Al Nuovo di Milano «A prescindere» - Rivista di Nelli e Mangini

A Prescindere

1957 01 27 Corriere A prescindere intro


Totò sarà presto a Milano. Finora ha portato al successo la sua rivista «A prescindere...» a Roma, a Salerno, a Napoli. A Napoli si è fatto un autentico tifo per il «super-comico di casa», e per te due «soubrettes» della fastosa Compagnia: Franca May e Yvonne Mcnard. Ora è a Torino. Poi, punterà su Milano, dove si fermerà a lungo al Nuovo.

«Corriere della Sera», 27 gennaio 1957


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«Corriere della Sera», 27 gennaio 1957

1957 02 05 Corriere della Sera A prescindere L intro


Dopo sette anni e mezzo Totò si presenta nuovamente al pubblico milanese. A Milano Totò, lo ha confessato recentemente, ci ritorna sempre con un po' di batticuore. Milano ha contribuito in massimo parte alla fama di Totò, e pertanto Totò ai milanesi vuole sempre riservare il meglio di sè. Fra poche ore il sipario si alzerà sull'ennesimo spettacolo «Errepì»

«A prescindere» di Nelli e Mangini, e sul palcoscenico inquadrato dalla luce dei riflettori, ricomparirà la figuretta di un comico che ha saputo creare una maschera inimitabile. Ieri Totò era introvabile. E' sua abitudine sottrarsi a chiunque nell'imminenza di una « prima ». Si sa che è nervoso ed emozionato, almeno fino al momento in cui non inizia il suo « colloquio » col pubblico. Paone, l'impresario che ha voluto, e intensamente, riportare Totò in teatro commento: « Sì, perchè la eccessiva disinvoltura, in teatro, è virtù dei mediocri ».

Paone è nervoso

Il nervosismo di Totò è anche il nervosismo di Remigio Paone, il quale, nel tuo studio trasformato in quartier generale, sussurra a un amico: « Addio alla mia pace. Per me è il ritorno alle grandi emozioni ».

Franca May, « soubrette » italiana della Compagnia (Yvonne Menard è la cosiddetta « attrattiva internazionale ») ieri nel pomeriggio ha stazionato in permanenza dal parrucchiere. Intervista, per forza di cose concisa, con l'attraente « star », dal capo ricoperto da un mastodontico casco. Franca May parla un po' col naso per via di uno noiosa sinusite. Niente di grave. Dice: « Sono sulle spine. Vorrei che l'incubo della prima fosse già finito. Il giudizio del pubblico milanese mi preoccupa, e molto ». Poi fa una confidenza. Nella rivista interpreta uno « sketch » in romanesco; la parodia di una « mannequin ». A Milano, la May volgerà in meneghino la scenetta. Incredibile a dirsi si cimenterà nel dialetto milanese. Ma non la sera della prima. In seguito.

La « capitana »

La «capitana» del balletto Geert, impiegato nella Compagnia di Totò, è una magnifica ragazza australiana. Le piace molto l'Italia, si è subito ambientata, si è presto affiatata coi compagni di lavoro. Il suo nome è Ellen Brown. Confessa: « Mi piacciono molto gli italiani, e soprattutto Toni ». Ma non ha voluto spiegare a che Toni volesse alludere.

«Corriere d'Informazione», 5 febbraio 1957


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«Corriere d'Informazione», 5 febbraio 195

1957 02 06 Corriere della Sera A prescindere intro


Teatro gremito e applausi fragorosi per tutta la serata. Totò ha esilarato il pubblico con le sue risorse buffonesche, usate, abusate e sempre fresche per il pubblico delle nuove generazioni. Nè s'ha da rimproverare a Totò la sua fedeltà ai lazzi e alle smorfie che gli hanno portato fortuna: a quel suo oscillare del collo a mo’ del gallo quando fa il bello sotto lo sguardo delle galline; a quel suo strabuzzare degli occhi; al dilatare delle palpebre; a quell'aria di allocco che si fìnge tonto per trame motivi di comicità; a quel suo strisciare i piedi di burlesco effetto; non s’ha da rimproverarlo, dicevamo, perchè Totò è una maschera, come è una maschera Macario. Prima norma di una maschera è la sua fissità: nè crearne una è trovata da poco. Totò ha inventato la sua e di ciò si deve rendergli merito.

