Daniele Palmesi - Federico Clemente Giu 2014

IL PRINCIPE CHE AMAVA GLI ANIMALI

«Un cane idrofobo fu seviziato e ucciso per aver morso un bambino. Tre o quattro ragazzacci gli spaccarono la testa a pietrate e poi lo gettarono nel Tevere con le zampe legate. Io piansi per quella povera bestia che andava messa in condizioni di non nuocere, ma senza quelle orribili torture. Mi consola il pensiero che nostro Signore ha certamente accolto quel cane in Paradiso. Lo tratta meglio di un angelo e magari gli ha messo pure l'aureola attorno al muso.»

Nel 1960 Antonio de Curtis lesse un articolo sulla "Domenica del Corriere" che raccontava la storia di una vedova 52enne, Mariolina Mariani, la quale raccolse circa 20 cani in una baracca alla periferia di Roma e morì bruciata, cadendo su una candela accesa proprio mentre stava dando da mangiare ai suoi animali. La donna fu poi sepolta, ignorata da dutti e presto dimenticata. Nel 1965 fece costruire a Roma un canile, “L'Ospizio dei Trovatelli”, moderno e attrezzato. Spese 45 milioni e ospitò cani randagi allo sbando e destinati a morte sicura. Ebbe sempre anche cani per casa ...
“A parte l'artista ricordare l'uomo Totò mi riempie di commozione: era veramente un gran signore, generoso, anzi, generosissimo. Arrivava al punto di uscire di casa con un bel po' di soldi in tasca per darli a chi ne aveva bisogno e, comunque, a chi glieli chiedeva.[..] Totò è senz'altro una delle figure italiane più importanti che abbia conosciuto nella mia carriera e nella mia vita.”
E' con questi ricordi che il regista ed attore Vittorio De Sica ripensa all'uomo, forse, più che al grandissimo attore, la cui poverbiale generosità si estese anche e soprattutto ai cani, ai trovatelli, ai cosiddetti “randagi”, parola che ad Antonio de Curtis, (Napoli,1898 – Roma,1967) in arte Totò, non piaceva affatto.
Aveva sempre avuto l'abitudine di andare a far visita ai cani ospitati in canili, li visitava a turno, sostenendoli economicamente. Si faceva accompagnare sempre da qualcuno, perché Totò era quasi completamente cieco. Finché nel 1965 decise di far costruire lui stesso un canile vicino Roma, che chiamò “L'ospizio dei Trovatelli”, dove venivano ospitati cani malati o feriti: si trattava di ben 220 cani.
Lietta Tornabuoni, critico cinematografico, una volta lo accompagnò dai suoi amici a quattrozampe. In un articolo apparso su “La Stampa” ci regala un ricordo personale del rapporto che univa Totò ai suoi trovatelli, un amore reciproco:
«Sceso dalla macchina venne accompagnato dall'autista alla rete metallica che circondava il terreno di giochi dei cani e aiutato a entrare. Una festa: gli si precipitarono addosso tutti insieme abbaiando, mugolando, scodinzolando, puntandogli le zampe sul cappotto. Lo riconoscevano, mentre Totò aveva la vista troppo danneggiata per riuscire a individuarli. Né avrebbe potuto distinguerli dal nome. Ai cani quasi mai attribuiva un nome ("Mica sono figli"). Li chiamava tutti "cane" e basta».”

«Amo tanto gli animali per il semplicissimo motivo che li trovo migliori degli uomini. Per esempio, non si sognano mai di nuocere a qualcuno per pura malvagità e se, a volte, diventano cattivi è solo per colpa dei padroni che. li addestrano per essere feroci. Personalmente mangio più volentieri con un cane che con un mio simile. Come commensale è meglio un animale fidato che un falso amico.»


Eppure in questa definizione, “cane” e basta, era racchiuso tutto il suo grande amore per ciascuno di loro, indistintamente. Con i cani Totò amava giocare, divertirsi, stare semplicemente in loro compagnia e, sicuramente, anche “chiacchierare”.
Come talvolta accade agli amanti e conoscitori dei cani, Totò non nascondeva di nutrire nei loro confronti una stima ed una simpatia molto maggiori rispetto a quelle che nutriva nei confronti degli uomini.
In una lunga intervista condotta dalla scrittrice e giornalista Oriana Fallaci, alla domanda sui motivi per i quali recitasse anche in film di scarsa qualità, il grande Totò rispose:
- “Signorina mia (...) io non posso vivere senza far nulla: se vogliono farmi morire, mi tolgano quel divertimento che si chiama lavoro e son morto. Poi sa: la vita costa, io mantengo 25 persone, 220 cani... I cani costano...”.
- “Duecentoventi cani?!? E perché? Che se ne fa di 220 cani?!” -
- “Me ne faccio, signorina mia, che un cane val più di un cristiano. Lei lo picchia e lui le è affezionato l’istesso, non gli dà da mangiare e lui le vuole bene l’istesso, lo abbandona e lui le è fedele l’istesso. Il cane è nu signore, tutto il contrario dell'uomo. (...) Io mangio più volentieri con un cane che con un uomo.”-

