Calindri Ernesto

(Certaldo, 5 febbraio 1909 – Milano, 9 giugno 1999) è stato un attore italiano di teatro, cinema e televisione. È annoverato fra i grandi, indimenticabili attori del teatro italiano

Biografia

Figlio d'arte (entrambi i genitori erano attori), e pur avendo iniziato a studiare ingegneria, fa il suo esordio non ancora ventenne quasi per caso nel 1928-29 nella compagnia di Luigi Carini, mettendosi subito in luce grazie alla figura slanciata ed alla impeccabile dizione, che gli conferiscono una rilevante presenza sulla scena. Nell'estate del 1937 viene chiamato da Renato Simoni a Venezia per sostenere la parte di Florindo ne Il bugiardo di Carlo Goldoni e da quel momento ha inizio la sua brillante carriera, in ruoli di primo piano e in un repertorio quanto mai vario, accanto a nomi importanti come quelli di Sergio Tofano, Luigi Cimara, Antonio Gandusio, Emma Gramatica, Laura Adani e Evi Maltagliati. Nel 1939 sposa l'attrice Roberta Mari, apparsa spesso in scena con lui. È padre dell'attore e doppiatore Gabriele Calindri.

Ernesto Calindri approda al cinema nel 1935 con una parte nel film La sposa dei re di Duilio Coletti. Per lo più ottiene parti di comprimario nei tipici film dell'epoca cosiddetta dei telefoni bianchi. Forse la sua interpretazione più degna di nota di questo periodo è nel film I bambini ci guardano, diretto nel 1943 da Vittorio De Sica.

Nel dopoguerra Calindri continua a calcare le scene, riscuotendo consensi sempre più ampi grazie all'innata eleganza, all'ironia ed a quel suo fare sorridente e argutamente salottiero che ne fanno l'interprete ideale della commedia borghese leggera. Fa compagnia teatrale insieme a Laura Adani, Tino Carraro e al giovane Vittorio Gassman e nel 1945 per la regia di Luchino Visconti interpreta lavori di Schiller, Achard e Cocteau. nel 1950 crea la sua prima vera compagnia che comprende, fra gli altri, anche Lia Zoppelli, Valeria Valeri, Lauretta Masiero, Franco Volpi e Alberto Lionello,

Spesso recita in compagnia della moglie, l'attrice Roberta Mari.

Il nuovo mezzo televisivo consente ad Ernesto Calindri di raggiungere il grande pubblico, che si affeziona ben presto al suo personaggio. Vi esordisce nel 1958 apparendo sul piccolo schermo ne La spada di Damocle, commedia diretta da Vittorio Cottafavi e tratta dall'originale testo teatrale di Alfredo Testoni, seguiranno altre parti in originali televisivi tra cui Sole d'autunno, diretto da Giacomo Colli nel 1963, e sceneggiati quali Paura per Janet tratto da un racconto di Francis Durbridge e diretto da Daniele D'Anza. Si mette inoltre in luce come presentatore nel programma di intrattenimento Il signore delle 21, andato in onda nel maggio del 1962.

Sempre del 1962 è la sua interpretazione cinematografica più conosciuta, nel film Tototruffa '62 dove nella parte del Commissario Malvasia è la nemesi della coppia di ingegnosi truffatori composta da Totò e Nino Taranto.



La pubblicità all'amaro Cynar, anadata in onda sui canali RAI negli anni 60

Con il diffondersi del cinema e della televisione, il numero degli spettatori a teatro in Italia calò drasticamente. Come a molti valenti attori prima di lui, ad Ernesto Calindri venne proposto di interpretare dei brevi filmati pubblicitari che andavano in onda nel popolare programma Carosello. Dapprima fu la volta della China Martini, per la quale interpretò delle scenette assieme all'amico e collega Franco Volpi nei panni di due ufficiali dell'Ottocento che commentavano gli avvenimenti e le novità finendo sempre col dire Düra minga!, cioè "non dura" in dialetto milanese. In seguito nel 1966 ebbe inizio la serie di filmati pubblicitari per il Cynar, noto aperitivo a base di carciofo, che legò indissolubilmente il nome di Calindri al liquore fino al 1984, rendendo lo slogan: "contro il logorìo della vita moderna" un'espressione ancora oggi di uso corrente. Famosissima, nel relativo spot pubblicitario del Cynar, l'inquadratura di Calindri intento a sorseggiare un bicchierino di liquore ed a leggere un giornale tranquillamente seduto davanti a un tavolino sistemato proprio al centro di una strada di città intensamente trafficata.

