TUTTOTOTÓ

(1967)

TuttototoTuttoTotò è il nome di una serie televisiva composta da 9 film per la TV che Totò girò nel 1967, durante gli ultimi mesi della sua vita. Antonio De Curtis infatti avrebbe voluto riciclare per il piccolo schermo tutti i vecchi sketch teatrali degli anni d'oro.
Il progetto era di 15 episodi, ma solo 9 furono girati. Mentre ancora si stava girando Totò morì, e la serie rimase incompleta. La regia accreditata era di Daniele D'Anza, che girò i primi otto episodi.
Mentre lavorava alla serie fu però costretto a girare lo sceneggiato Abramo Lincoln e lasciò la regia a Bruno Corbucci e Sergio D'Anza, i quali però, appunto, non riusciranno a terminarla.
La serie fu tra l'altro presa di mira dalla censura, che impose molti cambiamenti ritardando le riprese: dovette essere rigirato interamente l'episodio Il tuttofare e fu imposto di modificarne parecchi altri. Probabilmente, senza questo allungamento dei tempi, Totò sarebbe riuscito a completare la serie.La trasmissione fu replicata nell'Estate del 1978, in 2^ serata, su RAI 1.
La sigla iniziale fu composta per l'occasione. Per la chiusura fu adottata invece Non c'e' più niente da fare di Bobby Solo, che, anche grazie ai passaggi in televisione, ottenne un grande successo.


La sua ultima parte fu quella del "capellone"

Da questa settimana va in onda alla televisione il programma a puntate che Totò aveva appena finito di registrare: un’antologia del suo umorismo. I registi di «Tutto Totò» ricordano in queste pagine l’attore còl quale hanno lavorato nell’ultimo spettacolo d’una vita tutta dedicata al pubblico

Roma, aprile

Vorrei tanto fare del teatro, del buon teatro. Ho in mente una commedia, manca solo il terzo atto. Il finale è sempre il più difficile. Ma tu credi che sia possibile fare del teatro? ».
« Certo, Totò. Tu devi solo scegliere un grande testo, trovare la complicità di un grande autore degno della tua fantasia. Molière, ecco. Perché non provi con Molière? C'è un curioso personaggio, Monsieur Jourdain, nel Borghese gentiluomo. Credo che nessuno l’abbia mai fatto bene. Tu puoi reinventarlo. Ti piacerebbe? ».
« Certo, Molière... Ma io avrei in mente una commedia mia... ».
« Perché non la scrivi, allora? ».
« Sono vecchio, ho perso molto tempo. Molière, tu dici? Eh, già... ». Se ne andò con il suo impermeabile chiaro e corto, di taglio inglese e con un sorriso grigio e melanconico. Anzi, sull'uscio ci regalò un suo lazzo imprevedibile che volle subito ricacciarsi in gola, come vergognandosene. Aveva ancora una lieve traccia di cerone sul viso, perché voleva tornare presto a casa, si sentiva un po’ stanco, aveva lavorato con noi per circa sei ore al Teatro
delle Vittorie, intorno a uno sketch che doveva completare il programma televisivo Tutto Totò. Rimanemmo io, Lanfranchi, Gianni Agus, che gli aveva fatto da « spalla » per tutto il pomeriggio assieme a Mario Castellani, e qualche operaio.»