Totò ebbe anche cani “suoi” (ammesso che non considerasse propri tutti i “trovatelli” che faceva personalmente curare, ospitare ed accudire). Accolse nel suo canile due cani poliziotto, Dox e Dox jr, sfrattati dalla sede della squadra mobile. I due pastori tedeschi, padre e figlio, dividevano in caserma la stanza col loro padrone, il brigadiere Giovanni Maimone. Dox senior andò "in pensione" con un vitalizio di 40.000 lire mensili per il suo sostentamento. Dox appare in qualche scena del film "Lo smemorato di Collegno". Al cane Dick invece Totò dedicò una delle sue poesie.


NOTA. Una curiosità sui titoli nobiliari di Totò (il quale, dato il suo animo, anche senza avrebbe potuto fregiarsi di una più preziosa e rara nobiltà):
Totò nacque a Napoli il 15 febbraio 1898, col nome di Antonio Clemente. Sua madre nel 1921 sposò Giuseppe de Curtis dalla cui relazione era nato Antonio, che nel 1928 il de Curtis riconobbe come suo figlio. Nel 1933 il marchese Antonio de Curtis venne adottato dal marchese Francesco Gagliardi Foccas e, nel 1946, il tribunale di Napoli gli riconobbe il diritto a fregiarsi dei nomi e dei titoli di: "Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi, altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del Sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e Illiria, principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponto, di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e d'Epiro, conte e duca di Drivasto e di Durazzo."

«Sono talmente affezionato a Gennarino che riesco perfino a sopportare che, invece di scegliere fra le mie canzoni, abbia preferito imparare a memoria Arrivederci Roma.»

«Non è che io ami solo i cani, ma li preferisco ai gatti per un fatto che risale alla mia infanzia. Mia madre aveva un gatto, Bianco, al quale era talmente affezionata da sostenere che fosse mio fratello. Con tutto il rispetto per i felini, l'accostamento non mi piacque. Ho invece molta simpatia per i pappagalli. Il mio si chiama Gennarino e mi fa tanta buona compagnia. Come riconoscimento delle sue virtù, gli ho conferito persino un titolo nobiliare. Così adesso è un pappagallo visconte.»

Adriana Silvestro (http://www.farminachannel.com/)

Il «principe della risata» aveva un amore smisurato per i cani. Non attribuiva mai un nome ai tanti quattrozampe di cui si prendeva cura, ma sapeva comunicare con loro. E l'affetto che riusciva a dare e a ricevere dagli animali, lo ricambiava destinando ingenti finanziamenti a canili e rifugi. Antonio De Curtis, al secolo Totò, viene ricordato così, per il suo rapporto speciale con le bestiole scodinzolanti, da Lietta Tornabuoni, critico cinematografico del quotidiano La Stampa, nel giorno del 40esimo anniversario della scomparsa dell'attore, avvenuta il 15 aprile 1967.
In un ritratto pubblicato sulla prima pagina del quotidiano torinese, la Tornabuoni racconta di quando nel 1965 Totò investì 45 milioni di lire (che a quei tempi erano veramente un sacco di soldi) per far costruire l'«Ospizio dei trovatelli», un canile moderno e attrezzatissimo. Ma già in precedenza, racconta la giornalista, aveva finanziato «diversi piccoli canili artigianali, spendendo molto. Li visittava tutti regolarmente, a turno».
E in una di quelle visite Totò pensò di portarsi appresso proprio la Tornabuoni. Che oggi ricorda quella particolare giornata: «Sceso dalla macchina venne accompagnato dall'autista alla rete metallica che circondava il terreno di giochi dei cani e aiutato a entrare. Una festa: gli si precipitarono addosso tutti insieme abbaiando, mugolando, scodinzolando, puntandogli le zampe sul cappotto. Lo riconoscevano, mentre Totò aveva la vista troppo danneggiata per riuscire a individuarli. Né avrebbe potuto distinguerli dal nome. Ai cani quasi mai attribuiva un nome ("Mica sono figli"). Li chiamava tutti "cane" e basta».
Un ricordo insolito, insomma, quello della Tornabuoni, in un giorno in cui sui media la retorica abbonda e del grande attore si ricordano i film, le collaborazioni eccellenti, la vita privata, le passioni. Anche quella per i cani del resto lo è. O forse no. Non era solo una passione. Forse, a leggere il ricordo della giornalista, il suo era davvero amore.
La Stampa - 19 aprile 2007

