Totò, il principe che amava gli animali

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Un cane idrofobo fu seviziato e ucciso per aver morso un bambino. Tre o quattro ragazzacci gli spaccarono la testa a pietrate e poi lo gettarono nel Tevere con le zampe legate. Io piansi per quella povera bestia che andava messa in condizioni di non nuocere, ma senza quelle orribili torture. Mi consola il pensiero che nostro Signore ha certamente accolto quel cane in Paradiso. Lo tratta meglio di un angelo e magari gli ha messo pure l'aureola attorno al muso.


Nel 1960 Antonio de Curtis lesse un articolo che raccontava la storia di una vedova 52enne, Mariolina Mariani, la quale raccolse circa 20 cani in una baracca alla periferia di Roma e morì bruciata, cadendo su una candela accesa proprio mentre stava dando da mangiare ai suoi animali. La donna fu poi sepolta, ignorata da tutti e presto dimenticata. Nel 1965 fece costruire a Roma un canile, “L'Ospizio dei Trovatelli”, moderno e attrezzato. Spese 45 milioni e ospitò cani randagi allo sbando e destinati a morte sicura. Ebbe sempre anche cani per casa ...

“A parte l'artista ricordare l'uomo Totò mi riempie di commozione: era veramente un gran signore, generoso, anzi, generosissimo. Arrivava al punto di uscire di casa con un bel po' di soldi in tasca per darli a chi ne aveva bisogno e, comunque, a chi glieli chiedeva.[..] Totò è senz'altro una delle figure italiane più importanti che abbia conosciuto nella mia carriera e nella mia vita.”
E' con questi ricordi che il regista ed attore Vittorio De Sica ripensa all'uomo, forse, più che al grandissimo attore, la cui poverbiale generosità si estese anche e soprattutto ai cani, ai trovatelli, ai cosiddetti “randagi”, parola che ad Antonio de Curtis, (Napoli,1898 – Roma,1967) in arte Totò, non piaceva affatto.
Aveva sempre avuto l'abitudine di andare a far visita ai cani ospitati in canili, li visitava a turno, sostenendoli economicamente. Si faceva accompagnare sempre da qualcuno, perché Totò era quasi completamente cieco. Finché nel 1965 decise di far costruire lui stesso un canile vicino Roma, che chiamò “L'ospizio dei Trovatelli”, dove venivano ospitati cani malati o feriti: si trattava di ben 220 cani.
Lietta Tornabuoni, critico cinematografico, una volta lo accompagnò dai suoi amici a quattrozampe. In un articolo apparso su “La Stampa” ci regala un ricordo personale del rapporto che univa Totò ai suoi trovatelli, un amore reciproco: «Sceso dalla macchina venne accompagnato dall'autista alla rete metallica che circondava il terreno di giochi dei cani e aiutato a entrare. Una festa: gli si precipitarono addosso tutti insieme abbaiando, mugolando, scodinzolando, puntandogli le zampe sul cappotto. Lo riconoscevano, mentre Totò aveva la vista troppo danneggiata per riuscire a individuarli. Né avrebbe potuto distinguerli dal nome. Ai cani quasi mai attribuiva un nome ("Mica sono figli"). Li chiamava tutti "cane" e basta».”


Amo tanto gli animali per il semplicissimo motivo che li trovo migliori degli uomini. Per esempio, non si sognano mai di nuocere a qualcuno per pura malvagità e se, a volte, diventano cattivi è solo per colpa dei padroni che. li addestrano per essere feroci. Personalmente mangio più volentieri con un cane che con un mio simile. Come commensale è meglio un animale fidato che un falso amico.


Eppure in questa definizione, “cane” e basta, era racchiuso tutto il suo grande amore per ciascuno di loro, indistintamente. Con i cani Totò amava giocare, divertirsi, stare semplicemente in loro compagnia e, sicuramente, anche “chiacchierare”. Come talvolta accade agli amanti e conoscitori dei cani, Totò non nascondeva di nutrire nei loro confronti una stima ed una simpatia molto maggiori rispetto a quelle che nutriva nei confronti degli uomini.