Negli anni anni settanta ed ottanta, pur essendo ormai popolarissimo come personaggio televisivo, Ernesto Calindri non smette di calcare le tavole del palcoscenico. Alla sua attività di infaticabile interprete, il cui repertorio spazia da Feydeau a Rattigan, da Ionesco a Pirandello, alterna quella di insegnante di teatro che dal 1975 esercita per un decennio presso l'Accademia dei Filodrammatici di Milano. Interpreta inoltre un generale in pensione nello spettacolo televisivo Villa arzilla. Nell'estate del 1990 il produttore Natale Barbone lo chiama per interpretare con Lauretta Masiero lo spettacolo "Casina" di Tito Maccio Plauto, per la regia di Mario Morini

L'avanzare dell'età non sembra intaccare minimamente l'energia e la brillantezza di Calindri che anzi, ad ottant'anni suonati, sorprende tutti interpretando in teatro la commedia musicale Gigi di Colette, dove si esibisce addirittura come cantante e ballerino.

Muore quietamente nel sonno all'Istituto dei Tumori di Milano la sera del 9 giugno 1999 il giorno dopo la scomparsa di Corrado, poche ore dopo aver terminato di cenare con gli attori della sua compagnia teatrale con la quale, alla bella età di 90 anni, aveva da poco tempo iniziato a rappresentare Il borghese gentiluomo di Molière. In suo nome è stata creata una Fondazione che organizza un concorso per giovani autori europei di teatro. Inoltre la sua città natale di Certaldo ha intitolato a suo nome un premio teatrale.
Il Sindaco di Certaldo, Rosalba Spini, ha voluto ed ottenuto che Ernesto Calindri riposasse nel suo paese natale, e nel 2000 fu tumulato nel Cimitero Comunale


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1961 03 09 Oggi Ernesto Calindri intro

“Possibile”, dice il bravo attore, “che, dopo trentanni di carriera, il grosso pubblico mi conosca soprattutto per i cortometraggi pubblicitari alla televisione?”

Ernesto Calindri non è certo il tipo che chiude gli occhi se vede una bella donna; anzi, per quel che ne sappiamo, li spalanca addirittura. Ma è sposato da ventitré anni con la stessa moglie, battendo un record nel mondo dello spettacolo dove gli amori coniugali (e non) resistono quanto le buone intenzioni in politica. Nessuno, del resto, gli ha mai attribuito stravaganze o avventure eccezionali. Gli piace viaggiare, ma confessa candidamente che niente al mondo vale la calda confusione della vita in famiglia, le comodità della propria casa, il conforto della solita poltrona, con un paio di pantofole ai piedi. In America lo chiamerebbero "a man in a gray flannel suit" un uomo in flanella grigia, cioè un borghese qualsiasi. Infatti, come tutti i tipi comuni, ama parlare del proprio lavoro, gli piace guidare l'automobile, va volentieri al cinema per vedere film distensivi di cowboys, s’arrabbia quando gli arriva la cartella delle tasse. Ha perfino un innocente hobby: i trenini elettrici. Finché la nascita del quarto figlio non l'ha obbligato a sgombrare la stanza dei bambini, l’aveva interamente occupata con una ferrovia in miniatura. Cosi, appena aveva una serata libera; convocava gli amici (tutti seriosi professionisti) e, berretto da capostazione in testa, paletta in mano, fischietto fra i denti, si divertiva ad azionare scambi e convogli.

