Totò doveva diventare prete, ma a messa faceva il varietà

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Cent’anni fa nasceva il principe della risata. Sfogliando con la figlia l'album dei ricordi, abbiamo scoperto una pagina segreta e irresistibile. «La carriera religiosa di papà finì al... debutto», rivela Liliana de Curtis, «quando, chierichetto, improvvisò un latinorum che fece ridere tutti» - «Era tenerissimo: forse mia mamma non lo capì fino in fondo»

Roma, febbraio

Se mio padre non avesse fatto l'attore, io non sarei mai venuta al mondo perché lui sarebbe diventato prete e il mondo dell'arte avrebbe subito una grande perdita». Lo rivela Liliana de Curtis, l'unica figlia del grande Totò, di cui il 15 Febbraio si celebra il centenario della nascita. Mentre a Napoli, su iniziativa dell'Associazione Antonio de Curtis, è in allestimento un museo dedicato al comico, la Rai manderà in onda proprio il 15 febbraio un suo film inedito, Sette ore di guai, e ha in preparazione Totò Cento, una trasmissione a puntate di Giancailo Governi, e altre manifestazioni tv per tutto il '98.

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SOGNAVA UNA FAMIGLIA NUMEROSA Roma. Liliana de Curtis, 64 anni, con le figlie Diana ed Elena (a destra) e i tre nipoti avuti dal primogenito Antonello: Simone, al centro, Giulia, in alto, e Alessandra. «Siamo una famiglia numerosa, come quelle che lui sognava», dice. «Papà ha sempre sofferto per non essere cresciuto in una famiglia normale. Alla nascita era stato registrato come "figlio di N.N.”, cioè di nessuno, perchè i suoi genitori non erano sposati: una scelta dovuta anche al fatto che suo padre, pur essendo nobile, non era in grado di mantenerlo. Quegli anni non si cancellarono mai dalla sua mente e lo condizionarono come marito e padre. Era infatti geloso e iperprotettivo al punto di non mandarmi a scuola per il timore di farmi correre rischi fuori casa».

Un programma commemorativo imponente, destinato ad alimentare il culto di un personaggio amatissimo anche dai giovani. Ma a Questo punto è impresa ardua dire su di lui, scomparso nel '67, qualcosa di nuovo, per capirne il mito inattaccabile dal trascorrere del tempo. Soltanto Liliana è in grado di raccontarci un Totò segreto, accettando di rivelarci episodi sconosciuti della travagliata esistenza del padre.

E lo fa con emozione, in un mosaico di ricordi, intessuti dei sentimenti più vari, dall'allegria alla tristezza, sempre filtrati da un rimpianto struggente. «Capisco che il solo pensiero di mio padre in abito talare feccia sorridere, ma poco mancò che non lo indossasse veramente», spiega Liliana. «Era il desiderio di sua madre, Anna Clemente, una bellissima popolana del quartiere Sanità di Napoli, che, appena sedicenne, si legò sentimentalmente al marchese Giuseppe de Curtis, dal quale ebbe un figlio, battezzato col nome di Antonio, detto Totò. Mio padre.

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NACQUE QUI, DA UN AMORE ILLEGITTIMO Sopra, Anna Clemente, madre del grande Totò, e il marchese Giuseppe de Curtis, il padre. Il futuro attore nacque il 15 febbraio 1898 dalla loro relazione illegittima nella casa del rione Sanità che vediamo qui a destra: l'evento è ricordato da una lapide. Fu Totò stesso a chiedere ai genitori di sposarsi: fu accontentato nel 1924.

«La relazione tra i miei nonni, considerata "peccaminosa" dalla morale dell'epoca, inizialmente non fu legalizzata perché, a quei tempi, la disparità sociale costituiva un grosso ostacolo al matrimonio e quindi il piccolo Antonio venne registrato all'anagrafe come “figlio di N.N.", ovvero “figlio di nessuno”. In quelle condizioni il suo futuro costituiva una seria preoccupazione per la madre che, tra l'altro, stava molto poco accanto al bambino per dedicarsi al suo uomo.