Dalla trasmissione Controfagotto del 1961


Tutto il cuore di Totò per vincere la battaglia dei cani senza collare

Roma, aprile (1961).

C'è una guerra in corso per possesso del villaggio dei cani senza collare, una guerra particolare, incruenta. Nella quale il rombo dei cannoni è sostituito dal tuonare degli avvocati, e gli esplosivi dalla carta bollata. Una guerra il cui esito sarà determinato dalla sentenza di un magistrato anziché dal valore e dalla forza dei contendenti. Ma è una guerra vera anche se loro, i cittadini a quattro zampe di quell'incredibile villaggio che sembra uscito dalle illustrazioni di un libro di fiabe, non possono saperlo. Il villaggio conteso sorge ai bordi della via Boccea, alla estrema periferia romana, là dove la campagna non ha ancora del tutto perduta la sua lotta per la sopravvivenza di fronte alla inesorabile avanzata del cemento. Un pezzetto di terra poco più esteso di un fazzoletto, oasi di festoso rumore nella distesa verde di silenzio. Qui vivono i cani senza collare. È difficile stabilire quanti siano in realtà perché il loro numero cresce vertiginosamente con il passare dei giorni: solo due mesi fa erano un centinaio, oggi sono più che raddoppiati. Per ognuno che se ne va verso una nuova casa e con un nuovo padrone, altri due ne arrivano, eppure ogni nuovo cittadino trova sempre una tazza di zuppa e un tetto che lo difende dalle intemperie.

Storie patetiche
I cani del villaggio hanno tutti nomi buffi che suscitano il sorriso, e storie 'patetiche che stringono il cuore. Appartengono a razze diverse, e per molti sarebbe arduo risalire a quella di origine; sono piccoli e grandi, giovani e vecchi, sono nati nei salotti o nelle stalle, ma adesso sono tutti uguali dinanzi alla sorte comune dei randagi, che è una fine tristemente prematura nelle celle a gas. Invece vivranno tutti, a lungo ancora, assistiti e nutriti Come più e meglio non potrebbero desiderare. Qualunque possa essere l'esito della guerra, a chiunque dei contendenti il magistrato attribuisca il possesso del villaggio, avranno padroni affettuosi, casette cilestrine per dormire e sognare un mondo popolato da montagne d'ossi da spolpare e dal quale siano banditi per sempre i carrozzoni degli accalappiacani, vasti recinti per scorrazzare al sicuro dai pericoli della strada. Ancora qualche tempo fa molti di loro vagabondavano Invece nelle vie, pronti a fuggire ad ogni rumor di passi e sempre in caccia di un boccone. Altri, fin da allora più fortunati, vivevano in rumorosa promiscuità in giacigli improvvisati su quello stesso pezzetto di terra sul quale oggi sorge il villaggio. Li aveva una donna, una piccola donna sprovvista di beni materiali, ma ricca di un grande affetto per i diseredati a quattro zampe. Giorno per giorno, un po' raccogliendoli personalmente e un po' riscattandoli dal canile municipale, ne aveva messi insieme oltre sessanta. La signorira Elide Brigada aveva preso in affitto il terreno, lo aveva recintato alla meno peggio con travi e rete metallica, vi aveva costruito cucce provvisorie di legno e latta.