Che vi siano echi petroliniani può darsi, ma vi sono in lui anche note personali e caratteristiche. Come maschera varca talvolta i limiti del buon gusto; ma quando mai una maschera li ha osservati? Non certo quelle della commedia dell'arte (delle quali Totò e Macario sono i tardi epigoni) che in fatto di sguaiataggini e di uscite orripilanti erano tali campioni da rendere Totò e Macario rosei quali collegiali. Bisogna accettarli in blocco come sono, o respingerli. Ma il pubblico che affolla il teatro al pari di ieri sera, cosi da indurre, all’inizio dello spettacolo. qualche agente della «Celere » a regolare l’afflusso alla platea, accetta Totò nel suo complesso e, a prova, basterà dire che l'applauso col quale è stato accolto è durato quasi due minuti e pareva non dovesse finire. Tanto che l'attore stesso sopraffatto dall'emozione non trovava il flato per cominciare.

Di fronte a testimonianze cosi calorose di simpatia, non si può che notare la suggestione da Totò esercitata sulla folla che lo vuole così e per la quale egli si prodiga proprio nei li’ miti del suo personale repertorio scanzonato, smanicato e schiavo della ilarità ad ogni costo. Egli è il perno dello spettacolo che Nelli e Mangini. due esperti rivistaioli, hanno composto per fornirgli un contorno di balletti e di quadri senza pretese fastose ma decorose. Totò compare nelle scenette buffe dove è più Totò che mai. E le risate che sottolineano i suoi gesti, le sue pause, le sue salacità, le sue grossolanità anche. sono frequenti e rumorose.

Non come il forsennato « rock and roll » che chiude la prima parte, ma sempre di un tono vibrato. La seconda parte con la canzonatura dei giochi televisivi e con due quadri assai gradevoli: Leggenda siciliana e Notturno, completa piacevolmente lo spettacolo. I tifosi di Totò possono appagare il proprio tifo e forse, invece di guarirne, se ne ammaleranno di più. Accanto al divo figura, con grazia e con brillante vivacità Franca May che canta, recita e balla con animazione. La « subretta » francese, frenetica e indiavolata. Yvonne Menard, dagli occhi d'acciaio; Franca Gandolfì; il divertente Enzo Turco; l'eccezionale imitatore Mario di Giglio, le ballerine di Gisa Geert e tutta la compagnia non hanno risparmiato flato, muscoli e fatica per portare lo spettacolo al successo. Stasera replica.

e. p., «Corriere della Sera», 6 febbraio 1957


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e. p., «Corriere della Sera», 6 febbraio 1957

1957 02 06 Il Giorno A prescindere intro


Per molta parte del foltissimo pubblico accaso al Nuovo, questo con Totò era il primo reale incontro, gli altri erano avvenuti nel buio di una sala cinematografica con l’ausilio di un telone bianco. Una conoscenza quindi non approfondita anche se, per taluni aspetti, immediata ed efficace nella rivelazione di un'arte quanto mai complessa. Totò fin dalla sua prima apparizione alla ribalta ha però stabilito un invisibile filo di comunicatività, di simpatia con gli spettatori, ed il dialogo tra lui e la platea si è andato via via facendo più vivace ed intenso suscitando sequenze di applausi fragorosi,.

Come rivista « A prescindere » è un ritorno al varietà modernizzato. Accanto agli «sketches» inequivocabilmente farseschi allinea una serie di quadri fastosi e belli offrendo all'estro di Gisa Geert la possibilità di comporre coreografie e balletti di reale effetto. Tra tutti sono particolarmente piaciuti «Il pericolo pubblico n. 1», «Makumba», il finale del primo tempo, un «rock and roll» travolgente ed entusiasmante, «Notturno» e «Leggenda siciliana».

