De Filippo Eduardo

Eduardo De Filippo

(Napoli, 24 agosto 1903 - Roma, 31 ottobre 1984). E' stato un attore teatrale, commediografo, regista teatrale e cinematografico italiano, fra i massimi esponenti della cultura italiana del Novecento. Senatore a vita della Repubblica e cavaliere di gran croce.

Lo sforzo disperato che compie l'uomo nel tentativo di dare alla vita un qualsiasi significato è teatro. 

Da un manoscritto di Eduardo

Figlio d'arte

Figlio naturale dell' attore e commediografo Eduardo Scarpetta e della sarta teatrale Luisa De Filippo, Eduardo e i suoi fratelli furono riconosciuti come figli dalla madre di cui assunsero il cognome De Filippo. Eduardo Scarpetta, sposato il 16 marzo 1876 con Rosa De Filippo, da cui ebbe tre figli: Domenico, Maria e Vincenzo, ebbe una relazione extra-coniugale con Luisa De Filippo (figlia di Luca, fratello di Rosa De Filippo) da cui nacquero Titina, Peppino e Eduardo.
Eduardo nasce a Napoli nel quartiere Chiaia, (secondo alcuni in via dell'Ascensione n. 3, per altri in via Giovanni Bausan n. 15). A soli quattro anni è condotto per la prima volta su un palcoscenico, portato in braccio da un attore della compagnia di Scarpetta, Gennaro Della Rossa, in occasione di una rappresentazione dell'operetta La Geisha, al Teatro Valle di Roma.
Cresce nell'ambiente teatrale napoletano insieme ai fratelli Titina, la maggiore, che aveva già agli inizi degli anni '10 un suo posto nella compagnia di Vincenzo Scarpetta (uno dei figli legittimi di Scarpetta) ePeppino, il più piccolo che assieme ad Eduardo di tanto in tanto viene convocato per qualche apparizione in palcoscenico.
Nel 1912 i De Filippo vanno ad abitare in via dei Mille, e sia Eduardo che Peppino vengono mandati a studiare al Collegio Chierchia, a Foria; qui, tra tentativi di fughe ed insofferenze varie, il piccolo Eduardo inizia a dilettarsi nella scrittura, producendo la sua prima poesia, con versi scherzosi dedicati alla moglie del direttore del collegio. Rientrato a casa, parte per Roma in cerca di indipendenza economica, ospite di una zia ed in cerca di qualche lavoretto nell'ambiente cinematografico, ma senza successo. Tornato a Napoli si cimenta nelle sue prime prove d'attore: prima recita nella rivista di Rocco Galdieri, poi nella compagnia di Enrico Altieri, quindi in altre compagnie come la Urciuoli-De Crescenzo e la Compagnia Italiana. Ed è così che, tra un teatro e l'altro (San Ferdinando, Orfeo, Trianon) conosce Totò, che sarebbe diventato un suo grande amico.

Nella compagnia di Vincenzo Scarpetta

Nel 1914 Eduardo entra stabilmente nella compagnia del fratellastro Vincenzo Scarpetta, raggiungendo così la sorella Titina; tre anni dopo, con l'ingresso nella compagnia di Peppino, i tre fratelli si ritrovano a recitare insieme. Alla fine della guerra, Eduardo presta servizio di leva nei Bersaglieri (II Reggimento, di stanza a Trastevere) ed è incaricato dal comando di organizzare piccole recite per i soldati, di cui è anche autore oltre che attore e direttore di compagnia. Durante questo periodo matura sempre di più la voglia e la capacità di essere anche autore e regista oltre che attore, giungendo a scrivere nel 1920 la sua «prima commedia vera e propria», Farmacia di turno, atto unico dal finale amaro rappresentato l'anno successivo dalla compagnia di Vincenzo Scarpetta.
Dal fratellastro, Eduardo eredita, tra l'altro, anche quella severità e quel rigore che lo caratterizzeranno per tutta la vita sul lavoro e nei rapporti con gli altri, caratteristiche sovente enfatizzate da una sorta di leggenda ma che hanno senza dubbio un fondo di verità. Vincenzo Scarpetta propone in quell'epoca un repertorio essenzialmente basato sulle commedie del celebre padre oltre a ad altre commedie, a spettacoli di rivista e a sparute incursioni nel cinema, riscuotendo un buon successo di critica e di pubblico.
Nel 1922 scrive Ho fatto il guaio? Riparerò! che va in scena al Teatro Fiorentini quattro anni dopo e che prende in seguito il titolo definitivo di Uomo e galantuomo; in questa commedia, tra le più comiche del repertorio eduardiano, l'autore introduce del temi che saranno una costante in numerose opere successive, come la pazzia (vera o presunta) e il tradimento, con un vago sentore pirandelliano che riporta al Ciampa de Il berretto a sonagli, seppur seguendo nella struttura del testo, il modello scarpettiano della farsa tradizionale. Curiosa la citazione che Eduardo inserisce nella commedia, quasi a mo' di rivalsa, del lavoro di Libero Bovio Mala nova e che il drammaturgo e poeta napoletano non gradì.
Il rilievo che Eduardo acquisisce nella compagnia di Scarpetta è già notevole, nonostante la giovane età; ciò lo porta anche a maturare, specie nelle stagioni teatrali estive, esperienze diverse come le recite con i cosiddetti "seratanti" nel 1921o come la messa in scena di Surriento gentile, idillio musicale di Enzo Lucio Murolo opera per la quale Eduardo cura, per la prima volta nella sua lunga carriera, la regia (16 settembre 1922).
Dopo la morte di Eduardo Scarpetta (29 novembre 1925), Eduardo va a convivere con una giovane di nome Ninì, per la quale compone alcune poesie d'amore (tra cui E mmargarite, la più antica tra quelle in seguito pubblicate); viene raggiunto quindi dal fratello Peppino, che nel frattempo ha recitato senza alcun positivo riscontro economico, con la Compagnia Urciuoli, e che forse spera di poter anch'egli essere scritturato da Scarpetta. Ma Eduardo decide di tentare l'avventura del teatro in lingua e si fa scritturare nella compagnia di Luigi Carini come attore "brillante" convincendo l'impresario a prendere anche Peppino. Ma Peppino ci ripensa per entrare nella Compagnia Vincenzo Scarpetta come sostituto del fratello. La parentesi dura poco ed Eduardo rientra nei ranghi, scrivendo nel 1926 Requie a l'anema soja (poi diventata I morti non fanno paura) in cui recita vestito da "vecchio"; così dirà, molti anni dopo in un'intervista: «Non vedevo l'ora di diventare vecchio: così, pensavo, non avrò più bisogno di truccarmi. E poi, se faccio il vecchio da adesso, lo posso portare avanti. Se invece mi metto a fare il giovane, presto diranno: "È invecchiato!"». Il tema della pazzia, stavolta vera e non presunta, torna prepotentemente nella commedia successiva, dal titolo emblematico di Ditegli sempre di sì che la compagnia di Scarpetta rappresenterà per la prima volta nel 1927.


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Eduardo De Filippo

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Eduardo De Filippo, raccolta di articoli di stampa


1942 Film Eduardo De Filippo intro

Ricordiamo la prima rappresentazione di «Non ti pago!» a Roma, al Teatro Quirino. La sala era piena fino all'inverosimile. Le «prime» e anche le seconde, e spesso anche le «ventesime» dei De Filippo sono così.

