Antonio de Curtis, Totò e il cinema

Sono ormai all'età in cui si tirano le somme e non ho fatto nulla. Sarei potuto diventare un grande attore e invece su cento e più film che ho girato, ve ne sono di degni non più di cinque. Ma anche se fossi diventato un grande attore, cosa sarebbe cambiato? Noi attori siamo solo venditori di chiacchiere. Un falegname vale certo più di noi: almeno il tavolino che fabbrica resta nel tempo, dopo di lui.


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  • Embè, e vabbè, quando c'è la salute ... C'agg' a fa' mo'? [il primo provino di Totò]

  • Il mio incontro con il cinema avvenne in un ristorante. Due signori e una signora mi guardavano ridendo da un altro tavolo. Stavo per alzarmi e litigare quando seppi che uno di quei signori era Gustavo Lombardo.

  • Gli inizi miei nel cinema, a differenza di quelli nel teatro, furono leggermente scabrosi. Fui chiamato alla Cines di Pittaluga ed esegui il regolamentare «provino». Soltanto un regista ebbe la brillante idea di dirmi che sarebbe stato bene che, con la faccia che Iddio mi aveva data, facessi tutto il possibile per imitare ... Buster Keaton. Presi il cappello in senso proprio e in senso figurato, dichiarando che mi sentivo soltanto di fare ... il Totò. Così ripresi il mio fardello di pellegrino e tornai al mio «varietà».

  • Non mi faccio capace che la gente, per vedere un mio film, esca di casa, lasci le comode poltrone, calzi un paio di scarpe, magari pure strette, e paghi il biglietto. Ci penso spesso e mi commuovo. Umilmente ringrazio il mio pubblico, con la promessa che cercherò di fare sempre meglio.

  • La sceneggiatura: voi mettete solo frizzi e lazzi. Al resto penso io.

  • Se fossi regista vorrei far imparare le parti a memoria, come si usa in teatro. E pretenderei che il film fosse recitato come una commedia. Anticiperei il lavoro tutto nella fase delle prove. Quando lo spettacolo fosse stato messo a punto in ogni dettaglio, comincerei a girare. Sul canovaccio io ricamo, improvvisandole giorno per giorno, le mie battute. Sul palcoscenico questo è reso più facile dalla presenza stimolante del pubblico e dopo un certo rodaggio si impara quale è l'intonazione che ha maggior effetto, quale dev' essere la durata di una pausa. In cinema tutto avviene a freddo, non c'è la possibilità di verificare la validità di una frase. Con il mio sistema, il giorno che mi decidessi a fare il regista, l'attore, prova e riprova, riuscirebbe a mettere a fuoco la comicità improvvisata.

  • Faccio tanti film in cui sono costretto a inventarmi tutto; il mattino arrivo sul set e trovo che non c'è niente, debbo creare i lazzi, le battute, tutto da zero.

  • Molti miei film vengono proiettati nell' America del Sud, in Portogallo, in Egitto, in Svizzera e ora, anche in Francia. L'America del Nord, purtroppo, costituisce un circuito chiuso. Un po' di pazienza: chi va piano, va sano e va lontano.

  • La macchina da presa nei miei primi film io l'ignoravo. Recitavo come se fossi stato in scena. Certo, lo so, ero meno cinematografico di oggi, ero più teatrale. Ma non mi emozionavo durante le riprese. Mi impressiona il microfono: mi mette a disagio, mi viene la pelle d'oca, insomma mi fa paura.

  • Nel cinema la cosa scocciante sono i riflettori. Perché i riflettori, vedete, i riflettori incocciano, e io, io ho i capelli neri e lucidi e allora è un disastro. Poi l'attesa è snervante: quando si fa del cinema sembra che l'attesa - e il bello è che non si sa che cosa si attenda - rappresenti la parte più importante e necessaria del lavoro.

  • Io sono entusiasta del cinematografo, purtroppo non cosÌ dei miei film. Allora, secondo me, dei ritocchi anndrebbero fatti all' organizzazione per guadagnare temmpo e col tempo tante altre belle cose. Vedete, in fondo, il mio grande amore è ancora il teatro. Mi dovete credere, le più grandi soddisfazioni è stato il teatro a darmele e sapete perché? Perché il teatro è molto ma molto più difficile del cinematografo e quassù, su queste tavole, giochetti e finzioni non se ne possono fare.