RICCHI DI AMBIZIONI

Questo, dunque, è Ernesto Calindri nella vita privata: un signore che da' trentun anni calca con onore le scene, ma ha mantenuto immutate le proprie abitudini borghesi. Alto, magro, distinto come un baronetto inglese, con una incipiente calvizie, un sorriso garbato e malizioso sulle labbra, i grigi occhi Ironici, l’aria seria e perbene, potrebbe essere scambiato con facilità per un dirigente di azienda, un avvocato, un banchiere. Anche qui nel suo camerino del Sant'Erasmo di Milano, fra tende gialle, parrucche, cerone, elmi criniti e scudi di latta, non si fatica a Immaginarlo con un irreprensibile doppiopetto grigio dietro una scrivania. Glielo diciamo, e un lieve rossore gli colora le orecchie ,e gli zigomi. «Faccio questo mestiere perché mi piace», spiega con semplicità chiudendosi intorno al collo l’accappatoio color canarino che indossa sopra il costume di scena. «Ma sono attore . soltanto sul palcoscenico: detesto esibire la mia professione. Forse è questione di mentalità, di educazione. Mi è comunque servito per avere una vita familiare abbastanza serena; dico "abbastanza’', perché con quattro figli non si può pretendere che manchino le preoccupazioni».

Calindri si accende una sigaretta con aria pensosa. «Il merito maggiore di questa serenità, certamente», prosegue, «va a mia moglie. Ci siamo conosciuti nel '38 lavorando insieme nella compagnia Gandusio. In pochi mesi ci siamo innamorati, fidanzati, sposati. Eravamo giovani: lei ventidue anni, io ventinove. Non avevamo un soldo: tutti i nostri risparmi erano serviti ad acquistare le vere nunziali. In compenso eravamo ricchi di ambizioni artistiche. Eppure, fin dal primo giorno di vita coniugale, mia moglie ha rinunciato spontaneamente, senza rimpianti, a tutti i sogni di successo. Si è preoccupata di fare la moglie e basta. Ha continuato a recitare fino a poco tempo fa, ma solo per essermi vicina in questo mondo dove le tentazioni sono tante.. E, se Dio vuole, il nostro matrimonio non ha conosciuto burrasche serie».

Certo non è comodo per un attore restare coerente a una regola di riservatezza. Infatti Calindri ha lottato più di tanti suoi col leghi per farsi una strada. Non solo. Dopo esser stato protagonista di un centinaio almeno di lavori teatrali, si è accorto con una punta di disappunto di esser conosciuto dal grosso pubblico soprattutto per una serie di cortometraggi pubblicitari che ha interpretato per la televisione: i dialoghetti del ''dura minga”, che già trent’anni fa esatti (nella rivista Za-Bum Le lucciole della città) fecero la fortuna di De Sica e Umberto Melnati.

«I primi tempi», confessa Calindri, «mi divertiva sentire i ragazzini che mi indicavano definendomi "quello del dura minga alla televisione”. Poi mi sono accorto che anche gli adulti mi riconoscevano in strada, nei ristoranti; nei negozi, per quegli sketches. Mi ha fatto un effetto terribile. Questa popolarità a buon mercato è demoralizzante per un attore come me, che ha passato notti intere a studiare i copioni, fumando decine di sigarette, bevendo litri di caffè per combattere il sonno. Certo i miei colleghi (pochi ormai) che non si sono ancora lasciati allettare dalla pubblicità televisiva, possono chiedermi perché abbia accettato di interpretare quel cortometraggi. Semplice: certi assegni farebbero capitolare chiunque, figuriamoci un padre di famiglia».

L’attore dà un tono scherzoso alle sue parole, ma non riesce a nascondere l’amarezza di sapere che molti ignorano la sua lunga attività teatrale.

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Milano. Ernesto Calindri col suo quartogenito Gabriele, di undici mesi. L'attore, che è nato il 5 febbraio 1909 a Certaldo, entrò in arte a diciotto anni rinunciando agli studi di ingegneria. In questi giorni Calindri sta curando la regia di "L’affare Eschilo”, un lavoro di Brocchieri che andrà in scena al Sant’Erasmo.