In una lunga intervista condotta dalla scrittrice e giornalista Oriana Fallaci, alla domanda sui motivi per i quali recitasse anche in film di scarsa qualità, il grande Totò rispose:

- Signorina mia (...) io non posso vivere senza far nulla: se vogliono farmi morire, mi tolgano quel divertimento che si chiama lavoro e son morto. Poi sa: la vita costa, io mantengo 25 persone, 220 cani... I cani costano....

- Duecentoventi cani?!? E perché? Che se ne fa di 220 cani?!

- Me ne faccio, signorina mia, che un cane val più di un cristiano. Lei lo picchia e lui le è affezionato l’istesso, non gli dà da mangiare e lui le vuole bene l’istesso, lo abbandona e lui le è fedele l’istesso. Il cane è nu signore, tutto il contrario dell'uomo. (...) Io mangio più volentieri con un cane che con un uomo.


Totò ebbe anche cani “suoi” (ammesso che non considerasse propri tutti i “trovatelli” che faceva personalmente curare, ospitare ed accudire). Accolse nel suo canile due cani poliziotto, Dox e Dox jr, sfrattati dalla sede della squadra mobile. I due pastori tedeschi, padre e figlio, dividevano in caserma la stanza col loro padrone, il brigadiere Giovanni Maimone. Dox senior andò "in pensione" con un vitalizio di 40.000 lire mensili per il suo sostentamento. Dox appare in qualche scena del film "Lo smemorato di Collegno". Al cane Dick invece Totò dedicò una delle sue poesie.


«Sono talmente affezionato a Gennarino che riesco perfino a sopportare che, invece di scegliere fra le mie canzoni, abbia preferito imparare a memoria Arrivederci Roma.»


Non è che io ami solo i cani, ma li preferisco ai gatti per un fatto che risale alla mia infanzia. Mia madre aveva un gatto, Bianco, al quale era talmente affezionata da sostenere che fosse mio fratello. Con tutto il rispetto per i felini, l'accostamento non mi piacque. Ho invece molta simpatia per i pappagalli. Il mio si chiama Gennarino e mi fa tanta buona compagnia. Come riconoscimento delle sue virtù, gli ho conferito persino un titolo nobiliare. Così adesso è un pappagallo visconte.


Il «principe della risata» aveva un amore smisurato per i cani. Non attribuiva mai un nome ai tanti quattrozampe di cui si prendeva cura, ma sapeva comunicare con loro. E l'affetto che riusciva a dare e a ricevere dagli animali, lo ricambiava destinando ingenti finanziamenti a canili e rifugi. Antonio De Curtis, al secolo Totò, viene ricordato così, per il suo rapporto speciale con le bestiole scodinzolanti, da Lietta Tornabuoni, critico cinematografico del quotidiano La Stampa, nel giorno del 40esimo anniversario della scomparsa dell'attore, avvenuta il 15 aprile 1967.
In un ritratto pubblicato sulla prima pagina del quotidiano torinese, la Tornabuoni racconta di quando nel 1965 Totò investì 45 milioni di lire (che a quei tempi erano veramente un sacco di soldi) per far costruire l'«Ospizio dei trovatelli», un canile moderno e attrezzatissimo. Ma già in precedenza, racconta la giornalista, aveva finanziato «diversi piccoli canili artigianali, spendendo molto. Li visittava tutti regolarmente, a turno».
E in una di quelle visite Totò pensò di portarsi appresso proprio la Tornabuoni. Che oggi ricorda quella particolare giornata: «Sceso dalla macchina venne accompagnato dall'autista alla rete metallica che circondava il terreno di giochi dei cani e aiutato a entrare. Una festa: gli si precipitarono addosso tutti insieme abbaiando, mugolando, scodinzolando, puntandogli le zampe sul cappotto. Lo riconoscevano, mentre Totò aveva la vista troppo danneggiata per riuscire a individuarli. Né avrebbe potuto distinguerli dal nome. Ai cani quasi mai attribuiva un nome ("Mica sono figli"). Li chiamava tutti "cane" e basta».
Un ricordo insolito, insomma, quello della Tornabuoni, in un giorno in cui sui media la retorica abbonda e del grande attore si ricordano i film, le collaborazioni eccellenti, la vita privata, le passioni. Anche quella per i cani del resto lo è. O forse no. Non era solo una passione. Forse, a leggere il ricordo della giornalista, il suo era davvero amore.