L'aiuto dei vicini
Per molti mesi aveva tirato avanti con le sue scarse risorse a prezzo di pesanti sacrifici e con l'aiuto di qualche buon vicino che un tozzo di pane e una scodella di avanzi non glieli rifiutava mai: ma le esigenze sempre crescenti dei suoi protetti l'avevano infine costretta alla resa. Per i cani senza collare si profilava nuovamente la fine cui erano appena sfuggiti, quando la sorte venne loro in aiuto indossando i panni eleganti di una giovane e bella signora e di un gentiluomo il cui sguardo buono era nascosto sotto un grosso paio di lenti affumicate. Erano Totò e Franca Faldini, il principe e la principessa de Curtis, che impietositi dalla misera storia divulgata dai giornali erano accorsi in aiuto. In pochi giorni, una grande trasformazione avvenne sul piccolo lembo di terra ai margini della via Boccea. Squadre di operai e di falegnami lo invasero: gettarono colate di cemento per eliminare la polvere e il fango, costruirono recinti per delimitare i settori e casette di legno dipinto d'azzurro e, al centro, un piccolo edificio di mattoni bianchi con una croce rossa disegnata sull'uscio per l'ambulatorio. Il villaggio era nato. Da quel momento, divisi a seconda del sesso e dell'età, gli ospiti cominciarono una nuova vita. Ebbero un custode, un giovanotto di nome Fiorenzo, che dedica loro tutta la pazienza e la comprensione che ha appreso lavorando in un circo come ammaestratore. Perfino un veterinario si mise al loro servizio: il dottor Mascia, che quotidianamente tralascia per qualche ora gli infiocchettati clienti a quattro zampe del suo elegante ambulatorio veterinario per assistere e curare i cani del villaggio. Ma la gioia maggiore dei trovatelli di via Boccea è l'affetto dei loro protettori. Quando di lontano sentono il rombare del lucente macchinone nero che hanno imparato a distinguere fra tutti, un festoso concerto di latrati si leva dal villaggio. Salutano come possono e a modo loro invocano una carezza e un bocconcino prelibato che non manca mai nella capace borsa di stoffa che Franca Faldini porta con sé durante le visite frequenti. E Totò, benché siano tanti, li conosce tutti e risponde alle loro effusioni chiamandoli per nome. Quando entra nei recinti sembra un generale che passa in parata il suo esercito: distribuisce carezze e pezzi di focaccia come decorazioni, sorrisi e affettuosi rimbrotti, esige dal guardiano una dettagliata relazione sulle condizioni di salute di ciascuno e impartisce quindi le disposizioni per la giornata. La passione con la quale Totò affronta il suo nuovo ruolo di protettore dei cani senza padrone rivela un vecchio e profondo amore per gli animali. Un lupo, di nome Dick, gli morì di acciacchi mentre lui era ricoverato in clinica per le prime manifestazioni del male agli occhi che, ancora oggi, lo costringe a ricorrere allo schermo protettivo dei grandi occhiali neri. Adesso, nel suo appartamento dei Parioli, ha il barboncino nano Peppe e il pappagallo Gennaro, un pennuto fenomeno che canta « Arrivederci Roma », rifà il verso agli urlatori e chiama i padroni per nome. Sono entrambi animali di razza pregiata che potrebbero ben figurare in ogni concorso, eppure da qualche tempo Totò li trascura un poco perché, non appena glielo consentono i suoi impegni e la sua attività artistica, scappa da casa per trascorrere qualche ora accanto ai poveri abbandonati del canile modello di via Boccea.
E sempre, al suo arrivo, è assediato da una folla di visitatori. C'è chi è mosso dal desiderio di collaborare all'iniziativa e sì offre di adottare qualcuno degli ospiti del villaggio o ne porta dei nuovi sottratti appena alla vita randagia; e c'è chi, invece, è richiamato da semplice curiosità e vuole vedere da vicino l'attore, che qui però tutti chiamano «il signor principe», e magari ascoltare dalla sua voce le storie patetiche dei cani senza collare.

Totò si commuove
Totò le conosce tutte e quando le racconta si commuove. La sua aspirazione, adesso che l'iniziativa ha avuto successo, è quella di estenderla sempre più. Vorrebbe ingrandire il villaggio o costruirne addrittura un altro per raccogliere e salvare dalla camera a gas tutti i cani randagi di Roma. Ha costituito un comitato chiamandovi gli amici, che si sono impegnati con lui a sopportare l'onere della vita del rifugio: Gino Cervi e Anna Magnani, Peppino De Filippo e il regista Mattoli, la moglie di un alto ufficiale dei carabinieri e l'ambasciatrice di Cuba, e tanti altri ancora i cui nomi figurno in una lista che potrebbe diventare più lunga. Ma proprio questa passione e l'impegno profuso nella iniziativa sono stati le cause indirette della guerra che oggi si combatte a colpi di citazioni e di carta bollata. Perché la signorina Brigada, ritenendosi estromessa dalla vita del villaggio che, tutto sommato, lei stessa fondò, è ricorsa agli avvocati per ottenere dal magistrato il riconoscimento dei suoi diritti di unica proprietaria del canile e dei cani. Un primo tentativo del pretore di Roma per conciliare le parti non ha avuto esito positivo e la battaglia proseguirà senza esclusione di colpi. A meno che i due contendenti non trovino nel prossimo futuro quei motivi per un accordo, fino ad oggi mancati, nel pericolo che incombe sull'intero villaggio e sui suoi abitanti: la minaccia dello sfratto che la proprietaria del terreno vorrebbe intimare per destinare il suo fondo ad area fabbricabile.