Non a torto hanno chiamato i De Filippo gli eredi diretti della commedia dell'arte. Nessun attore italiano dopo Petrolini naturalmente, ha mai avuto altrettanto in possesso parte dell'improvvisare. Quando si parla di improvvisazione, di solito, si pensa ai lazzi obbligali delle maschere, a quei «generici» che furono anche raccolti in volumetti che servivano a crear la scienza agli interpreti minori delle maschere popolari. Ma recitare all'improvviso significa ben altro; significa saper creare un carattere, una situazione e talvolta un dramma, partendo da un canovaccio che svolge fatti comunissimi.

L'abilità creativa di Eduardo De Filippo è tutta volta al ragionamento, alla dimostrazione; Eduardo non si aggrappa soltanto al paradosso, non scaraventa la sua battuta tendente ad ottenere un effetto immediato. Egli si compiace invece della involuzione dimostrativa, ricerca una ad una le parole migliori, tenta addirittura di stabilire delle leggi. La sua forza è nell'essere in buona fede: è sincero, candido, con il candore vi attrae nelle spire del suo ragionamento e non riuscite ad uscirne più se non reagendo con una violenta risata. Ma ad
essere inguaribilmente ipocondriaci, e a non aver a disposizione il reagente del riso ci sarebbe da diventar pazzi che il ragionamento di Eduardo segue una logica tanto minuziosa e ferrea da rendervi persuasi della bontà di una tesi che voi sapete sballata a

Questo avviene in «Non ti pagol». Eduardo, esasperato dalla costante fortuna del suo impiegato al giuoco del lotto, ha visto nel suo ultimo colpo di fortuna un errore del destino, anzi un errore della «buonanima di suo padre» che volendo dare i numeri buoni ai figlioli li ha dati invece al commesso che ha preso in affitto la sua stessa casa. Il ragionamento non fa una grinza: il padre al buio non ha potuto vedere a chi si rivolgeva, ha chiamato il commesso «pieccerè» come chiamava il figlio; c'è stato un banale errore di persona, insomma Ed Eduardo ha come testimoni due persone scomparse da diversi anni ma che erano presenti nel sogno, si avviluppa nei suoi ragionamenti e l'ascoltatore, per quanto smaliziato, non può che convenire che Ha giocata del lotto è veramente sua e che l'iniquo commesso ha architettato un inganno per defraudarlo della sua legittima fortuna.

La strana logica di Eduardo è insomma la principale protagonista di questa commedia che è decisamente fra le migliori del repertorio dei due attori napoletani.

U. d. F., «Film», 1942


1947 12 14 L Europeo De Filippo intro

Peppino De Filippo non ama la critica, o meglio sembra dare la preferenza a un critico solo: il pubblico. E' questo un altro dei tratti che lo distinguono da Eduardo. Quando Eduardo, rappresenta una commedia nuova, scritte da lui stesso (è ormai difficile che rappresenti commedie nuove d’altri autori), tutto è predisposto in modo di creare un avvenimento teatrale anche riguardo alle forme. Eduardo ambisce tutti i crismi; autore e attore, benché la sua origine dialettale e l'indole personale lo portino a tenere nella massima considerazione la sovranità, popolare, non ammetterebbe d’essere giudicato da una diecina di critici secondari. L’anno scorso, alla prima di Filumena Marturano, dopo il secondo atto ebbe il piacere di farsi fotografare nel suo camerino insieme a quasi tutti i critici milanesi Da Simoni a Campanile, quelle fotografie rappresentavano un giudizio avanti lettera. Peppino, invece, da un paio d'anni, rappresenta le sue commedie nuove in serate nelle quali in altro teatro venga rappresentata una novità più importante. Non è difficile rimandare uno spettacolo di ventiquattr'ore, o intendersi con la direzione di un teatro. Evidentemente la coincidenza è creata di proposito.

Peppino sa che le sue commedie non reggono a un vaglio rigoroso, e sa che i sostituti dei critici più che esprimere un giudizio si attengono alla cronaca della serata. E' quel che basta. Il suo pubblico gli è fedele, composto di gente alla buona che va in teatro per veder lui, sicura di vederlo alla ribalta per tre quarti della commedia e disposta ad attenderlo pazientemente ogni volta ch’esce di scena. E' un pubblico che non si domanda nemmeno se la stessa commedia recitata da un altro attore, gli procurerebbe altrettanto diletto. Così è accaduto dall'ultima sua commedia Il bandito sono io. E' una farsa della quale i giornali si sono occupati pochissimo. Andò in scena, annunziata all’ultimo momento all’Olympia di Milano, la stessa sera, in cui all’Odeon andava in scena una novità di Géraldy annunziata da una settimana. Anche ai critici dei settimanali la cosa sembrò di poca importanza, ma la farsa si rappresenta da quindici sere e andrà avanti per un pezzo. C’è dentro di tutto, lazzi antichi, situazioni acquisite, battute nemmeno sempre rivestite a nuovo. Ma la vivezza di Peppino è tanta che nessuno ci pensa. E del resto è ammissibile anche un teatro scacciapensieri.

E' ammissibile soprattutto per gente che pensi poco, ma intanto la rivalità Eduardo-Peppino continua. Bei tempi, quelli dei primi De Filippo. Non erano Eduardo, nè Peppino nè Titilla, ma tutti insieme. Si sapeva che i tre fratelli avevano caratteri difficili, che fuori del teatro non erano divertenti e allegri come apparivano sulla scena, e per averne conferma bastava incontrarli dopo la recita in qualche casa amica. Peppino stava seduto ore ed ore su un divano, con repressione di uno il quale non si avveda della gente che gli si muove attorno. Eduardo non stava mai fermo, ma era difficile vederlo sorridere, e dai muscoli della sua faccia in continua vibrazione si diffondeva una penosa inquietudine. Titina, o era assente o aveva l’aria aggressiva. Sul palcoscenico, tuttavia, quel trio era perfetto. Tanto perfetto che anche adesso, nelle belle commedie di Eduardo, c’è sempre una parte per Peppino, recitata da altro attore e che invece si vorrebbe vedere interpretata da lui.

Cominciò Titina ad andarsene con Taranto. Lasciò il teatro per la rivista, e la distinzione era più che altro formale. Nelle riviste di Taranto la commedia ha gran parte, e nella recitazione dei De Filippo sono sempre presenti tanto l’eredità di Scarpetta quanto la memoria dei loro inizi che sono legati all’avanspettacolo e al caffè-concerto. Le farse di Peppino, in questo senso, significano appunto un ritorno allo stile dei primi tempi. Dopo un po’ d anni anche Peppino e Eduardo si divisero e gli appassionati del loro teatro pensarono con rammarico che non avrebbero più potuto riascoltare Natale in casa Cupiello. Eduardo si riuniva a Titina e la ricollocava in primo piano, ma l’antagonismo con Peppino s’inasprì, si esasperò, diventò, dicono, cattivo. Entrambi napoletani, entrambi autori di commedie, entrambi portati alle parti comiche (benché la sensibilità di Eduardo sia più ricca e profonda), pur contrastandosi cercarono di distinguersi imo dall’altro. Il dispetto indusse Eduardo a privarsi perfino del cognome che da tempo ha cessato di figurare nei manifesti delle sue compagnie: tanto lo conoscono tutti. Necessità pratiche indussero Peppino a rinunziare al dialetto napoletano e a circondarsi di attori che recitano in lingua. Ma anche questa rinunzia non ha niente di concreto. Le compagnie di Peppino e le sue commedie, sebbene tradotte in lingua italiana, rimangono tipicamente dialettali.

