All'Alfieri di Torino «A prescindere» - Rivista di Nelli e Mangini

A Prescindere

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Per una volta, più che alla noterella di recensione converrà affidarsi alla cronaca. Che si dovrebbe dire, infatti, sul piano critico, del Totò visto ieri sera? Riscoprire la sua ormai celeberrima mimica, fissata in tanti anni di palcoscenico e tramandata ai posteri attraverso decine dì pellicole? Rilevare ancora le sue mosse e mossette di collo o di gambe, la bazza, il roteare gli occhi, la bombetta, i calzoni agli stinchi, risorse di una comicità che, specie nel dopoguerra, ha costituito il modello per buona parte del teatro italiano di rivista ed è stato pretesto di innumerevoli e facili rielaborazioni e imitazioni? Sarebbe evidentemente inutile, equivarrebbe dire cose che tutti sanno.

Piuttosto era augurabile poter aggiungere qualche nuova osservazione su Totò: accorgersi di uno sviluppo, di un arricchimento della sua personalità artistica e cioè del tuo repertorio. Ma Totò ha preferito imitare se stesso o, meglio, restar fedele a sè stesso: anche nei minimi particolari, anche — e questo con franchezza lo deploriamo — in certe trovatine e lazzi sottolineati e facezie di dubbio gusto che senza nostalgia poteva abbandonare.

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Il pubblico però — e qui subentra la cronaca — gli ha dato ragione. L’«Alfieri» ora gremito. L'apparizione di Totò ha scatenato un putiferio di grida e di applausi. Totò ha ripetuto i gesti «alla Totò»; le battute «alla Totò» e la gente è andata in visibilio: l’aveva nel ricordo com'era, sette anni fa, lo voleva come allora e puntualmente, esattamente, l’ha ritrovato. Di qui il compiacimento, le acclamazioni al ritorno di uno qualunque dei vocchi motivi, anche se frusti.

La rivista di Nelli e Mangini ò quella che è: ha un certo brio, ma non si leva dal modesto artigianato. Lo spirito è troppo spesso di grossa grana.

Per il rientro di Totò era lecito aspettarsi qualcosa di meglio. Ricordiamo l'indiavolata, piccante, Menard, l'impegnatissima May, Enzo Turco, la Gandolfl e un imitatore di clamorosi effetti, il Di Giglio, che è stato applaudito quasi quanto Totò.

u. bz., «La Stampa», 26 gennaio 1957


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u. bz., «La Stampa», 26 gennaio 1957

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Totò è tornato sulle tavole del palcoscenico dopo anni di assenza. Sette, ad essere precisi, per quanto riguarda Torino, dove, ieri sera, al Teatro Alfieri, egli ha presentato la rivista «A prescindere...» di Nelli e Mangini con musiche di C. A. Rossi. Un lungo applauso lo ho salutato all'apparire: il pubblico è parso contento, soprattutto, di rivedere in carne e ossa, il personaggio di tanti flims conosciuti, quelli più tipici della sua maniera tipica, che lo schermo ha reso famosi all'inizio: portandoli via, quasi di peso, dall'antico varietà. È, dell'antico spettacolo caro alle folle di trent'anni fa, Totò ha conservato alla ribalta, anche ieri sera, in fisionomia essenziale, il tipo che egli incarna da tempo, fra iI mimo un po’ fermo alla superfìce del mezzo espressivo e la marionetta, legnosa, marcata, caratterizzata dal movimenti epilettici.

L'avvio è stato un po' lento con un Napoleone un po’ di maniera, ma poi il tono di Totò è salito, nel quadro «Chi l'ha visto?», per sciorinare con slancio e vivacità tutta la sua carica umoristica nel personaggio di «Un uomo terribile». Nel secondo tempo, dove iI nostro ometto, sotto la bombetta in bilico, nella rendingotte abbondante, con i pantaloni a righe issati sopra le caviglie, svolazzanti e frenetici, è stato «il commissario», la caricatura del commissario di polizia classico, che parla un francese spaventoso e maneggia ordigni minacciosi. Gli ocelli roteanti, gli stupori e le smorfie del lungo mento: questo è stato ieri Totò, quello che conosciamo e che le luci del boccascena hanno un poco impicciolito, naturalmente, ma non di molto.

