LA MALATTIA AGLI OCCHI

«Io ho sempre reagito ai colpi bassi della vita con forza d'animo e molta filosofia, ma questa volta è stata una prova davvero dura.»

La cecità lo colse nella primavera del 1957, durante la tournée di "A prescindere" che aveva segnato il suo ritorno al teatro dopo un'assenza di sette anni. Al Sistina di Roma, quando si era affacciato in scena la sera del debutto, il pubblico lo aveva accolto con tre minuti e quarantadue secondi di applausi cronometrati e lui, in fracchesciacche e una valigia in mano, si era appoggiato al sipario commosso e nella voce bassa e smozzicata che dopo un attimo avrebbe cangiato in quella di Totò aveva mormorato più volte grazie, con le labbra che gli tremavano.
Il teatro era la sua vita, il suo ambiente naturale, ci si muoveva a suo agio quanto un animale rimesso in libertà. E per il teatro nutriva un sacro rispetto tanto che, quando attraversava il palcoscenico per raggiungere il camerino all' ora o al termine dello spettacolo, immancabilmente, secondo un antico costume artistico, si toglieva il cappello "perché", diceva, "per l'attore il palcoscenico è un tempio e non si attraversa un tempio fregandosene da maleducati" .
Era istintivo. Non provava i suoi sketch che negli ultimi due giorni precedenti il debutto, lasciava che gli attori per allenarsi li ripetessero con la sua spalla, poi ogni sera li modificava un poco secondo l'inventiva del momento e lo stato d'animo del pubblico, tanto che spesso nascevano brevi e via via assumevano la corposità di un atto unico. Ai componenti la compagnia dedicava un interessamento quasi paterno, approfondiva i loro problemi umani, li trattava con grande rispetto e non ammetteva alzate di voce per redarguire qualche trasgressore. Spesso la sera, a sipario calato, li ospitava tutti a casa.
Nel febbraio di quell'anno, quando la rivista andava a gonfie vele al Nuovo di Milano, fu colpito da una broncopolmonite virale curata in fretta e furia con dosi massicce di antibiotici e una degenza di quattro giorni in un appartamento dell'Hotel Continental, mentre Remigio Paone, che era il suo impresario preferito di quella e di tante riviste celebri del passato, si aggirava nella hall come un corvo a stecchetto che deve rinunciare a un lauto pasto, supplicando i medici di accelerare i tempi. Il teatro era venduto al completo per un paio di settimane, fosse stato per lui lo avrebbe spedito in scena anche semicadavere. E poco ci mancò, perché il terzo giorno di degenza tanto fece e disse che egli si levò dal letto febbricitante e rintronato, raggiunse il Nuovo, si truccò grondando sudore freddo, e quando per i camerini riecheggiò il classico Cinque minuti, avviandosi in quinta ebbe un collasso e lo spettacolo venne sospeso.
I medici gli avevano prescritto un minimo di convalescenza di quindici giorni. Il virus broncopolmonare non era del tutto sgominato, a evitare ricadute e danni si rendeva necessaria questa ulteriore cautela. Per Antonio fu una tegola in testa. Ci rifletté fino all' alba, poi, sfinito e angosciato, tirò le sue conclusioni. Con quella ulteriore sospensione la tournée sarebbe zompata per aria. E come avrebbe sbarcato l'inverno la gente della compagnia, a stagione più che iniziata, senza lavoro o paga? Erano tutti individui che vivevano della loro fatica, no, non se la sentiva di infliggergli quel colpo a tradimento, era stato anche lui un pesce piccolo e i disagi del conto non pagato alla pensione o alla bettola gli si erano scolpiti nella memoria. Quindi, al diavolo le raccomandazioni, curarsi è un lusso che non debbono pagarti gli altri, sarebbe tornato al lavoro, era il capocomico, aveva la responsabilità di quelle persone che non campavano d'aria.
E così, vincendo gli intimi timori, le obiezioni cliniche e lo sforzo fisico, terminò la piazza di Milano e partì per una serie di debutti in provincia. Biella, Bergamo, San Remo. Fu qui ché avvertì le avvisaglie di quanto stava per accadergli. Festeggiavamo, dopo lo spettacolo, il matrimonio di due ballerini di "A prescindere", Sandro e Josey, a cui aveva donato una 500 perché "vi siete conosciuti, amati e uniti in mano a me e spero che scarrozzerete a due per il resto delle piazze e della vita".
Guardandosi attorno per il locale mi sussurrò: "Strano, vedo ballare le pareti e i tavoli, oscillano come se fossi sbronzo fradicio, eppure non ho bevuto niente". All'uscita, lo stesso fenomeno gli si ripeté con i palazzi. Il giorno dopo si recò da un oculista che attribuì la manifestazione agli antibiotici e alla debolezza, e prescrisse un ricostituente e delle vitamine.
Anziché diminuire, il fastidio si accentuò. A Firenze, dove il teatro crollava per la calca e ogni sera il pubblico ritrovava un Totò parossistico e disarticolato, diceva che quel disturbo gli dava un senso di maretta e mi pregava di leggergli i quotidiani poiché le righe gli si accavallavano.
Antonio divenne cieco in scena, sulle tavole del Politeama a Palermo, vestito da Napoleone, a tre passi da me che gli ero accanto nello sketch del cocktail party poiché, per uno di quei rari casi del destino che nella necessità ti fanno trovare fisicamente vicino a chi ti è caro anche quando proprio non dovresti esserci, da circa un mese avevo accantonato la mia veste borghese di compagna indossata circa tre anni prima per seguirlo, e sostituivo la soubrette Franca Mai infortunatasi nelle piroette di un ballo. Al nostro fianco, c'erano Franca Gandolfi, non ancora signora Domenico Modugno, Elvy Lissiak ed Enzo Turco.
Notai che batteva le palpebre come per togliersi un corpo estraneo dagli occhi e voltava per un attimo le spalle al pubblico guardandosi attorno con le pupille sbarrate. Poi, sottovoce, pacato, con quel tono impercettibile con cui in scena, tra una battuta e l'altra, ci si comunica a volte i fatti propri, mi disse: "Non ci vedo, è buio pesto". Nessuno se ne accorse in sala. Accelerando i tempi, tagliando battute, con una vitalità selvaggia scaricò se stesso in una mimica frenetica che fece delirare il pubblico e, tra le ovazioni di un teatro impazzito che gli urlava "Totò, si 'na muntagna ri zuccaru", si avviò ad intuito verso le quinte mentre il sipario si chiudeva lento, per ritornare più volte sul proscenio a ringraziare la platea, le file di palchi e il loggione neri di folla e illuminati a giorno che lui, però, non distingueva più. Da quel momento e per oltre un anno fu notte piena.
Tornammo a Roma tra la curiosità morbosa dei passeggeri sul traghetto che avevano appreso la notizia della sua disgrazia dai quotidiani, i lampi crudeli dei fotografi e il tatto di cacciatori di autografi che, allontanati a forza, gli sbottavano in faccia un "Ma allora è vero che è proprio cieco." Pianse al rientro a casa, quando non riuscì ad afferrare la mano tesa del personale e a vedere Gennaro che dal trespolo gli volava incontro. Poi non pianse più. Si rintanò nella sua stanza e lì rimase, tra letto e lettuccio, le serrande abbassate sul sole di primavera, per mesi e mesi di oscuro isolamento.