TREDICESIMO FURFANTE

Per anni eppure, aveva giudicato addirittura "poco dignitosa” la professione dell’attore. «I Calindri», spiega, «erano per tradizione tutti ingegneri. Mio padre era la pecora nera della famiglia. Da ragazzo passava ore a raccontare favole coi burattini. Poi, quando già frequentava il secondo anno della facoltà di ingegneria, scappò con una compagnia di attori. Fu uno scandalo enorme In casa. Mio nonno era quasi impazzito dal dispiacere. Si consolò quando nacqui io. Perché non venissero i grilli anche a me" decise di allevarmi lui stesso. Praticamente stavo col miei genitori soltanto di estate. Avevo assorbito le idee del nonno al punto che vedere mio padre sporcarsi la faccia di cerone, truccarsi gli occhi, indossare una sera la tonaca da prete, un’altra il manto da imperatore, mi pareva assurdo e poco serio».

Fu il destino (come dice Calindri) a fargli cambiare idea. Stava per iscriversi all'università (facoltà d’ingegneria, s’intende) quando suo padre si ammalò; il nonno ormai, era troppo vecchio per mantenerlo agli studi. Cosi fu costretto a guadagnarsi da vivere e a rinunciare al sogno di costruire ponti e scuole. Accettò il primo lavoro che gli fu offerto: divenne "generico” per quindici lire al giorno. Lo interessava così poco quel mestiere, che restava in teatro appena il tempo di fare la sua apparizione , sul palcoscenico. Ci volle una risata scrosciante del pubblico a spazzar via, in una ventata, tutti i suoi pregiudizi. «Mi avevano offerto una parte minuscola ne L'artiglio di Bernstein», racconta ancora Calindri. «Dovevo recitare due battute che mi parvero spiritose; decisi di dirle con una certa Intonazione. Alla prima battuta si sentì per la platea del Lirico, qualche risata divertita. Alla seconda, esplose nella sala un boato di risa irrefrenabile».

Comprese allora che anche la professione dell’attore può dare delle soddisfazioni ed ha una sua nobiltà (non è forse nobile riuscire a far dimenticare alla gente i propri guai?). Ma Calindri è troppo timido, educato, onesto, per far carriera a gomitate; e anche nel mondo dello spettacolo bisogna darne molte, per farsi strada. Così per otto anni ancora seguitò a coprire ruoli di generico. Ora che si era innamorato della professione, però, quella mancanza di soddisfazioni lo demoralizzava. Si paragonava a compagni più fortunati e disinvolti, e masticava amaro. Più di una volta pensò di abbandonare il palcoscenico. Poi la fortuna gli porse una mano. La compagnia Galli, che lo aveva scritturato agli inizi del 1938, aveva messo in scena Il tredicesimo furfante di Guglielmo Giannini. Fosse l’influenza del titolo della commedia o altro, un attore della compagnia si rivelò un furfante davvero: i carabinieri arrivarono ad arrestarlo dietro le quinte del Teatro della Pergola, a Firenze. Calindri fu chiamato a sostituirlo nel ruolo rimasto libero. Ovviamente ce la mise tutta per far bella figura. Lo stesso Renato Simoni lo notò, dedicandogli alcune righe di elogio sul Corriere della sera. Poche settimane dopo gli offrì addirittura la parte di Fiorindo nel Bugiardo di Goldoni, che avrebbe messo in scena, in uno spettacolo all'aperto, con un "cast” formidabile di attori, in campo San Trovaso a Venezia.

«Quando la ruota della fortuna sf decide a girare, lo fa sul serio», prosegue sorridendo Calindri. «Ricordo ancora come mi arrivò la proposta. Avevo appena salito i tre gradini che, al teatro Odeon di Milano, portano ai camerini, quando il portiere mi consegnò una lettera. L’aprii distrattamente: "Carissimo, le offro la parte di Fiorindo nel Bugiardo a ottanta lire giornaliere". Non vidi altro: la vista mi si appannò. Pensai: "Mi hanno dato la lettera di un altro. Non dovrebbero fare certi errori". Non avevo il coraggio di leggere l'indirizzo sulla busta. Poi, lentamente, col cuore in gola, lo guardai: c’era il mio nome davvero. Da quel momento tutte le nubi scomparvero. La mia vita si colorò di colpo delle più rosee speranze.