Il dissidio è profondo e non si sa quando nè come potrebbe aver fine. Esso mette a dura prova i rappresentanti del Reame di Napoli che sono numerosi in ogni città d’Italia. Nessuno vorrebbe dare la preferenza a uno dcji due fratelli; tutti si comportano con Eduardo badando di non offendere Peppino, e con Peppino in modo di non urtare la suscettibilità di Eduardo. A Milano, maestri di questa pratica sono don Peppino Somma e i fratelli Petriccione, Per essi vedere i De Filippo riuniti in una sola compagnia sarebbe un grande avvenimento e sicuramente in segreto sperano che ciò accadrà. Ma quando i piatti sono rotti è difficile riaggiustarli.

Raul Radice, «L'Europeo», anno III, n.50, 14 dicembre 1947


1948 12 26 L Europeo De Filippo intro

Quando si seppe che Eduardo De Filippo avrebbe rappresentato la sua nuova commedia «Le voci di dentro», alcuni credettero che si trattasse ancora della «Grande magìa» annunziata un mese fa, agli inizi della stagione al Nuovo di Milano. Eduardo poteva averle cambiato il titolo. Invece si trattava di una commedia ancor fresca di inchiostro; anzi, quando l'annunzio fu dato, non ancora finita di scrivere. La commedia fu rappresentata la sera di sabato 11 dicembre, l'ultima scena fu scritta nella mattinata e provata dagli altri attori per la prima volta nel pomeriggio. Del resto, di tutta la commedia, fino a una settimana prima non esisteva una parola scritta. Qualcuno, sabato scorso, si domandava il perchè di tanta fretta; e pensava che «Le voci di dentro» avrebbero potuto giovarsi di altri sette giorni di lavoro. E’ facile vedere in queste bravure chi sa quale impazienza, o magari un eccesso di fiducia nelle proprie forze. Comunque la faccia di Eduardo, più mobile del solito, e i suoi occhi allucinati, non dicevano, niente di simile. Se mai vi si leggevano qualche traccia di fatica e la volontà tesa a superare quest’altro ostacolo; ma anche, per quanto dominati, il timore e forse il panico. Tanto più dopo il primo atto, accolto con una freddezza della quale Eduardo attore non doveva nemmeno ricordarsi. Il sipario si aprì soltanto due volte, davanti a un pubblico duro e immobile. Applaudivano in pochi, anzi pochissimi; e il giornalista napoletano Peppino Somma tentò inutilmente di provocare una terza chiamata.

La realtà, infatti, era diversa. La nuova commedia era stata scritta come rimedio a un incidente della Compagnia. Titina, che nella «Grande magìa» ha una parte notevole ed è comunque insostituibile, ammalatasi al principio della stagione, aveva ricominciato a recitare da un paio di settimane. Il pubblico avrebbe dunque potuto ascoltare la novità attesa. Senonchè Titina, avendo troppo fidato nelle proprie forze, fu costretta a interrompere una seconda volta le recite e fu mandata dal medico a finire la convalescenza al mere. Da quel momento Eduardo si pose il problema di rappresentare una commedia nuova in cui Titina non avesse parte. Scrittore fertile e uomo di talento, la scrisse egli stesso.

«Le voci di dentro» è dunque un lavoro nato dall’occasione in un’epoca in cui l’occasione sembra dimenticata e contraria all’arte dello scrivere, benché da essa in passato siano derivati alcuni capolavori. Che poi la commedia sia stata scritta in pochi giorni, nemmeno questo è un fatto nuovo, il casi di autori drammatici che si mettono a tavolino quando la commedia è già interamente pensata, sono frequenti. Marco Praga diceva di aver scritto «La porta chiusa» in otto giorni, e i primi due atti della «Moglie ideale» in due notti. Meno usuale è il caso di un autore che di giorno scrive una commedia e di sera ne recita un’altra.

Non è improbabile che Eduardo De Filippo debba in seguito modificare qualche parte della commedia, e rimetter mano al primo atto che è il meno attraente ed anche il meno chiaro. Ma certo non modificherà il secondo atto, nel quale l’invenzione è ricca e sorprendente e che suscita un entusiasmo non diverso da quello del secondo atto di «Questi fantasmi» o del primo di «Napoli milionaria».

«Le voci di dentro», come almeno quattro delle commedie precedenti, confermano che Eduardo ha abbandonato il bozzetto senza tradire il dialetto che fa tutt’uno con la sua indole. Certo può parere detteranno che un tale, dopo aver sognato un delitto ed essersene immedesimato al punto di denunciare i presunti assassini, debba poi convincersi che in sostanza il suo sogno era esatto nonostante l’assassinato sia vivo vivissimo e nessuno dei colpevoli abbia mai pensato di ucciderlo. E’ letterario, ma non per questo impopolare. Popolarissimo, poi, è il pessimismo di cui Eduardo da qualche anno si è fatto banditore, e molto dialettali le conclusioni morali delle sue commedie.

A questi moralismi, alcuni preferiscono che farse di una volta. Ma le ricordano poi bene? E non trovano nessun nesso, tra l’estro di allora e l’immaginazione d’oggi che fa di Eduardo un commediografo singolarissimo, per non dire unico?

Raul Radice, «L'Europeo», anno IV, n.52, 26 dicembre 1948


1951 07 08 L Europeo Eduardo De Filippo intro

Roma, luglio

Mai come quest’anno le compagnie di prosa hanno avuto fretta di mettersi in vacanza. Eduardo De Filippo ha terminato la sua stagione il 23 giugno e l'Eliseo ha chiuso le porte. Lo avevano preceduto il Quirino e il Valle. Chiuso il Teatro delle Arti, chiusi l’Ateneo e i Satiri, soltanto il Sistina rimane aperto per qualche spettacolo di rivista. A Milano la situazione non è molto diversa: una sola compagnia di prosa, quella dei Micheluzzi, al Teatro di via Manzoni; quattro compagnie di riviste all’Odeon, all’Excelsior e al Mediolanum.

Chi avesse voglia di ascoltare una commedia dovrà forse aspettare il mese di settembre. L’ipotesi può sembrare superflua. Incassi alla mano, tutti son pronti a giurare che le commedie non vuole ascoltarle nessuno. Trattandosi di una attività sovvenzionata, non si poteva arrivare a risultati più squallidi.

La polemica sulle sovvenzioni si è riaccesa anche recentemente nei giornali politici. E’ un argomento che si presta allo spirito di parte, che ogni volta chiama in causa la direzione generale dello spettacolo, e al quale partecipano tutti, capocomici, impresari, autori, critici e registi. In generale ognuno considera il problema dal proprio angolo personale. Tutti accaniti nel dirne male, nessuno pensa che le sovvenzioni debbano essere abolite. Nessuno si domanda per quali ragioni fino a circa il 1923 il teatro drammatico fu industria o attività privata, e la scelta degli attori, del repertorio e dei teatri, la durata delle formazioni, il giro delle piazze, erano studiati nei modi propri di tutte le attività che non chiedono nulla allo Stato. Di quella consuetudine, oggi divenuta impossibile, esiste un esempio superstite. Eduardo De Filippo non usufruisce di nessuna sovvenzione. Fatta eccezione per casi rarissimi, da anni rappresenta un solo autore italiano, se stesso; da solo sceglie gli attori, stabilisce il repertorio, impegna i teatri} rispettati i contratti, comincia e finisce quando gli pare. E' un caso di attività legittima, indipendente e redditizia.