"Totò, l'uomo e la maschera" (Franca Faldini - Goffredo Fori) - Feltrinelli, 1977

febbraio 1957

Durante la tournèe della rivista teatrale "A prescindere", Totò venne colpito da una broncopolmonite virale, e nonostante i pareri dei medici che gli dissero di riposare, tornò sul palco dopo alcuni giorni, ciò gli causò uno svenimento appena prima di entrare in scena. I medici gli prescrissero almeno due settimane di assoluto riposo, ma Totò ritornò ugualmente a recitare esibendosi a Biella, Bergamo e Sanremo, dove cominciò ad avvertire i primi sintomi dell'imminente malattia alla vista.

Sono state fatte molte esagerazioni. Non andrò in nessuna clinica e non sto per diventare cieco. Mi curerò in casa e ho fiducia che presto riprenderò il mio lavoro. Appena la notizia della mia infermità è stata diffusa dai giornali mi sono giunti a Palermo fasci di telegrammi da ogni città d'Italia, e specialmente da Napoli, da Roma e da Milano. Tutti gli artisti italiani hanno voluto manifestarmi la loro affettuosa solidarietà. Tino Scotti, mio collega e amico, mi ha annunciato di essere pronto a offrirmi un occhio, perché mi sia risparmiata la cecità; ma io ritengo che non ve ne sia bisogno. Sono convinto che si tratti di una quisquilia.

 Milano 12 marzo 1957

Il Professor Cesare Bussolati con studio in Milano, specializzato in malattie infettive, certifica il lieve miglioramento della malattia a carico dell'apparato respiartorio, con l'impiego di massicce dosi di farmaci antibiotici, ricostituenti. Lo stato di salute del paziente, all'atto della visita, risultò buono.

 Palermo, dal 3 al 6 maggio 1957

Nella tappa che toccò la città di Palermo, la situazione precipitò: mentre recitava al Teatro Politeama Garibaldi si avvicinò alla Faldini (che aveva sostituito l'attrice Franca May e recitava sul palco insieme a lui) sussurrandole che non vedeva più; contando perciò solo sulle sue abilità e sull'appoggio degli altri attori, fece in modo di accelerare la conclusione dello spettacolo

Nonostante lo sconforto e la totale cecità, cercò di resistere e, per non deludere il pubblico ritornò sul palcoscenico - con un paio di spessi occhiali da sole - la sera del 4 maggio e, in due spettacoli, del 5. L'interruzione della rivista fu comunque inevitabile e, inizialmente pensato dai medici che fosse un problema derivato dai denti, gli venne diagnosticata una corioretinite emorragica all’occhio destro. L'aggravamento della malattia patita a febbraio, è stato facilitato dall'aver trascurato i necessari tempi di recupero e dalle condizioni persistenti di deperimento generale ancora in essere. Totò perse infatti completamente la vista nella parte centrale della pupilla dell'occhio destro (vedeva soltanto sui lati degli occhi, come un vetro appannato). Inoltre, circa venti anni prima aveva già perso l'altro occhio per un distacco di retina operato male: Totò si ritrovò di fatto quasi cieco.
 

"Palermo, 6 maggio, ore 20,15, teatro Politeama. Circa duemila persone attendono di assistere all'ultima rappresentazione di Totò a Palermo. Arriva invece un certificato medico redatto dal professore Cascio dopo la visita del pomeriggio. La folla davanti al teatro apprende che la recita non ci sarà. Ci vogliono cinquanta agenti della Celere capitanati dal tenente Bresci e dal commissario di pubblica sicurezza Nirabile per tenere a bada gli spettatori. Un cartello viene posto sulla cancellata centrale del Politeama: 'lo spettacolo è sospeso per grave infermità di Totò. I biglietti verranno rimborsati a partire da domani". (dal libro "Totò, l'ultimo sipario" di Giuseppe Bagnati,pag.97, Nuova Ipsa Editore).