Cordiali consensi a Franca Faldini, che ha brillantemente sostituito nelle parti di prosa Franca May, costretta all'inattività da un recente infortunio, alla bella Yvonne Menard, che ha cantato e ballato con brio e vivacità, all'avvenente Franca Gandolfi, a Josè Hargreaves, ballerina moderna e scattante, a Enzo Turco, efficace «spalla» di Totò, agli ottimi attori La Raina, Curcio, Alvisi e al sorprendente imitatore Mario Di Giglio. Una particolare citazione meritano poi le sette coppie di ballerini e ballerine solisti.

Tutti gli esecutori hanno del resto generosamente contribuito al successo dello spettacolo, per il quale ha composto le fresche musiche Carlo Alberto Rossi, ha disegnato le indovinate scene Artioli ed ha ideato vivaci costumi Folco. Oggi due repliche; alle ore 15.30 e alle 21.15.

r.a., «Il Giorno», 6 febbraio 1957


Il Giorno
r.a., «Il Giorno», 6 febbraio 1957

1957 02 07 Corriere d informazione A prescindere R intro


Dopo sette anni di cinematografo, Totò è tornato alla rivista. Per sette anni i suoi gesti e la mimica anche più segreta del suo volto sono stati scrutati dagli obbiettivi nel gioco angolare delle luci e sono stati ingranditi nei primi piani dello schermo. Il cinema ha una parte di torti, ma anche una parte di meriti: permette attraverso ai suoi giganteschi ingrandimenti un'analisi che, ci sembra di dover dire, riesce a tutto vantaggio di un attore che, come Totò, il suo miglior segreto lo ha nelle sfumature: in un millimetrico flettersi delle sopracciglia, in un velarsi improvviso dell’occhio. in un intimo ammiccare forse furbesco e forse di mestizia. Non tutti i film di Totò ci sono piaciuti: ma in tutti c'era un momento in cui la «camera» aveva a sua disposizione una delle più straordinarie maschere di attore — non solamente comico — di questi tempi.

Per questo, Totò doveva prevedere che al suo ritorno gli amici del Teatro, e non solo della abbondante comicità, sarebbero stati molto esigenti, nell'osservare come il famoso comico avrebbe potuto nuovamente proporzionare se stesso e le virtù della sua recitazione a misure cui il nostro occhio non era più abituato. Dal grande formato — direbbe un fotografo — si passa al piccolo formato senza ingrandimenti. Dai microfoni degli «studi» e dagli altoparlanti che moltiplicano la voce della colonna sonora si passava al teatro dove — anche se sostenuta da qualche amplificatore — la voce umana deve lottare da sola. Dalla comicità dei film, che si giova, si, di una serie di gags ma che permette la costruzione di un personaggio e lo sviluppo cauto e progressivo di un intreccio e di una situazione, si doveva tornare alla comicità sintetica dello sketch.

Il pubblico che gremiva il Nuovo non era venuto certamente a proporsi problemi, per così dire, di estetica nello studio del rapporto fra «dimensione e comicità». Ma sta di fatto che, forse senza pensarci su troppo, questo problema doveva essere presente allo spirito dell’attore. Il cinematografo nei suoi rapporti fra occhio dello spettatore e grandezza dello schermo ha tutti i vantaggi di un teatro da camera, dove nulla, praticamente, ci divide dall’attore, con il quale, quasi, addirittura coabitiamo. Le prospettive teatrali sono molto diverse: l'Uomo deve tornare ad essere Maschera, la mimica facciale più sottile deve diventare smorfia violenta, l’attore deve moltiplicare le dosi della virtù comica per ottenere l'onda lunga che lo metta in contatto con lo spettatore lontano. In certi momenti sembra non ci siano «valvole» che bastino per ottenere quello che in radiofonia si chiama un’alta fedeltà. I cinque, i dieci minuti dello sketch non bastano a dar vita ad un personaggio: sono appena sufficienti per modellare una macchietta. E' una lotta dura, un ritorno duro a mezzi tecnici più ristretti e più avari. La tirannia del pubblico impone il lazzo e lo sberleffo, forse come al tempo di Plauto. Tutti avranno osservato come Totò, che per tanti anni avevamo visto in «bianco e nero» — salvo che nelle tavolozze dei «Totò a colori» — ieri sera avesse forzato i toni dei suoi rossetti per aiutare l’accentuazione di una maschera che nel suo carattere umano più sottile vorrebbe essere invece pallida e segretamente melanconica, come vuole humour più profondo.