Eduardo è una eccezione. Ma il suo caso oltre tutto dimostra che il pubblico non diserta le platee di proposito. Questo lo sanno anche la Morelli e Stoppa, Cervi e la Pagnani, Ricci, Guido Salvini, il Piccolo Teatro di Milano. A nessuno t mancato il concorso degli spettatori.

Perché dunque tutte le iniziative hanno un respiro cosi corto? Lasciando da parte i pessimi e i mediocri, la ragione sta nel fatto che anche i buoni ogni volta devono ricominciare da capo. Qui si entra nel vivo del problema. Ammesso che ii teatro non basta a se stesso e che per vivere gli occorre il concorso dello Stato, si vorrebbe che lo Stato facesse una distinzione precisa tra buoni e cattivi. E’ possibile? La direzione del teatro a suo modo e in certi limiti qualche distinzione la fa. Ma non si può pretendere dallo Stato l’esercizio di una critica estetica, che tra l’altro equivarrebbe ad una imposizione. Trattandosi di erogazioni la direzione consulta i suoi organi e imbastisce un regolamento. Poi lo applica. E’ naturale che sia protezionista rispetto alla produzione, e assistenziale rispetto agli attori. Tuttavia un sistema simile giova davvero, o alla lunga i primi a risentirne non saranno i protetti e gli assistiti? Quando il dilagare delle formazioni senza senso e la rappresentazione di commedie insignificanti avranno ancor più disavviato il pubblico a cosa avrà servito l’erogazione di tanto danaro?

Nonostante la buona volontà dello Stato le sovvenzioni sono inefficienti per un vizio d’origine : venendo incontro alle necessità di un mercato povero, praticamente diventano uno sperpero. E' un aiuto a singhiozzo del quale non rimane assolutamente nulla e che non può tenere conto dei fenomeni esterni, primo fra tutti la crisi di produzione che affligge il teatro in ogni parte del mondo.

Esiste una soluzione? Esiste, e andrebbe affrontata con coraggio. I milioni che lo Stato spende annualmente oer il teatro non sono quanti si dice. Si tratta comunque di un ammontare ragguardevole, al quale potrebbero essere aggiunte le somme che gli enti turistici o comunali spendono nei mesi estivi per gli spettacoli all’aperto. Occorre evitare la dispersione di tali somme e incanalarle verso un fine unico. Ciò che viene speso ogni anno per lo spettacolo è sufficiente a dar vita a un teatro di Stato con una sua sede in almeno tre città. Vorrebbe dire disporre di tre compagnie numerose nelle quali potrebbero essere impiegati stabilmente o a turno la maggior parte degli attori, poter raccogliere nei magazzini del teatro il materiale che adesso scompare alla fine d’ogni stagione e che nel giro di pochi anni costituirebbe un patrimonio ingente, dare a quei nuclei fissi la possibilità di riprendere spettacoli spesso eccellenti che le condizioni attuali non consentono di riallestire, promuovere il loro affiatamento e favorire i loro scambi da città a città. Vorrebbe dire infine avere la possibilità di provvedere un repertorio scelto attingendo ai testi di ogni epoca e paese. Nei periodi in cui il teatro segna il passo nulla giova alla sua rinascita quanto i grandi esempi del teatro passato.

Raul Radice, «L'Europeo», anno VII, n.20, 8 luglio 1951


1951 12 05 L Europeo Titina Eduardo De Filippo intro

«Filumena Marturano» è una delle commedie più applaudite di Eduardo De Filippo. Come è noto in essa sono rappresentati i casi di una donna del popolo napoletano, ex-prostituta, vivente da trent’anni con uno dei suoi tanti amanti, l’industriale Domenico Soriano. Questo ultimo, egoista, fannullone e donnaiolo, vorrebbe disfarsi di Filumena ormai vecchia e sposare una bellissima e giovane straniera. Egli non esita a invitare la futura sposa nella casa dove convive con Filumena che in tali occasioni fa passare per sua governante. Ma Filumena para il colpo dandosi per moribonda: con macabra finzione si fa sposare in extremis dal commosso amante; quindi, una volta partito il prete salta più viva che mai dal letto di morte, decisa a sostenere d’ora in poi l’agognata parte di signora Soriano.

Ella spiega anche all’allibito industriale il perché della commedia: ha tre figli, nati, come si dice, dall’amore, e vuole che cessino di essere figli di nessuno e acquistino un nome, quello, appunto, di Soriano. Ira dello industriale, scenate, avvocati Filumena, forse per fierezza forse per calcolo, accetta alla fine l'annullamento del fraudolento legame matrimoniale e va a convivere con uno dei tre figli, un povero operaio. Ma con Filumena, dalla casa sontuosa di Domenico Soriano, esce anche la vita: vanno via le domestiche, solidali con la vecchia padrona, va via il fedele cameriere non senza impartire, prima di andarsene, una lezione di morale all’attonito padrone. Domenico Soriano comincia a sentire rimorso della propria durezza e del proprio egoismo, tanto più che i rapporti con la futura moglie non vanno bene, che gli mancano le vecchie cordiali abitudini di un tempo e che, infine, Filumena abilmente gli ha fatto credere che uno dei suoi tre ragazzi è figlio di lui. Pur di sentirsi chiamare «papà», Soriano risposa, questa volta sul serio, Filumena.

Nella commedia, come anche nel film che Eduardo De Filippo ne ha tratto, il carattere più complesso e più vitale è quello della protagonista insieme furba e generosa, calcolatrice e ingenua, ma. come appare, soprattutto ottima madre. E' un personaggio autentico, per nulla sentimentale, frugato con fermezza talvolta brutale, ravvivato da notazioni di un realismo originale (gli occhi asciutti di Filumena che piangono soltanto nell’ultima scena, quando essa è ormai sicura del fatto suo). Il personaggio dell’industriale non è meno vero: chiunque conosca Napoli e certi suoi ricchi oziosi, vi riconoscerà un tipo assai diffuso. Senonchè in questa figura il segno di De Filippo è meno fermo, più indulgente e più generico.

Eduardo De Filippo è regista come è commediografo: senza sussidi letterari o culturali, senza ricerche di stile, per originaria forza d'istinto. La sua regia, come già in Napoli milionaria, rivela una solidità artigiana, forse in qualche punto semplice fino alia rozzezza, ma efficace. La casa dell' industriale, per esempio, caratteristica casa di ricco napoletano, non è un fondale di teatro ma è sentita e descritta dalla macchina da presa con effetti talvolta sorprendenti. In scene o meglio scenate come quella che fa affacciare tutti gli inquilini del caseggiato, De Filippo oltrepassa di molto la pittura di genere. L’interpretazione di Titina De Filippo è da grande attrice. Ottima quella di Eduardo e di tutti gli altri.

Alberto Moravia, «L'Europeo», anno VII, n.49, 5 dicembre 1951


1953 01 22 Europeo Eduardo De Filippo intro

Ha la sensazione, egli dice, di essere al centro di un “successo inglorioso”

Roma, gennaio

Ho chiesto a Eduardo De Filippo la ragione della sua assenza dal palcoscenico, che dura da più di un anno. Ha risposto: «Faccio la prova generale della mia morte». Eravamo nel suo studio al settimo piano di una casa di via Flaminia; una stanza poco più grande della cabina di un transatlantico, con una finestra che inquadra i pini dei Parioll; uno scrittoio piccolissimo, e sullo scrittoio un lume ottocentesco dal quale pendono quattro rosari.