"Antonio divenne cieco in scena, sulle tavole del Politeama a Palermo, vestito da Napoleone, a tre passi da me [...] Notai che batteva le palpebre come per togliersi un corpo estraneo dagli occhi e voltava per un attimo le spalle al pubblico guardandosi attorno con le pupille sbarrate." (dal libro Totò, l'uomo e la maschera - F.Faldini e G. Fofi - Feltrinelli)

Gli viene diagnosticata una "coroidite essaudivante in atto con pregressa corioretinite disseminata, visus spento".

Liliana de Curtis parla della malattia agli occhi del papà

Pillole di Totò

«[...]Anche se cieco, la sua tempra di attore gli permise di superare la gravissima, improvvisa menomazione senza abbandonare la scena e successivamente, dopo un periodo di isolamento in casa, di tornare a recitare davanti alla macchina da presa. A partire da "Totò, Peppino e le fanatiche, del 1958, che è il primo film girato dopo la cecità, Totò recitò fino al 1967 in altri quarantotto film, ossia la metà esatta dell'intero corpus dei suoi noventasette film.» (esclusa la serie televisiva "Tuttototò" n.d.r.) - Totò in 100 parole - Ennio Bìspuri

 Napoli, 8 maggio 1957

 

Totò, Franca Faldini e Liliana partono da Palermo e sbarcano a Napoli, quindi di corsa verso la casa di Roma dove inizierà un lungo e travagliato periodo di convalescenza. I medici impongono un periodo al buio più completo e circa sessanta giorni di riposo assoluto. Totò, da questo momento in poi, sarà costretto ad indossare sempre un pesante paio di occhiali scuri, che toglierà solo per le riprese dei film.

"Fu il Professor Giambattista Bietti ad emettere la diagnosi giusta. Si trattava, disse, di una corio retinite emorragica assaudivante di carattere virale, probabilmente conseguenza della broncopolmonite virale trascurata. Il danno già subito era irreversibile, per evitare di aggravarlo ulteriormente ed arginarlo, oltre al buio e all'immmobilità, erano indispensabili antibiotici, antiemorragici, colliri e controlli" (dal libro Totò, l'uomo e la maschera - F.Faldini e G. Fofi - Feltrinelli)

"Pianse al rientro a casa, quando non riuscì ad afferrare la mano tesa del personale e a vedere Gennaro che dal trespolo gli volava contro. Poi non pianse più, si rintanò nella sua stanza e lì rimase tra letto e lettuccio, le serrande abbassate sul sole di primavera, per mesi e mesi di oscuro isolamento" (dal libro Totò, l'uomo e la maschera - F.Faldini e G. Fofi - Feltrinelli)

"Edoardo (Clemente), con una genialità tutta napoletana, aveva costruito in casa, per dargli la possibilità di controllarlo più spesso, un rudimentale apparecchio per il campo visivo. E così su questo seguivamo, dietro il puntino luminoso manovrato dall'oculista e i suoi 'vedo, vedo, no, adesso no, non vedo, no, no, no, adesso si, ora vedo di nuovo e anche ora', i suoi impercettibili progressi." (dal libro Totò, l'uomo e la maschera - F.Faldini e G. Fofi - Feltrinelli)

TOTO' HA AFFIDATO GLI OCCHI A SANTA LUCIA

L'infermità che a Palermo ha colpito la vista del popolare comico sembra sia dovuta a un tuffo fuori stagione nelle acque del Tevere

Napoli, maggio

Il sorriso tornò ad illuminare il volto di Totò soltanto alle sei del mattino di mercoledì 8 maggio, quando la motonave Calabria, proveniente da Palermo, gettò le ancore nel porto di Napoli. Faceva un freddo quasi invernale, tuttavia il popolare comico, senza nemmeno curarsi di indossare un soprabito, volle subito andare sul ponte.

« Sissignore, è proprio aria di casa mia, la riconosco. E mi sembra anche di vederci meglio. Santa Lucia si trova in quella direzione, vero Franca? ». La giovane Faldini gli sorrise dolcemente: « Sì, Totò, in quella direzione. Ma non prendere freddo ». « Sai che ho pensato, Franca? Di ordinare all’autista di pas-sare da Santa Lucia. Voglio salutarla. Santa Lucia è la protettrice della vista, io sono sicuro che mi farà la grazia ». E fu così, tutto sereno e sorridente, che lo trovarono i giornalisti e i fotografi quando, qualche minuto dopo, si gettarono all’abbordaggio della nave. Il principe De Curtis non aveva il volto ricoperto da bende. come qualcuno si aspettava, ma semplicemente si nascondeva gli occhi con un paio di occhialoni neri e sembrava che stesse ancora recitando qualche scena della Patente di Pirandello. « Amici miei, sono a vostra disposizione, ma, mi raccomando. niente colpi di flash, potrebbe ulteriormente danneggiarmi la vista. Ma che cosa bella stare a Napoli, che cosa bella! Come vi ringrazio di essere venuti a salutarmi ».

« Principe, eccellenza, a Napoli guarirete », gli gridarono sull’imbarcadero alcuni "scugnizzi" che avevano rinunciato ad un altro paio d'ore di sonno per vedere il loro beniamino. E Totò li ringraziò affettuosamente, quindi mormorò all’autista: «Non dimenticare di passare da Santa Lucia ».