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Gli amici Ras e Tribolato

Se mi chiedessero di dare un esempio dì vera amicizia, non citerei uomini, ma questi due cani lupo: Ras e Tribolato. Ras era del proprietario di un garage e, un giorno, portò con sé un amico : Tribolato. Il padrone fu pochissimo entusiasta: «Come, Ras?», disse. «Non ce la faccio a mantenere neppure te, e ti porti dietro un altro cane?». Ras rispose abbaiando, e Tribolato restò. Dopo qualche tempo, però, il garage venne chiuso, i due cani furono abbandonati; li presi con me, e riuscii anche a trovar loro un padrone: un padrone per Ras a Tivoli, uno per Tribolato a Velletri. Due settimane dopo, Ras, ancor più stanco e malconcio del solito, con le zampe tutte gonfie e gli occhi iniettati di sangue, era tornato da me percorrendo ben quaranta chilometri. Lo feci entrare, gli detti da mangiare, gli fasciai le zampe; ma il cane continuava a piangere e guaire, come se cercasse qualcuno, non riuscisse a trovarlo.

Durante la notte, mi svegliò d’improvviso. Se mi chiedessero di dare un esempio dì vera amicizia, non citerei uomini, ma questi due cani lupo: Ras e Tribolato. Ras era del proprietario di un garage e, un giorno, portò con sé un amico : Tribolato. Il padrone fu pochissimo entusiasta: «Come, Ras?», disse. «Non ce la faccio a mantenere neppure te, e ti porti dietro un altro cane?». Ras rispose abbaiando, e Tribolato restò. Dopo qualche tempo, però, il garage venne chiuso, i due cani furono abbandonati; li presi con me, e riuscii anche a trovar loro un padrone: un padrone per Ras a Tivoli, uno per Tribolato a Velletri. Due settimane dopo, Ras, ancor più stanco e malconcio del solito, con le zampe tutte gonfie e gli occhi iniettati di sangue, era tornato da me percorrendo ben quaranta chilometri.

Lo feci entrare, gli detti da mangiare, gli fasciai le zampe; ma il cane continuava a piangere e guaire, come se cercasse qualcuno, non riuscisse a trovarlo. Durante la notte, mi svegliò d’improvviso un lungo ululato. «Ras!», rimproverai, irritata. Ma non era Ras. Ras stava accanto alla porta di casa. Aprii e sulla soglia era Tribolato, anche lui mortalmente stanco: aveva corso per quasi cinquanta chilometri, per arrivare al tacito appuntamento con il suo amico. Da quel momento, i due cani non si sono più lasciati.

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Il furbo Full

A Full è un bastardo, un randagio che raccolsi per via, al quale trovai poi un padrone. Ma il cane scappò, il padrone non si curò di rintracciarlo: lo trovò, invece, l’accalappiacani. Dopo tre giorni, durante i quali nessuno lo reclamò (io non ne sapevo nulla), la sua condanna fu pronunciata: sarebbe finito nella camera a gas del canile comunale. Eppure Full riuscì a sopravvivere alla morte, quella volta e altre due volte ancora: nella camera a gas, sì accucciava fra i suoi compagni di sventura, nascondeva il muso contro quello che aveva la pelliccia più folta, e, respirando attraverso quel singolare filtro, riusciva ad evitare i vapori mortali del gas. Alla fine, dopo il terzo tentativo vano di ucciderlo, i guardiani gli fecero grazia; incuriositi, osservarono più accuratamente quel cane fenomeno, e scoprirono, sotto il pelo, una medaglietta con il mio numero telefonico. Quando andai a prenderlo, il cane sembrò impazzire dalla felicità.