Il titolo della rivista è un pretesto, i quadri non hanno nesso logico, non vi è lo sfarzo travolgente dei metri e metri di tulle e di cose del genere, ma Remigio Paone non è stato inferiore alla fama che gli diedero in passato spettacoli ricchi di buon gusto e molto curati. Totò è circondato da attori che hanno un nome nel mondo della rivista. Franca May, la biondissima, è la «soubrette», elegante come vuole la prassi, abbastanza centrata nella recitazione e dotata di una voce fatta su misura per il microfono. Con lei la parigina Yvonne Menard, delle «Folles Bergère», la grande attesa, Yvonne, pur fermandosi a tempo nelle operazioni che hanno reso famoso il «varietà» parigino, restando soltanto all'essenziale in fatto di abbigliamento (gli agenti dell'ordine erano agitatissimi; agitato pareva anche Paone), ha saputo dare chiara misura di quanto conti anche In questa forma di teatro minore, il mestiere, la pratica, la sottile esperienza interpretativa.

Più che mai napoletano nella simpatia irraggiente e spontanea, Enzo Turco, che a Totò fa da spalla. Quindi l'impassibile o falso tonto Dino Curcio: per non citare che i principali nomi del «cast». Franca Gandolfi è piaciuta per la disinvoltura; Mario di Giglio ha dovuto bissare un paio di volte. Mario di Giglio è il classico e notissimo imitatore di attori, cantanti; personaggi che egli non ha mai avuto bisogno di annunciare avendoli il pubblico riconosciuti tutti fulmineamente. Nella seconda parte, egli ha interpretato il personaggio del bambino prodigio che sa tutto, novello Pico della Mirandola, perchè durante la gestazione la madre passava il suo tempo davanti al video di «Lascia o raddoppia». Con quello — assai mordace — alla maniera di «Primo applauso», questo quadro i stato il più brillante e spiritoso.

In omaggio al numero sette (gli anni di assenza dal palcoscenico di Totò) lo ballerine erano sette: sette le «show girls», le ragazze da vedere (come vuole la tradizione altissime, troppo alte di statura per i gusti nostrani) e sette i danzatori. Tre di questi soltanto, però, degni di nota, i tre « colured mén », Barnett, Curtis e Coleman, che le danze, curate da Gisa Geert, non erano eccezionali, e la coreografia senza eccessivi guizzi d'invenzione. Cosi la musica, orecchiabile, ma senza motivi notevoli da ricordare, di quelli che tormentano, per intenderci, che non si può fare proprio a meno di canticchiare.

I costumi fono di Folco, di buon gusto: i bozzetti delle scene di Artioli. I «modelli» di abiti delle attrici principali portavano le firme di celeberrimi sarti. Schubert ha vestito — si dice cosi per dire — sia la May che la Menard. Notevole per il travolgente ritmo dell'insieme il «rock and roll» che chiude il primo tempo. Molti i ritardatari delle poltronissime, come vuole il malvezzo di una specie di tradizione oramai incallita: cosicché lo spettacolo è finito tardissimo.

g. c., «L'Unità», 26 gennaio 1957


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g. c., «L'Unità», 26 gennaio 1957

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«Ho dovuto tornare con Totò, perché credo che sia Totò che il pubblico vuole rivedere.. come se lo ricorda, un Totò di prima del ritiro di prima del cinematografo; con la bombetta, i pantaloni rigatini a mezz'asta, la finanziera, il pomo d'Adamo saltellante, la testa che sembra svitarsi e cadere da un momento all'altro sulle tavole del palcoscenico. Ecco: un Totò così e non diverso...»

Queste cose ci diceva ieri pomeriggio, a poche ore dalla "prima" all'Alfieri, il popolare comico, spiegando perché da sua rentrée alla rivista dopo sette anni di cinema, aveva preferito ritornare con gli antichi panni e la solita faccia.