IL CERO DAVANTI ALLA SANTA

La malattia che ha colpito Totò agli occhi e che, nella migliore delle ipotesi, lo terrà lontano dall'attività artistica per un po’ di tempo, ha fatto sì che molti napoletani andassero spontaneamente ad accendere un cero davanti all'immagine di Santa Lucia, che non solo è la protettrice della vista ma che. dopo San Gennaro, è la seconda patrona di Napoli. Ed ha fatto sì che nella mattinata del giorno sette, centinaia e centinaia di persone si recassero ad affollare le ricevitorie postali per spedire a Palermo, ove ancora il comico si trovava, dei telegrammi di auguri.

Totò che, secondo quando si afferma, già da una ventina d’anni vedeva molto poco con l’occhio sinistro, deve probabilmente incolpare, di questo più grave incidente all’occhio destro, un tuffo fuori stagione fatto, per ragioni professionali, due anni fa nel Tevere, girando il film Coraggio, con Gino Cervi. In quell’occasione egli fu colpito da alcuni disturbi che guarirono in breve ma che gli lasciarono l'organismo predisposto ad altri malanni.

La ricaduta si verificò poco più di due mesi fa, in febbraio, a Milano e fu dovuta, come egli stesso ha dichiarato, alla ”non confortevole” temperatura del teatro in cui recitava. Sembrava, tuttavìa, che tutto dovesse concludersi in una banale influenza. * Principe, vi dovete riposare », gli dissero i medici; ma 

lui, innamorato del suo lavoro, non volle dar loro ascolto e continuò ad affaticarsi sostenendosi con gli antibiotici, quegli stessi antibiotici che,, secondo quanto egli stesso afferma, ”gli saranno fatali”.

Ai primi di maggio Totò, con la sua compagnia al completo e insieme con Franca Faldini e la figlia Liliana De Curtis Buffardi, partì per la Sicilia. Dopo esattamente dieci anni ritornava alla rivista con "A prescindere", organizzata da Remigio Paone, e aveva un vasto programma: prima Palermo, poi Catania, Messina, Palmi Calabro e infine scioglimento della compagnia a Napoli per il 20 maggio.

A Palermo i disturbi visivi di Totò presero ad accentuarsi. L’impresario Mangano, del Teatro Politeama "Garibaldi", fu molto cortese col comico e fu lui stesso — avendo sia pur vagamente intuito qualcosa — a consigliargli di riguardarsi, ma Totò non dette ascolto, « Domani mi sarà passato », diceva a se stesso, ma già il giorno 4 era costretto a presentarsi sul palcoscenico con un paio di occhialoni neri e doveva rinunciare, per evitare di inciampare, alla consueta corsetta sulla passerella. Da principio fu abbastanza spigliato. Si tràttava di imitare e caricaturare Vittorio Gassman nell'Otello e nessuno si accorse di niente. Fu però lo stesso attore a voler farsi visitare, nell’intervallo fra il primo e il secondo tempo, dal medico che diagnosticò una grave forma infiammatoria all’occhio destro e che gli ordinò, fra l’altro, di riposarsi.

«Siamo uomini o - caporali? », chiese a se stesso Totò, e incurante delle ormai continue insistenze di Franca Faldini e della figlia, volle proseguire nel lavoro. Furono i due spettacoli di domenica 5 maggio a dargli il colpo di grazia e a far precipitare ulteriormente la situazione. Anzi, questa volta gli spettatori che gremivano la sala incominciarono ad accorgersi di qualcosa: il comico spesso incespicava, spesso muoveva le mani come per volersi appoggiare a qualcosa. Al termine degli spettacoli, Totò, sfinito, sulla sua "Alfa” amaranto si recò nello studio del professor Giuseppe Cascio della clinica oculistica dell'università di Palermo. La visita fu lunga e meticolosa. Totò sorrideva: « Roba da poco, è vero, professo’? ».

L’indomani, lunedì, il professor Cascio inviò all’impresario del Politeama la diagnosi che, purtroppo, parlava molto chiaro: "Coroidite centrale acuta recidivante all’occhio destro”. Di dare altri spettacoli non era nemmeno il caso di discutere. Alle duemilacinquecento persone che rumoreggiarono in saia fu comunicato che Totò stava male e che per questa ragione la manifestazione era sospesa: si recassero al botteghino a farsi restituire il prezzo del biglietto. Il pub. blico lì per lì non credette, protestò, fu necessario chiedere l’intervento della forza pubblica.

tuazione. Anzi, questa volta gli spettatori che gremivano la sala incominciarono ad accorgersi di qualcosa: il comico spesso incespicava, spesso muoveva le mani come per volersi appoggiare a qualcosa. Al termine degli spettacoli, Totò, sfinito, sulla sua "Alfa” amaranto si recò nello studio del professor Giuseppe Cascio della clinica oculistica dell'università di Palermo. La visita fu lunga e meticolosa. Totò sorrideva: « Roba da poco, è vero, professo’? ».

L’indomani, lunedì, il professor Cascio inviò all’impresario del Politeama la diagnosi che, purtroppo, parlava molto chiaro: "Coroidite centrale acuta recidivante all’occhio destro”. Di dare altri spettacoli non era nemmeno il caso di discutere. Alle duemilacinquecento persone che rumoreggiarono in saia fu comunicato che Totò stava male e che per questa ragione la manifestazione era sospesa: si recassero al botteghino a farsi restituire il prezzo del biglietto. Il pub. blico lì per lì non credette, protestò, fu necessario chiedere l’intervento della forza pubblica.

L’ULTIMA CANZONE

Intanto fin dalle quattro del pomeriggio Totò giaceva al buio, in un letto dell’albergo "Villa Igea". « Ma vedete cosa mi doveva capitare », diceva a Franca Faldini.