«Totò, quindi, crebbe con la nonna materna, Teresa, cercando di alleviare la solitudine affettiva con le sue prime "prove d'artista''. Da piccolo, papà si divertiva infatti a travestirsi, improvvisando delle recite davanti allo specchio. E la nonna raccontava che un giorno, vedendolo infagottato in un camice nero mentre armeggiava davanti a un tavolino ricoperto da un panno bianco, gli chiese che cosa stesse facendo, sentendosi rispondere in napoletano: "Nonna, ma statte zitta, nun ’o vedi ca' sto dicendo messa?’’».

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LE TRE DONNE DELLA SUA VITA A sinistra Totò on la figlia Liliana e la moglie Diana Rogliani, di cui si era innamorato quando lei era ancora giovanissima. Il loro matrimonio andò a rotoli perché lei non riusciva a perdonargli le molte scappatelle. A sinistra, il grande comico improvvisa una macchietta davanti a Franca Faldini, sua compagna dal '52 al '67, anno della morte di Totò. I due non si sposarono ed ebbero un figlio, che nacque morto.
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“Nell’attesa della prima scrittura, faceva il marmista da uno zio”


L’episodio, giunto all'orecchio di Anna, le suggerì di avviare il figlio alla vita ecclesiastica senza curarsi delle sue reali inclinazioni. «Fu così che mio padre, a 8 anni, vivacissimo, pieno di fantasia e già attore nel fondo del cuore, si ritrovò a fare il chierichetto, affidato a un prete incaricato di iniziarlo al sacerdozio, il primo passo, secondo la madre, verso una sistemazione sicura, con vitto e alloggio garantiti, in quanto il marchese Giuseppe, nobile ma decaduto, non disponeva dei mezzi necessari per mantenere una famiglia, per giunta irregolare.

«In questo clima, si può immaginare l'emozione di mia nonna Anna il giorno in cui si recò in chiesa per assistere alla prima messa 'servita" dal figlio, destinato nelle sue * ambiziose aspirazioni a diventare come minimo cardinale. Ma il suo orgoglio subì un duro colpo perché Totò dimenticò sull'altare le risposte in latino da dare al sacerdote e stupì i fedeli inventando un suo linguaggio speciale, un latino "maccheronico" per intenderci, molto simile a quello che usò, in seguito, in alcuni suoi film.

«In breve, la funzione religiosa si trasformò in un coro di risate mentre, a peggiorare la situazione, il piccolo Antonio affumicava la chiesa spargendo l'incenso con eccessiva foca sotto gli occhi esterrefatti del prete. Inutile dire che, terminata la messa, Anna, infuriata, raggiunse il figlio in sacrestia e lo prese a schiaffi, sussurrandogli una frase che papà ricordava sempre col sorriso sulle labbra: “Che razza di figlio tengo... manco o' prevete sape fa!". E lui rispondeva rivelandole finalmente la sua vera vocazione: "Mammà, a me me piace o teatro".

«Quel giorno il sogno di nonna svanì e nacque un attore, perché quella avvenuta in chiesa, in fondo, fu la prima recita in pubblico di Totò. Anche se, )rima di affermarsi nel-'ambiente dello spettaco-o, dopo aver trascorso qualche anno in collegio, lui lavorò come marmista presso il negozio di uno zio per poi affrontare una durissima gavetta. In attesa di ottenere la prima scrittura, negli anni Venti, sostituendo per caso, nello storico teatro romano Ambra Jovinelli, un attore che era stato il suo modello (Gustavo De Marco), papà patì infatti la fame.

«E il ricordo di quagli anni miseri gli rimase sempre nel cuore. Tuttavia, prima di raggiungere il successo, papà, che antepose sempre i sentimenti al lavoro, sentì la necessità di risolvere un grave problema che rischiava di avvelenargli la vita».

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MA COME FRATE FU INIMITABILE Totò gli abiti religiosi li indossò comunque al cinema. Qui lo vediamo nel saio del protagonista di «Uccellacci e uccellini» di Pier Paolo Pasolini.


“Le sue lettere cominciavano cosi; Lilianuccia mia adorata”


«Quando, durante la Grande guerra, fu chiamato alle armi, dai documenti emerse la verità sulla sua nascita. Terminato il servizio militare, mio padre convocò i genitori e disse loro che, se non avessero regolarizzato la posizione, non l'avrebbero rivisto mai più. I nonni capirono che il figlio non scherzava e decisero di accontentarlo ma, prima di sposarsi, aspettarono il 1924, dopo il trasferimento da Napoli a Roma, e Totò ebbe il cognome de Curtis soltanto al compimento del 26° anno.

