Totò e... Carlo Croccolo

Carlo_Croccolo

La voce di Totò


L’ho doppiato naturalmente non in tutti i film ma solamente nelle scene esterne, per via dei rumori che richiedevano la doppiatura e, siccome Totò non riusciva a vedersi e allora lo facevo io. (Dal 1957 in poi). Avevamo la stessa pasta di voce . Sono stato scelto perchè lui si è ricordato di quando l’ho doppiato in francese ne “La legge e’ legge” (La loi c’est la loi), perchè avevo la stessa voce.
Totò era un comico modernissimo infatti aveva una comicità surreale purtroppo è sta apprezzata dopo, tant’è vero che era surreale che oggi i film di Totò sono ancora di moda anzi sono più che mai di moda sono sempre attuali, e la gente ride e si diverte ancora oggi. Totò sceicco fu il mio debutto al cinema ed era una specie di provino che Totò m’aveva fatto, cioe’ per vedere se sapevo recitare allora m’ha infilato in questo film di forza, “con birra e salciccie” facevo il genovese.

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1981 01 19 La Stampa Carlo Croccolo intro

ROMA — Carlo Croccolo sta facendo parlare di sé. In un teatro romano, con la sua comicità casareccia e rumorosa, ma con radici ben piantate nella commedia dell’arte, sta richiamando grande pubblico, magari quello di bocca buona. La critica, anche se con riserva, gli è stata favorevole. Croccolo ha portalo sul palcoscenico Charle's Aunt (la zia di Carlo), commedia che l'inglese Brandon Thomas ha scritto cento anni fa in piena epoca vittoriana Ma l'attore-regista-impresario l'ha quasi completamente riadattata, in pratica lasciandole soltanto l'ossatura e il tema di partenza tant'è vero che un po' scherzando e un po’ sul serio dice: «più che la zia di Carlo è la zia di Carlo Croccolo. L’ho rielaborata in un mese insieme con Marcella Pagliero».

La messa in scena non é apparsa tuttavia priva di difficoltà. C‘è stato addirittura il ritardo del debutto, che ha subito ben tre rinvii. Spiega: «La verità è che dovevamo andare in scena con uno commedia scritta da me, dal titolo Il terrazzino del papa, ma durante le prove ci siamo accorti che si presentava più difficile del previsto, ed abbiamo capito che non avremmo fatto in tempo».

Carlo Croccolo è senza dubbio un personaggio a sé stante nello zoo teatral-cinematografico. Ha cominciato recitando alta radio e doppiando Oliver Hardy, quindi creò la fortunata macchietta del marmittone, soldato dappoco che pensa solo alla marmitta del rancio. E' poi passato al cinema interpretando ruoli di comicità vagamente surreale, per qualche anno è stato chiamato a sostituire Totò nel doppiaggio della sua voce. Racconta: «Ero molto amico di Totò e lui mi stimava, mi spinse avanti, mi aiutò molto. Poi si accorse che avevamo lo stesso timbro di voce».

C’e stato chi lo ha accusato di aspirare a sostituirsi al grande comico napoletano. Lui naturalmente nega e spiega: «Tutti sanno che Totó era stato colpito da una grave affezione agli occhi e, negli ultimi dieci anni della sua vita anche se cercava di nasconderlo e se non tutti lo sapevano, praticamente non ci vedeva più. Poteva benissimo continuare a recitare, ma quando si trattava di doppiare se stesso, cioè mettersi davanti allo schermo e, in base alle espressioni e ai movimenti delle labbra del filmato, dire le sue battute, non riusciva ad ottenere la sincronia. Occorreva dunque qualcuno che si sostituisse a lui. Ma non doveva essere un imitatore, altrimenti sarebbe bastato chiamare Noschese. Si voleva un attore che parlasse con la sfessa voce. E così fui chiamato io che modificando leggermente il mio naturale timbro potevo benissimo passare per Totò. Cosicché in tutti i film interpretati negli ultimi dieci anni di vita, per metà era lui stesso a parlare e per l’altra metà ero io. Naturalmente nessuno se ne accorse, di questa operazione erano a conoscenza pochissime persone».