« Io perder la vista degli occhi? Mammà aiutami tu. Franca, lo sai che mamma mia è nata a Palermo. Mi aiuterà? ». « Certo, ma stai calmo e tutto passerà presto ». « Senti, Franca, mi è venuta in mente una canzone napoletana. È molto tempo che non scrivo versi. Io ora ti detto e tu scrivi ». Così, al buio, Totò dettò questa canzone: « Chitarra mia - faggio voluto bene . e solo tu conosci chist’ammore. -’Nncoppa a ’sti corde quanta quanta pena - venivo a canta a te. - Povero core’. - E mot basta, ha pigliato nata via. - Che faggio a cantò cchiù, chitarra mia? ».

Il triste riposo di Totò fu interrotto soltanto dall’arrivo di un altro oculista, il professor Sala, il cui intervento era stato richiesto da un impresario di Catania che, probabilmente, si appresta anche a citare in giudizio l’attore per essere rifuso del guadagno perduto. Ma anche il professor Sala non potè far altro che riscontrare nell’attore quel male che già gli altri gli avevano riconosciuto.

Nel suo letto di "Villa Igea", Totò continuava a trascorrere ore agitate. « Calma, Totò ». « Ma se non torno a Napoli, se non respiro almeno un boccone dell’aria della mia città non posso rimanermene calmo», diceva continuamente l’attore. Nella serata del giorno 7 Totò con i suoi familiari e i suoi più intimi collaboratori si imbarcò per Napoli. Il giorno dopo era già sorridente e pieno di speranze. « A giugno », disse ai giornalisti, « dovrò girare il film "Totò. Peppino e i mariti imbroglioni". Spero di essere guarito per quel tempo. Non ho forse affidato gli occhi a Santa Lucia? ». Totò è proseguito subito per Roma: doveva entrare nella clinica napoletana del professor Lo Cascio, ma all’ultimo momento ha deciso di curarsi nella sua abitazione romana dei Parioli. « A casa si guarisce più in fretta », ha spiegato, allungando il collo alla sua maniera. alla maniera di Totò.

Vittorio Paliotti

Articolo tratto dal settimanale "Oggi" del 16 maggio 1957

14 settembre 1957

Certificazione medica del Prof. Lo Cascio di Napoli, dalla quale si evincono, a distanza di quattro mesi dal fatto, notevoli miglioramenti ma vengono consigliate solo poche ore di lavoro e in condizioni di assenza di stress. Divieto assoluto, per il momento, di doppiaggio al fine di evitare un eccessivo affaticamento della vista.

25 settembre 1957

 Con questa missiva il Professor Lo Cascio di Napoli, rassicurava Totò circa le condizioni dell'occhio colpito dalla malattia. 

26-29 ottobre 1957

Questa certificazione medica a firma del Dottor Tullio De Michele di Roma, veniva presentata alla produzione durante le riprese del primo film dopo la malattia "Totò, Vittorio e la dottoressa". In pratica veniva deciso, sotto stretto controllo medico, quando iniziare e interrompere la lavorazione in base alle condizioni del paziente
La salute sta benissimo, gli occhi stanno riprendendo... giorno per giorno migliorano.

Con questi occhiali protettivi, difendeva gli occhi dall'eccesso di luce, oltre che nelle pause sui vari set, anche nella vita di tutti i giorni quando si trovava all'esterno.

4 novembre 1957

Il Dott. Tullio De Michele, di Roma, certifica la permanenza al lavoro di Totò nei giorni 3 e 4 novembre, sotto controllo specialistico, dalle ore 16 alle ore 20,30, con prescrizione di interrompere tutte le attività dopo tale ora.

11 gennaio 1958

Il Professor Giambattista Bietti, Direttore della Clinica Oculistica dell'Università di Roma, certifica le condizioni cliniche di Totò  soddisfacenti, pur essendo ancora presenti recenti focolai emorragici nell'occhio destro. Può continuare a lavorare, alle condizioni certificate nelle precedenti visite, limitatamente nel tempo e in condizioni di riprese all'esterno esse non potranno protrarsi oltre le ore 20,30. Rimane il divieto del doppiaggio, poichè procurerebbe ulteriore stress agli occhi con alto rischio di aggravamento del quadro clinico. Furono creati questi occhiali speciali con lenti speciali ad alta capacità d'ingrandimento per sopperire al deficit visivo di Totò.

1957 - 1958

Continua a interpretare film di grande successo come I soliti ignoti (con Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni), Totò nella luna, La cambiale, I tartassati, Risate di gioia (con Anna Magnani), Il comandante, Operazione San Gennaro di Dino Risi (con Nino Manfredi). Dall'inizio della malattia agli occhi e fino al 1967, Totò interpreta altri 48 film.

1959

IO SONO SEMPRE TOTO' E TORNERO' A FARVI RIDERE

 In questo articolo il principe Antonio de Curtis racconta il pericolo che ha corso la sua vista e,
rivolgendosi particolarmente a quelle persone che gli hanno offerto in dono gli occhi, preannuncia il suo prossimo ritorno

Tre anni fa, quando i giornali annunciarono per la prima volta che correvo il pericolo di perdere la vista, sessanta persone vollero offrirmi i loro occhi, e molte di esse si fecero premura di precisare che non intendevano chiedere nulla in cambio. È per loro che ho acconsentito di scrivere questo articolo: per loro e per il pubblico che mi è affezionato e al quale ho sempre voluto bene. Avrei preferito tacere, perché ritengo che un uomo debba avere il pudore dei propri malanni. Ma ora che la notizia è trapelata, sento il dovere di spiegare come stanno le cose: i familiari hanno il diritto di essere informati di tutto, e il pubblico — si sa — è la grande famiglia di un attore.

