Orio Caldiron, Enrico Vanzina, cinematografo.it, Franca Faldini, Goffredo Fofi Mag 2016

Totò e... Steno

Fatti su misura

Steno 675

«Quando con Monicelli abbiamo fatto Totò cerca casa abbiamo trovato la stessa troupe che aveva lavorato ne L'imperatore di Capri di Comencini, entrambi i film erano prodotti da Ponti. Clemente Fracassi, che era il direttore di produzione, ci ha fatto trovare la stessa troupe, e ci ha detto: "A Totò gli dà la spinta, gli dà la carica se dopo ogni inquadratura c'è l'applauso della troupe che ride". Era ancora legato al fatto teatrale. Erano un po' i primi film di Totò che si facevano, ci siamo trovati di fronte al problema di adattare il mezzo cineematografico a Totò, alla sua comicità. È lì che è nato questo tipo di regia che abbiamo fatto con Monicelli; le facevano già Bragaglia e Mattoli, e poi l'hanno fatta anche altri, più o meno. Quelli che hanno lavorato di più con Totò sapevano che ci si doveva adattare a Totò, si doveva valorizzare Totò, i film eran fatti per Totò.

Siamo stati un po' i primi, con Mattoli e Bragaglia, ad adattare il mezzo cinematografico a Totò. "Totò cerca casa" è nato dai fumetti disegnati da Attalo un noto disegnatore umoristico a cui si è ispirato anche Fellini: "La famiglia Sfollatini" era una famiglia che cercava sempre casa e non riusciva a trovarla. Scrivemmo il soggetto con Vittorio Metz, collaborai anche alla sceneggiatura. "Totò cerca casa" nacque così da un problema di attualità, ma anche da queste vignette di Attalo. Totò era molto istintivo, conosceva bene il suo personaggio ma forse ignorava la sua forza drammatica. Quando gli facemmo leggere la sceneggiatura di "Guardie e ladri" ci disse: "È bellissima, ma io cosa c'entro, io non posso farlo, questo è un film per Fabrizi". Gli dicemmo: "Ma guarda che puoi fare una cosa formidabile". "Guardie e ladri" è stato un po' diverso dagli altri film, è stata una delle prime volte che Totò ha lavorato con un altro attore importante, e anche la regia è stata più attenta, più presente.

Adattare il mezzo cinematografico a Totò non era sempre facilissimo, anche perché lui stesso non sapeva quali erano le sue possibilità cinematografiche Eravamo all'inizio. Dopo si è capito, lo ha capito meglio anche lui, ma all'inizio era una scoperta. Totò diceva sempre che alla mattina non si può far ridere per contratto alla mattina non lavorava. Così non riuscivamo a fare gli esterni. Il pezzo dell'inseguimento di "Guardie e ladri" ci abbiamo messo quindici giorni a farlo, non arrivavano mai né lui né Fabrizi. Alla fine ha capito che doveva venire alla mattina e doveva correre, anche se di solito non correva mai. Era mezzo assonnato, ma è venuto alla mattina e si è messo a correre.» - Steno

Fonte: "Totò" di Orio Caldiron


Autore dell’immortale pellicola Un americano a Roma (1954). Una delle oltre settanta commedie da lui dirette in quasi 50 anni di carriera. Numeri da capogiro, quando ancora il cinema era arte gustosamente popolare, capace di raccontare idiosincrasie e vizietti degli italiani


Steno, l'arte della commedia


Vanzina è l’autore dell’immortale pellicola Un americano a Roma: una delle oltre 70 commedie da lui dirette in quasi 50 anni di carriera. Con lui recitarono anche Rascel, Chiari, Vianello, Buzzanca, Proietti, Pozzetto, Abatantuono, Villaggio, Montesano


