Tragedia fra amanti in un albergo

Liliana Castagnola

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Circa otto mesi sona il ragioniere cav. Alberto Sala, d'anni 37, abitante in via Farini, 26, conobbe a Genova, dove si recava di frequente per ragione del suoi affari, la canzonettista Eugenia Castagnola di Giovanni, d’anni 22. La giovane donna, che si faceva chiamare in arte «Liliana» è divisa dal marito Dario Colonnello che abita appunto a Genova in vico Martini 1. La relazione fra i due, dapprima molto superficiale, si cambiò in passione violenta da parte dello Scala che, per seguire la Castagnola, abbandonò la moglie e due bambini: Silvio d’anni 7 e Bruna di anni 3 e mezzo, i quali andarono ad abitare col fratello di lui, Giacomo, dimorante in via Ausonio 3. La canzonettista sembrava corrispondere all'amore dello Scala il quale, benchè avesse preso stabile dimora all'albergo Agnello, pure seguiva quasi sempre l'amante nelle varie peregrinazioni alle quali di città in città la costringeva l'arte sua. Ma le esigenze della donna, che conduceva vita dispendiosa, misero ben presto in imbarazzo lo Scala, il quale trascurava anche il suo commercio, avendo egli uno stabilimento di crema e lucido per calzature in via Farini.

Sorsero di qui dei dissensi fra i due, che si appianavano soltanto quando lo Scala cedeva alle insistenze della donna, che voleva essere soddisfatta in ogni suo capriccio. Frattanto gli affari trascurati e gli impegni assunti mettevano in serio imbarazzo il ragioniere, il quale dovette ricorrere ad amici e conoscenti per soccorsi immediati. La Castagnola, che non voleva sentire ragioni, venne a Milano per breve tempo, ritornando poi a Genova. Avuta una scrittura a Bologna, parti nuovamente por Milano per rivedere l'amante e scese ieri l'altro al suo albergo.

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Ma i loro rapporti si fecero subito piuttosto tesi per una perentoria richiesta di danaro da parte della donna. Lo Scala tergiversò alquanto ed espose la sua dolorosa situazione. Egli si decise infine ad uscire in cerca di danaro. Sembra che non sia stato molto fortunato nelle sue ricerche immediate, perchè solo con la promessa che glielo avrebbe spedito a Bologna, la Castagnola si decise a partire. E, allo scopo di meglio calmarla, egli l'accompagnò alla stazione. Ma per somma disgrazia la donna perdette la corsa e, poiché lo Scala era già partito dalla Centrale, si fece condurre all'albergo dove lasciò una lettera in termini ingiuriosi all'amante.

Tornando poco dopo all'albergo, lo Scala trovò la lettera, che provocò un vivace diverbio fra di loro poiché la Castagnola l'aveva atteso nell'appartamento. Tuttavia, dopo reiterate promesse da parte di lui che avrebbe provveduto a soddisfare le sue richieste, si rappacificarono tanto ohe decisero di fare colazione insieme. Erano circa le 14 e i due stavano appunto per mettersi a tavola essendo loro servita la colazione in camera, quando di nuovo sorse una disputa che ben presto degenerò in escandescenze da parte della donna. Allora lo Scala perdette la calma ed estratta la rivoltella sparò contro l'amante un colpo che la feri alla fronte. Ella, urlando dallo spavento, si precipitò giù per le scale. Subito fu sollevata da accorsi i quali provvidero a farla salire sopra una vettura che si diresse all'Ospedale Maggiore. I medici giudicarono la ferita molto grave, essendo il proiettile penetrato in cavità.

Frattanto un altro colpo di rivoltella metteva in nuovo allarme l'albergo, e il personale accorso nell'appartamento di dove era venuta la detonazione, rinvenne a terra, boccheggiante, lo Scala che sì era sparato un colpo alla tempia destra. Un medico chiamato d'urgenza giudicò gravissimo lo stato del ferito, e non permise che fosse trasportato all'Ospedale.

Del fatto venne subito avvertita la questura e sul posto si recò il cav. Pastore e il vice-commissario De Martino della Squadra mobile per le indagini opportune. Fra le carte dello Scala fu rinvenuta una lettera che egli Indirizza al fratello, e ciò dimostra che il poveretto aveva meditato l’atto compiuto. In esso lo Scala raccomanda al fratello i due bambini e gli fa un elenco dei debiti a cui egli potrà soddisfare con la liquidazione dello stabilimento.

«Corriere della Sera», 14 ottobre 1920


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«Corriere della Sera», 14 ottobre 1920