Niente paura: non sono diventato cieco. Ho avuto, è vero, una ricaduta del male che mi aveva già colpito una volta, e la mia vista si è indebolita al punto che oggi riesco a distinguere poco più che delle ombre. È una situazione estremamente sgradevole, e occorre molta pazienza per sopportarla. Ma fortunatamente si tratta di una cosa passeggera: fra un mese o due le mie condizioni miglioreranno e io tornerò a vedere normalmente. Spero anzi di poter riprendere entro breve tempo il mio lavoro. Me lo hanno garantito i medici e non ho alcun motivo di dubitare del loro verdetto.

LETTERE COMMOVENTI

L’altra volta — nel 1956 — fu diverso. Allora temetti veramente di perdere la vista. Durante l’inverno, a Torino, ero stato colpito da una polmonite che aveva causato una congestione alla retina con conseguente abbassamento della vista. Non mi si chieda di usare i termini scientifici esatti: non c’è nulla di più ridicolo del profano che tenti di servirsi del linguaggio dei medici. Il fatto è che cominciai a veder male e, quel che è peggio, a veder doppio, come certi ubriachi delle commedie e dei film. Dapprincipio non vi badai, ma con l’andar del tempo la cosa incominciò a infastidirmi. Mi sentivo confuso, malsicuro nei movimenti. Alla fine, dovetti sottopormi a una visita, e il medico, piuttosto allarmato, mi ordinò di interrompere immediatamente il lavoro. Pochi giorni dopo, il mondo per me era ridotto a un vago susseguirsi di ombre e di macchie chiare.

Trascorsi momenti terribili. Dal tono di voce dei medici capivo che si temeva il peggio, e l’idea di dover restare cieco mi dava un misto di disperazione e di furore. Il mio solo conforto, in quei giorni, fu l’atteggiamento del pubblico che partecipò, con commovente solidarietà, alla mia disgrazia. Piansi quando mi lessero le prime lettere di coloro che si dichiaravano pronti a sacrificare un occhio per salvarmi dalla cecità. Non avrei potuto approfittare di quelle nobilissime offerte, anche perché, nel mio caso, si trattava della retina e non della cornea il cui trapianto è, come tutti sanno, possibile. Ma quelle lettere, che conservo, mi ridiedero la volontà di vivere.

Poi i medici fecero il miracolo. Il professor Bietti é il mio medico di famiglia, dottor Mario Galeazzi (da non confondere con un suo quasi-omonimo), riuscirono a ridarmi la vista. A poco a poco, tornai a "mettere a fuoco” le immagini e, in capo a sei mesi, potei considerarmi completamente guarito. L’anno dopo fui in grado di riprendere il lavoro. I miei occhi erano ridivenuti normali: soltanto i riflettori mi infastidivano un poco.

A quel tempo i giornali scrissero che erano stati appunto i riflettori a provocare la mia malattia. Non era esatto. Le luci — quelle del palcoscenico più ancora di quelle del teatro di posa — sono certamente dannose. (Per rendersi conto della loro potenza, basta pensare che il migliore dei frac, indossato in un certo numero di rappresentazioni, perde il colore e acquista una strana sfumatura verdognola). Ma, nel mio caso, il fatto di avere avuto gli occhi affaticati dai riflettori, ebbe il solo effetto di aggravare la situazione e di rendere più difficili le cure. La causa del male, come ho detto, fu una congestione dovuta alla polmonite.

Anche la mia attuale ricaduta si deve a uno di quei banali "colpi d'aria” che di solito passano inosservati. Avvertii i primi sintomi nel maggio scorso, durante la lavorazione del film La cambiale. In seguito le mie condizioni peggiorarono e fui costretto a interrompere le riprese. I medici mi ordinarono alcuni mesi di riposo assoluto: mi rinchiusi in casa e aspettai. Questa volta sapevo che era tutta una questione di tempo e potevo attendere con fermezza e con serenità.

“BUONGIORNO ECCELLENZA"

Ora sono entrato in convalescenza. Miglioro di giorno in giorno e sono convinto che presto potrò riprendere il lavoro, senza il quale non sarei capace di vivere. Questo è tutto. Sono — ripeto — sereno, e non provo nessuno di quei sentimenti di amarezza che, a quanto apprendo, mi sono stati attribuiti negli ultimi giorni. Perché del resto dovrei amareggiarmi? Non ho "grandi progetti”, non intendo recarmi né in America né in Giappone, e non mi risulta che Kruscev mi abbia invitato a Mosca. Ma ho il mio lavoro e il mio pubblico che mi attende. Ancora qualche mese e tutto sarà come prima.

Mi dispiace soltantp ctye la notizia della mia disavventura si sia diffusa. Su questo punto devo al pubblico una spiegazione: so che qualcuno mi ha accusato di misantropia, e perfino di superbia, e credo di poter affermare che si tratta di accuse profondamente ingiuste. La verità è che, secondo me, un attore deve separare nettamente la sua vita personale da quella artistica. Il pubblico, vedendoci sul palcoscenico o sullo schermo, si fa di noi un’immagine che non ha nulla a che vedere con quella "privata". I/una e l'altra non devono essere confuse. Ricordo a questo proposito un episodio: molti anni fa, quando ero ancora all’inizio della mia carriera, abitavo con mio padre in un palazzetto di viale dei Parioli. Era una casa cosiddetta chic e il portiere, che ignorava la mia professione, mi chiamava "eccellenza’’ e mi salutava ogni volta con una scappellata seguita da un cerimonioso inchino. Poi, un giorno, per compensare non so quale servizio, mio padre gli regalò un biglietto per il teatro Valle dove

io recitavo. Ebbene, all’indomani, uscendo di casa, trovai il portiere completamente mutato. Non s’inchinò, e non si sognò nemmeno di darmi deH”'eccellenza": rimase a guardarmi con il berretto in testa, la pipa in bocca e la scopa in mano e, quando gli passai vicino, sibilò un "buongiorno” carico di disgusto. Il fatto di avermi visto sul palcoscenico aveva distrutto l’immagine del "signore per bene” che egli si era fatta di me.