Eduardo aveva appena ricevuto da Parigi una lettera che lo invita ad assistere alla centesima rappresentazione di Filumena Marturano di cui è interprete Valentine Tessier. A Zagabria hanno tradotto Napoli milionaria, a Monaco di Baviera si sta per allestire La grande magia; Le voci di dentro e Questi fantasmi continuano ad essere rappresentate in alcuni paesi dell'America del Sud. (Una volta Ruggero Ruggeri gli disse : «Beato lei che le commedie le scrive da sé). Ma tutto questo non toglie a Eduardo la sensazione di essere al centro di un «successo inglorioso».

Tutte le volte che ha smesso di recitare, nessuno, fuor che i critici, gli ha domandato perché non rifacesse compagnia. Non ha mai avuto premi o sovvenzioni, né come attore, né come commediografo (in questi giorni, anzi, si è dimesso dal sindacato degli autori drammatici). E quando decise di ricostruire con i propri mezzi il teatro San Ferdinando di Napoli colpito dalle bombe, non potè usufruire della concessione dei mutui che un decreto del 1946 prevede per gli edifici distrutti dalla guerra. C’è di mezzo la clausola di pubblica utilità, dalla quale i teatri sono esclusi. «Se i teatri non sono di pubblica utilità», dice Eduardo, «che cosa ci stiamo a fare io e quanti in Italia, direttamente o no, si occupano dello spettacolo?».

Ma la domanda che più lo assilla è un’altra, e riguarda la sorte del dialetto: «Come finirà?». Quando arrivarono a Roma per la prima volta con la loro compagnia, nel 1930, Eduardo, Titina e Peppino furono accolti con diffidenza. Ottennero a fatica il Valle, gli impresari facevano ad essi credito per appena una settimana. Nuovi al pubblico romano, recitarono invece quarantacinque giorni consecutivi con una lunga serie di teatri esauriti.

Era cominciato il grande successo. Ma di lì a pochi anni si accese l'ostracismo ai dialetti e alle forme dialettali. Non si arrivò a impedire la rappresentazione di commedie siciliane, napoletane, genovesi e venete etra le ultime alcune erano di Carlo Goldoni), ma invalse l'abitudine di considerarle con sopportazione. Simile indirizzo doveva lasciare una traccia, un’ombra che nemmeno oggi si può dire interamente cancellata. Eduardo se la sente sulle spalle, vede gli attori dialettali disperdersi uno alla volta, finire nelle compagnie di rivista o in compagnie normali nelle quali si sentono spaesati: «Se nel 1930 non mi avesse arriso il successo del Valle, anch'io probabilmente avrei rinunziato al dialetto. Sarei diventato un mediocre attore italiano».

La «prova generale», di cui Eduardo parla, non lo ha però costretto all'ozio. Ha fatto del cinema (lo fa tuttora), ha messo insieme un secondo volume di versi, ha portato avanti. Impegnando tutti i suol guadagni (un numero imprecisato di milioni), il teatro San Ferdinando che sta per essere finito, e del quale sarà il solo proprietario. Ma, volendo inaugurarlo con Titina nell’autunno di quest’anno (è un teatro di milletrecento posti), si è dato soprattutto pensiero di rinnovare il repertorio ed ha scritto tre commedie nuove.

Della prima, che si intitola Mia famiglia, L’Europeo ha già informato i lettori. Il tema generale si è tuttavia arricchito. Nel quadro che essa prospetta (da una parte le troppe responsabilità che gravano sul padre, dall’altra la crescente distrazione della madre e la maggiore indipendenza del figli) si è inserito il tema scottante della inversione sessuale. Eduardo, arrivando a conseguenze estreme, nel fenomeno dell'omosessualità vede addirittura il pericolo di una nuova guerra.

La seconda, intitolata L’arte della commedia, è divisa in due parti e si svolge nella prefettura di una provincia secondaria, dove un attore dialettale viene a diverbio col prefetto al quale aveva chiesto invano di avallare la propria fatica onorando della sua presenza la recita serale. L’attore si allontana minacciando di mandare in prefettura tutti gli attori della compagnia, ognuno dei quali protesterà per proprio conto. Da quel momento il prefetto è tormentato dal dubbio. Ad ogni persona che gli si presenta durante la giornata egli si domanda se i casi che gii sono prospettati siano veri, o non piuttosto inventati da un possibile attore. Perfino davanti a un suicida il rappresentante del governo dubita che si tratti di finzione. L’attore è richiamato per dire se in quel tizio riconosce un collega, ma la sua risposta è ambigua: «Se lei non sa distinguere chi di noi è attore e chi non lo è». dice al prefetto, «significa che siamo grandi artisti. Venga alla rappresentazione >.

L'ultima commedia. Oli esami non finiscono mai, è in diciotto quadri. Narra la vita di un ragazzo dal momento in cui egli festeggia il conseguimento della propria laurea, fino alla morte che lo coglierà molti anni dopo. Tutto nella sua vicenda è esame: prima da parte del futuri suoceri, poi della moglie, degli amici di casa, dei figli, dei conoscenti (c'è anche un «esame del cornuto»), infine del medico e del prete. E’ un esame finale? No, poiché il sacerdote rammenta al morituro quale altro rendiconto lo aspetta nell’aldllà.

Delle tre commedie, Eduardo racconta anche i particolari minimi; soltanto, ogni poco si interrompe per contrarre le mascelle e chiedere a se stesso: «Come finisce questo dialetto?».

Raul Radice, «L'Europeo», anno IX, n.4, 22 gennaio 1953


1954 01 31 L Europeo Eduardo De Filippo intro

Il Teatro San Ferdinando ricostruito a Napoli da Eduardo De Filippo, il quale ha impedito che sull’area dell'edifìcio distrutto sorgesse una sala cinematografica, sorge nel mezzo della Sezione Vicaria, un quartiere popolare assai povero. La sera della inaugurazione tutti gli abitanti del quartiere si erano radunati sulla piazza e sulle strade che circondano il teatro. E sì comportavano come non si comportano i poveri di nessun'altra città. Perché gli invitati erano tutti in abito da sera, quanto più le vesti e le pellicce delle signore apparivano sfarzose, tanto più la folla applaudiva. Era un modo di partecipare alla festa e forse di mostrarsi solidali con Eduardo che dei suoi nuovi vicini si era guadagnato l'animo mediante un cartello appiccicato ai muri.

Occorre tener presente che il vecchio «San Ferdinando», pure avendo avuto origini illustri ed essersi disputato col «San Carlo» la presenza della Corte borbonica, prima di crollare sotto i bombardamenti dell'ultima guerra era stato per quarantanni il feudo di Federico Stella che aveva conquistato il pubblico plebeo rappresentando i drammi più vistosi del «basso romanticismo». Opere come Tenebre d'amore, Il pizzaiolo del Carmine e Ciro il gobbo accendevano la fantasia popolare. E non era raro il caso di spettatori la cui partecipazione arrivava al punto di prendere le parti del personaggio innocente avvisandolo del luogo in cui si trovava il tiranno o l’assassino.