Lunedì 10 aprile

Vi fu chi si ricordò subito di spegnere le luci cosicché lo studio fece ancora a tempo ad assumere l’aria un poco livida e spettrale delle case appena abbandonate.
« Allora, siamo alla fine », mormorò Mario Lanfranchi che aveva prodotto insieme a me il programma.
« Già, abbiamo dato "l’ultimo colpo di manovella". Dopo quasi un anno ».
« Ti è parso stanco Totò? ». « Averne, di comici della sua tempra. Ma lo hai visto. Per quattro ore ha inventato " gag ", lazzi, battute... che forza ».
Totò era arrivato in studio alle 14,30 di lunedì 10 aprile, e si era subito chiuso con noi in un camerino per ripassare la parte, per « farsela dire ». Il regista della trasmissione Daniele D’Anza era impegnato a Napoli e non poteva « girare » quest'ultima scenetta; d’altra parte era indispensabile registrarla perché — diceva sempre Totò — altrimenti non si fa più in tempo.
« I giorni passano, uno dopo l'altro, e non si fa più in tempo, chiaro, ragazzi? ».
Allora Lanfranchi ed io eravamo lì, per dare una mano al nostro grande amico, per godercelo finalmente da soli. Alle 16 Totò ci apparve truccato da « capellone »: era bellissimo, riusciva ad avere una sua grandiosità anche con la zazzera. Era il re dei « capelloni », non aveva nulla di ridicolo, di goffo, di trasandato: riusciva a mantenere ima dignità quasi assurda. Nessuno rise, nel vederlo. Poi, di colpo, Totò si avvicinò al tavolo del commissario di P.S., inventando lì per lì una camminata legnosa, incredibile. Pietrificò di colpo la macchietta in un simbolo: e tutti ridemmo come pazzi, con Totò che continuava a camminare in un modo sempre diverso, e sempre più in fretta. Poi si fermò, come se il giocattolo si fosse scaricato, si sedette, e ci chiese di poter fumare una sigaretta. Con la giacca gialla, i pantaloni rossi, la parrucca a boccoli, non era Totò: era un signore di passaggio, che non ci apparteneva più, venuto tra noi per caso. E fu senza sorpresa che vedemmo gli operai che si appartavano per lasciarlo solo, al centro di un finto commissariato di pubblica sicurezza, e nessuno parlò più sino a che Totò non buttò via la sigaretta.
« Ma farò ridere? »
Si riprese a lavorare e mi scoprii a guardarlo con soggezione: mi ridevo addosso, ma quel « mento deragliato », quella faccia pallida ed aristocratica, quelle mani lunghe e trasparenti, mi davano timore. Ogni tanto Totò si fermava dubbioso, guardava me e Lanfranchi e diceva: « Ma farò ridere? ». Poi, senza aspettare risposta, riprendeva a provare,
buttando via gli effetti logori e consunti per inventarne di freschi e guizzanti.
« Ma farò ridere? ». Fu la prima cosa che ci disse quando lo invitammo a presentare in TV una grande antologia del suo repertorio. « Voi pensate che farò ridere », sussurrava rifiutando Io « champagne » che avevamo mésso in ghiaccio per lui, per fargli festa, come si fa a Capodanno. « A me la televisione fa paura. Io la vedo sempre e rido poco. Voi pensate che la gente si divertirà con me? ».
Noi lo guardavamo stupiti, con le coppe di « champagne » in mano che erano quasi bollenti.
«Ma come, Totò. Basta che ti vedano... Ma ti rendi conto che sei Totò! ».
« Sarà », e scuoteva la testa, incredulo.
Ricordo benissimo il giorno, era un sabato e Totò entrò, accompagnato dal fedele Edoardo Clemente, suo segretario, e da Mario Castellani, la sua « spalla ». Guardò i nostri uffici con tenero sospetto, lodò i mobili e disse subito: « Queste sono le case che amo. Vecchie: muri solidi, soffitti alti, bella carta alle pareti ». E si avvicinò ai muri per toccarli,
per annusarli: ci batté sopra le nocche e ascoltò con estasi l’eco fonda e un poco sorda.
Combinammo abbastanza rapidamente, perché Totò aveva voglia di far TV, pur covando uno strano rancore per il piccolo schermo («Ci si brucia, mio caro, ci si brucia. E’ un rogo: e poi, che si fa, eh? »).

Gli ultimi nove minuti

Prima della firma del contratto, Lanfranchi ed io, gli chiedemmo di farci lì, su due piedi, il famoso sketch del « wagon-lit ». Non si fece pregare: c’era Castellani e, come ripescando in cose remote, lo tirò fuori dalla memoria, si alzò, ce lo fece tutto, così com'era vestito con un elegante doppiopetto scuro, una bella camicia di seta, e l’aria disattenta di chi fa un gioco per gli amici.
« Scusatemi, ma senza bombetta... ». Rimase con noi sei mesi, girò quasi nove ore di spettacolo e gli ultimi nove minuti, lunedì 10 aprile, al Teatro delle Vittorie, alle ore 19,15. Vestito da « beatnik ».
« Ma tu pensi che lo farà davvero Molière? ».
« Me lo auguro. Sai cos’è sempre stato il suo sogno? Fare Don Chisciotte ».
« Quanti anni ha? ».
« Giovane: è sotto i settanta. Ha ancora cinque anni buoni per lavorare sodo ».
« Tu lo hai visto Petrolini? ».
« No ».
« Non ti è parso un poco affaticato? ».
« No ».
« Certo che oggi... ».

Ci avviammo all’uscita con la speranza di incontrare Totò per la strada. Volevamo dirgli di andare a cena insieme.

« No. Non ci sarebbe venuto. Mangia così poco... E poi sta a casa volentieri ».
« A che ora ci vediamo domani? Dobbiamo preparare gli ultimi “ titoli di testa ” ».
« Alle nove, va bene? ».
« Ah, senti. Perché non fissiamo tra qualche giorno una “ visione ’’ per Totò del materiale girato. Pensa che non ha ancora voluto vedere niente... ».
« Non c’è fretta. Ne riparliamo ».
« Buona notte! ».
« Buona notte ».