Ma a Croccolo una volta e anche capitato di doppiare Vittorio De Sica. Lo conferma: «Mi mandò a chiamare la produzione di un film diretto da Corbucci. Il produttore mi disse tu sai fare benissimo la voce di De Sica, lui è impegnato altrove e non può venire. Ti diamo 600 mila lire per sei giorni di lavoro (e allora erano molte!). Non trovai nulla da obiettare, feci la voce di De Sica e nessuno notò la differenza. Tranne naturalmente De Sica stesso. Vado a Napoli per girare Ieri oggi e domani ed appena entro in teatro sento una voce che grida: Disgraziato! Era De Sica)... Disgraziato, mi hai fregato otto milion... lo, commendatò?.. Si, tu, quel doppiaggio avrei dovuto farlo io stesso, per otto milioni...»

La zia di Carlo è giocato su alcuni studenti di una scuola di navigazione che per poter introdurre le rispettive amiche, ricorrono ad un compiacente amico che finge di essere una ricca zia.

Alcuni critici pur trattando il suo lavoro in modo non negativo hanno, però, sottolineato il fatto che egli ha apportato delle modifiche ad un classico inglese. E lui spiega: «Nel dialogo da me scritto ho voluto inquadrare, anche intellettualmente, la commedia all'epoca di Fogazzaro. D’Annunzio. Marinetti per dargli il sapore di quel tempo. A me piace andare sempre controcorrente».

E a lui infatti non piace l’umorismo, a lui piace il grottesco, il paradossale. Non è entusiasta di Woody Allen. «E' troppo intellettuale, ma mi piace quando suona il clarinetto, è molto bravo. A lui preferisco Mei Brooks».

Fra gli italiani ovviamente predilige Totò: «Dopo Petrolini — dice — Totò resterà il più grande comico italiano».

L’altro suo lavoro, Il terrazzino del papa, lo metterà In scena quando il pubblico si sarà stancato di questa Zia di Carlo. Di che tratta? «Analizza in chiave paradossale i guasti che può provocare il potere. Anche quando in superficie può apparire positivo. Come per esempio potrebbe sembrare quello dell'attuale pontefice, con la sua grande forza carismatica, col suo innegabile richiamo sulle folle».

Pare, fra l’altro, che egli sappia imitare perfettamente la voce del Papa, anche con l’accento straniero, anche coi piccoli errori di pronuncia.

Lamberto Antonelli


1992 08 17 La Stampa Toto Croccolo intro

L'attore e i segreti di un grande sodalizio: «"Malafemmina" era la Pampanini. «Era un uomo solo e triste»

Carlo Croccolo, quarant’anni di onorata carriera nello spettacolo, è un attore involontario. non animato né da vocazione personale né da ansia da successo. «Mi sono rassegnato a seguire la mia faccia», ammette sorridendo. La sue faccia, la celebre faccia da fesso con l’occhio da pesce e la bocca inerte, gli ha permesso di interpretare centodieci film. Da «I cadetti di Guascogna», quello del «Costalòn ca costa soma dia Val d'Aosta», a «O'Re» di Magni sulle disavventure bellico-erotiche di Fraceschiello. E soprattutto lo ha fatto entrare nella storia del cinema per il suo sodalizio con Totò con il quale ha girato il meglio che c’è, da «47 morto che parla» a «Totò Sceicco», da «Miseria e nobiltà» a «Totò lascia o raddoppia?», in una sequenza infinita di scene dove lui, Totò, porgeva la battuta, e l’altro, Croccolo, gli rispondeva al suo modo stralunato.

«Era un uomo solo e triste, Totò. Molto più grande dei suoi film. Nient'affatto guitto, disprezzava con aristocratico cipiglio le mezze calze. Girava un film dietro l'altro, film a basso costo e senza trama, perché aveva bisogno di guadagnare, ma gli piaceva esser circondato da persone di talento. Più erano bravi quelli che gli stavano intorno più si esaltava lui. "Le cose belle è bello vederle col sole", diceva. Io l’avevo capito e lui mi ricambiava volendomi al suo fianco».

Un gran divertimento? «Bugie. Una gran fatica. Non si rideva mai. Totò era serissimo. Anche quando s'innamorava. Io lo vidi perdere la testa per la Pampanini, la donna per cui scrisse ’Malafemmina'. Ma era un amore infelice. Non scherzava, Totò. "Un film è buono se fa ridere quando si vede non quando si fa", era il suo convincimento. Negli ultimi anni, quand’era ormai diventato cieco, ho doppiato la sua voce perché fosse in sincrono con le immagini, ma l'ho fatto in segreto, evitando che si sapesse, perché Totò temeva che il pubblico l'avrebbe abbandonato se avesse scoperto la sua malattia».

