SILVANA LA MALAFEMMINA

Silvana Pampanini ancora oggi viene considerata la musa ispiratrice della famosissima canzone di Totò "Malafemmena". Ma andiamo con ordine: Totò amava dare dolci e bizzarri soprannomi alle donne che ha amato. Così come Franca Faldini fu soprannominata "Ravachol" (pseudonimo di un famoso terrorista omicida francese di fine '800), a Diana Bandini Rogliani, la donna che sposò, fu dato il nomignolo di "Mizzuzina". E' di assoluta importanza rilevare che sul retro della bozza del testo della canzone "Malafemmena", fu trovato lo scritto "dedicata alla mia Mizzuzina"; ciò porta alla conclusione, senza ombra di dubbio, che la famosa canzone fu dedicata a Diana Rogliani.

«Rifiutai la sua proposta di matrimonio», rivela l’attrice «e lui, deluso e amareggiato, compose per me "Malafemmena”, la sua canzone più bella e più famosa» - «Quando mi incontrò la prima volta, disse: "Ecco una donna vera, di dentro e di fuori”» - «Era un vero gentiluomo: se chiudo gli occhi, lo rivedo mentre mi offre un fascio di fiori»

002

Galleria fotografica


005«Se in Italia esistesse il premio Oscar, state pur certi che sarebbe assegnato a un defunto. Nel nostro Paese, infatti, i meriti degli attori troppo spesso vengono riconosciuti dopo la loro scomparsa. Questa sorte è toccata anche a Totò, che in vita è stato ingiustamente bistrattato dai critici, mentre ora viene rivalutato».

Con queste parole, Silvana Pampanini, l’indimenticabile "maggiorata fisica" degli anni Cinquanta, commenta il revival di Totò, al quale la televisione dedica un ciclo in sei puntate, proponendo sei telefilm diretti dal regista Daniele D’Anza dieci anni fa. (Serie TV Tuttototò)

Silvana fu legata a Totò da un affetto profondo, e accanto a lui recitò in varie pellicole di successo, la più famosa delle quali è Quarantasette morto che parla. L'attore si innamorò perdutamente della bellissima collega, che allora era agli inizi della carriera e la chiese in moglie. Silvana, però, non ricambiò il sentimento di Totò il quale, deluso e amareggiato, le dedicò una celebre canzone, Malafemmena. Da un matrimonio mancato nacque tra i due attori una sincera amicizia che si è protratta fino alla scomparsa di Totò, il quale nel frattempo aveva unito la sua vita a quella di Franca Faldini.

La storia dell'amore non corrisposto di Totò è nota nel mondo dello spettacolo, ma tino ad ora la Pampanini aveva sempre evitato di parlarne. Lo fa solo oggi, tracciando un ritratto inedito del grande Totò.

«Quando conobbe Totò?», domandiamo.

«Lo conobbi qualche tempo prima dell'inizio della lavorazione del film «Quarantasette morto che parla», dice Silvana. «Quando mi presentarono il principe De Curtis, io ero insieme con mio padre, che mi accompagnava dovunque. Totò mi baciò la mano squadrandomi da capo a piedi con palese ammirazione. "Ecco una donna tutta vera, di dentro e di fuori", esclamò. Con la sensibilità che era la sua caratteristica, mi aveva, per così dire, fatto la radiografia con un solo colpo d’occhio e si era reso conto che la mia bellezza e il mio carattere non conoscevano artifizi. Allora ero giovanissima, ma avevo già conosciuto parecchi attori famosi. Totò, quindi, non mi apparve come un mostro sacro, ma soltanto come un uomo simpatico del quale apprezzai principalmente due doti: la signorilità e la precisione. Nel lavoro e nella vita Totò non commetteva mai errori di stile, e nel corso della nostra lunga amicizia non mi ricordo che sia mai arrivato in ritardo a un appuntamento».

TRISTE E INTROVERSO

«Totò era un buon compagno di lavoro?».

020«Era generoso sul set come nella vita privata», risponde Silvana «non tentava mai di rubare un primo piano a un collega, né cercava mai di eclissarlo con la forza della sua personalità. Non ho mai avuto con lui il benché minimo screzio. Con me non si è mai atteggiato a maestro. Ricordo che mi disse soltanto: "Tu non devi fossilizzarti in un personaggio perché puoi fare qualsiasi parte". Una frase che mi ripetè in seguito anche Jean Gabin. Durante la lavorazione del film Quarantasette morto che parla nacque tra me e Totò un grande affiatamento professionale. Ci capivamo con uno sguardo, a tutto vantaggio delle nostre rispettive interpretazioni. In una scena rimasta famosa, Totò m'incontra nelle vesti di un fantasma molto sexy. "Sono fatta di aria”, dico io. E lui, annusandomi con sguardo languido ribatte: "Allora, figlia mia, fammi respirare un poco di aria buona". Questa battuta, pronunciata da un attore dotato della mimica di Totò, faceva morire dal ridere le platee».