Sandro Bolchi

Articolo tratto dal "Radiocorriere TV" del 30 aprile 1967



Come lo ricorda Daniele D’Anza, il regista di «Tutto Totò»

Sfiorò la morte in palcoscenico

Napoli, aprile

Quanta fretta intorno a Totò, quest'anno, come tutti sapessero che per lui sarebbe stato l’ultimo, e ciascuno si affannasse a riguadagnare il tempo perduto. Tutt’assie-me, in una sola stagione, « miglior attore » per i critici italiani del Nastro d'Argento, per i giurati del Festival di Cannes, per i critici internazionali del Globo d’Oro. Tre premi non da tutti, certo, ma per i quali di solito artisti molto meno dotati di lui, soltanto più seriosi, non fanno un’anticamera di quarant'anni di teatro e di 106 film.

Totò accettava l’improvviso plebiscito con sincero e riguardoso stupore, temperato da una punta di ironia però non ostentata, perché questo gli sarebbe parso una mancanza di delicatezza: guastare la festa alla quale l’avevano invitato.

Totò e il portiere

Ma a festa finita, a Cannes, mi raccontò la storia del suo portiere. « Abitavo nella mia prima casa ai Paridi, il portiere gallonato dava dell’eccellenza a me come airambasciatore del piano di sopra. Una volta si fece coraggio e mi confessò che non mi aveva mai visto in teatro. Gli procurai due biglietti. Il giorno dopo, non solo non mi salutò, ma mi rise in faccia. Non ero più una persona rispettabile, ma un saltimbanco. Ora, non dico che questi critici siano parenti stretti di quel portiere; anzi sembrerebbe il contrario: però è un fatto che, per caricarmi di premi e insomma per darmi dell'eccellenza, hanno aspettato che facessi la faccia feroce in un film impegnato come Uccellacci e uccellini. Segno che prima mi vedevano solo come un saltimbanco. Ma forse hanno ragione loro ».

Si capiva, invece, che per lui quei critici avevano torto, e che nei loro panni egli avrebbe piuttosto premiato il saltimbanco. Perché quel-l'altro, queirattore impegnato cui ora tutti davano dell'eccellenza, lo sentiva estraneo, come l'ambasciatore del piano di sopra. E per di più gli stava antipatico.

Soltanto l'altro giorno, alla notizia della sua morte, mi son reso conto che anch'io avevo una strana fretta, come tutti gli altri, mentre giravo con Totò la serie che ora vedrete in TV. Forse aveva fretta anche lui. Era rimasto l'unico a resistere al richiamo del video, che era invece diventata la sua abitudine quotidiana, da spettatore. Ma alla TV si arrendeva adesso, all'ultimo momento, perché senza saperlo voleva fare in tempo a lasciare un monumento elettronico a quel saltimbanco che si portava dentro dai lontani debutti del baraccone Elena e dello Jo-vinelli. In tal senso questo Tutto Totò, che pure è stato girato con le cineprese e non con le telecamere, diventa televisione. Persino la precipitazione con la quale viene messo in onda contribuisce al fenomeno, confondendo spettacolo e cronaca, una contaminazione tipica della TV. Non un programma da seguire come una commemorazione, ma una testimonianza dal vivo, cronaca di un sentimento, punto d'incontro tra quell'estremo desiderio dell'attore verso il suo pubblico e il desiderio di quest'ultimo di richiamare alla ribalta l'attore appena uscito dalla comune. Anche in teatro, ai tempi mitici del Totò saltimbanco, era così. Dava
ogni sera la sua serata d'onore. E il vero spettacolo cominciava quando, calato il sipario sul gran finale, il pubblico riusciva a farlo rientrare in scena per fare le ore piccole soltanto con lui, chiedendogli macchiette e « gag » che tutti e due, al di qua e al di là della ribalta, conoscevano a memoria.