«Andiamo acasa, Full», gli dissi, «che il nonno ti ha preparato un buon pastone». Lui mi guardò fissa, poi abbaiò due volte, come a dirmi: «Sì, andiamo». E ci avviammo insieme. A casa mio padre, che la notte precedente non era riuscito a dormire pensando alla terribile avventura di Full, stava preparando festose accoglienze per il suo cagnolino prediletto.

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Il cattivo Fulgenzio

Nessuno, tranne me, osa prendere in braccio Fulgenzio, un piccolo, simpatico e spettinato grifone di razza purissima. Nessuno vuole dargli da mangiare, giocare con lui, fargli una carezza o lanciargli una palla. Perché Fulgenzio, così piccolo e spettinato, è un cane cattivo. L’ho salvato dalla morte, ed è come se lui lo sapesse. Tre volte gli ho trovato un padrone, e per tre volte ho dovuto riprenderlo con me, i padroni lo accusavano sempre delle stesse colpe: Fulgenzio è cattivo, non si lascia avvicinare, morde, scappa, non vuol giocare, fa male ai bambini, non vuol stare nella sua cuccia, è geloso.

È vero, Fulgenzio è cattivo, ma lo è per paura, attacca per difendersi: ha avuto troppe prove di cattiveria dagli uomini, nella sua breve vita di cane respinto da tutti; in ogni carezza sospetta una percossa, in ogni richiamo un inganno, in ogni gioco un calcio doloroso, in ogni cibo una polpetta avvelenata. Per questo Fulgenzio sembra cattivo e ha fiduciasolo in me, morde gli altri cani quando mi si avvicinano, è geloso. Ma è solo un piccolo cane spaventato bisognoso di cure.

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Il coraggioso Jack

Jack è un barbone gigante nero, è uno dei cani a cui sono più affezionata, perché gli devo la vita. Era la notte del 15 gennaio, faceva un gran freddo; a sera, per riscaldare la casa, accesi del carbone in un bidone da benzina; poi me ne andai a letto. Ma durante la notte, dalla stufa cominciarono a sprigionarsi le terribili esalazioni dell’anidride carbonica. Io non me ne accorsi. Nel sonno sentii Jack che raspava contro il mio letto, come se volesse chiamarmi.

Mi destai dal torpore, ma ero stordita, confusa, già intossicata: capii che cosastava avvenendo, ma non avevo assolutamente la forza di reagire. Allora Jack mi afferrò con i denti per la camicia da notte, cominciò a tirare con tutta la sua energia, sinché riuscì a farmi uscire dal letto, a trascinarmi, completamente priva di forze, sino alla finestra. Dopo averla spalancata — era la salvezza — rimasi aggrappata al muro, immobile. Il mio coraggioso Jack ad un tratto si allontanò, per tornare con le mie pantofole. Non solo mi aveva salvato la vita, ma da brava e intelligente bestia, ora voleva evitarmi un raffreddore.

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Il povero Mosè

Mosè ebbe la fortuna di essere stato soccorso dallo stesso Totò sull'Aurelia, dopo aver subito un grave investimento da parte di un'auto. Quasi morente, ebbe le zampe posteriori paralizzate. Totò, con l'aiuto del dottor Mascia, veterinario dell' "Ospizio", riuscì a farlo nuovamente camminare realizzando questa prodigiosa protesi mobile.

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Il "poliziotto" Dox

 

Il cane «Dox» e suo figlio «Dox Junior», due pastori tedeschi che hanno risolto brillantemente decine di operazioni di polizia giudiziaria e che, non appartenendo allo Stato, vennero allontanati dalle camerate della Squadra mobile romana, dove alloggiavano «abusivamente» assieme al loro padrone, trovarono un tetto sicuro. La loro malinconica vicenda, regolata da rigide disposizioni di legge che non ammettono sentimentalismi, commosse Totò.