Regista e sceneggiatore. Padre di Enrico e Carlo. Appassionato di cinema sin da giovanissimo e con una spiccata vocazione all' umorismo, durante il periodo universitario si iscrive al Centro Sperimentale di Cinematografia e contemporaneamente collabora come redattore al giornale comico- umoristico " Marc'Aurelio", fucina di cineasti quali Fellini, Scola, Age, Scarpelli. Nel 1939 si laurea in giurisprudenza e comincia la carriera di soggettista e sceneggiatore. Il suo primo impegno è per "Imputato alzatevi" (1939) di Mario Mattioli, interpretato dall'attore Erminio Macario. In seguito scrive circa una trentina di film, lavorando con importanti registi fra cui Bragaglia, Freda, Borghesio, Alessandrini e Costa, finché nel 1949 è lui stesso a dirigere, insieme a Mario Monicelli, la commedia "Al diavolo la celebrità". E' l' inizio di un lungo sodalizio che li porterà a realizzare insieme ben nove film fra cui il famoso "Guardie e ladri" (1951) con i due attori comici più amati di quegli anni: Aldo Fabrizi e Totò. Nel 1952 Steno si mette in proprio e firma alcune esilaranti e divertenti commedie che gli offrono, fra l'altro, la possibilità di lavorare con attori di fama internazionale. Nel 1953 " L'uomo, la bestia e la virtù", tratto dall' omonima opera pirandelliana, ospita nel suo cast addirittura Orson Welles. La sua ascesa è ormai inarrestabile e i suoi film successivi fra cui "Un americano a Roma" (1954), "Piccola posta" (1955), "I due colonnelli" (1962), "Arriva Dorrelik" (1967) riescono non solo a far divertire il suo pubblico ma rappresentano, con un'ironia tutta personale, i vizi e le virtù dell'Italia del dopoguerra. Determinante in questa direzione è sicuramente lo stretto rapporto professionale che lo lega a Totò, icona del napoletano disoccupato che ogni giorno deve usare la fantasia per superare il problema della fame. Nel 1976 realizza uno dei suoi più grandi successi "Febbre da cavallo", interpretato da Gigi Proietti, che diviene un vero e proprio cult movie tanto che i figli, Carlo ed Enrico, che nel frattempo hanno seguito le orme paterne, ne proporranno a distanza di oltre vent'anni una sorta di sequel " Febbre da cavallo- La mandrakata" (2002). Durante tutti gli anni ottanta dirige numerosi film: "Mani di fata"(1983), "Mi faccia causa" (1984), "Animali metropolitani" (1987). Muore a Roma il 13 Marzo del 1988 mentre lavora alla serie televisiva in sei episodi "Il professore".

Fonte: http://www.cinematografo.it/


 

Ricordo di Steno


Lo sguardo arguto di Steno si rivolge anche a Franchi e Ingrassia, a Dorelli, Rita Pavone. Sua l’invenzione di Piedone/Bud Spencer


04 steno 0

Oggi tutti raccontano Totò. Spesso a sproposito. Perché molti di quelli che lo raccontano non lo hanno conosciuto e parlano di lui per sentito dire. Mi permetto di scrivere queste brevi righe sul più grande attore italiano di tutti i tempi perché Steno, mio padre, è stato sicuramente “il regista” di Totò. Tra i tantissimi film realizzati insieme ricordo Guardie e ladri. Totò a colori, Totò cerca casa, Totò Diabolicus, I due colonnelli. Insomma, una marea di classici. C’è da aggiungere che la collaborazione di mio padre con Totò non fu solo professionale. Papà amava Totò. E Totò amava Steno. Si capivano. Si piacevano. Si stimavano. Io ho conosciuto Totò all'Acqua Acetosa mentri» papà girava la famosa sequenza di Guardie e ladri, quando Totò-ladro è inseguito da Fabrizi-guardia. Avevo due anni. Esiste una foto di questo mio primo incontro con Antonio de Curtis che conservo gelosamente sul mio tavolo di lavoro. Quella foto mi ricorda, ogni giorno, che ho avuto la straordinaria fortuna di nascere col cuore autentico della commedia all’italiana. Dopo "Guardie e ladri" mio padre girò "Totò e le donne". In una scena del film c'era un bambino di un anno che recitava la parte di Totò fanciullo. Quel bambino era il regista Carlo Vanzina, mio fratello. Che debuttò nello spettacolo nel ruolo di Totò. Roba da brividi. Ogni tanto, da bambini, io e Carlo andavamo nella casa di via Monti Partali dove Totò abitava con Franca Faldini. Era un uomo molto affettuoso. Ma ricordo che ci carezzava in maniera curiosa, molto lievemente, come se avesse paura di romperci. In realtà stava già diventando cieco. E di noi percepiva solo delle piccole ombre. Raccontava mio padre che Totò era un uomo molto serio. Il suo titolo effettivo ed incontestabile di Principe Comneno Focas di Bisanzio lo mostrava scritto sull'almanacco di Gotha, con il particolare che la data di nascita era resa illeggibile da un foro fatto col fuoco di una sigaretta. Papà, inoltre, raccontava che Totò, contrariamente a quanto scritto in molti libri, improvvisava pochissimo. Ogni sua battuta era testardamente provata prima, in camerino.