«Da questa esperienza dolorosa, che nemmeno le gratificazioni professionali riusciranno a dissipare, papà rimase segnato tanto che, quando ebbe una famiglia sua, fu protettivo e possessivo in modo esagerato. Non mi mandò a scuola ma mi costrinse a studiare in casa con un'insegnante privata, per tenermi al riparo da ipotetici pericoli. Per non parlare della gelosia morbosa che nutriva nei confronti di mia madre: vedeva in ogni uomo un rivale.

«Una situazione di estrema vulnerabilità, che si trasformò in disperazione quando il matrimonio con mia madre, Diana Rogliani, fallì e la famiglia tanto desiderata, il compenso per le sue angosce infantili, si sfasciò. Risalire alle ragioni di quella rottura sarebbe inutile. Papà, come tutti sanno, era molto sensibile al fascino femminile e, quando corteggiava una compagna di lavoro (come accadde con Silvana Pampanini), i suoi flirt, veri o presunti, finivano sui giornali. Sono però convinta che, se lei rosse stata più tollerante, le crisi si sarebbero superate e papà alla fine sarebbe tornato definitivamente da lei».

Liliana si interrompe, e confessa di aver sofferto per la separazione dei genitori, una pena alleviata soltanto dai ricordi di quando erano uniti. E, a testimonianza di quel periodo ricco di affettività, una specie di «paradiso perduto», ci fornisce un documento eccezionale e cioè una lettera datata 1943 in cui il comico, in viaggio per una tournée, da Aosta scrive a lei e a Diana: «Lilianuccia mia adorata, che cosa ti manda il tuo papà? Tutti i suoi baci più affettuosi, tutte le sue carezze più tenere, tutte le paroline più dolci. E conta i giorni per poterti stare vicino, vicino, vicino. Ma quest'estate, se Iddio ci fa stare bene in salute, il tuo papà ti darà tanta vacanza al mare, la barca etc. etc. e così, divertendoti, dimenticherai tutto il tempo che il tuo paparotto ti è stato lontano. Piccina mia, studia, mangia e sopporta. Ti bacio. Papà».

La missiva prosegue così: «Cara Diana, io in salute sto bene, mangio tanto, ma lavoro come un mulo. Spesso nelle piazze che facciamo non si trova alloggio, gli alberghi sono pieni e bisogna arrangiarsi alla meglio in camere freddissime. Ti ho comprato una bicicletta bellissima, moderna, in alluminio, così quest'estate io, tu e Liliana faremo tante passeggiate. L'anello che no sempre con me è bellissimo e te lo porterò quando vengo a Roma. L'orefice me lo ha apprezzato 50 mila lire, ma quello che è bello è il modello signorilissimo e due brillanti che sono purissimi...».

Più oltre, per descrivere alla moglie il gioiello, Totò ne traccia un disegno, quasi ad anticiparle il piacere della sorpresa, prima di salutarla con espressioni affettuose. Parole importanti che rivelano un Totò padre e marito tenerissimo, insospettabile dietro la maschera comica conosciuta dal pubblico, ansioso di rendere felici la moglie e la figlia.

Liliana ripiega con delicatezza i fogli ingialliti della lettera e si confessa soddisfatta di aver deciso di renderla pubblica nel centenario della nascita del padre, mentre ognuno dà una spiegazione diversa al suo mito intramontabile. Le ragioni dell'amore incondizionato della gente nei confronti di Totò, in realtà, secondo Liliana sono racchiuse proprio in «quella lettera del lontano ’43 che rivela la generosità di un uomo che, all'apice del successo, in ricordo della sua infanzia tormentata, restò umile, accettando le sconfitte come una conseguenza della condizione umana. Consapevole che la ricchezza e la fama non lo avrebbero compensato per ciò che la vita gli aveva negato, e cioè il calore confortante e duraturo della famiglia.

A Liliana piace ricordare il padre con l'espressione di un ammiratore che ha lasciato un biglietto sulla sua tomba nel cimitero di Napoli: «A Totò, piccolo grande uomo».

Matilde Amorosi, «Oggi», anno LIV, n.7, 18 febbraio 1998


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Matilde Amorosi, «Oggi», anno LIV, n.7, 18 febbraio 1998