Fu nel gennaio 1961 che lo stesso Totò e Franca Faldini si recarono presso la Squadra mobile di Roma per prendere in consegna i due cani. «Dox» e «Dox junior», sfrattati da pochi giorni, avevano trascorsero la notte all'addiaccio e per tutta la giornata rimasero sdraiati sul marciapiede, davanti al portone di quella che, fino a poche ore prima, era stata la loro casa. Il «padrone» dei due «lupi», il brigadiere siciliano Giovanni Maimone, in forza alla «Mobile» per ragioni di servizio, non poteva occuparsi più di loro. La notte precedente rimase anche lui all’aperto, assieme alle sue bestie; le coprì con dei «plaid» perchè non prendessero freddo, e rifocillate verso l'alba con la consueta razione di latte e pane.

Lietta Tornabuoni, «Novella» anno XLII, n. 2, 12 gennaio 1961  

Così la stampa dell'epoca

I centonovanta cani di Totò

Lietta Tornabuoni, «Novella» anno XLII, n. 2, 12 gennaio 1961 320
Articoli d'epoca - 1960-1969
I centonovanta cani di Totò

I cani di Totò

Ermes Giusti, «La Gazzetta di Mantova», 20 gennaio 1961 153
Articoli d'epoca - 1960-1969
I cani di Totò

Dick

Daniele Palmesi, Federico Clemente 1845
Poesie
Dick

Totò, l'arte di far ridere

Maria Maffei, «Noi donne», anno XXI, n.22, 28 maggio 1966 498
Articoli d'epoca - 1960-1969
Totò, l'arte di far ridere

Piangeva su ogni de Curtis

Vittorio Paliotti, «Oggi», anno XXIX, n.14, 5 aprile 1973 358
Articoli d'epoca - 1970-1979
Piangeva su ogni de Curtis

Totò non rideva mai

Vittorio Paliotti, «Il Mattino», 11 aprile 1987 581
Articoli d'epoca - 1980-1989
Totò non rideva mai

I cani salvati da Totò

S.C., «Tribuna Illustrata», anno LXXVII, n. 19, 7 maggio 1967 322
Articoli d'epoca - 1960-1969
I cani salvati da Totò



1960 06 29 Corriere della Sera Ospizio dei Trovatelli intro

E' stata investita dalle fiamme mentre preparava il «pappone» per i suoi 80 «protetti»

Roma 28 giugno, notte.

È morta in un ospedale romano, per collasso conseguente alle gravissime ustioni riportate alcuni giorni or sono, Ma dolina Mariani, una donna di 51 anni, conosciuta negli ambienti zoofili come «l’amica dei cani». Ne aveva raccolti un’ottantina in un recinto del villaggio San Francesco, presso Acilia: tutti destinati, senza il suo pietoso aiuto, alla camera a gas del canile municipale; e li curava e nutriva a prezzo di inenarrabili sacrifici, lesinando su tutte le esigenze della propra modestissima vita, fidando solo nella carità di altri cinofili. Un inserviente, di cui la cronaca conosce soltanto il nome — Riccardo —, la coadiuvava nella difficile impresa di sfamare tutti i giorni tutti quei cani; cinofilo anche lui, anche lui povero in canna, pago della gratitudine di Mariolina e dei suoi ottanta cani.

«Mariolina» (il diminutivo si addiceva perfettamente alla sua minuscola persona: era alta poco più di un metro e pesava sì e no trentacinque chilogrammi) è morta — si può dire — per i suoi randagi: stava loro preparando il pasto airaperto, quando il fuoco su cui bolliva la grande caldaia del «pappone» le si è appiccato alle vesti, straziandole le membra. Riccardo è arrivato appena :n tempo per evitare che rimanesse carbonizzata; ma «Mariolina» è sopravvissuta solo per qualche giorno alle gravi ustioni.

Un'altra «amica dei cani», Elide Brigada, non meno povera di «Mariolina», si è ora addossata il peso del mantenimento degli ottanta ospiti della Mariani, nuovamente esposti, dopo la morte della loro protettrice, ad una fine miseranda. La Brigada aveva già raccolto, in un cascinale della via Boccea. cinquanta reietti della specie canina; ora ne «amministrerà» centotrenta, con il sostegno di quella fiducia che non l’ha mai tradita, come mai aveva tradito la Mariani.