« A richiesta »

Anche Tutto Totò, a suo modo, diventa così un supplemento di spettacolo « a richiesta», secondo il rituale e .la terminologia del glorioso teatro di varietà. Ci sono tutte e due le facce, una vecchia, e una nuova, della stessa maschera antica. Un'antologia di sei telefilm che comprendono, appena rielaborati, i vecchi cavalli di battaglia, dal direttore d'orchestra che nei momenti difficili ricorre alla marcia dei bersaglieri (l'improvvisò quando un bersa-
gliere gli lanciò dal loggione il suo piumetto) al parrucchiere apprendista (era in Bada che ti mangio, 1949); dal Don Giovanni trasformato in manichino per sfuggire alle ire del marito tradito, allo strano viaggiatore dei vagoni Ietto, uno « sketch » che all'inizio in teatro durava dieci minuti, poi tra « gag » e soggetti toccò il record dei cinquanta. Inoltre, per la prima e ultima volta, un Totò-show-man, tre canovacci ideati originalmente per il video: Totò yé-yé, lui compositore di canzoni dal cuore in mano scatenato nell'inferno - beat; Totò-ciak, ossia interprete di film musicali, western e alla Bond; infine, Totò a Napoli. L'ultimo « sketch » di quest'ultima puntata, Totò cicerone abusivo alle prese con la turista Luisella Boni, l'abbiamo terminato una ventina di giorni fa appunto a Napoli. La mattina disertavo gli studi televisivi di Fuorigrotta, dove stavo realizzando lo sceneggiato su Lincoln, e giravo con lui a Mergellina.

« Città stupenda », mi diceva nelle pause, lui che a Roma viveva nel silenzio e nell'ombra, con l’aria dell’emigrato tornato in patria che non cessa dallo stupirsi di ritrovarvi il sole, i rumori, e tutto il resto. Ha avuto il tempo di ripeterlo anche in punto di morte, e gli deve essere piaciuto quel grande applauso al suo feretro in piazza.

Tre mesi di lavoro

Mi riferirono quest’episodio quello stesso pomeriggio dei suoi funerali, mentre nello Studio 2 di Fuorigrotta stavo realizzando l'ultima scena del Lincoln. Riconobbi allora in quelle sue ultime battute da emigrato, il tempismo meraviglioso del vecchio comico, anche nella vita. Ma pensai anche che, perché il ritratto fosse completo, aveva mancato un’ultima occasione che pure l’aveva sfiorato: la morte in palcoscenico come Antonio Petito, il grande Pulcinella del San Carlino. Proprio la sera della sua morte, esordiva infatti al Valle di Roma Napoli di notte e di 'giorno dedicato a Raffaele Viviani. Patroni Griffi, regista dello spettacolo, gli aveva chiesto di esserne il protagonista. Erano appunto i giorni dell'anno scorso in cui stavamo girando Tutto Totò. Mi disse che si sentiva « onorato » della proposta. Se l'avesse accettata, forse sarebbe morto in palcoscenico. Ma il giorno dopo tornò da me con il copione del Viviani. « E' impossibile — disse — è un bel lavoro, Viviani era grande, rimango onorato: ma io non sono adatto a questi personaggi così umili, la mia comicità è aggressiva ». Aveva ragione, ma bisognava saperlo. Se ora tento di riassumere in un'immagine sola l'esperienza dei tre mesi che ho passato accanto a Totò, suo ultimo regista e suo primo regista televisivo, ritrovo, sì, quel segno aggressivo della sua mimica scattante anche sull'orlo dei settanta, ritrovo la prodigiosa marionetta che continuava ad essere dopo otto lustri di palcoscenico e 106 film. Ma lo ritrovo marionetta anche in questo, nella carica che durava esattamente per il tempo previsto per la scena, e poi nel suo istantaneo afflosciarsi o irrigidirsi appena la scena era finita, quel suo miracoloso uscire dal personaggio teatrale per rientrare di colpo nel principe De Curtis. Però, sulla tomba, ha voluto soltanto un nome: Totò. E questo mi pare il suo ultimo capolavoro.

Daniele D'anza

Articolo tratto dal "Radiocorriere TV" del 30 aprile 1967



Così la stampa dellepoca


Così la stampa dell'epoca


Pillole di Totò



«Fui io ad avere l'idea di quel programma, e mi dispiace parlarne male… L'unica cosa buona di quella trasmissione è stata che Totò non fece in tempo a vedersi sul piccolo schermo, altrimenti si sarebbe guastato il sangue dalla rabbia. Ma ancora una volta avrebbe dovuto incolpare soltanto se stesso, la sua apatia, la sua mancanza di fiducia negli uomini. Era convinto che della sua arte non sarebbe rimasto niente, perché questo è il destino degli attori, e ritenne inutile affaticarsi per smentire il suo fondamentale pessimismo. Del resto, lo interessava solo il teatro vero, quello che lui inventava sera per sera davanti al suo pubblico: nel cinema e nella televisione vedeva unicamente delle macchine per far soldi, per pagarsi i suoi vizi e la sua dorata tristezza di principe venuto al mondo in un secolo sbagliato.» - Mario Castellani


Immagini dal set