L'Ospizio dei Trovatelli

Approf Canile


I cani sono come bambini muti, patiscono, hanno memoria, sentimento, nostalgia, ma non possono piagnucolarti le loro sofferenze come un accattone che dicendo, Ho fame o Mi hanno fatto questo e questo, trova sempre un santo che lo aiuta. E poi sono gli unici esseri, anche se esci due minuti, ti accolgono festosi come se tornassi dall'America.


La “mamma” dei cani

Totò amava molto gli animali e considerava dei benemeriti quelli che si occupavano dei cani abbandonati. Rimase quindi colpito da una notizia apparsa sui giornali, il 3 giugno del 1960: Mariolina Mariani, una signora romana che aveva dedicato la sua vita al migliore amico dell’uomo, mentre visitava una baracca in cui ospitava una cinquantina di randagi, era rimasta vittima di una disgrazia. La candela con cui tentava di illuminare l’ambiente privo di luce elettrica, le era caduta dalle mani trasformandola in una torcia umana.

La signora che nel rione chiamavano “la mamma dei cani” era sola al mondo e suoi animali furono provvisoriamente affidati a un’altra cinofila, che aveva a sua volta allestito nei dintorni di Roma un rudimentale rifugio. Ma ben presto rimasero senza cibo ed erano destinati a essere soppressi. Totò non poteva permetterlo e rilevò il rifugio trasformandolo in un luogo d’accoglienza più che confortevole, preoccupandosi anche di andare spesso a far visita ai cani che definiva “gli orfanelli”. Il suo gesto, oltre che dal desiderio di aiutare quelle povere bestie, nacque dal proposito di onorare la memoria della loro “mamma”. Non dubitando dell’immortalità dell’anima, Totò era certo che la defunta potesse vedere la sua opera ed esserne felice. “L’ultimo pensiero di quella poveretta sarà stato per i suoi cani, visto che gli umani l’avevano abbandonata”, spiegava alla figlia. “Mi si scalda il cuore al pensiero che ora si sia rassicurata e sorrida serena, almeno da morta. Perché da viva, ci potrei giurare, deve aver patito parecchio.”

Totò, inoltre, scoprì che la donna era stata tumulata nella terra con una semplice croce e si preoccupò di farle avere degna sepoltura acquistando per lei un loculo di marmo. Si rammaricò di non avere una sua fotografia, ma, in cuor suo l’aveva già identificata. “Se dovessi fare il suo ritratto, la disegnerei come una distinta signora, dai lineamenti delicati, in un prato fiorito. Attorno a lei ci sono i suoi cani, ben nutriti, spazzolati e festanti: è quello il suo paradiso!”

Liliana de Curtis



Totò fece costruire e finanziò per sette anni, cioè dal 1960 al giorno della sua morte, un vastissimo e moderno rifugio in cui, aiutato da un veterinario e da cinque assistenti, accolse e amorevolmente curò fino a 256 cani, per lo più randagi o abbandonati. Il principe Antonio de Curtis, in arte Totò, era un convinto animalista e aveva un debole soprattutto per i cani che, peraltro, lenirono spesso la sua solitudine, specialmente nel periodo in cui, separatosi dalla moglie Diana Rogliani, non aveva ancora incontrato Franca Faldini. “Per me i cani sono vere e proprie persone”, diceva il celebre attore napoletano; e uno dei suoi maggiori crucci fu sempre quello, dopo aver allestito appunto un rifugio per i cani, di non poter fare altrettanto a favore dei gatti, animali restii ad ogni irreggimentazione. Il Totò poeta che tutti conosciamo, il Totò autore della celebre ‘A livella contenuta in un libro di versi che si rivelerà autentico best-seller, quel Totò tenero e arguto trae le sue origini dall’amore per gli animali. La prima poesia che in vita sua Totò scrisse, s’intitolava “Dick” ed era dedicata a un cane fedele. La quartina iniziale della poesia “Dick” racchiudeva infatti un’allusione a un episodio realmente accaduto: «Tengo ‘nu cane ch’è fenomenale, – si chiama Dik, ‘o voglio bene assaie. – Si perdere ll’avesse? Nun sia maie! – Per me sarebbe un lutto nazionale!».