1954 01 31 L Europeo Eduardo De Filippo f1
NAPOLI. La baronessa Licia Compagna fra Eduardo De Filippo (a sinistra) e il duca Riario Sforza al ricevimento offerto in occasione dell'inaugurazione del San Ferdinando. Il teatro, distrutto durante la guerra, è stato ricostruito a spese di Eduardo De Filippo.

A un pubblico di quel genere non occorreva un locale elegante. Ed era naturale che il nuovo «San Ferdinando», edificato senza economie, lo intimorisse. Soprattutto intimoriva le persone che, ferme davanti all’ingresso, leggevano sul manifesti i prezzi stabiliti per la serata inaugurale. La loro borsa non poteva arrivare a tanto. Eduardo lo seppe, e il giorno dopo fece affiggere un cartello nel quale si esprimeva in dialetto. Rivolgendosi ai «napulitane belle» li assicurava che il teatro era a disposizione di tutti, e che tre volte alla settimana avrebbe venduto i biglietti a seicento, quattrocento e duecento lire. In cambio chiedeva ai genitori che ammonissero i ragazzi di fare attenzione, quando tirano l sassi, alle lampade dell’entrata; e di non sporcare con il carbone i muri rifatti a nuovo.

Lo ascolteranno. Il teatro, la cui inaugurazione è avvenuta in due serate consecutive, è bello e capace: dispone di un magnifico ridotto a due piani, di un palcoscenico perfettamente attrezzato, di una platea a scalinate, di una fila di palchi e di una grande galleria, È moderno, ma le sue linee architettoniche rispettano la struttura ottocentesca. Si capisce che nella serata del 21, dopo un discorso di Sinibaldo Tino, Eduardo abbia voluto narrare in quali condizioni di spirito si decise a ricostruirlo impegnandovi i guadagni di molti anni, quanti ostacoli dovette superare e quali affanni vincere prima di arrivare alla fine.

Ed ecco l'attore, dalle vicende recenti, risalire alle proprie origini e rinarrarle in un «recital» che gli ha consentito di risuscitare rapidamente i tipi più noti da lui creati. Sullo sfondo di un camerino «risica tei lo», Eduardo è stato di volta in volta il cantante di caffè-concerto, Sik-Sik, lo spazzino Vincenzo Esposito, il venditore di cravatte, il tranviere di Napoli milionaria. A un certo punto Eduardo parve non reggere agli applausi. Si sedette sul cupolino del suggeritore e disse: «Eppure non sono ancora vecchio». Indicò Titina, che sedeva in un palco e alla quale il pubblico ri volse un’altra ovazione. Indicò suo figlio Luca, che a cinque anni già si rivela un mimo sorprendente. «Di solito gli attori», concluse Eduardo, «desiderano che i loro figli diventino ingegneri o avvocati. Io spero che Luca diventi attore».

La sera dopo è stata rappresentata La Palummella di Antonio Petito, commedia che ha ottant’anni, con la quale Eduardo inizia il riassunto storico del teatro napoletano di cui il nostro giornale già diede conto. Palummella è una commedia assurda e movimentata, nella quale i principi si fingono camerieri ed i plebei pretendono di passar per nobili, dove a un certo momento uno straccione recita la parte del grande ammiraglio e un paio di baroni si rivelano per quel che sono: cucinieri che hanno rubato un servizio di argenteria.

Questa buffoneria gira attorno ad un paio di matrimoni, condita dai lazzi di Pulcinella e dalle lepidezze di Felice Sciosciammocca. Ma dai saloni fastosi, che Eduardo ed il regista Antonio Viviani hanno immaginato con gran gusto, la commedia ha il merito di scendere in piazza. Il secondo atto attinge vita dalla freschezza popolana e ha movimenti di opera buffa che culminano in una deliziosa gara canora durante la quale una trentina di personaggi si impegnano a sopraffarsi.

Palummella è recitata con intelligenza, bravura e schiettezza da Eduardo, Tecla Scarano, Tina Pica, Rosetta Dei, Thea Prandi e Jole Fierro, Ugo D'Alessio e Amedeo Girard. Con essi collaborano un'altra dozzina di attori.

Alla fine dello spettacolo l’ultimo Pulcinella superstite, il settantottenne Salvatore de Muto, ha simbolicamente consegnato a Eduardo la maschera di cuoio nero, secondo la tradizione del «San Carlino». «Per cient'anne» erano le parole che una volta accompagnavano il rito.

Raul Radice, «L'Europeo», anno X, n.5, 31 gennaio 1954 


Le prime esperienze in proprio

Al termine della stagione teatrale del 1927, Eduardo tenta un esperimento "in proprio", mettendo su una sorta di cooperativa d'attori senza produttore nè finanziatore diretti, e per la quale chiama i fratelli Peppino e Titina a recitare in un sodalizio artistico con Michele Galdieri (amico di Eduardo e figlio del poeta Rocco); nasce così la Compagnia Galdieri-De Filippo, di cui Eduardo è il direttore, che debutta con successo al Fiorentini di Napoli il 27 luglio con lo spettacolo dal titolo scaramantico La rivista ...che non piacerà.

In quel periodo Eduardo conosce Dorothy Pennington ("Dodò"), un'americana di Philadelphia di cui si innamora, nonostante l'avversione della famiglia di lei, e che sposa a Roma con il rito evangelico il 12 dicembre 1928. Intanto proseguono i tentativi di mettersi in proprio assieme ai fratelli e ancora come attore, autore e capocomico lavora nella De Filippo - Comica Compagnia Napoletana d'Arte Moderna. Sempre nel 1928 scrive l'atto unico Filosoficamente, che propone una sorta di ritratto della rassegnazione di un piccolo borghese; il testo però è il solo dell'autore napoletano a non essere mai stato portato sulla scena.
Nel 1929, usando degli pseudonimi (R. Maffei, G. Renzi e H. Retti), Eduardo e Peppino mettono in scena lo spettacolo comico Prova generale. Tre modi di far ridere, lavoro in tre atti con prologo ed epilogo di Galdieri, rappresentato al Fiorentini. Numerose saranno negli anni a venire, le volte in cui Eduardo si firmerà, come autore teatrale con vari pseudonimi (tra i più noti, Tricot, Molise, C. Consul); ciò al fine di superare le difficoltà che aveva in quegli anni a farsi riconoscere dagli impresari i suoi diritti d'autore.

"La Ribalta Gaia"

Ma ben presto, Eduardo, Peppino e Titina vengono chiamati dall'impresario della Compagnia Molinari, appena privatasi dell'apporto di Totò che vi aveva recitato, a costituire una ditta autonoma all'interno della compagnia stessa, la Ribalta Gaia, assieme a Pietro Carloni, Carlo Pisacane, Agostino Salvietti, Tina Pica e Giovanni Bernardi. I tre ottennero un buon successo nella rivista Pulcinella principe in sogno.... Ed è all'interno dello spettacolo che viene inserita, come sketch,Sik-Sik, l'artefice magico, tra le commedie più riuscite del periodo giovanile eduardiano, rappresentata al Teatro Nuovo nel 1929 (secondo alcuni nel 1930). Lo spettacolo, che narra con ilarità malinconica i risvolti amari della vita di un artista tormentato, povero e anche un po' filosofo, ottiene a Napoli un clamoroso successo di critica e di pubblico che viene in parte a mancare nella successiva rappresentazione estiva a Palermo, dove Titina, inadatta al ruolo per lei non consono di soubrette, viene fischiata.
Eduardo è lanciato verso il successo e collabora anche agli altri copioni della Compagnia Molinari, come autore (con Mario Mangini in Follia dei brillanti e La terra non gira, con Carlo Mauro in La signora al balcone, con Mangini e Mauro inC'era una volta Napoli, Le follie della città, E' arrivato 'o trentuno, S'è 'nfuocato o sole!, Cento di questi giorni e Vezzi e riso).