«Totò aveva senso dell'umorismo anche nella vita privata?», chiediamo.

«Totò era un uomo introverso, difficile da capire, che raramente si mostrava allegro», dice Silvana : «a tavola qualche volta gli capitava di raccontare una barzelletta a mio padre, del quale era diventato amico, ma poi tornava subito serio. D’altra parte un temperamento triste è spesso la caratteristica dei grandi comici. Comunque, con Totò mi è capitato spesso di ridere, soprattutto a causa delle sue piccole manie. Era molto superstizioso e un giorno, mentre giravamo alcune scene in una zona sassosa del napoletano, rimase spaventato da un gatto nero che gli aveva tagliato la strada. Pretese che tornassimo indietro, inerpicandoci per una ripida salita, nel tentativo di schivare l’influsso malefico della bestiola. Nella fuga, secondo me immotivata, Totò, che non era certo un uomo sportivo, scivolò e cadde lussandosi una caviglia. "Tutta colpa di quella gattaccia nera", si lamentò. Poi, quando gli feci notare che era caduto proprio per sfuggire a un povero micio senza colpa, si mise a ridere e mi disse: "Silvana, 'sta volta tieni proprio ragione tu"».

«Oltre alla superstizione, Totò aveva altre piccole manie?».

«Aveva il terrore di correre in macchina», risponde Silvana. «Una volta facemmo un viaggio da Napoli a Roma insieme con mio padre e impiegammo sette ore perché lui costringeva l’autista a procedere a passo d’uomo. Un’altra sua abitudine particolarissima era il gusto di prepararsi un piatto di pastasciutta nei momenti più impensati. "Commendatore, facciamoci due fili di spaghetti aglio, olio e peperoncino forte”, diceva spesso a mio padre. Totò, contrariamente a quanto si dice, non aveva il mito della nobiltà e quando qualcuno lo chiamava "signore" invece di "principe" era contentissimo. Lui il blasone ce l’aveva nel cuore e nel cervello e non aveva bisogno di alcun riconoscimento formale del suo titolo nobiliare».

Silvana Pampanini parla di Totò con grande umanità, senza perdere, però, il piglio della diva che la caratterizza. Ci racconta che preferisce l’esilio ai film mediocri e puntualizza che se le capitasse una occasione di lavoro prestigiosa, sarebbe pronta a tornare «Purtroppo mi offrono soltanto copioni pornografici che mi disgustano», dice. «Ci vorrebbe un altro Totò per convincermi a recitare. A volte rimpiango dì non avere unito la mia vita alla sua: saremmo stati una coppia favolosa».

«Come si accorse che Totò si era innamorato di lei?», chiediamo a Silvana.

«Fin dai nostri primi incontri Totò mi circondava di premure. Mi mandava sempre i fiori, mazzolini civettuoli, stile Ottocento, guarniti di trine pregiate. Era un signore e si rendeva conto che, per distinguersi dagli altri corteggiatori, non poteva inviarmi le solite cinquanta rose rosse che ricevevo ogni giorno da altri uomini. Talvolta i fiori erano accompagnati da un regalino raffinato e discreto, un profumo o un’altra piccolezza, scelta sempre con grande gusto. Tutte testimonianze di ammirazione, di rispetto ed anche di una profonda conoscenza dell'animo femminile. Io sono stata educata all’antica.

«Un errore di gusto da parte di Totò che, tra l'altro, era coetaneo di mio padre, avrebbe potuto irritarmi. Lui non corse mai questo rischio e mi dimostrò in varie occasioni di avere l'animo di un poeta. Si comportava con la galanteria di un gentiluomo napoletano, o di un cavaliere spagnolo e mi faceva la corte recitandomi poesie che componeva per me. Pian piano mi fece capire che mi amava e un giorno, con estrema delicatezza, mi fece balenare l’idea di un nostro matrimonio. Ero una ragazza sventata e, sgranando gli occhi, pronunciai una frase che costituisce torse la gaffe più grossa della mia vita: "Anch’io ti voglio bene, Totò come se fossi mio padre". Lui incassò il colpo senza battere ciglio. "Grazie”, esclamò "mi hai fatto proprio un bel complimento". Non mi portò mai rancore e non mi privò del dono della sua amicizia».