Fu in quegli anni, i primi Anni Cinquanta, che Croccolo esplose imponendosi come il più strepitoso attor giovane del nostro spettacolo: faceva cabaret alla maniera di Grillo riuscendo perfino a dialogare con le proprie scarpe, accompagnava Claudio Villa in quelle serate popolari metà canzoni e metà risate che tanto piacevano, intratteneva il pubblico della tv che proprio allora cominciava a trasmettere: la prima notte di Capodanno dell'era televisiva la fece lui. in compagnia di Teddy Reno. Jula De Palma, Sandra Mondaini. Il denaro correva. Tra il '53 e il '54 fece 26 film, un record oggi inarrivabile. E lui spendeva. Al suo tavolo di ristorante poteva sedere chiunque passasse. La sua auto americana era la più lunga che si fosse mai vista a Cinecittà. Il suo cane aveva una giardinetta personale con un autista per le passeggiate. Le mance elargite ai ragazzini dell’ascensore erano più alte dello stipendio che percepiva sua madre insegnante di filosofia. Se gli saltava in testa portava a cena il cavallo con cui stava facendo il film perché anche lui era un attore. Se lo divertiva inviava champagne e rose alla costumista della compagnia perché anche lei avesse un'emozione.

Guidava la barca, si buttava col paracadute, si comprò perfino un aereo, che però non riuscì a pagare e gli fu sequestrato, solo per il gusto di fare quello che gli andava. Le sue stravaganze finivano sui giornali. Il divismo all'americana era approdato a Roma. Perfino la Camera si dovette interrogare su di lui e sulla «croccolite» che aveva colpito la gente e sarebbe sfociata, un po' più tardi, nel mito di «La dolce vita». Troppo sperpero, troppe follie, troppo esibizionismo per un’Italia ancora dominata dai Peppone che sognavano Baffone e dai Don Camillo che minacciavano le fiamme dell’Inferno. Megalomania? Croccolo nega. «Non ero snob. Ero fuori dal giro degli intellettuali. Di fare il cinema non me ne fregava niente. Ero arrivato a essere un divo senza fare nessuna fatica. M'ero lasciato andare alle cose e le cose giravano per il verso giusto. A Roma ero piombato seguendo un’inglese bellissima per far dispetto alla mia fidanzata napoletana che m'aveva piantato. E a Roma m'aveva scoperto la radio. Sembravo un esibizionista. Ero solo un ragazzo che si divertiva a provocare».

All'apice del successo, tirato da una parte da Eduardo che aveva rotto con Peppino e voleva lui in compagnia per sostituirlo, e dall'altra da Totò che non se la sentiva più di far cinema senza averlo vicino, Croccolo fu travolto dallo scandalo: lo accusarono di trafficare cocaina, lo sbatterono in prigione per cinque mesi, poi l'assolsero con tante scuse per non aver commesso il fatto. Ma la sua carriera era finita. Si rifugiò in Canada. senza una lira, a presentare spettacoli per emigranti, approfittando del fatto che conosceva le lingue e sapeva far ridere. Da quel momento Croccolo ha vissuto cinque diverse esistenze, ogni volta tentando di far soldi con un mestiere che niente avesse che fare con quello dell’attore e ogni volta essendo costretto a ricominciare a recitare per i fallimenti registrati. E' stato barman, venditore di pubblicità. regista di spot televisivi, antiquario, produttore in proprio e per conto terzi di filmetti commerciali, padrone per tre anni di un teatro a Roma. «Il Colosseo» dal cui disastro economico è uscito distrutto. Ha avuto una casa quasi fissa in Canada, Stato di cui ha ottenuto perfino la cittadinanza; un pied-à-terre a Roma dove finiva per tornare sempre: molti soggiorni ad Hollywood per far visita agli amici Sammy Davis jr e May Britt, Burt Bacharac e Angie Dickinson e poi il giro dei Kennedy, Manlyn Monroe, Peter Lawford, Sinatra. E cinque tra mogli e compagne, più un non quantificabile numero di avventure erotiche che gli fecero avere il soprannome di «Irish express» per via dei suoi capelli rossi.