  • Sono commosso, veramente sono lusingato e, come si dice a Napoli, questo premio che mi viene tra 'o capo e 'o cuollo cioè fra la testa e il collo, mi ha un po' commosso Sono veramente riconoscente alla critica cinematografica che me lo ha assegnato e a tutta la gente che è intervenuta. [Dopo aver ricevuto il «Nastro d'argento» per il migliore attore in Guardie e ladri]

  • Dei miei quarantadue film, sono rimasto soddisfatto di pochissimi. Giustamente la critica è stata spesso dura con me; se per l'avvenire sbaglierò, reciterò il mea culpa... ma spero proprio che questo non accada. Ho «chiuso» molto bene con la rivista e intendo fare altretttanto con il cinematografo. Non voglio più fare film «vietati ai minori di sedici anni», ç:ome non voglio più interpretare soggetti scadenti e di pessima lega ... Quanndo ho potuto, mi sono rifiutato di lavorare in film non di mio gusto. In questi ultimi tempi ho rifiutato diversi contratti: mi sono state fatte offerte per film come Totò e la balia, Totò-calcio, Pane, burro e marmellata... Ma, lo ripeto, non ho più nessuna intenzione di continuare la mia carriera cinematografica interpretando lavori dove non mi è offerta la minima possibilità artistica. Cercherò di profondere tutte le mie energie nella nuova produzione con la speranza di finire il mio capitolo cinematografico in bellezza.

  • Ottantaquattresimo film... purtroppo. Perché sono pochi ottantaquattro film. lo voglio arrivare per lo meno a duecento, duecentocinquanta... adesso vediamo.

  • Avrei potuto fare qualcosa di molto meglio di quello che ho fatto e invece, vede, ho fallito per aver fatto film troppo dozzinali, mentre credo di avere una vis comica non dico unica, ma rara. lo con la faccia posso esprimere tutto, invece ho trascurato questo e mi sono buttato a fare dei filmetti dozzinali che non mi hanno permesso di poter diventare internazionale. E ho fatto male. Un po' per pigrizia, un po' per i produttori italiani, i quali vogliono andare a colpo sicuro, perché quando il film incassava poco, cinquecento milioni, loro guadagnavano sempre perché rientravano bene nei costi. Quindi siccome i miei film andavano, loro giocavano sul sicuro. Poi un'altra cosa: noi non abbiamo i mezzi che hannno gli americani, i quali fanno i film comici con i mezzi meccanici. Noi no, il nostro cinema comico, siccome è povero, è basato sulle battute, sulle parole, sulle situazioni che non possono aver successo all' estero perché nella traduzione i significato si perde. E siccome il film deve durare un'ora e mezza, e si deve chiacchierare sempre, a un certo momento non si sa più cosa fare. Viceversa mi ricordo i simpaticissimi Stanlio e GIlio, che andavano a finire con i piedi nella pece, l'aeroplano cadeva quando uno era sopra e l'altro sotto, il somaro suonava il pianoforte, insomma tutte queste cose che in Italia non si fanno, perché da noi è tutto parole, parole, parole, con sceneggiatori da tre soldi i quali credono che sia sufficiente buttar giù delle pagine.

  • I produttori pare che abbiano trovato la formula per far quattrini: mettiamo Totò e tutto andrà bene. Per chi fa l'attore comico in Italia si cerca di sfruttare la situazione del momento, perché questo è il carattere della nostra comicità, il lazzo gratuito, lo spirito da fare sugli altri, su una situazione criticabile... Proprio perché la nostra comicità è di «attualità», giro film legati al temmpo con un filo sottilissimo: basta poi la forza di qualche anno che passa e questo filo si spezza, e il fatto vissuto comicamente perde la sua carica di divertimento.

  • Sono vittima di una situazione poco simpatica. Produttori senza scrupoli, soggetti decadenti, sceneggiatori improvvisati hanno creato il Totò dalla risposta facile. Quando ho voluto lamentarmene, c'è sempre stata una levata di scudi contro di me. Senta, lasciamo perdere, perché voglio restare amico con tutti ... Ma come si può dire che non avevo la buona volontà di fare dei buoni film? Ero il produttore, il regista? Quando Age e Scarpellli hanno scritto Guardie e ladri sono stato ben contento di interpretarlo. La critica dapprima non fu favorevole neanche a quello, e poi dovette cambiare parere.