018

«Quando incontrai il principe De Curtis», racconta la Pampanini «ne ricavai l'impressione non di un mostro sacro, ma di un uomo simpatico, del quale apprezzai soprattutto due doti: la signorilità e la precisione. Totò non commetteva mai errori di stile; e nel corso della nostra lunga e splendida amicizia non ricordo che sia mai arrivato in ritardo ad un appuntamento».

«Secondo lei, Totò aveva i numeri per conquistare una donna?», domandiamo.

«Non era bello, ma poteva piacere», assicura Silvana. «Era sempre elegantissimo, vestito preferibilmente di scuro. La sera indossava una cravatta colore argento che gli illuminava il viso. Era sempre profumato, curatissimo nella persona. Le sue doti di generosità e di intelligenza facevano il resto e Totò poteva affascinare la migliore delle donne. Non me, perché, proprio in quel periodo, iniziavo l’unica grande storia d'amore della mia vita, che purtroppo si concluse tragicamente. Il mio fidanzato, infatti, mori a pochi mesi dalle nozze. Anche le dive hanno i loro drammi e spesso un sorriso radioso può nascondere tante lacrime. In seguito, mi sono chiesta come sarebbe andata la mia vita se avessi sposato Totò», continua Silvana. «Gli avrei voluto bene e non lo avrei tradito per nessuna ragione al mondo, ma non avrei potuto dargli prova di quella dote che lui tanto apprezzava in me: l’autenticità. Lo avrei rispettato, ma non sarei riuscita a dargli quell'amore appassionato e sincero che giustamente esigeva da una donna. Preferisco, allora che le nostre strade si siano divise come nel finale di un film romantico, con una colonna sonora eccezionale: Malafemmena.

«Una canzone un po' polemica nei suoi riguardi», osserviamo.

«Non è vero», protesta Silvana, «Malafemmena non significa donna di facili costumi come pensa qualcuno, ma piuttosto indica una donna dal cuore inaccessibile che fa soffrire l’innamorato non ricambiando i suoi sentimenti. Totò scrisse questa splendida canzone dopo il rifiuto, ma non me la dedicò esplicitamente. Nell’ambiente dello spettacolo, però, sanno tutti che fui io ad ispirargliela».

I PREMI NON SERVONO

014A tratti, ricordando Totò, Silvana Pampanini si intenerisce e si rattrista. Ma poi riprende il racconto rievocando ìe memorabili battute di spirito del comico scomparso.

«Totò era convinto di fare onestamente il suo lavoro e si adirava con i critici che non apprezzavano i suoi film», dice. «Io gli tacevo eco lamentandomi di non aver mai ricevuto un premio nel corso della mia lunga carriera. Lui mi esortava a non prendermela. "Silvana mia", diceva "se non ti premiano devi andare fiera. In Italia questi riconoscimenti non valgono niente. Sono capaci di premiare qualcuno soitanto perché sa fare bene le pernacchie”».

«Frequentava Totò negli ultimi anni della sua vita?».

«Lo vedevo qualche volta, ma confesso che la sua vicinanza, quando gli si indebolì la vista, mi procurava una grande malinconia: lo ricordavo nel pieno del suo vigore e mi si stringeva il cuore nel' constatare il suo declino. Mi ricordo che una volta a Montecarlo, mentre ero sullo yacht di alcuni amici, mi sentii chiamare da un’altra imbarcazione. Era Totò, insieme con Franca Faldini, che aveva riconosciuto la mia voce, senza vedermi. Mi precipitai a salutarlo e lui subito mi chiese: "Come stanno i tuoi genitori? Voglio mandare una cartolina a tuo padre”. Quando fu il momento di apporre la sua firma, mi strinse la mano smarrito perché non riusciva a distinguere lo spazio bianco. In quel momento lo adorai, perché, nonostante fosse in quelle condizioni, aveva avuto un pensiero gentile per i miei familiari. Negli ultimi anni della sua vita Totò ha avuto il conforto di avere accanto a sé Franca Faldini, che lo ha assistito affettuosamente sacrificandosi per lui. La conosco e la stimo molto. Mi è però dispiaciuto che nel libro che ha scritto, "Totò: l'uomo e il maschio" ("Totò, l'uomo e la maschera", n.d.r.) non mi abbia citato né abbia incluso una mia fotografia. Eppure credo di essere stata una presenza importante nella vita "del suo uomo”».

«Quando ripensa a Totò, come lo ricorda?».

«Se chiudo gli occhi, lo rivedo distintissimo, un po’ chino in avanti, mentre mi offre un fascio di fiori. Lo ricorderò sempre così».


Articolo tratto dalla rivista "Gente" del 24 giugno 1978 - Articolo a firma di Matilde Amorosi