Ma anche sulla fama di seduttore Croccolo nutre perplessità. «Le donne mi piacciono ma sono sempre stato il sedotto, mai il seduttore». E racconta della prima fidanzatine, una ragazza che volle far l'amore con lui perché era il solo maschio di cui i suoi fratelli gelosissimi non potevano sospettare.

A questa che è la sua ultima puntata da protagonista dello spettacolo l'ha ricondotto Strehler con una telafonata «Ma non sei morto?» - gli chiese. «Allora vieni a fare con me "La grande magia". E sbrigati». Da allora ha recitato in «Rinaldo in campo» con Massimo Ranieri nel ruolo che Garinei e Giovannini scrissero per lui nell’edizione con Modugno e che lui non fece per scapparsene negli Stati Uniti. Ha vinto un Donatello per «O' Re», l’unico riconoscimento della critica in tanti anni di lavoro. E' stato Crispino al Sistina in «Aggiungi un posto e tavola» insieme con Johnny Dorelli. A sessant’anni e passa ha una nuova compagna giovanissima e bella che per lui ha lasciato il teatro, e se ne va in giro per l’Italia con un «Pluto», classica commedia di Aristofane riproposta da Shahroo Kheradnaud.

Con Carlo Croccolo non c'è più Pinotto, il soldatino inventato copiando un dialogo surreale con un autentico nordico pre-leghista, che gli regalò, a lui napoletano autentico con villa a Pineta, mare e barca a Mergellina, popolarità e ricchezza. Ma lui non si lamenta. «Sono stato fortunato. Donne e spettacolo mi sono sempre corsi dietro».

Simonetta Roblony


1992-11-23-Gente

L'attore napoletano, che è stato uno dei pochissimi amici intimi del "principe della risata”, racconta come negli ultimi anni di lavoro Totò, ormai diventato quasi completamente cieco, lo avesse scelto come doppiatore dei suoi film - «Mi aveva chiesto di mantenere questo segreto», dice Carlo Croccolo «perché nessuno nel mondo dello spettacolo sapesse quanto grave fosse la sua menomazione» - «E’ stato un grandissimo maestro nella professione ma anche nella vita»

Pierangelo Rossi, «Gente», anno XXXVI, n.48, 23 novembre 1992


1992 10 15 Corriere Della Sera Carlo Croccolo intro

Sorprendente rivelazione sul grande comico napoletano nel venticinquennale della scomparsa. Carlo Croccolo: era malato, dopo il '58 gli ho prestato la voce in trenta film.

ROMA — Totò, il grande comico napoletano del quale ricorre il venticinquennale della scomparsa, fu costretto negli ultimi anni della carriera a farsi doppiare in molte scene cinematografiche da Carlo Croccolo a causa di gravi problemi agli occhi.

La notizia, contenuta nel libro di Giancarlo Governi «Io sono Totò», è stata confermata da Croccolo durante la presentazione dell'iniziativa editoriale multimediale «Lei non sa chi sono io», realizzata dalle consociate Rai Fonit Cetra, Nuova Eri e Videorai, che ripercorre la carriera artistica del principe de Curtis in due videocassette corredate dal saggio biografico di Governi.

«Totò aveva le retine malate — ha detto Croccolo — e col passare degli anni divenne quasi cieco. Le scene girate in esterni, che richiedevano una nuova incisione audio, non potevano essere ridoppiate da lui, perché Totò non riusciva a seguire sullo schermo i movimenti delle proprie labbra. Le scene girate in interni, invece, sono tutte autentiche, in presa diretta. L'ho aiutato in una trentina di film dopo il 1958. Mi fece giurare che non avrei parlato con nessuno dei miei interventi. La stampa non lo amava e lui non voleva che si sapesse della sua malattia».