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«Avrei potuto, che so, scegliere una commedia musicale, e inventare un nuovo tipo, una nuova macchietta. Ma credo di conoscerlo il pubblico, e non ho avuto un attimo di esitazione: gli darò uno spettacolo tradizionale e un Totò senza cambiamenti».

Seduto in una poltrona del teatro, solo nella grande platea deserta, mentre osservava le ballerine che ripetevano un'ultima volta l'indiavolato "Rock'n'Roll" che chiude il primo tempo di «A prescindere» (anche il titolo, tolto dal dizionario dell'attore napoletano, è già un segno del suo rifiuto a rinnovare la maschera, come qualcuno aveva suggerito), Totò non lo dava a vedere, ma era inquieto, impaziente, un po' preoccupato. Il debutto a Torino, prima città del nord dopo l'esordio a Roma, non metteva in soggezione: e se i torinesi si fossero mostrati freddi alla ricomparsa di un Totò esattamente uguale visto l'ultima volta nel 1949?

«Torino mi ha sempre messo una gran paura addosso. E' la città in cui la rivista, la vera, tradizionale rivista, è nata; la città in cui, un tempo, venivano decretati o respinti i successi e il giudizio valeva poi per tutta Italia. Ogni che volta vengo a Torino non riesco a dimenticare le serate difficili di tanti anni fa, quando al Maffei il pubblico poteva, con un silenzio o con un applauso pieno di discrezione, fare la fortuna o la rovina di un attore» (e ci raccontava che, alle prime armi, passò anche lui davanti ai "giudici" del Maffei, e modestamente tace - ma con una smorfia lascia intendere - che ne uscì promosso a pieni voti).

Ieri sera i torinesi hanno dato ragione a Totò. Il pubblico era ben diverso da quello di 25 o 30 anni fa; entusiasta, prodigo, visibilmente soddisfatto, meno riservato, direi di più facile contentatura. Appena l'attore è comparso in scena, gli ha tributato un'ovazione che per sentirne di uguali bisogna andare in Spagna, alla stagione delle corride. E dall'inizio alla fine di «A prescindere» è sempre stato così: applausi, risate, consensi a non finire.

La rivista è tagliata su misura per Totò, ma a tratti sembra che gli vada un po' stretta: le possibilità e le risorse del comico sono infinitamente più grandi di ciò che vorrebbe da lui il copione. Nelli e Mangini - gli autori - hanno peccato di avarizia con Totò, non sono stati molto felici, sono ricorsi troppo spesso a trucchi vecchi come il teatro, abbandonandosi a facilonerie il più delle volte di dubbio gusto. Ma lo spettacolo è piaciuto e, specialmente nel secondo tempo (la scenetta del feroce commissario di polizia e la parodia dei dilettanti alla tv), Totò ha divertito molto. Il suo Otello, popolaresco, salace, grottesco, ricco di spunti, colorito con tutte le mossette e i lazzi che sono il bagaglio indispensabile e inimitabile di questo attore, ha richiamato una salva di battimani fragorosa, trionfale.

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E nel gran finale e ripetendo la stessa passerella "alla bersagliera" con la quale aveva salutato sette anni fa i torinesi, Totò ha travolto tutti: in platea c'erano distinti signori e belle signore che, ligi alla bacchetta direttoriale impugnata da Totò, hanno cantato cori e marce fino a perdere l'ultimo tram.

Gran parte della torta se l'è mangiata Totò; ma non si devono dimenticare di fette toccate a Yvonne Menard, incantevole, elettrizzante, alla multiforme Franca May, a Franca Gandolfi, a Elvy Lissiak, e a tutti gli altri soprattutto alle quattordici belle spilungone del balletto di Gisa Geert. Da questa sera, con una serie di "esauriti", cominciano le repliche.

Vice, «La Stampa», 26 gennaio 1957


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Vice, «La Stampa», 26 gennaio 1957