Francesco D'Agostino (La Settimana Incom Illustrata, 13 aprile 1961)

 


Così la stampa dell'epoca


Vedrà che accoglienza. Quei cani mi vogliono bene», prometteva Totò. L’attore meraviglioso morto quarant’anni fa, il 15 aprile 1967, accompagnato dal dolore italiano e da una semplice benedizione perché le autorità ecclesiastiche non gli perdonavano d’aver vissuto anni con Franca Faldini senza sposarsi e d’essere massone, non era un uomo d’amore. Gli piacevano le donne, ne apprezzava la dedizione quando c’era, era legato alla figlia, era sentimentale alla napoletana, ma voleva bene a pochi: però amava i cani, moltissimo. Nel 1960, per accogliere cani sperduti o sfortunati, fece costruire l’«Ospizio dei trovatelli», un canile moderno e attrezzatissimo che gli costò quarantacinque milioni. Anche prima, finanziava diversi piccoli canili artigianali, spendendo molto.
Li visitava tutti regolarmente, a turno. Quella domenica andavo con lui e con un fotografo a uno di questi rifugi, sui prati tra la periferia romana e Ostia. Totò appariva non si dice elegante (risultava sempre troppo azzimato) ma impeccabile: cappello, bel cappotto, scarpe lucide, sceso dalla macchina venne accompagnato dall’autista alla rete metallica che circondava il terreno di giochi dei cani, aiutato a entrare. Una festa: gli si precipitarono addosso tutti insieme abbaiando, mugolando, scodinzolando, puntandogli le zampe sul cappotto. Lo riconoscevano, mentre Totò aveva la vista troppo danneggiata per riuscire a individuarli, né avrebbe potuto distinguerli dal nome. Ai cani quasi mai attribuiva un nome («Mica sono figli»). Li chiamava tutti «cane» e basta, sin dall’infanzia nel rione Sanità vicino alla stazione ferroviaria di Napoli, quando Totò portava il cognome della madre nubile, Clemente (sarebbe diventato De Curtis soltanto nel 1928, dopo il matrimonio della madre con il marchese De Curtis, reso possibile dalla morte dell’ostile padre dello sposo). Detestava l’aggettivo «randagio», non lo usava mai. Nelle diverse case che ebbe a Roma, sempre ai Parioli quartiere di ricchi, ospitava cani raramente («Vogliamo farli soffrire in un appartamento?»). Nei film non li gradiva, a parte qualche barbone sporco o volpino spelacchiato che restavano anche loro «cane», senza nome. Quanto a Totò, più nella vita privata, per via di adozioni o simili, il suo nome diventava altisonante, nobiliare, principesco, imperiale, più i suoi nomi cinematografici si facevano ridicoli: Totokamen, Cacace, Totonno, La Trippa, Sgargiulo, Posalaquaglia, Ciancicato, Canarinis, mentre la sua «spalla» Mario Castellani poteva chiamarsi Za la Mortadelle.
Con i cani Totò giocava alla pari: loro facevano salti, lui si torceva e scattava in uno dei suoi numeri fisici geniali (anche per far piacere al fotografo). Li carezzava tutti, sul muso: «Visto che vita, che energia?», chiedeva. Poi si mise a parlare di gestione con la signora responsabile dei cani: conti, animali malati, interventi burocratici dei vigili, veterinario... Totò si annoiava, diventava di cattivo umore come quando in un film (era «Totò le Mokò»?) guardava Algeri dall’alto e sospirava: «Sempre in Casbah, sempre in Casbah...». Tornò a giocare coi cani. Poi tese le braccia come un bambino piccolo, in atteso che qualcuno andasse a prenderlo e lo portasse via, piano piano.
(Lietta Tornabuoni)

Totò, un principe tra i cani - La Stampa, 16/04/2007

 


Totò e i suoi amici animali