Amato Peppino (Vasaturo Giuseppe Junior)

Peppino Amato

(Napoli, 24 agosto 1899 – Roma, 3 febbraio 1964), è stato un produttore cinematografico, attore, sceneggiatore e regista italiano. Figlio di Vasaturo Giuseppe (senior) e di Amato Enrichetta Maria.

Da ragazzo fece esperienza in Compagnia dialettale e poi si tuffò a capofitto nel mondo del cinema muto napoletano per diverse case sia come aiuto operatore che attore.

Attorno al 1923 la sua prima direzione (ancora non si diceva regia) e quindi co-produce assieme a Raffaele Colamonici alcuni lungometraggi muti per la Cooperativa Italiana. A cavallo tra gli anni Venti e Trenta va a far eseprienza nel primo sonoro degli United States. Torna in Italia e si impegna nella produzione ed organizzazione cinematografica, sia personalmente che per conto terzi.

Era il Direttore di produzione per Batticuore (1938-1939) (della ERA FILM di Vittorio Mussolini ed Angelo Rizzoli) dove voleva protagonista Totò.

Dopo la seconda guerra mondiale diverse le co-produzioni in società con Rizzoli dai Don Camillo (alcuni anche con terzo socio francese) fino alla costituzione ufficiale, il 12 febbraio 1958, della SpA romana "RIAMA FILM" (di Rizzoli ed Amato, appunto), attraverso la quale hanno co-prodotto (con altri soci) La dolce vita (1959-'60).

Nell'anno delle Olimpiadi a Roma, il 1960, ottiene un David di Donatello e la figlia Maria sposa lo sportivo Carlo Pedersoli; se fece in tempo a vedere il cognato campione olimpionico e sportivo in qualche cine-ruolo da "gorilla", non vivrà abbastanza per vederlo diventare il divo internazionale "Bud Spencer".

Peppino Amato2

Con Totò guest star realizza, nel 1949, la pellicola sentimentale Yvonne la Nuit: ne risulta regista ed è fra gli sceneggiatori ed è prodotto dalla "RIZZOLI-AMATO" per una distribuzione E.N.I.C.


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1951 04 22 L Europeo Giuseppe Amato intro

Il produttore italiano non ha fiducia nei film italiani girati in America

Roma, aprile

Ci fu un momento, a Hollywood, che Peppino Amato si senti mancare il respiro. Gli ronzavano le tempie. Stava parlando con uno dei più potenti «executives» del cinema californiano, un uòmo di poche parole, silenzioso. Per spiegarsi Amato aveva fatto ricorso ai suo gergo anglo-napoletano, e quello lo ascoltava e faceva si con la testa. Don Peppino raccontava quanti film aveva fatto in Europa, ma era un po’ preoccupato perché l’americano non diceva niente, solo continuava ad assentire con la testa. «Sarà sordo?» pensava Amato, e raddoppiava di vivacità. E a un certo punto il magnate di Hollywood si leva il sigaro di bocca, e fa: «Mister Amato, ve la sentireste di fare un film qui, nei miei studios?». Fu a questo punto che Amato avverti che non poteva respirare, gli mancava il fiato. Venti e passa anni prima era sbarcato a New York per tentare la fortuna a Hollywood. Non era riuscito neanche ad arrivarci, visse quasi un anno fra gli emigranti italiani nell’East Side sognando di fare la comparsa in California, e ora gli offrivano di produrvi un film. «Che razza di film?» chiese. «Oh, una pellicola di ambiente italiano, naturalmente». Peppino Amato disse di no.

1951 04 22 L Europeo Giuseppe Amato f1Certo era un grande onore, rispose, ma non se la sentiva. Prima di tutto non credeva ai film italiani fatti a Hollywood, sarebbe risultato falso, e poi non conosceva abbastanza la lingua per potersi spiegare con i suoi collaboratori eventuali. «Oh, ma voi vi spiegate benissimo», gli disse l’uomo dal sigaro in bocca. No, sarebbe stato un cattivo affare, che non avrebbe giovato né all’Italia né all’America. Così si fecero quattro risate e non ne parlarono più.

Hollywood, a Peppino Amato, dopo un po’ di giorni che ci stava, e cominciava a orizzontarsi, fece l’effetto di un carcere. «Un grande carcere, con le sbarre tutte dorate, le celle immense, decorate con sfarzo, ciascuna con una vasca da bagno grande come una piscina. Hanno tutti la piscina a Hollywood. Basta possedere 25 mila dollari, e subito uno ha diritto alla sua villetta con piscina. La gente è affettuosa, carina, cordiale. Appena si vede s’abbraccia, si bacia sulle gote, e fanno a gara a chi dice prima: ”Darling domani faccio un party per te”. In realtà tutto il mondo è paese, e non è che ad Hollywood si vogliano più bene che altrove, solo che il costume impone di dissimulare i propri sentimenti, ie proprie simpatie e antipatie».