  • Adesso il pubblico è molto più facile. Una volta si sudava sangue sui palcoscenici per strappare un applauso. Oggi mi sembra invece che ci siamo abituati a una certa mediocrità. Quel che è successo in fin dei conti annche in altri campi dello spettacolo. A molti cantanti atttuali vent'anni fa non gli avrebbero neppure lasciato aprire la bocca, li avrebbero arrestati. Questa facilità, questa mediocrità non sono colpa del pubblico. Siamo noi che l'abbiamo provocata. Prendiamo il mio caso. È stato il successo troppo facile a rovinarmi. Sono stati i produttori che hanno incassato un sacco di soldi con i miei film. Non ho mai avuto grandi attrici al mio fianco o buoni soggetti, per anni. Facevano delle porcherie e guadagnavano milioni, quindi non hanno mai pensato a fare meglio. Mi hanno detto che potevo diventare uno Charlot italiano. Li ringrazio, ma di Charlot ce n'è uno solo. È vero però che io sono un mimo nato, lavoro con la faccia senza trucco. Avrei potuto andare per il mondo con la mia faccia, far ridere tanta gente, com'è accaduto con L'oro di Napoli di De Sica o con Napoli milionaria di Eduardo. Mi hanno ridotto invece al ruolo di attore regionale: copioni creati soltanto per l'Italia, film che non costavano una lira. Sono stato male amministrato, il mio patrimonio di attore mi sembra che sia stato sciupato. Questo è il mio rimpianto.

  • Giravo quei film pensando che il mio successo sarebbbe durato poco: un anno, due, tre. Se nonché la cosa è andata avanti parecchio, nonostante tutto, e io sono rimasto così, con il desiderio di aver voluto fare qualcosa di più impegnativo sul piano artistico.

  • Spesso mi sono sentito dire che dovrei fare l'attore drammatico, ma io non sono d'accordo. Rappresento la vita, che è un mistero di comicità e tragedia, e quindi non capisco perché dovrei convertirmi da un genere alll'altro. La vita non si sceglie, si accetta.

  • Non mi sono provato mai a fare il regista, e non mi proverei mai. Fare il regista è tutta un'altra cosa. Si può essere un grande regista e un modesto attore. Abbiamo tanti esempi, il più grandioso è quello di Tulli che come attore era un cane, ma era un grande metteur en scène. Non ci ho mai pensato. E poi c'era un altro motivo: io sono un pigro, sono un uomo pigro, e invece il regista deve alzarsi la mattina presto prima degli altri, poi gli altri vanno a casa a divertirsi o a riposarsi e invece lui deve studiarsi il copione, le inquadrature ... Però per il cinema ho scritto qualche sketch, qualche cosa ... Ho scritto qualche film, ma non porta il mio nome, perché l'ho sempre ritenuto controproducente. E poi molto spesso il nostro pubblico è cattivo, crede che uno voglia darsi delle arie ... Tutti i co .. miei scrivono qualche cosa da sé e sono i migliori autori. Anch'io ho fatto qualcosa, senza che il mio nome figuri, ad esempio Totò Peppino e la ... malafemmina, Siamo uomini o caporali? e altri ancora...

  • Recitare, lavorare è la mia vita. E quando recito sono paziente: appena terminata una scena corro dal regista per sapere se sono stato bravo. Lo so che non ho fatto dei bei film; alcuni sono addirittura bruttissimi. Ma sono un attore, uno strumento in mano a un regista.

  • La colpa, soprattutto, è mia. Perché io sono stato un indolente... A me mi davano il copione, io non lo leggevo nemmeno, andavo a lavorare così... e quindi sono stato sfruttato un po' commercialmente, ma, ripeto, la colpa è mia.

  • Alcuni produttori poi sfruttavano il filone di successso. Per esempio, dopo "Divorzio all'italiana", c'è stato "Matrimonio all'italiana", "Ménage all' italiana", "La zia all' italiana", "Il battesimo all'italiana" e tante altre cose. Poi è venuto 007,008,009,010, doppio zero. Quell'altro film, "Un pugno di dollari", "Un dollaro falso", "Due dollari e mezzo", "Tre dolllari e 75 centesimi", fino a stancare il pubblico e, magari, rovinare il povero attore, meschino... Non vado mai al cinema: primo perché lo faccio, e secondo perché ci vedo ormai così poco che, per distinnguere le immagini sullo schermo, dovrei mettere una sedia proprio sotto al telone.