L'ostracismo della cultura italiana dell'epoca verso il genio artistico di Totò, che fu anche autore di poesie e canzoni divenute celebri, è stato ricordato da Lello Bersani, autore nel ’65 di una celebre intervista tv al principe de Curtis, riproposta in «Lei non sa chi sono io»: «I critici — ha detto — si divertivano con i suoi film ma poi li condannavano». In quell'eccezionale documento Totò si rivelò con lucidità, ironia e senza segreti, recitando con straordinaria commozione la sua poesia più celebre «A livella». Si scopre cosi la difficile convivenza fra il principe e il comico, il «servitore» Totò che vive in cucina, la gioventù in via Santa Maria Antesaecula. in «Rione», gli inizi con la Commedia dell'Arte che gli insegnò l'improvvisazione, vera perla di ogni suo film, poi il varietà, la rivista, la commedia musicale, il cinema. «Lui è un pagliaccio, un attore: io una persona per bene», afferma il principe, legato al titolo e al blasone, che solo agli amici più cari permetteva di chiamarlo affettuosamente Totò.

«Totò — ha aggiunto Carlo Sartori, direttore editoriale della Nuova Eri — fu vittima della cultura cattolico-comunista prevalente a quei tempi, che anteponeva la tragedia alla commedia. In quest’ultimo genere d’arte si intravedeva una forma di disimpegno, non produttiva da un punto di vista politico».

Un atteggiamento destinato a mutare con il passare degli anni e che «Lei non sa chi sono io» documenta attraverso scritti di Federico Fellini, Umberto Eco, Cesare Zavattini, Eduardo De Filippo, esempi del ripensamento dei massimi esponenti della cultura nazionale nei confronti dell’opera cinematografica dell’attore napoletano: «Ricordate Totò? — si domandava Fellini nel 1980 — Che stupefacente, misteriosa apparizione!».

«Corriere della Sera», 15 ottobre 1992


1992 10 15 La Stampa Toto Croccolo.intro

Totò, il grande comico napoletano, fu costretto negli ultimi anni della carriera a farsi doppiare molte scene da Cario Croccolo, per gravi problemi agli occhi. Lo racconta Giancarlo Governi nel libro «Io sono Totò» e lo ha confermato ieri Croccolo, presentando «Lei non sa chi sono io», due videocassette che ripercorrono la carriera artistica del principe de Curtis. «Totò aveva le retine malate - dice Croccolo - e col passare degli anni divenne quasi cieco. Le scena in esterni, che richiedevano una nuova incisione audio, non potevano essere ridoppiate da lui, perché non riusciva a seguire sullo schermo i movimenti delle sue labbra. L'ho aiutato in una trentina di film. Mi fece giurare che non ne avrei parlato con nessuno. La stampa non lo amava e lui non voleva che si sapesse della sua malattia». E' noto infatti l'ostracismo della cultura italiana dell'epoca verso il genio di Totò.

Simonetta Roblony


Intervista a Croccolo: «Io e Totò così diventai la voce del principe»

Lecce - Ora che il tempo è passato, sugli anni trascorsi accanto al principe della risata vorrebbe scrivere un libro. Ha già pronto il titolo: «Totò ed io». Per i contenuti basta attingere alla sua memoria formidabile, precisa come il database di un computer, attrezzo che peraltro usa benissimo, mettendo in riga tecnici e consulenti. Carlo Croccolo domenica compie novant’anni, e il comune di Castel Volturno, dove vive con la moglie Daniela Cenciotti in una bella casa con il giardino e l’orto, gli consegnerà per festeggiarlo le chiavi della città. A Lecce ha appena inaugurato il Festival del cinema europeo con una serata Totò fatta di ricordi, omaggi e proiezione della copia restaurata del film «Chi si ferma è perduto», a cura della Cineteca di Bologna. Pienone e risate come a una prima assoluta. La forza dei classici è questa.

Al grande Totò Carlo Croccolo ha prestato la voce in una decina di film. Con discrezione e affetto gli è stato vicino quando il mattatore perse quasi del tutto la vista. Ora racconta: «Ha ispirato la mia vita, è stato un maestro». Niente sentimentalismi, però: ai toni sdolcinati Croccolo preferisce il graffio beffardo, la zampata ironica e impietosa. Primattore e medico mancato, può resistere a tutto, ma non alla tentazione di una buona battuta. Di sé dice: «Sono stato terribile, mia madre cercava di tenermi a freno a suon di mazzate, non auguro a nessuno un figlio come me».

E con Totò, invece, come si comportava?