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Milano. La famiglia Calindri. Da sinistra: Martha di diciannove anni; l’attore che tiene tra le braccia il piccolo Gabriele; Marco (in alto) di sedici anni; Gilberto di ventun anni; la moglie di Calindri, Ivy. Ernesto e Ivy si sposarono nel 1938 dopo una "tournée" che avevano fatto insieme con la compagnia Gandusio (Ivy Calindri ha seguitato a recitare fino a due anni fa, col nome d’arte di Roberta Mari). Dei quattro figli, Gilberto ha debuttato nei mesi scorsi al teatro milanese Sant'Erasmo in ”Il marescalco" dell'Aretino.

UNA MOLLA ECCITANTE

«La sera della "prima" ebbi il più lungo e cordiale applauso della mia carriera: non esagero. Guardavo inebetito i duchi di Windsor in prima fila, tutte quelle facce di gente famosa che mi sorridevano, e il cuore mi lievitava nel petto per la riconoscenza e la gioia. Più tardi vennero in molti a congratularsi nel camerino. Ricordo il duca d’Aosta, così alto e cordiale, e Sergio Tofano che, battendomi una mano sulla spalla, mi annunciò di volermi in compagnia. Ero stordito, non riuscivo più a pensare. C’era un ricevimento in casa del conte Volpi di Misurata, ma non fui in grado di andarci. Avevo bisogno di star solo. Salii su una gondola e per ore mi feci portare in giro, con gli occhi fissi sulle stelle e la gola chiusa per la felicità».

Dopo fu un’ascesa senza soste, Tofano scritturò Calindri, come aveva promesso a Venezia. Ma a Calindri non piaceva fare l’attore giovane, il bel ragazzo sempre innamorato' e ardente. «Avevo ventotto anni», racconta, «e mi era capitato di sussurrare parole dolci a qualche ragazza. Ma in scena era un’altra cosa. "Ogni goccia del mio sangue ti desidera” mi pareva una frase apprezzabile solo se poteva far ridere il pubblico. Simili battute cretine erano il mio tormento. E poi non mi sentivo bello affatto. Mi guardavo nello specchio e vedevo una faccia lunga, priva di quegli occhioni e delle trentadue perle di denti, previsti nel copione. Così cambiai ruolo, creando personaggi veri, possibilmente brillanti. Mi piace divertire il pubblico. Lo trovo eccitante. Chi non abbia provato, non può capirlo. È quella molla che spingeva Gandusio da vecchio, sebbene non avesse affatto bisogno di soldi, a salire su un treno anche d’inverno, magari con la neve, per andare a guadagnarsi l’applauso in qualche piccola città».

Negli occhi di Calindri passa un lampo malizioso. «Queste emozioni, però, mi fanno piacere soltanto su un palcoscenico», conclude.

«Nella vita privata non amo sentirmi i riflettori puntati addosso. Conduco un’esistenza normale, ho le mie piccole gioie, i miei dispiaceri, le mie soddisfazioni: come tutti. Forse soltanto in una cosa mantengo, anche fuori della scena, l’atteggiamento tipico in un attore: nel governare la mia vita con un’ombra di incoscienza, giorno per giorno, senza soffermarmi troppo a pensare al domani. Che è poi il segreto del dura minga, per guadagnarsi in questo mondo una porzione di ottimismo e di serenità».

Neera Ferreri, «Oggi», 9 marzo 1961 


1988 10 20 Gente Calindri Villi intro

Ernesto Calindri, toscano, "figlio d'arte", è uno di quegli attori che hanno sempre avuto dalla loro parte la simpatia del pubblico. Quest’anno festeggia i sessantanni di palcoscenico e, per l’occasione, ha scelto di portare alla ribalta una commedia che sembra fatta apposta per la sua misura d’uomo, e cioè Sul lago dorato dell’americano Ernest Thompson, storia di due anziani coniugi che trascorrono insieme quella che potrebbe anche essere, soprattutto per lui, ormai ottantenne, la loro ultima vacanza.