«Corriere della Sera», 29 giugno 1960


Totò, un principe tra i cani

«Vedrà che accoglienza. Quei cani mi vogliono bene», prometteva Totò. L’attore meraviglioso morto quarant’anni fa, il 15 aprile 1967, accompagnato dal dolore italiano e da una semplice benedizione perché le autorità ecclesiastiche non gli perdonavano d’aver vissuto anni con Franca Faldini senza sposarsi e d’essere massone, non era un uomo d’amore. Gli piacevano le donne, ne apprezzava la dedizione quando c’era, era legato alla figlia, era sentimentale alla napoletana, ma voleva bene a pochi: però amava i cani, moltissimo. Nel 1960, per accogliere cani sperduti o sfortunati, fece costruire l’«Ospizio dei trovatelli», un canile moderno e attrezzatissimo che gli costò quarantacinque milioni. Anche prima, finanziava diversi piccoli canili artigianali, spendendo molto.
Li visitava tutti regolarmente, a turno. Quella domenica andavo con lui e con un fotografo a uno di questi rifugi, sui prati tra la periferia romana e Ostia. Totò appariva non si dice elegante (risultava sempre troppo azzimato) ma impeccabile: cappello, bel cappotto, scarpe lucide, sceso dalla macchina venne accompagnato dall’autista alla rete metallica che circondava il terreno di giochi dei cani, aiutato a entrare. Una festa: gli si precipitarono addosso tutti insieme abbaiando, mugolando, scodinzolando, puntandogli le zampe sul cappotto. Lo riconoscevano, mentre Totò aveva la vista troppo danneggiata per riuscire a individuarli, né avrebbe potuto distinguerli dal nome. Ai cani quasi mai attribuiva un nome («Mica sono figli»). Li chiamava tutti «cane» e basta, sin dall’infanzia nel rione Sanità vicino alla stazione ferroviaria di Napoli, quando Totò portava il cognome della madre nubile, Clemente (sarebbe diventato De Curtis soltanto nel 1928, dopo il matrimonio della madre con il marchese De Curtis, reso possibile dalla morte dell’ostile padre dello sposo). Detestava l’aggettivo «randagio», non lo usava mai. Nelle diverse case che ebbe a Roma, sempre ai Parioli quartiere di ricchi, ospitava cani raramente («Vogliamo farli soffrire in un appartamento?»). Nei film non li gradiva, a parte qualche barbone sporco o volpino spelacchiato che restavano anche loro «cane», senza nome.

1961 Toto 031 Canile L

Quanto a Totò, più nella vita privata, per via di adozioni o simili, il suo nome diventava altisonante, nobiliare, principesco, imperiale, più i suoi nomi cinematografici si facevano ridicoli: Totokamen, Cacace, Totonno, La Trippa, Sgargiulo, Posalaquaglia, Ciancicato, Canarinis, mentre la sua «spalla» Mario Castellani poteva chiamarsi Za la Mortadelle.
Con i cani Totò giocava alla pari: loro facevano salti, lui si torceva e scattava in uno dei suoi numeri fisici geniali (anche per far piacere al fotografo). Li carezzava tutti, sul muso: «Visto che vita, che energia?», chiedeva. Poi si mise a parlare di gestione con la signora responsabile dei cani: conti, animali malati, interventi burocratici dei vigili, veterinario... Totò si annoiava, diventava di cattivo umore come quando in un film (era «Totò le Mokò»?) guardava Algeri dall’alto e sospirava: «Sempre in Casbah, sempre in Casbah...». Tornò a giocare coi cani. Poi tese le braccia come un bambino piccolo, in atteso che qualcuno andasse a prenderlo e lo portasse via, piano piano.

Lietta Tornabuoni, "La Stampa", 16 aprile 2007


Totò e i suoi amici animali


Riferimenti e bibliografie:

  • http://www.farminachannel.com/
  • «Corriere della Sera», 29 giugno 1960
  • Lietta Tornabuoni, «La Stampa», 16 aprile 2007
  • Francesco D'Agostino, «La Settimana Incom Illustrata», 13 aprile 1961