Il Teatro Umoristico "I De Filippo"

Dal 1931 finalmente il sogno dei tre fratelli d'arte di recitare assieme in una compagnia tutta loro diventa realtà. Eduardo fonda, raccogliendo l'adesione dei fratelli, la compagnia del Teatro Umoristico "I De Filippo", che debutta con successo a Roma. Dopo alcune recite a Milano, la compagnia è a Napoli al Teatro Kursaal (poi Filangieri) dove rappresentano O chiavino di Carlo Mauro, Sik-Sik e per la prima volta la commedia scritta da Peppino Don Rafele 'o trumbone. Vanno quindi in scena l'adattamento L'ultimo Bottone (di Munos Seca e Garcia Alvarez) e una nuova commedia scritta da Eduardo dal titolo Quei figuri di trent'anni fa (titolo originario mutato per la censura, La bisca). Gli ultimi giorni dell'estate i De Filippo sono a Montecatini dove presentano alcuni sketch assieme alla soubrette emergente Ellen Meis, senza riscuotere particolare successo, prima di tornare a recitare per l'ultima volta con la Molinari. Il 1931 è anche l'anno in cui Eduardo presenta, sotto lo pseudonimo di Tricot, Ogni anno punto e da capo, in occasione di una serata della festa di Piedigrotta dedicata alla canzone al Teatro Reale, la cui prima rappresentazione avviene al Teatro Nuovo, all'interno dello spettacolo di rivista Cento di questi giorni, in occasione di una serata in onore del fratello Peppino. La scatenata verve comica dei tre fratelli risaliva alle forme farsesche dell'antica commedia dell'Arte, che Eduardo conosceva bene avendola studiata e non condividendone la visione che gli studiosi avevano di essa: si dimostrò, infatti, critico verso l'agiografia degli attori che ne veniva fatta.

Natale in casa Cupiello

La commedia forse più nota di Eduardo, Natale in casa Cupiello, portata in scena per la prima volta al Teatro Kursaal di Napoli, il 25 dicembre 1931, segna di fatto l'avvio vero e proprio della felice esperienza della Compagnia del "Teatro Umoristico I De Filippo", composta dai tre fratelli e da attori già famosi o giovani alle prime armi che lo diventeranno (Agostino Salvietti, Pietro Carloni, Tina Pica, Dolores Palumbo, Luigi De Martino, Alfredo Crispo, Gennaro Pisano). A giugno Eduardo aveva firmato un contratto con l'impresario teatrale che lo impegnava per soli nove giorni di recite per presentare il suo nuovo atto unico subito dopo la proiezione di un film. Il successo della commedia fu tale che la durata del contratto fu prolungata sino al 21 maggio 1932. Nata come atto unico (l'odierno 2°), Eduardo aggiunse alla commedia altri due atti, quello di apertura (nel 1932 o 1933) e quello conclusivo, dalla cronologia piuttosto controversa (per alcuni fu scritto nel 1934, secondo altri addirittura nel 1943, secondo un'ipotesi più probabile ed avallata più tardi anche dallo stesso autore che però definirà anche più tardi la commedia come «parto trigemino con una gravidanza durata quattro anni»). Nel Natale eduardiano tutto ruota attorno ad un pranzo natalizio che viene scosso da un dramma della gelosia. Sullo sfondo, il ritratto tragicomico del protagonista, Luca Cupiello, figura ingenua di un vecchio con comportamenti fanciulleschi ed immerso nelle sue fantasie e nel suo amore per il presepe, cui si dedica con passione, apparentemente incurante delle tragiche vicende familiari che gli ruotano attorno. Aspetti autobiografici sono rilevabili nella commedia, sebbene mai confermati dall'autore: i nomi dei protagonisti, Luca e Concetta, sono i medesimi infatti dei nonni di Eduardo.

L'avanspettacolo

Il prolungamento del contratto al Kursaal costringe la compagnia ad un superlavoro, dovendo cambiare spettacolo in cartellone praticamente ogni settimana, come consuetudine in quegli anni di avanspettacolo, dove si recitava subito dopo la proiezione di un film. Numerosi sono i lavori portati in scena: oltre a Natale in casa Cupiello, la compagnia proponeva sovente Sik-Sik, Quei figuri di trent'anni fa oppure commedie in collaborazione con Maria Scarpetta, sorellastra di Eduardo, come Parlate al portiere, Una bella trovata, Noi siamo navigatori, Il thè delle cinque, Cuoco della mala cucina. Curioso è l'episodio della parodia di Cavalleria rusticana che la compagnia portava in scena e che turbò Pietro Mascagni al punto da farne bloccare le repliche. Nell'estate del 1932, la compagnia si trasferisce al cinema-teatro Reale mietendo un buon successo di pubblico e di critica; i tre fratelli vengono ormai chiamati semplicemente con il loro nome di battesimo, Eduardo, Peppino e Titina.

Al Sannazaro

Proprio quando i piccoli cinema-teatri dell'avanspettacolo iniziano a stare stretti alla compagnia "I De Filippo", e nello stesso tempo in cui Eduardo e Peppino sono impegnati con Tito Schipa nella lavorazione nel film Tre uomini in frac di Mario Bonnard, l'impresario del Teatro Sannazaro li scrittura per la stagione del celebre teatro napoletano. Il nuovo sodalizio, che perde Salvietti ma mantiene tra gli altri, Carloni e Pisano, vede una maggiore presenza di Titina come prima attrice della compagnia; il debutto è datato 8 ottobre 1932 con Chi è cchiu' felice 'e me! (due atti di Eduardo, scritta nel 1929) e Amori e balestre (atto unico di Peppino). Si inizia così a formare un primo "repertorio eduardiano" che la compagnia "I De Filippo" porta sulle scene, alternandolo con lavori scritti da Peppino e Titina stessi o da Maria Scarpetta, Ernesto Murolo e Gino Rocca.

La conquista dell'Italia

Eduardo inizia a sentire il bisogno di abbandonare il "provincialismo" napoletano della compagnia e, anche spinto da benevoli spunti della critica decide che è giunto il momento per la sua compagnia di operare il decisivo salto di qualità per iniziare a calcare i più prestigiosi teatri italiani. Fu decisivo in tal senso l'incontro casuale con Luigi Pirandello, che ebbe come conseguenze una grande interpretazione dell'opera Berretto a sonagli nei panni di Ciampa (1936) , la messa in scena di Liolà e la scrittura della commedia L'abito nuovo. 
Il 20 dicembre 1944 recitò per l'ultima volta, al teatro Diana di Napoli, accanto a Peppino, con il quale esplose il diverbio finale: quindi fondò la nuova compagnia teatrale che si chiamò semplicemente "Il Teatro di Eduardo".