Amato era andato a Hollywood soprattutto per incontrarsi con Frank Capra. Era stato a lungo in trattative con lui, per lettera. Capra avrebbe dovuto dirigere, in Italia, il Don Camillo di Guareschi. Il libro era andato a ruba in America, e a Capra era piaciuto. Ma Capra è legato alla Paramount con un contratto di ferro, ancora per due anni. Agnato non poteva impegnarsi a così lunga scadenza, e forse neanche Capra. Per diversi giorni parlarono insieme, Amato in napoletano, Capra in siciliano, e poi si lasciarono buonissimi amici. Un’altra amicizia preziosa, per Amato, è quella di King Vidor. Il regista di Nostro pane quotidiano vive ormai in disparte. Abita sempre la sua bella villa di Beverly Hills, ma da un pezzo in qua non riesce a trovare un soggetto che lò convinca, una storia come dice lui. Anche lui vorrebbe venire in Italia a dirigere un film. Vorrebbero venirci quasi tutti, a cominciare da Gregory Peck, per finire con Linda Darnell. Quando uno gli chiede perché, Amato si stringe nelle spalle. Dice che certo il film italiano d’arte riscuote in America molte simpatie, e ha suscitato molte speranze un po’ da per tutto, e una certa moda, addirittura, ma che ci sono ragioni più serie. L’industria americana è sempre di primo ordine. Non c’è niente che gli americani debbano imparare da noi, per quel che riguarda organizzazione, attrezzatura tecnica, ecc. ecc.

Il cinema controlla e muove ancora capitali enormi. Ma non è più solo. Non è più la sola industria dello spettacolo americana: c’è la radio, e c’è la televisione. E poi Hollywood non è New York, è veramente la luna. E' come una città in un deserto. La gente che vi abita finisce per credere d’abitare l’unica città che esista al mondo. Quando Peppino Amato arrivò a New York il funzionario del grande studio incaricato di fargli gli onori di casa, appena usciti fuori dalla stazione gli disse: «Now, Mister Amato, this Is Sunset Boulevard». «O. K.», rispose Amato. E per chilometri e chilometri, dall'automobile, non si vedevano che costruzioni basse, per lo più a un piano, talune di stucco e di legno, addirittura. «Che c’è di speciale?» si chiedeva Amato. Sinché passarono davanti a una specie di farmacia, caffè, tabaccaio, ristorante, e l'impiegato fece segno all’autista di rallentare, e disse ad Amato che quello era «Schwabb’s» o qualcosa di simile, la bottega dove Billy Wilder aveva girato alcune scene di Sunset Boulevard. Gliela mostrava come un luogo sacro, come una meraviglia, ed era, tutto sammato, un drugstore.

Basta, la stessa mentalità l’hanno quelli che fanno il cinema, che hanno fatto il cinema sino a ieri, secondo una formula che ha portato ad Hollywood sacchi di monete d’oro. E ora che la formula non funziona più al cento per cento, ma al sessanta per cento, continuano a dire che è la migliore del mondo, e non s’accorgono che il mondo è cambiato, che la produzione americana costa troppo, in rapporto ai denari che riporta a casa, e che l’industria, obbligata ai produrre a un ritmo accelerato una quantità enorme di film, non è più capace di Selezionarne La qualità. E’ come se la guerra non fosse esistita, per Hollywood. Si stenta a convincersi che il gusto del pubblico, e non solo del mercati esterni, sudamericani o europei, è profondamente cambiato, e si continuano a fabbricare i film del 1951 con la formula del 1938. Ma, a parte questo, Hollywood è tutt’altro che esaurita. Solo è in crisi di trasformazione. Le forze che possiede sono ancora enormi.

Quanto alle attrici italiane Amato riferisce che sono benvolute e stimate, ma che vivono in California struggendosi di nostalgia per l’Italia. L’ultima ad arrivare fu Anna Maria Pierangeli, e tutti, ad Hollywood, la davano come la gran favorita. La nostalgia si fa sentire fortissima al punto che anche lui, dopo un pezzo che stava lì e lo portavano da un ristorante di lusso all’altro, dal Brown Derby a Mike Romanoff, scopri un piccolo barese che si chiamava come lui, Peppino, e aveva una trattoria notturna, e allora fini per andarci quasi tutte le sere, scoperchiar le pentole in cucina e cuocersi gli spaghetti al dente da solo.

Comunque è tornato a Roma e prepara due film. Umberto D., soggetto di Zavattini, che dirigerà De Sica, e Un mariuolo in paradiso, soggetto di Eduardo De Filippo, e regia di Camerini. Sbarcò in America la vigilia di Natale, con le tasche piene di dollari, e si ricordava di un’altra notte di Natale, molti anni prima, che erano in quattro o cinque amici napoletani, a Brookìyn, e tutti insieme non arrivavano a possedere un dollaro. Uno di loro ricevè una telefonata. «Siamo invitati a pranzo tutti quanti». Scesero nel Subway e dopo un’ora sbucarono alla 59a strada. «Qui abita il tuo amico? Deve essere ricco». A piedi arrivarono al Columbus Circle, e allora quello che aveva ricevuto la telefonata indicò la statua di Colombo e disse: «Amici, vi ho voluto portare sino a qua per ringraziare questo disgraziato, perché se lui non scopriva l’America non stavamo qua, la notte di Natale, senza una lira».

Gian Gaspare Napolitano, «L'Europeo», anno VII, n.17, 22 aprile 1951



Riferimenti e bibliografie:

Simone Riberto, alias Tenente Colombo

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