Ma vorrei lasciare la parola a mio padre che in un suo scritto ci ha lasciato questa struggente e meravigliosa testimonianza: «Raramente, durante la lavorazione di un film, Totò esprimeva il desiderio di vedere qualche scena girata. Si fidava di se stesso e dei suoi collaboratori. Ma ogni tanto, dopo l’ultimo ciak della giornata, si struccava e elegantissimo (blazer e foulard) si sedeva in proiezione. E vedendosi sullo schermo si sbracava letteralmente dalle risate. Infatti il Principe de Curtis era un ammiratore sperticato di Totò. Proprio così, a Totò piacevano solo i film di Totò. E i film di Totò piacciono ancora. Ma a quei tempi fare il regista di Totò non faceva chic. Totò era snobbato dalla critica e dagli autori. Nessuno fece a tempo a spiegare al malinconico Principe de Curtis che la tv, dieci anni dopo, lo avrebbe vendicato. Comunque, un premio lo ebbe anche lui. Era già semicieco e glielo conferì la città di Napoli, consegnandoglielo ai teatro Mediterraneo in una triste serata di pioggia di circa trentanni fa. Triste serata perché pioveva, ma più che altro perché del mondo dello spettacolo italiano, a festeggiarlo c'ero solo io».

Quella sera a Napoli, raccontava papà, Totò pianse. E questo, forse, è il naturale destino dei grandi comici popolari. Devono attendere la morte per essere santificati.

Enrico Vanzina da "La vita è buffa", Gremese Editore


Totò aveva una personalità talmente strana e talmente personale che qualsiasi regista doveva per forza subirne i limiti nel senso che era un grande attore: allora se tu avevi in mente un’inquadratura particolare e se lui non capiva quel movimento, non lo sentiva, quella inquadratura non la potevi fare... Bisognava lasciarlo fare, insomma. Una volta mentre stavamo girando Letto a tre piazze, si mise più o meno, con Peppino De Filippo che gli faceva da spalla e lo seguiva perfettamente, a recitare a soggetto ignorando le battute che erano nel copione. Cominciò a muoversi, scendere dal letto dove si trovava, tornare su, calpestare Peppino, inventando tutto o quasi: la scena riuscì perfetta e fu proprio un esempio di teatro napoletano dell’arte trasportato nel cinema... Non era il caso di stare a fare della regia: era come se avessi dato la macchina da presa in mano a Totò. I tempi di Totò erano perfetti, perché lui li aveva sperimentati anni e anni con il pubblico.

Faceva mettere sui contratti che lui sarebbe arrivato sul set del film alle due del pomeriggio. "La mattina non si può far ridere," diceva. I copioni dei film che faceva non lo interessavano molto, leggeva più l’almanacco della nobiltà che i copioni dei film che interpretava. Era amico dei produttori che lo facevano lavorare. "Il produttore deve guadagnare," diceva, "se non guadagna fallisce, e se fallisce io non lavoro più."

Tratto dal libro "Totò, l'uomo e la maschera" (F.Faldini - G.Fofi)


Estratti dalle serie televisive prodotte dalla RAI "Il Pianeta Totò", ideata e condotta da Giancarlo Governi, trasmessa in tre edizioni diverse - riviste e corrette - a partire dal 1988 e "Totò un altro pianeta" speciale in 15 puntate trasmesso nel 1993 su Rai Uno e curato da Giancarlo Governi.


Le opere