  • Chiudo in fallimento, caro amico. Avrei potuto diventare un attore internazionale... Credo di avere una vis comica naturale... Ma non ho fatto niente... Sono un uomo sconfitto...

Totò, l'autorità nel/del cinema italiano (visto da uno psicologo sociale)

suec850

In tanti hanno scritto “di” e “su” Totò, storici del cinema e del teatro, poeti, cantanti, parte-nopei e parte-napoletani, e, parafrasando sue parole:

ma chi po’ ddi’ cchiù niente?
Chi tene ‘o curaggio ‘e di’ quaccosa
doppo ca sti puete gruosse assaie
d’accordo songo state a ddi’ una cosa:
ca stu “omme” nun se scorda maie.

Queste parole Totò le indirizza a Napoli in Zuoccole, tammorre e femmene, ma anche di lui hanno scritto persone illustri, come De Crescenzo e la Fallaci, perché anche lui non si scorda mai, perché è sempre attuale, si trova sempre lo spunto per di’ quaccosa, ed essere originali è difficile, ma bisogna tene ’o curaggio perché secondo me su Totò c’è ancora tanto da dire, offre spunti di riflessione anche molto profondi, molto di più di quanto si è soliti credere perché Totò è stato sì un attore, ma anche un musicista, uno scrittore, un poeta e per certi versi anche psicologo. Gli psicologi studiano il comportamento umano, alcuni cercano di spiegarlo, in qualità di docenti, di formatori d’aula, Totò lo faceva davanti alle videocamere, oggi diremo che si occupava di e-learning, perché in fondo si può stare seduti davanti ad un pc, vedere in streaming i suoi film e scorgere un’infinità di spunti psicologici utili alla comprensione del comportamento dell’essere umano, a volte divertendosi, a volte commuovendosi, in fondo la vera natura dell’arte è questa ed è quello che cercano di fare gli “insegnanti” moderni, quelli che cercano di coinvolgere i bambini a scuola, mettendoci passioni, emozioni, ed è soltanto provando emozioni che ci si “appassiona” e si crea veramente apprendimento.

Totò ci ha insegnato molto sulle tecniche di comunicazione e di persuasione, su come, ad esempio può essere possibile vendere la fontana di Trevi, spacciandosi per il Cavalier Trevi e facendosi aiutare da un compare come Nino Taranto. Può sembrare solo finzione ma nella vita quotidiana le truffe sono sempre dietro l’angolo e, a volte mi viene da pensare: se solo avessimo “studiato” a scuola Totò e le tecniche ed i principi di persuasione da lui adottati, a quest’ora saremmo tutti un po’ più svegli, e magari potremmo usare le stesse tecniche ma per scopi più benevoli, per approcciarci con una bella ragazza, o per prendere un buon voto all’università.

La persuasione secondo la psicologia sociale

I film con Totò e l’artista stesso, per essere meglio compresi devono essere dapprima contestualizzati. Bisogna capire con quale animo sono state create certe opere cinematografiche, in quali situazioni storiche sono nate e interrogarci su ciò che le rende così attuali permettendole di trascendere il periodo storico in cui si sono realizzate. Cosa raccontano in verità? Per i brani musicali, la risposta quasi sempre la sappiamo, per diventare evergreen devono comunicare stati dell’animo, sia in parole che in musica, e allora come adesso dai tempi dei piccioni viaggiatori al tempo delle e-mail una cosa è rimasta costante: il desiderio di comunicare e comprendere la nostra vera natura, tutti cerchiamo risposte, attraverso i libri, attraverso il cinema, attraverso facebook, cerchiamo qualcuno che possa fornirci delle risposte, qualcuno che a volte si chiama Freud, altre volte Battisti e altre volte Totò. Molti dei film di Totò trattano un tema molto caro alla psicologia sociale: il tema dell’obbedienza all’autorità. La Seconda Guerra Mondiale ha scosso gli animi di un mondo intero e le ripercussioni le possiamo rintracciare in tutti i campi del sapere, tutti si sono interessati, stupiti e scioccati su quello che accadde. Gli psicologi, dal canto loro cercarono e cercano tuttora di comprendere come sia potuto accadere tutto ciò. Come e perché la gente in massa segue gli ordini di pochi folli? Cosa li guida? Sia la psicologia che il cinema hanno cercato delle risposte e ci hanno fornito spunti di riflessione.