A questo proposito, a proposito della frase «si perdere l’avesse», c’è da chiarire che effettivamente, nel 1950, nel periodo in cui era impegnato nella lavorazione del film Totò cerca moglie di Carlo Ludovico Bragaglia, l’attore smarrì Dick. “Il fatto avvenne a Roma in una stradetta dei Parioli, via Paolo Frisi, ove Totò, verso le sette del mattino, aveva accompagnato il suo cane affinché si sgranchisse le zampe”, raccontò Eduardo Clemente, cugino e segretario dell’attore. “Lasciato libero dal guinzaglio, improvvisamente Dik scomparve. Invano Totò lo chiamò a gran voce, inutilmente ripercorse avanti e indietro la stradetta e le vicine traverse. Affranto, anzi avvilito, mi incaricò di far stampare e affiggere, in parecchie strade dei Parioli, dei manifesti attraverso i quali si prometteva una ricompensa di 10.000 lire, somma a quell’epoca non indifferente, a chi gli avesse riportato il suo Dick. Ricordo che bussarono alla casa di Totò, in via Bruno Buozzi, non meno di dodici persone con altrettanti cagnolini. Totò volle dare una mancia a tutti, anche a coloro che, palesemente, si erano presentati solo con l’intento di scroccare qualcosa”. E come andò a finire? “Cinque giorni dopo, Dik ritornò spontaneamente a casa. Appariva smunto e affaticato. Totò piangeva, quando lo riabbracciò. E Dik scuoteva la coda”. Il celebre attore, compiva continuamente opere di bene distribuendo denaro ai poveri (che ogni mattina si mettevano in coda dinanzi al suo portone), aiutando chiunque vedesse in difficoltà e inviando assegni cospicui a enti assistenziali. E non rinunciò, da convinto zoofilo, a gettarsi anima e corpo in un’opera per il recupero dei cani randagi.

Ma il cane che maggiormente impietosì Totò, fu il meticcio Mosé la cui foto, peraltro, venne pubblicata da molti giornali. Mosé era un randagio che, per essere finito sotto una macchina, aveva perso l’uso delle zampe posteriori: alla scena aveva assistito Totò, e Totò decise che bisognava a tutti i costi aiutarlo. “Dopo oltre un mese di medicazioni e di cure potei comunicare a Totò che Mosé era da considerarsi salvo”, racconta il dottor Mascia. E prosegue: “Totò accarezzò il cane e parve infinitamente felice. Poi ebbe uno scatto: “Dottore, io voglio che Mosé cammini. Dottore, vedete di fare qualcosa”. Pensai allora di rivolgermi all’istituto ortopedico dell’università di Roma. Due tecnici dell’università ebbero l’idea di costruire una protesi a rotelle che venne applicata, con delle cinghie, al corpo del cane. Quando vide Mosé camminare, Totò volle abbracciarmi. Piangeva”.

Pubblicata da molti giornali, la fotografia del cane con le ruote ebbe come principale conseguenza quella di procurare a Totò nuove amarezze. “Con tanti esseri umani privi di gambe, il principe di Bisanzio pensa agli apparecchi ortopedici per i cani!”, fu scritto con sarcasmo. Facilmente Totò avrebbe potuto replicare spiegando che lui, oltre a tutto, inviava cinquantamila lire al mese al Cottolengo. Ma preferì non sbandierare i suoi atti di bontà.

Con la morte di Totò, avvenuta nell’aprile del 1967, fu giocoforza che l' ”Ospizio dei trovatelli” si avviasse alla fine. «In quel periodo», mi racconta il dottor Vincenzo Mascia, «nel nostro rifugio, a causa di diverse adozioni erano presenti non più di trenta cani. Pochi rispetto ai tempi di massimo affollamento, ma pur sempre trenta bocche da sfamare; cosa difficoltà senza un sostegno economico. Fu allora che Eduardo Clemente mi svelò un segreto: Totò gli aveva fatto giurare, subito dopo esser stato colpito dall’infarto, che mai e poi mai avrebbe abbandonato al loro destino i cani dell’”Ospizio dei trovatelli”. Ed effettivamente Eduardo Clemente si mise alla ricerca affannosa di persone che potessero adottare quei cani. Lo vedevo andare, venire, caricare ora questo ora quel cane sulla sua macchina. Un giorno bussò a casa mia e mi disse: “Vincè, sono riuscito a piazzarne ventisei. Sono rimasti i quattro più malandati, Dottore, facciamo a metà? Te lo sta chiedendo il cugino di Totò”. E così due cani se li tenne lui e due me li presi io». E Mosé, il cane con le ruote? «Oh, quello morì un mese prima che morisse Totò. Credo che sia stato l’ultimo dolore che Totò abbia avuto nella sua vita. Cercai di confortarlo facendogli notare che, dopo l’incidente automobilistico, Mosé era vissuto tre anni. Aveva potuto camminare, correre, giocare…».

Vittorio Paliotti


Alcuni ospiti del canile


   
   

Così la stampa dell'epoca

I centonovanta cani di Totò

Lietta Tornabuoni, «Novella» anno XLII, n. 2, 12 gennaio 1961 320
Articoli d'epoca - 1960-1969
I centonovanta cani di Totò

I cani di Totò

Ermes Giusti, «La Gazzetta di Mantova», 20 gennaio 1961 153
Articoli d'epoca - 1960-1969
I cani di Totò

Dick

Daniele Palmesi, Federico Clemente 1845
Poesie
Dick

Totò, l'arte di far ridere

Maria Maffei, «Noi donne», anno XXI, n.22, 28 maggio 1966 498
Articoli d'epoca - 1960-1969
Totò, l'arte di far ridere