1957 02 10 Corriere della Sera A prescindere T

Questa prova di ridimensionamento è quasi tutta riuscita, soprattutto nella seconda parte della rivista. Prima, la famosa maschera ci era apparsa ogni tanto sfocata, come vista dietro ad un vetro qua e là smerigliato. La recitazione, più che una invenzione immediata, ci pareva «estratta» da un appello un po' inquieto a memorie di effetti che erano familiari sette o quindici o vent'anni fa — addirittura al tempo di Totò sconosciuto alle folle — e che i sette anni consumati in un'altra tecnica espressiva avevano reso un po' consueti. Le battute erano spesso un po' massicce: qualcuna scivolava su sentieri di una comicità facile ma un do' viscida. L'attore era andato approdando ai porticcioli di effetti già molte volte collaudati e per chi aveva buona memoria l'impressione era un pò quella di assistere ad una selezione antologica del «primo Totò» come nelle cineteche si fa con i cortometraggi del «primo Charlot». Le ripetizioni e le «citazioni classiche», si sa, non giovano effettivamente a nessuno, soprattutto nel teatro comico che brucia rapidamente la sua prima virtù che è quella dell’inatteso. Gli effetti migliori Totò andava ritrovandoli più che negli scatti marionettistici di un tempo e più che nei divincolamenti disossati, nella dosatura delle sfumature mimiche. Alla fine, quando si è compiuto il congiungimento con la tradizione e con l'origine del vecchio music-hall — ci hanno detto che la parodia dell'Otello è un «numero» di andatura quasi petroliniana, che risale a molti anni or sono — Totò ha ritrovato completamente la sua misura di grande maschera comica. Il pubblico aveva avuto in un primo tempo una larga cordialità: alla fine ha avuto la prova che ritrovava il suo Totò nella misura completa e gli applausi si sono fatti fittissimi.

Il copione — nel quale ci sembra di indovinare molte interpolazioni non dovute agli autori — è di Nelli e Mangini e inventa buone situazioni allegre e buoni pretesti scenici e coreografici per i vari quadri, molti dei quali assai sontuosi. La compagnia comprende stelle, vedettes e stelline a profusione. Franca May sa spogliarsi assai bene ma è anche un'attrice piena di spirito e una canterina di fresco fascino. Ha una carica di intelligenza scenica assai rara in una donna così francamente bella. Yvonne Menard, non obliabile femme nue alle Folies-Bergère, balla con molta eleganza e canta con fine civetteria la canzone di uno «spogliarello mancato». Franca Gandolfi è un bel viso accorato e ardente in cerca di un personaggio. Enzo Turco, l'imitatore Di Giglio, Alvaro Alvini, Dino Curcio hanno contribuito validamente alla solidità dello spettacolo. Belle le danze armonizzate da Gisa Geert però con inutili abusi di nudità virili. Ottime le ballerine, acclamatissime in un «rock and roll». Imponenti — non sappiamo dire di più — le sette belle gigantesse inglesi che sfilano solennemente con le loro stature da dromedari.