L’obbedienza all’autorità: tra scienza e cinema

Nel 1961, nello stesso periodo in cui Totò era impegnato ne “Il comandante” e  “Totòtruffa ’62”, Stanley Milgram, uno psicologo americano, tramite un esperimento scientifico diede dimostrazione al mondo intero di qualcosa al contempo sorprendente e scioccante. Mediante un’inserzione sul giornale reclutò delle persone alle quali veniva detto di partecipare ad un esperimento sull’apprendimento. In realtà si voleva cercare di capire fino a che punto una persona si dimostrava accondiscendente alle richieste di un’autorità, pertanto veniva chiesto alle “cavie” di fornire una scarica elettrica crescente ad un ipotetico allievo posto in un’altra stanza nel caso in cui rispondesse in maniera errata a certe domande. Il risultato fu che tutti i soggetti, diedero una scarica di almeno 300 volt “semplicemente” perché sollecitati da un signore vestito da “psicologo”. Un uomo come tanti, ma credibile, un po’ come il signor Trevi o l’ambasciatore di Totò truffa.

Nello stesso periodo in cui in America si studiava l’obbedienza all’autorità in laboratorio, Totò ne sfruttava le potenzialità nei suoi sketch cinematografici. Spesso lo ritroviamo in veste di autorità, spesso ne sfrutta il potere e al contempo lo critica secondo il linguaggio satirico della commedia. In film come “Il comandante”, ad esempio, dimostra da un lato quanto sia difficile abbandonare le vesti da comandante, vivendo da pensionato, dall’altro dimostra quanto sia facile persuadere utilizzando semplicemente un titolo di autorità, proprio in questo film, il suo titolo viene sfruttato da dei truffatori che gestiscono un’agenzia immobiliare. L’agenzia è diretta da due furfanti i quali lo fanno presidente quando si accorgono che la sua firma di generale è tenuta di gran conto dalle banche e che si possono servire del suo titolo per commettere truffe di ogni genere.

La dis-obbedienza all’autorità: tra scienza e cinema

Totò fa molto di più, non soltanto, ci mette “in guardia” dal fascino della divisa, ma ci spinge a riflettere, ci sollecita a non obbedire in maniera automatica ai “caporali”. Totò distingue, infatti, gli esseri umani in due categorie: gli uomini e i caporali, appunto:

“Gli uomini sono quelli costretti a lavorare come bestie tutta la vita, nell'ombra di un'esistenza misera. I caporali sfruttano, offendono, maltrattano, sono esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno. Li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando,spesso senza avere l'autorità, l'abilità e l'intelligenza per farlo, ma con la sola bravura delle loro facce di bronzo, pronti a vessare l'uomo qualunque”.

Anche la ricerca scientifica si pone gli stessi interrogativi, ci suggerisce di obbedire ma sempre con occhio “vigile”. Se è vero che eseguire gli ordini di una figura autoritaria è qualcosa di naturale e diffuso trasversalmente nelle varie culture, dimostrato da esperimenti come quello di Milgram, realizzati in tutto il mondo, bisogna però sottolineare un dato: in studi come quello del ricercatore americano esiste sempre una minoranza di individui che a un certo punto decide di ribellarsi. La psicologia sociale si sta interessando a queste figure poiché non si conoscono bene le ragioni che le spingono ad agire in controtendenza. Un solo progetto di ricerca sta attualmente indagando simili dinamiche: è quello condotto dal collega Piero Bocchiaro [2] e da Philip Zimbardo [3] alla Free University di Amsterdam. Dello studio non si conoscono i risultati definitivi visto che è ancora in fase di svolgimento. I partecipanti sono chiamati ad affrontare una situazione conflittuale: da un lato una norma sociale («obbedisci all’autorità»), dall’altro un precetto morale («non fare del male agli altri»). Studi come questo, e altri simili indagano sfaccettature diverse del fenomeno della disobbedienza. La ricerca scientifica cerca di svelare i meccanismi coinvolti in una condotta che, come Totò stesso ci ricorda in certi film, in certe situazioni è da incoraggiare perché quella auspicabile.

Anche Totò ci parla, quindi, di disobbedienza, ma il messaggio non è forse giunto fino a noi, anche perché quei pochi tentativi di comunicarcelo sono stati, come si suol dire “censurati”.