Un episodio che, in un certo senso, è il rovescio di quanto accadde invece a Livorno, dove un’affittacamere che aveva ospitato una delle attrici della mia compagnia, rimase profondamente delusa apprendendo che nella mia vita privata io non facevo boccacce, non pronunciavo battute "spinte” e, soprattutto, non portavo la bombetta. Io stesso, del resto, ebbi un attimo d’imbarazzo vedendo per la prima volta quel distinto signore che è il Charlie Chaplin "privato".

Ecco perché ho sempre cercato di essere riservato; di non mettere ”in piazza" le mie vicende personali. È stato per me un segno di rispetto verso il pubblico che mi rimane fedele nonostante la strana avversione che la radio, la TV, gli organizzatori dei vari Festival sembrano provare nei miei confronti. Il pubblico conosce e ama il "suo" Totò, e non è giusto affliggerlo con i guai personali di Antonio De Curtis. Tanto più che Totò sta per ritornare, con la sua bombetta, le sue battute e quell’espressione triste che ”fa ridere”.

Antonio De Curtis

Articolo tratto dal settimanale "Oggi" del 6 agosto 1959


TOTÒ MIGLIORA E PENSA A UN FESTIVAL DI “CANZONI IN SALOTTO”

La musica leggera è diventata il "pallino" del popolare comico napoletano che sta ora trascorrendo un periodo di riposo per rimettersi dalla malattia agli occhi. Il principe-attore tiene in serbo molte composizioni che vorrebbe presentare prossimamente al pubblico con un grande "Festival di Totò".

Totò sta molto meglio. La ricaduta del male agli occhi che lo colpì nel 1956 ha fatto per un attimo temere il peggio, ma oggi, ogni pericolo è stato fugato: per gli occhi di Totò occorre solamente molto riposo. Il professor Giambattista Bietti, il suo assistente dottor Catalini e il medico curante di casa De Curtis, Mario Galeazzi, che hanno seguito Totò nella sua malattia sono ottimisti: entro un paio di mesi l’attore dovrebbe tornare a vedere normalmente e potrà riprendere in tal modo il film « La cambiale » che è stato interrotto quando mancavano soltanto poche scene alla parola fine.

Oggi Totò trascorre la sua giornata nell'abitazione romana di via Monte Parioli assistito dalla moglie, Franca Faldini, e dalla figlia Liliana. I primi giorni sono stati i più terribili, in quanto era costretto a rimanere in una stanza quasi completamente all'oscuro, mentre adesso può passeggiare, rimanere a godersi un po’ di fresco sul balcone, ascoltare qualche disco, fare due chiacchiere. Per solito, di questi tempi, l’attore si reca a trascorrere qualche giorno di vacanza in una località francese alla quale è molto affezionato: Lavandou. Quest’anno poi, aveva una sorpresa per il sindaco della località e per i suoi amici francesi: una canzone su Lavandou, in due edizioni, una italiana ed una francese. E’ una delle sue ultime canzoni, un valzer che sicuramente nei locali della costa francese incontrerà il favore del pubblico.
Le canzoni: in questi periodi di inattività le canzoni sono per Totò una seconda ragione di vita. A tutt’oggi ne avrà coitiposte una sessantina, ma il pubblico non ne conosce che quattro o cinque; le altre Totò le ha fatte incidere da Fierro o da Bacilieri e le tiene chiuse in un cassetto, quasi timoroso che il mondo esterno le contamini. Sono tutte melanconiche (eccezion fatta per Piccirella napuli-tana che gli venne scartata all’ultimo festival di Napoli) e rispecchiano fedelmente quello che è l’animo dell’attore, triste ed amaro.
La notte, è il momento più propizio all’attore per indossare i panni di poeta e di compositore. I versi li detta ad un registratore, dopo averci lavorato intorno per ore ed ore e la musica la compone con un dito, sul pianoforte, quindi chiama un maestro amico che gliela scrive: arrivato a questo punto, l'attore è soddisfatto. Raramente si fa tentare dai festi-vals o da altre competizioni canore; afferma che sa già in partenza che tutte le sue canzoni verranno scartate dai festivals di Sanremo e di Napoli e perciò preferisce conservarle in casa e farsi un festival tutto suo. E’ un’idea alla quale corre dietro da molto tempo. « Uno di questi giorni — dice — mi decido, faccio venire qualche amico, invito due o tre cantanti e nel salotto di casa mia faccio un festival. Li fanno tutti i festivals, proprio io non dovrei farlo? E allora... in tre regolari serate verranno ascoltate venti mie composizioni, poi il pubblico in sala ne sceglierà dieci per sera, quelle dieci risultate finaliste si azzufferanno nell’ultima serata e vedremo quali saranno le tre composizioni vincenti. Poi battimani, premiazioni, coppe, l’autore verrà invitalo a salire sul palcoscenico, verrà osannato e non ci saranno scontenti... ».