«Sul lavoro lui era rigoroso e severo, io giovanissimo e un po’ cretino a volte ne approfittavo. Quando girammo “Totò Lascia o raddoppia” m’incapricciai di un paio di pattini con le ruote di legno che facevano un rumore terribile, drrr, drrr, e scorrazzavo per i corridoi dello studio incurante del fastidio che procuravo agli altri. Totò, esasperato, mi fece chiamare, disse che avremmo provato la scena dell’armadio, mi fece entare nel suddetto e chiuse a chiave. Restai lì dentro per un’ora e mezza senza fiatare, povero me, ma imparai la lezione».

Dispetti a parte, com’erano i suoi rapporti con il principe de Curtis?

«Credo mi considerasse un po’ suo figlio, il figlio maschio che non aveva avuto. Mi trattava con severità e con affetto, e di questo lo ringrazio ancora. Lo rispettavo molto e non mi sono mai permesso di contrastarlo in modo evidente. Con altri, con Aldo Fabrizi, per esempio, ho avuto un rapporto spaventoso, ma nemmeno Totò andava d’accordo con lui».

Com’era Totò sul set, improvvisava come si racconta?

«Riscriveva tutto, altro che improvvisare. Ci chiudevamo nella sua roulotte, lui dettava le battute, Mario Castellani scriveva e poi prove su prove, come a teatro. Quando andavamo davanti alla macchina da presa eravamo padroni del testo e dei tempi. Totò non permetteva a nessuno di cambiare una virgola. L’unico sono stato io, nella scena della mortadella in “Signori si nasce”, e gli scappò da ridere».

Negli anni Sessanta cominciò a doppiarlo.

«Fu lui a chiedermelo, quando perse la vista. Avevamo lo stesso timbro, Totò se ne accorse sentendomi doppiare in francese “La legge è legge” con Fernandel e mi mandò a chiamare. Io mi ero trasferito in Canada, rientrai e cominciai il lavoro dietro le quinte. Non se ne accorse nessuno, nessuno doveva sapere. Doppiavo le scene in esterni, solo per “Uccellacci e uccellini” Totò volle fare tutto da solo, Pasolini gli dava una pacca sulla spalla e lui attaccava la battuta. Sempre perfetto, bravissimo».

Fu cosi che diventò la voce del principe.

«La voce del principe, sì. Magari avessi avuto qualcosa in più della sua arte, non solo la voce.... Però non sono mai stato un semplice imitatore, ho dato personalità ai personaggi. E oltre a Totò ho doppiato anche Nino Taranto, e nel film di Corbucci “I due marescialli” perfino Vittorio De Sica. Ha presente la battuta “domenicano... domenicano... Capurro!”? beh, quello ero io».

Ha attraversato gli anni d’oro del cinema italiano, com’era quel mondo?

«Non è mai tutto oro quel che luccica, l’ambiente dello spettacolo non fa eccezione. I fetenti sono dappertutto, e mi ci metto anch’io. Io sono uno zozzone, mi piacciono le donne. Dicevano: da vecchio cambierai... evidentemente non sono ancora vecchio».

Totò aveva un gran successo con le donne.

«Era un vincente anche in questo».

Però lei ebbe un incontro fatale con Marilyn Monroe...

«La conobbi a un ballo della Paramount, ci ero andato con May Britt e suo marito Sammy Davis jr, poi ero rimasto in un angolo, con un bicchiere in mano e l’aria da scemo. Marilyn passò, mi vide e mi scambiò per un irlandese, per via dei capelli rossi: “Che fai tutto solo?”. Le dissi che ero napoletano, lei scoppiò a ridere e facemmo amicizia. Un’affettuosa amicizia, fu bello, ma anche triste. Marilyn era cristallo puro, una donna meravigliosa, insicura del suo fascino e sola, spaventosamente sola».

A Castel Volturno le preparano grandi festeggiamenti. E a Napoli, la sua città?

«Non ho un buon rapporto con Napoli, è troppo ancorata al passato, come se non volesse migliorare. Ci vorrebbe uno scatto d’orgoglio, un grido di ribellione per far venire fuori dalle cose vecchie la città nuova, la Neapolis».

Titta Fiore


Le opere


Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • Titta Fiore, «Il Mattino», 6 aprile 2017
  • Simonetta Roblony, «La Stampa», 17 agosto 1992 e 15 ottobre 1992
  • «Corriere della Sera», 15 ottobre 1992
  • Lamberto Antonelli, «La Stampa», 19 gennaio 1981