Proprio nel sito di Rosario Romano www.antoniodecurtis.org si legge che nel film “Totò e Carolina”, Mario Monicelli aveva provato a sollecitare riflessioni sulle conseguenze dell’obbedienza cieca al sistema, sistema di regole indiscusse, di rispetto totale per le autorità in divisa, per la Chiesa Cattolica. Per l’appunto il film riuscì a detenere il record del “film più censurato della storia del cinema italiano”, nella versione che venne poi distribuita pare che fossero avvenuti 31 tagli e 23 battute modificate. Come si legge nel sito, pare che proprio il ministro degli Interni di allora, Mario Scelba, si sentì scosso da tale pellicola. La commissione censoria ravvisò nel film oltraggio al pudore, alla morale, alla religione, alle forze armate e chiese decine di tagli. Non era ammissibile che un poliziotto decidesse di avanzare di grado solo per poter avere più soldi alla fine del mese, o che vivesse in una casupola; non era concepibile che i comunisti fossero dei bonaccioni e i preti troppo concilianti; che i primi cantassero bandiera Rossa, aiutando un poliziotto a spingere la camionetta in avaria; non era ammissibile che un poliziotto giocasse al lotto: queste solo alcune delle "inammissibilità" decretate dalla commissione censoria che chiedeva altrettanti tagli. Alla fine il film esce mutilato nelle sale e solo nell'aprile del 1955, quasi un anno dopo.

Monicelli, aveva costruito un grande film a forte impianto realistico, ma era costretto a dichiarare, per dimostrare il contrario, che in fondo non si trattava altro che di una favola proprio perché il suo protagonista era Totò, ossia una maschera e una marionetta che fa ridere e non un attore.

Altri motivi per cui il film venne linciato dalla censura erano un chiaro atteggiamento anticlericale (il parroco che se ne lava le mani e la famiglia Barozzoli, bigotta e ossequiosa, è un coacervo di corruzione), una certa simpatia per i comunisti e la storia in sé, di una ragazza madre che vuole suicidarsi. Una serie di dettagli sono esplicativi del senso della questione: la richiesta di modifiche regolarmente ottenute, che danno il senso ultimo dell'ottusità imperante. Di seguito le più evidenti: il gruppo di lavoratori su un camion, che Caccavallo incontra sulla strada, nella stesura originale cantano "bandiera rossa", ma nella versione censurata cantano "di qua, di là dal Piave" e nel doppiaggio si nota che stanno dicendo parole diverse. Da un altro camion un gruppo di boy scout canta "Noi vogliam Dio...", ma in realtà si tratta di una sovrapposizione di voci fuori campo, perché tutti i ragazzi hanno la bocca chiusa. La battuta di Carolina "il suicidio è un lusso, i poveri non hanno nemmeno la libertà di uccidersi" è sopraffatta dalla colonna sonora e pertanto non si riesce a sentire. Un anarchico che grida "abbasso i padroni" viene doppiato con l'affermazione più neutra e banale "viva l'amore".

Certo il film non appartiene al neorealismo, ma lo spirito con cui Monicelli osserva la realtà e i suoi personaggi, anche se con l'occhio della satira, è profondamente attento a coglierne i contorni sociali. Il personaggio di Caccavallo è costruito attraverso una recitazione perfetta e coerente alla psicologia di un uomo d'ordine e insieme di un povero diavolo vedovo, con il padre spinto dalla miseria a rubare i calzini sulla terrazza e il figlio piccolo quasi abbandonato a se stesso. Un uomo che vive in un misero tugurio ma che è costretto a fare l'uomo d'ordine, ad esibire un'autorità che lui per primo non si riconosce, insomma a fare il forte con i deboli e il debole con i forti.

L'agente Caccavallo è uno dei personaggi più umani e più vivi tra quelli interpretati da Totò, e che si imprime indelebilmente nella memoria. Questo è uno dei pochissimi film in cui De Curtis recita praticamente senza spalla e la componente realistica emerge attraverso lo sviluppo dell'azione.

Conclusioni (?)