Lui si chiama Norman, è un professore in pensione, ha un caratterino bizzarro e ombroso che gli serve a nascondere una interiore fragilità. Lei si chiama Ethel, ha qualche anno in meno del marito, ma sembra ancora più giovane per il suo carattere pimpante ed estroverso. Tutto sommato, una coppia bene assortita che non ha nessuno "scheletro" da nascondere nel classico armadio, ammenoché non si voglia scambiare per tale il cruccio dell'uomo per la mancanza di un erede maschio a cui trasmettere la propria "filosofia della vita”. La moglie, infatti, gli ha dato solo una femmina, Chelsea, con la quale ha sempre avuto un rapporto difficile.

E che succede in riva al "lago dorato”, un luogo che sembra alludere a una specie di paradiso perduto? Niente di eccezionale. Per l'ottantesimo compleanno di Norman, ospite ormai inattesa, arriva la figlia ribelle portandosi appresso il suo nuovo compagno, Billy, e il figlio di quest'ultimo, l'adolescente Billy junior. Motivo vero della visita? Chelsea e Billy, entrambi divorziati, hanno progettato un viaggio in Europa, dove intendono sposarsi, e non vogliono avere tra i piedi un testimone incomodo come potrebbe rivelarsi il ragazzo.

Naturalmente, Norman accetta di ospitare il nipotino acquisito. Altrettanto naturalmente, dopo qualche piccola "baruffa" iniziale, i due buttano all’aria la reciproca diffidenza, diventano amiconi per la pelle e passano buona parte del loro tempo a pescare sul lago. Così, quando Chelsea toma dall'Europa per ripigliarsi il figliastro, trova nella casa del padre un'atmosfera quasi idilliaca, della quale ovviamente beneficia anche lei. E poi? Be’, tanto per "scaldare” l’atmosfera, proprio quando sta per chiudere "bottega" e tornare in città, Norman si accascia per un colpo al cuore. Ma non è niente di grave e tutto si risolve in un gran spavento. Così il sipario si può chiudere con un ammiccante arrivederci all’anno prossimo, alla prossima vacanza.

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UNA COPPIA DI CLASSE Milano. Ernesto Calindri, 79 anni, e Olga Villi, 66, al Teatro San Babila dove stanno ottenendo un caloroso successo nella commedia "Sul lago dorato” dell’americano Ernest Thompson. Recitano con grande classe la storia di due anziani coniugi, una storia che potrebbe essere autobiografica.

Commedia furba e sorniona, ma accattivante proprio in virtù della sua "dichiarata” banalità, Sul lago dorato venne lanciata a Broadway esattamente dieci anni fa e divenne un successo mondiale nella versione cinematografica che ne fu tratta quasi subito, protagonisti Henry Fonda, Katharine Hepburn e Jane Fonda nella parte di Chelsea, la figlia ribelle. E’ a questa versione che, in un certo senso, strizza l’occhio lo spettacolo che è andato in scena a Milano, al Teatro San Babila, dove ha aperto felicemente la stagione 1988-1989.

Ernesto Calindri, ormai prossimo a festeggiare gli ottant’anni (è nato nel 1909), è un Norman delizioso nella sua spontaneità e nella sua naturalezza. A vederlo recitare, si ha la curiosa impressione che egli trasferisca sul palcoscenico i "vezzi” che gli sono propri nella vita reale. Accanto a lui, Olga Villi fa valere la sua limpida classe di sempre. Con simili "mostri”, il successo della commedia, che non era mai stata data in Italia, era garantito in partenza. E infatti si è puntualmente verificato, nonostante l’approssimativa regia di Luigi Squarzina.

Un’ultima osservazione: ma erano proprio necessari l’accentuato turpiloquio messo in bocca al ragazzo Billy Junior e la gestualità "americanese” che caratterizzano la sua disperante entrata in scena?

