sentiva di essere accomunata a suo marito da un destino analogo, perché lei stessa era nata da una relazione che sua madre aveva avuto con un uomo già sposato: Ferdinando Lucchessini”.

In che contesto nacque ‘Malafemmena’?
“Dopo il corteggiamento pubblico di Totò a Silvana Pampanini, sua partner nel film ‘47 morto che parla’, Diana, esasperata per i presunti tradimenti, decise di risposarsi. Totò allora iniziò a tormentarsi in balia dei rimorsi, di rimpianti e anche di un’aspra voglia di vendetta, perché secondo lui l’unica responsabile della fine del loro matrimonio era la moglie, colpevole di aver sopravvalutato le sue ‘scappatelle’. Silvana Pampanini non aveva mai preso in considerazione l’idea di sposarlo. E Diana, minacciando di unirsi a un altro uomo, gli si era rivoltata contro “come un serpente”, lasciandolo solo. L’unico conforto era la musica. E fu così che compose quella meravigliosa e romantica melodia. Il titolo del brano, ‘Malafemmena’, non sottintende un significato moralmente dispregiativo: nella cultura partenopea, il termine viene riferito nei confronti di quelle donne con un carattere combattivo, fortemente passionali. In seguito, Silvana Pampanini, in buona fede, si prese la ‘gloria’ di aver ispirato la canzone, togliendo a Diana quest’ultima soddisfazione. Ma le cose, non stavano esattamente così…”.


Estratti dalle serie televisive prodotte dalla RAI "Il Pianeta Totò", ideata e condotta da Giancarlo Governi, trasmessa in tre edizioni diverse - riviste e corrette - a partire dal 1988 e "Totò un altro pianeta" speciale in 15 puntate trasmesso nel 1993 su Rai Uno e curato da Giancarlo Governi.

 


Il risultato è il romanzo di una coppia che si amò oltre ogni limite, fuori da ogni schema, in modo quasi trasgressivo: alla luce di questa verità, lei ritiene che sua madre venga ‘riscattata’ da questo libro?
“Mia madre è rimasta l’unica e la sola moglie di Totò. Lui, in un estremo atto di generosità e sentendosi in debito con lei, le regalò una bellissima casa proprio con i proventi dei diritti d’autore di ‘Malafemmena’, a lei dedicata. E’ stata presente ai suoi funerali in veste di moglie ufficiale. E Franca Faldini, considerata ‘pubblica concubina’, fu invitata dal prete a uscire di casa come condizione essenziale per la benedizione della salma. Quella era la ‘morale’ dell’epoca: la donna che aveva condiviso con Antonio de Curtis gli ultimi diciotto anni di vita venne estromessa nell’ora estrema, poiché quel ‘ruolo’ spettava a Diana, che lo riprese con umiltà. Anche nella morte mio padre fu ‘eccessivo’: ebbe tre funerali e sulla bara pretese la ‘bombetta’ con cui aveva esordito e un garofano rosso. Di fronte alla commozione di una Napoli in lutto che applaudiva il suo ‘re’, mia madre si sentì fiera di essere stata amata da un uomo capace di suscitare tanto amore e lo rimpianse fino alla fine dei suoi giorni. Ma l’idea della morte sfiorava Diana senza dolore, poiché pensava che, in un’altra vita, avrebbe rivisto il marito lontana dai tormenti che li avevano divisi: sognava di ricongiungersi con lui e sperava che al suo funerale venisse suonata proprio ‘Malafemmena’...”.

Articolo di Maria Grazia d'Errico tratto dal sito http://www.laici.it/