Il pittore Artioli ha collaborato con scene di ottime trovate coloristiche e grafiche. Eleganti i costumi di Folco. Di ottima media le musiche di C.A. Rossi.

Orio Vergani, «Corriere d'Informazione», 7 febbraio 1957


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Orio Vergani, «Corriere d'Informazione», 7 febbraio 1957

1957 02 07 Corriere d informazione A prescindere R intro


«Totò non è affatto morto. E' più vivo che mai. E' guarito. Ora é soltanto Indebolito. Ma riprenderà a recitare domani sera, sicuramente». Queste parole hanno dovuto ripetere, la scorsa notte, come un monotono ritornello Franca Faldini e la figlia di Totò, Liliana. Dopo le dieci di sera, il centralino dell’albergo, in cui il comico alloggia, è stato letteralmente bersagliato di telefonate. Parenti, amici, ammiratori e ammiratrici anonimi chiedevano affannosamente conferma di una luttuosa notizia, che un macabro spirito aveva messo in circolazione: la morte improvvisa di Totò.

Totò, già a letto, indebolito dagli antibiotici, che gli erano stati somministrati per debellare un'affezione broncopolmonare, ha appreso la notizia del suo repentino decesso, con lo spirito che gli è consueto. Da meridionale in generale e da partenopeo in particolare, non ha tuttavia voluto rinunciare agli scongiuri di rito. Poi ci ha riso su divertendosi. Ha riso anche quando da Roma ha telefonato lagrimando Gilda, la sua cuoca fedele, che, con voce rotta dal singhiozzi, chiedeva del suo padrone. Gilda per un certo tempo non sapeva convincersi che Totò era più vivo che mai, e che la notizia della sua morte era frutto della fantasia di un buontempone di pessimo gusto.

Ieri sera, Totò è sceso nella «hall» dell’albergo per mostrarsi «vivo» a giornalisti, compagni d'arte, amici. Non c'era Remigio Paone, corso a Roma per gravi Impegni di famiglia. Il comico appariva pallido, ma di ottimo umore. «Domani sera —- ha detto — tornerò al mio posto di lavoro. A costo di crollare sulla scena». Nel pomeriggio aveva compiuto una breve passeggiata in automobile. In via Manzoni, all’angolo di via.Croce Rossa, un vecchietto in bicicletta, un fattorino, l'ha riconosciuto. Si é avvicinato alla macchina, ha bussato discretamente con le nocche sul finestrino, ha sussurrato: «Come stai? Ci hai fatto stare in pensiero». L'interessamento dell'anonlmo fattorino ha commosso Totò, che pure di attestazioni di amicizia ne ha ricevute parecchie in dieci giorni di malattia. Gli hanno telefonato Nino Taranto da Torino, Dapporto e tanti altri compagni di palcoscenico.

Da questa sera, perciò, si riaccendono al Nuovo le luci del riflettori, e sulla scena ricomparirà la personalissima maschera di Totò. Il quale — ha tenuto a precisarlo — si impegnerà, benché convalescente, con il consueto entusiasmo; non reciterà, cioè, «mosciando», ossia rallentando i tempi per risparmiarsi. Totò riprenderà i panni delle sue macchiette, tornerà ad essere un inflessibile quanto gustoso commissario, e un prorompente, divertentissimo Otello.

Totò, per tutta la durata della malattia, ha provveduto di tasca sua alla Compagnia. Tutti hanno avuto la paga intera. Nessuno è rimasto danneggiato dall'infortunio del primo attore. La Compagnia di Totò, fra artisti, orchestrali, e personale di palcoscenico, conta quarantacinque persone. «Certo che il nostro è un brutto mestiere!' — ha esclamato Totò — Non apparteniamo più a noi stessi, ma al pubblico». Ma si capisce dalle sue parole che non desidera altro che di essere esclusiva proprietà del «suo» pubblico.

L. Bar., «Corriere della Sera», 24 febbraio 1957


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L. Bar., «Corriere della Sera», 24 febbraio 1957