Compone al buio

Mentre eravamo seduti in terrazza, conversando con l’attore nella ricerca di un po’ di fresco, da una casa vicina una radio gracidava una canzone « urlata » cantata, è ovvio, da un « urlatore ». Il discorso scivolò immediatamente su questo nuovo genere di canzoni e di interpreti. Totò si chiuse nelle spalle, ammiccò, fece un gesto della mano che significava « mica per dire, io non c’entro niente » e disse : « La canzone, in altri tempi, serviva per fare le serenate, per conquistare il cuore delle ragazze ma adesso, dico io, evidentemente le serenate sì fanno solo ad innamorate sorde... ». Questo non significa pertanto che anche Totò non si sia voluto cimentare in canzoni « urlate ». Proprio in questi giorni infatti sta componendo T’aggia lassà che parla dei sentimenti che si aggrovigliano nell’animo di un uomo al momento del distacco dalla donna amata. I malinconici versi di questa canzone sono nati proprio durante le lunghissime ore trascorse nel triste isolamento di una stanza completamente al buio, quando sembra che improvvisamente il mondo si sia allontanato da noi.
Si era, qualche tempo addietro, diffusa la voce che Totò si sarebbe recato in America per interpretare un film. Ne abbiamo chiesto conferma all’attore il quale, in tutta risposta, ci ha fornito questo divertente decalogo : « Non andrò in America. Non sono stato scritturato ad Hollywood per interpretarvi un film. Ragion per cui non potrò fare un film con Marilyn Monroe. Kruscev non mi ha invitato a Mosca. Nè, tampoco, Tito in Jugoslavia. Non vado mai ai festivals del cinema. Per tutti i festivals della canzone di Napoli e di Sanremo sono stato scartato in partenza. Non mi ha richiesto un celebre regista americano per affidarmi una parte molto impegnativa. Non ricevo mille lettere al giorno, ma soltanto dieci delle quali cinque sincere. Organizzerò l’Oscar del "Mento d’oro” e mi premierò rego larmente ogni anno ».
In queste brevi ed incisive frasi c’è tutto Totò, tutta la sua bonomia e tutta la sua amarezza. 1 suoi film, dal '48 al '56, hanno incassato venticinque miliardi, non c’è italiano che non conosca le sue macchiette, o che, almeno una volta, non si sia dimenato dal ridere sulla poltrona di un cinema vedendolo in uno dei mille personaggi. Nessuno, abbia mo detto: eppure no, sicuramente qualche dirigente della televisione non sa chi è Totò se è vero che mai l’attore è stato invitato a recitare o a fare qualche macchietta davanti alle telecamere. E pensare che la sua mimica facciale ci sembra la più tagliata per il mezzo televisivo.

Una gara commovente

Ma queste, come dice Totò, sono « quisquilie ». Le vere, le grandi soddisfazioni gliele ha date il suo pubblico, quel pubblico che, appena venuto a conoscenza della infermità che lo aveva colpito, ha riempito la sua casa di lettere, di auguri,

di sincere espressioni di alletto. Ben sessanta persone hanno offerto i loro occhi all’attore e Totò vuol ringraziare tutti anche se, per fortuna, non c’è bisogno di operazioni. Vuol ringraziare anche quel suo compaesano sconosciuto che si è recato a Pompei per chiedere alla Madonna una grazia, una grazia di pronta guarigione per quell’attore che da tanti anni gli fa trascorrere due ore in serenità. Quando a Totò hanno letto queste lettere; quando ha saputo di quel vecchio attore del cinema. Scotti, che aveva spontaneamente offerto un suo occhio per il collega; quando ha sentito intorno a sè l’affetto di tante persone sconosciute, si è commosso ed ha giurato che tornerà davanti alla macchina da presa soltanto per questo pubblico, per il suo pubblico che vale assai di più delle critiche, degli Oscar, delle invidie. « Solamente in questa occasione — ha detto — ho capito che tanti anni di miseria, che tanti viaggi in terza classe perchè non c’era la quarta, che tante ore trascorse in palcoscenico o sotto gli accecanti riflettori, che tanti sacrifici, hanno servito a qualcosa ed è di questo qualcosa che io sono grato al mio pubblico ».

Da una finestra del palazzo di fronte una bambina di cinque o sei anni, guarda attonita e felice l’attore. « Ciao Totò! — gli grida ad un tratto — auguri! ». Totò si leva gli occhiali scuri, cerca di distinguere l’ombra della sua piccola ammiratrice e risponde al saluto. E’ contento: anche lei gli vuol bene.

Maurizio Costanzo

Articolo tratto dal settimanale "Sorrisi e Canzoni TV" del 16 agosto 1959

1963

Bersani: "Una domanda delicata: come vanno gli occhi?"

Totò: "Bene, vedo con la periferia. Sei io guardo lei, fisso, la vedo senza testa, invece, girandomi, la vedo bene. Sul set cambia tutto. Appena batte il ciack, ci vedo benissimo. E' un fatto nervoso, lo hanno spiegato i medici, un fenomeno. Sul set faccio tutto: salto, mi arrampico..." (TV7, 1963 - Lello Bersani intervista Totò)

Come può vedere sto bene, benissimo. La salute c'è, anche se non tutta. È sempre l'occhio destro che, a dir la verità, mi rompe un poco le scatole. Ma non si tratta di una cosa grave, come quella di tre anni fa. Un velo di opacità si è formato sopra l'occhio e finché non sarà riassorbito, dovrò accontentarmi di vedere solo ombre. Anche l'occhio sinistro è debole, ma è una cosa di vecchia data. Esco di notte e raramente per evitare d'incontrare amici e conoscenti. Se mi salutano, io non voglio che pensino che non contraccambio per maleducazione, o per superbia. Il fatto è che non li vedo proprio.

Così la stampa dell'epoca


Articolo elaborato con la preziosa supervisione di Federico Clemente.