Totò e... Giacomo Furia

Si divertiva sul set

Quando ero nella compagnia di Eduardo, alla fine del nostro spettacolo noi giovani ci struccavamo e scappavamo per andare a vedere Totò che facendo la rivista finiva sempre un'ora dopo la prosa. Arrivavamo in tempo per vedere lo sketch del sotto finale e poi la famosa passerella, la marcia dei bersaglieri con cui inesorabilmente chiudeva. Ho fatto poi molti film con Totò, erano film che si giravano in venti giorni, anche meno. I produttori avevano interesse a girarli nel minor tempo possibile e a sfornarli uno appresso all'altro. "Il medico dei pazzi" lo girammo addirittura in dodici giorni. Ma bisogna tener conto del fatto che Totò arrivava sul set verso le tre e finiva verso le otto, non c'era molto tempo.

Qualche volta non sono neppure sicuro se in un certo film c'ero o non c'ero, per certi film ho lavorato un giorno, due giorni, anche tre: si dimentica, non si può dire ho fatto un film, ma ho fatto una cosa. Mi ricordo che Mattòli si rivolgeva a Totò dicendogli: "Principe, tu devi fare così", mi faceva un po' ridere, ma lui accettava quello che Mattòli gli diceva, andavano d'accordo. Nei suoi film ci sono un po' sempre gli stessi attori, Totò aveva bisogno di stare sempre con gli stessi, non gli piacevano i cambiamenti. Quando andò a fare un film in Spagna si trovò malissimo con l'operatore, che voleva fargli fare determinati passi per riprenderlo con una certa illuminazione. Totò gli diceva: "No, i passi no", si sentiva legato, impacciato, aveva bisogno di muoversi liberamente, altrimenti si limitava a dire la battuta e non rideva più nessuno.
Il suo problema sono sempre stati gli occhi, all'inizio ci vedeva pochino, e poi alla fine non ci vedeva quasi più. Non potendosi divertire come una volta sulle tavole del palcoscenico, Totò si divertiva sul set. Quando tra una scena e l'altra riuscivamo a giocare a scopone, era contento di stare a guardare, sosteneva una volta un gruppo e una volta un altro. Era un uomo adorabile, molto generoso. Qualche volta mi diceva: "Buono, buono, ma perché l'hai detta così, si può perfezionare ...". Secondo me, perfezionare la battuta divertente di un altro, per un comico è il massimo del sacrificio, della generosità. - Giacomo Furia

(Tratto dal libro "Totò" di Orio Caldiron)


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Una sera degli anni ’50, a casa di Giacomo Furia, il «Pinturicchio» squattrinato della «Banda degli onesti», una partita di scopone vedeva coinvolti: Pasquale De Filippo – cugino di Eduardo e Peppino – il produttore Gilberto Carbone, gli attori Aldo Giuffrè e Armando Curcio. Alle tre e qualcosa, tra pizze fritte e primiere, il gioco fu interrotto da una telefonata. «Di scatto – ricorda Furia nel libro di Michele Avitabile «Le maggiorate, il Principe e l’ultimo degli onesti» – osservammo l’apparecchio impauriti e sconvolti. Chi mi chiamava a quell’ora? “Pronto, qui è la Questura centrale – disse una voce – abbiamo saputo che state gestendo una bisca clandestina!”. Un brivido freddo m’attraversò il corpo. Durò un attimo, per fortuna. Una risata di divertimento mi liberò dall’incubo. Era Totò. “Giacumì, state ancora giocando? Volevo sapere come se la cavava Pasqualino”».


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