Piangeva su ogni de Curtis

Vittorio Paliotti, «Oggi», anno XXIX, n.14, 5 aprile 1973 358
Articoli d'epoca - 1970-1979
Piangeva su ogni de Curtis

Totò non rideva mai

Vittorio Paliotti, «Il Mattino», 11 aprile 1987 581
Articoli d'epoca - 1980-1989
Totò non rideva mai

I cani salvati da Totò

S.C., «Tribuna Illustrata», anno LXXVII, n. 19, 7 maggio 1967 322
Articoli d'epoca - 1960-1969
I cani salvati da Totò

1960 06 29 Corriere della Sera Ospizio dei Trovatelli intro

E' stata investita dalle fiamme mentre preparava il « pappone » per i suoi 80 «protetti»

Roma 28 giugno, notte.

È morta in un ospedale romano, per collasso conseguente alle gravissime ustioni riportate alcuni giorni or sono, Ma dolina Mariani, una donna di 51 anni, conosciuta negli ambienti zoofili come « l’amica dei cani ». Ne aveva raccolti un’ottantina in un recinto del villaggio San Francesco, presso Acilia: tutti destinati, senza il suo pietoso aiuto, alla camera a gas del canile municipale; e li curava e nutriva a prezzo di inenarrabili sacrifici, lesinando su tutte le esigenze della propra modestissima vita, fidando solo nella carità di altri cinofili. Un inserviente, di cui la cronaca conosce soltanto il nome — Riccardo —, la coadiuvava nella difficile impresa di sfamare tutti i giorni tutti quei cani; cinofilo anche lui, anche lui povero in canna, pago della gratitudine di Mariolina e dei suoi ottanta cani.

« Mariolina » (il diminutivo si addiceva perfettamente alla sua minuscola persona: era alta poco più di un metro e pesava sì e no trentacinque chilogrammi) è morta — si può dire — per i suoi randagi: stava loro preparando il pasto airaperto, quando il fuoco su cui bolliva la grande caldaia del « pappone » le si è appiccato alle vesti, straziandole le membra. Riccardo è arrivato appena :n tempo per evitare che rimanesse carbonizzata; ma « Mariolina » è sopravvissuta solo per qualche giorno alle gravi ustioni.

Un'altra «amica dei cani», Elide Brigada, non meno povera di «Mariolina», si è ora addossata il peso del mantenimento degli ottanta ospiti della Mariani, nuovamente esposti, dopo la morte della loro protettrice, ad una fine miseranda. La Brigada aveva già raccolto, in un cascinale della via Boccea. cinquanta reietti della specie canina; ora ne « amministrerà » centotrenta, con il sostegno di quella fiducia che non l’ha mai tradita, come mai aveva tradito la Mariani.

«Corriere della Sera», 29 giugno 1960


«Io mantengo venticinque persone, duecentoventi cani. I cani costano e valgono più di un cristiano. Lei lo picchia e lui è affezionato lo stesso, lo abbandona e lui è fedele lo stesso, lo abbandona e lui è fedele lo stesso. Il cane è 'nu signore, tutto il contrario dell'uomo. Guardi gli uomini come si odiano: basta che si sfregiano 'nu poco l'automobile, subito scendono coi denti fuori, gridando. [...] Accade quindi che qualche anno fa andai a visitare un canile che era tenuto da una speculatrice. Certi cani tristi, malati. Allora feci cacciar via la speculatrice e costruii tanti bei capannoni con tante belle cucce. Qui li tengo i miei cani, per me sono come duecentoventi bambini. Certo costano: il personale di servizio, il veterinario, le medicine...»


Servizio televisivo della RAI all'Ospizio dei trovatelli trasmesso nel 1961 all'interno della trasmissione "Controfagotto"


Sceso dalla macchina venne accompagnato dall’autista alla rete metallica che circondava il terreno di giochi dei cani e aiutato a entrare. Una festa: gli si precipitarono addosso tutti insieme abbaiando, mugolando, scodinzolando, puntandogli le zampe sul cappotto. Lo riconoscevano, mentre Totò aveva la vista troppo danneggiata per riuscire a individuarli. Né avrebbe potuto distinguerli dal nome. Ai cani quasi mai attribuiva un nome (“Mica sono figli”). Li chiamava tutti “cane” e basta.



Riferimenti e bibliografie:

  • "Totò, principe del sorriso" (Vittorio Paliotti) - Fausto Fiorentino Ed., 1977
  • "Totò, femmene e malafemmene", Liliana de Curtis e Matilde Amorosi, RCS Libri, Milano, 2003
  • «Corriere della Sera», 29 giugno 1960
  • Lietta Tornabuoni, «Novella» anno XLII, n. 2, 12 gennaio 1961
  • Francesco D'Agostino, «La Settimana Incom Illustrata», 13 aprile 1961
  • S.C.,Tribuna Illustrata n.77, 7 maggio 1967