Credo che adesso sia più chiaro il concetto espresso nella premessa a cui rimando, ancora una volta ci ritroviamo ad affermare che Totò era ed è di più di quel che è stato detto e scritto, Luciano De Crescenzo lo definisce il comico, il principe e il poeta. Io da psicologo mi sento in dovere di contribuire all’appellativo di: comunicatore, persuasore e psicologo sociale. Anch’io forse, di fronte al cavalier Trevi , alla ricerca di business avrei ceduto per comperare o, semplicemente, “affittare” la fontana, soprattutto se forzato dall’intervento di un compare-spalla come Nino Taranto. Ma forse Totò era ancora di più, non solo ha cercato di insegnarci le armi della persuasione, come direbbe lo psicologo sociale Robert Cialdini, ma ha cercato di fare molto di più: di criticare il sistema, l’obbedienza cieca a certe figure soltanto perché ritenute legittimate a governare. Sta a noi scegliere di stare semplicemente a guardare, divertirci, sorridere davanti ad un bel film di Totò o andare “oltre”, per dirla alla Baglioni, siamo liberi di credere che Totò era un artista, un comico o molto di più. Che Totò conoscesse il potere dell’autorità, dell’importanza dei titoli nobiliari ce l’ha dimostrato nei suoi film e nella vita, quando nel 1945 il Tribunale di Napoli gli permise di aggiungere vari cognomi e alcuni predicati nobiliari come parte del nome, riconoscendogli anche diversi titoli nobiliari Totò si fece chiamare: Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi, altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del Sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e Illiria, principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponto, di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e d'Epiro, conte e duca di Drivasto e di Durazzo.

Prima di chiudere, comunque, come sapranno gli esperti di cinema l’obbedienza all’autorità e, soprattutto la dis-obbedienza non sono temi esclusivi di Totò, soprattutto nel secondo dopoguerra. Addirittura durante la Seconda Guerra Mondiale, lo stesso Chaplin ha diretto, prodotto e interpretato uno dei suoi più grandi capolavori, “Il grande dittatore” rappresentando, in satira, il nazismo e il movimento nazista tedesco. Nello stesso film, tra l’altro viene rappresentato anche “il duce” che, come si legge in diversi libri, conosceva il principio persuasivo dell’obbedienza all’autorità, ed era appassionato di psicologia sociale. Mussolini, infatti, aveva letto più volte “Psicologia delle folle” di Gustav Le Bon del 1895 dove si parla di suggestione e imitazione come caratteristiche principali che predominano all’interno dei gruppi. Mussolini non lesse soltanto il testo ma lo fece studiare alle autorità locali e lo proibì alle masse, affinché non prendessero consapevolezza di tali principi persuasivi dei quali erano il bersaglio.

Sicuramente il cinema ha ancora tanto da comunicarci e può aiutarci a comprendere argomenti e concetti che, anche con affanno, cercano di comunicarci altre discipline. Sicuramente sono tanti i punti di incontro tra varie discipline che studiano il comportamento umano e lo “drammatizzano” come il cinema e la psicologia e forse non è un caso che Freud ha nominato proprio “proiezione” uno dei principali meccanismi di difesa, attraverso il quale attribuiamo nostre caratteristiche ad altre persone, e forse è proprio in Totò che ognuno di noi intravede una parte di sé, un qualcosa da proiettare, e qualcuno in cui identificarsi. Non so se e quanto Totò fosse stato consapevole di tutto questo, lui era ed è “semplicemente” Totò.

Salvatore Cianciabella psicologo, iscritto all’Ordine degli Psicologi della Toscana, autore del libro Siamo uomini e caporali - per contatti: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Per la realizzazione dell’articolo ringrazio sentitamente:
Piero Bocchiaro, psicologo sociale e ricercatore http://pierobocchiaro.blogspot.com/
Rosario Romano, autore del sito: "Il pianeta Totò" www.antoniodecurtis.org
* citazioni
[1] Come Totò amava definirsi, parlando delle sue origini
[2] Piero Bocchiaro (Palermo, 1972) è research fellow alla Vrije Universiteit di Amsterdam. Autore del volume “Psicologia del male” http://www.youtube.com/watch?v=rDaUYtyF6hA (Laterza, 2009), di articoli scientifici, ha insegnato all’Università di Palermo e si è occupato di formazione e ricerca presso la Stanford University.
[3] Bocchiaro, P., & Zimbardo, P. G. Exploring a form of heroic defiance. Manoscritto in preparazione.
[4] "Il pianeta Totò" www.antoniodecurtis.org
[5] In “ ’A livella e poesie d’amore” (Grandi tascabili economici Newton, 2009)
[6] In Totòtruffa ’62 (di Camillo Mastrocinque)
Gli articoli di Salvatore Cianciabella: La persuasione da Robert Cialdini a Totò; Totò: l'autorità nel/del cinema italiano; Totò, Charles Chaplin e Michael Jackson: geni a confronto; Toto, Charles Chaplin and Michael Jackson: genes compared.
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