Giuseppe Grieco, «Gente», anno XXXII, n.42, 20 ottobre 1988



Filmografia

Cinema

Freccia d'oro, regia di Piero Ballerini, Corrado D'Errico (1935)
La sposa del re, regia di Duilio Coletti (1938)
Finisce sempre così, regia di Enrico Susini (1939)
La forza bruta, regia di Carlo Ludovico Bragaglia (1941)
I bambini ci guardano, regia di Vittorio De Sica (1943)
La primadonna, regia di Ivo Perilli (1943)
T'amerò sempre, regia di Mario Camerini (1943)
Scadenza trenta giorni, regia di Luigi Giacosi (1944)
Incontro con Laura, regia di Carlo Alberto Felice (1945)
Una lettera all'alba, regia di Giorgio Bianchi (1948)
Al diavolo la celebrità, regia di Mario Monicelli, Steno (1949)
Ho sognato il paradiso, regia di Giorgio Pastina (1949)
Canzoni per le strade, regia di Mario Landi (1950)
Buon viaggio, pover'uomo, regia di Giorgio Pàstina (1951)
La presidentessa, regia di Pietro Germi (1952)
L'ultimo amante, regia di Mario Mattoli (1955)
Il momento più bello, regia di Luciano Emmer (1957)
Policarpo, ufficiale di scrittura, regia di Mario Soldati (1958)
Rascel marine, regia di Guido Leoni (1958)
Le olimpiadi dei mariti, regia di Giorgio Bianchi (1960)
La ragazza di mille mesi, regia di Steno (1961)
Mariti a congresso, regia di Luigi Filippo D'Amico (1961)
Totòtruffa 62, regia di Camillo Mastrocinque (1961)
Canzoni di ieri, canzoni di oggi, canzoni di domani, regia di Domenico Paolella (1962)
L'assassino si chiama Pompeo, regia di Marino Girolami (1962)
La smania addosso, regia di Marcello Andrei (1962)
La tigre dei sette mari, regia di Luigi Capuano (1962)
Le massaggiatrici, regia di Lucio Fulci (1962)
Venere imperiale, regia di Jean Delannoy (1962)
Divorzio alla siciliana, regia di Enzo Di Gianni (1963)
I due sergenti del generale Custer, regia di Giorgio Simonelli (1965)
Un ufficiale non si arrende mai nemmeno di fronte all'evidenza, firmato Colonnello Buttiglione, regia di Mino Guerrini (1973)
Ladri di saponette, regia di Maurizio Nichetti (1989)

Prosa radiofonica EIAR

Il bugiardo di Carlo Goldoni, regia di Renato Simoni, trasmessa il 25 luglio 1937.

Prosa televisiva RAI

Il cadetto di Winslow di Terence Rattigan, regia di Franco Enriquez, trasmessa il 6 giugno 1954.
Questi ragazzi di Gherardo Gherardi, regia di Claudio Fino, trasmessa il 29 giugno 1956.
Giochi di prestigio, regia di Alberto Gagliardelli, trasmessa nel 1956.
La commedia del buon cuore, di Ferenc Molnar, con Isa Pola, Carlo Delfini, Mario Colli, Ernesto Calindri, Mercedes Brignone, Enzo Tarascio, Germana Monteverdi, regia di Tatiana Pavlova, trasmessa il 19 luglio 1957.
Si arrende a Bach, regia di Enrico Colosimo trasmessa il 6 settembre 1961.
I burosauri, di Silvano Ambrogi.

Discografia

Album

Dante - La divina commedia - Paradiso (Nuova Accademia Del Disco, BLI 2005, LP) con Giorgio Albertazzi, Tino Carraro, Anna Proclemer, Ottavio Fanfani

Onorificenze

Grande ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica italiana
«Di iniziativa del Presidente della Repubblica»
— 16 febbraio 1993[2]
Commendatore dell'Ordine al merito della Repubblica italiana
— 27 dicembre 1991[3]


Note

  1. ^ Storia Radiotv Ernesto Calindri
  2. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.
  3. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.

Riferimenti e bibliografie:

  • Neera Ferreri, «Oggi», 9 marzo 1961
  • Giuseppe Grieco, «Gente», anno XXXII, n.42, 20 ottobre 1988