La ricostruzione del Teatro San Ferdinando

Nel 1948 egli acquistò il semidistrutto Teatro San Ferdinando di Napoli, investendo tutti i suoi guadagni nella ricostruzione di un antico teatro ricco di storia, mentre Napoli viveva una triste stagione all'insegna della più assurda speculazione edilizia. Il San Ferdinando fu inaugurato il 22 gennaio 1954 con l'opera Palummella zompa e vola. Eduardo cercò di salvaguardare la facciata settecentesca dello stabile realizzando all'interno un teatro tecnicamente all'avanguardia per farne una "casa" per l'attore e per ilpubblico. Al San Ferdinando interpretò le sue opere, ma mise in scena anche testi di autori napoletani per recuperare la tradizione e farne un "trampolino" per un nuovo Teatro.
Adottò il parlato popolare, conferendo in questo modo al dialetto napoletano la dignità di lingua ufficiale, ma elaborò una lingua teatrale che travalicò napoletano ed italiano per diventare una lingua universale. Non vi è dubbio che l'azione e l'opera di Eduardo De Filippo siano state decisive affinché il "teatro dialettale", precedentemente giudicato di second'ordine dai critici, fosse finalmente considerato un "teatro d'arte".
Tra le opere più significative di questo periodo meritano una citazione particolare Napoli milionaria! (1945), Questi fantasmi! e Filumena Marturano (entrambi del 1946), Mia famiglia (1953), Bene mio e core mio (1956), De Pretore Vincenzo (1957), Sabato, domenica e lunedì (1959) scritto apposta per l'attrice Pupella Maggio nei panni della protagonista.

L'impegno politico

Eduardo non abbandonò mai il suo impegno politico e sociale che lo vide in prima linea anche ad ottant'anni quando, nominato senatore a vita lottò in Senato e sul palcoscenico per i minori rinchiusi negli istituti di pena. Nel 1962 partì per una lunga tournée in Unione Sovietica, Polonia ed Ungheria dove poté toccare con mano la grande ammirazione che pubblico ed intellettuali avevano per lui.
Tradotto e rappresentato in tutto il mondo, combatté negli anni sessanta per la creazione a Napoli di un teatro stabile. Continuò ad avere successo e nel 1963 gli venne conferito il "Premio Feltrinelli" per la rappresentazione Il sindaco del rione Sanità (da cui nel 1997 sarà tratto un film interpretato da Anthony Quinn).
Del 1973 è Gli esami non finiscono mai, allestito con successo per la prima volta a Roma: tale commedia gli permise di vincere il "premio Pirandello" per il teatro l'anno successivo. Dopo aver ricevuto due lauree honoris causa (prima aBirmingham nel 1977 e poi a Roma nel 1980) nel 1981 fu nominato senatore a vita e aderì al gruppo della Sinistra Indipendente.
Quando morì, la camera ardente venne allestita al Senato e dopo le solenni esequie trasmesse in diretta televisiva e il commosso saluto di oltre trentamila persone fu sepolto al cimitero del Verano.
Nel teatro italiano, la lezione di Eduardo resta imprescindibile non solo per quanto concerne la contemporanea drammaturgia napoletana (Annibale Ruccello ed Enzo Moscato) e tutta quella fascia di "spettacolarità" tra cinema-teatro-televisione che ha riconosciuto in Massimo Troisi il proprio campione; ma tracce dell'influenza di Eduardo si riconoscono anche in Dario Fo ed in tutta una serie di giovani "attautori" come Ascanio Celestini (soprattutto in merito al linguaggio) o di personalità sconosciute al grande pubblico che lavorano nell'ambito della "ricerca" (si ricordi ad esempio Gaetano Ventriglia).

Il cinema

Dal 1932 Eduardo De Filippo entrò prepotentemente anche nel mondo del grande schermo, sia come attore che come regista (ed occasionalmente anche come sceneggiatore): il suo esordio sul set avvenne con Tre uomini in frack di Mario Bonnard (1932). Eduardo venne scritturato assieme al fratello Peppino da Giuseppe Amato che li aveva visti recitare al Teatro Kursaal di Napoli. Il film aveva come protagonista il celebre cantante Tito Schipa al quale i due fratelli fanno da spalla. La prima regia di Eduardo fu nel film, di cui fu anche interprete, In campagna è caduta una stella del 1940. Amico e collaboratore di Vittorio De Sica, per Vittorio egli inventò alcuni personaggi divertenti in alcune pellicole (Tempi nostri e L'oro di Napoli) e curò la sceneggiatura di Matrimonio all'italiana (1964),remake di Filumena Marturano, film diretto da Eduardo nel 1951 con lui e la sorella Titina protagonisti. Nel 1950 diresse e interpretò con Totò Napoli milionaria!. Dopo la regia di Spara forte, più forte... non capisco! del 1966 Eduardo abbandonò il cinema per dedicarsi alla TV, per la quale ripropose le sue commedie per tutto il decennio successivo e, nel 1984, l'anno della sua morte, interpretò il suo ultimo ruolo: il vecchio maestro nello sceneggiato Cuore, diretto da Luigi Comencini e tratto dal libro di Edmondo De Amicis. Eduardo avrebbe dovuto partecipare al film Porno-Teo-Kolossal di Pier Paolo Pasolini, rimasto incompiuto per la morte prematura dell'intellettuale bolognese. 


Vita privata 

La vita privata di Eduardo, frenetica e confusa nel periodo pre-bellico, trovò invece pace e serenità negli anni della vecchiaia.
Tre sono state le donne importanti e straordinarie nella sua vita: Dorothy Pennington (una giovane e colta americana che sposò nel 1928; il matrimonio fu annullato nel 1952 con sentenza del tribunale della Repubblica di San Marino, poi convalidata anche da quello di Napoli nel 1955), Thea Prandi (madre dei suoi figli Luisa e Luca, sposata il 2 gennaio 1956) e, infine, Isabella Quarantotti, scrittrice e sceneggiatrice che sposò nel 1977.
Nel corso di pochi anni sopportò gravi lutti familiari: prima la morte della figlia Luisella, nel 1960, poi quella della moglie (da cui si era peraltro separato l'anno prima), nel 1961, ed infine l'addio alle scene (1953) e la morte (1963) di Titina, la sorella da sempre "ago della bilancia" tra le forti personalità di Eduardo e di Peppino. Il 4 marzo 1974, in seguito a un malore durante una rappresentazione scenica, gli fu applicato un pacemaker; tuttavia il 27 marzo era di nuovo sul palcoscenico.

L'incerta riconciliazione

Nonostante le voci di riconciliazione con il fratello Peppino in occasione della malattia di questi nel 1980, ripetute anche di recente dal figlio Luigi:
« Anni e anni dopo, quando mio padre si ammalò, avvisai Eduardo. Un po' si fece pregare, ma poi riuscii ad accompagnarlo in clinica; li lasciai da soli. Avevano tante cose da dirsi e poco tempo. Devo ammettere che come famiglia siamo stati molto uniti in scena, ma una volta chiuso il sipario, ognuno faceva la sua vita. Ho continuato a vedere Eduardo anche dopo il litigio. » Secondo alcuni scrittori di argomenti teatrali i due fratelli in realtà non riuscirono a ricomporre i propri dissidi. "I giornali scrissero quello che il pubblico voleva leggere". 

Anche in occasione della morte di Titina nel 1963, Eduardo e Peppino avevano litigato accesamente, davanti alla sorella defunta e agli attoniti familiari di lei, a proposito del luogo di sepoltura.

Si è scritto che alla notizia del peggioramento delle condizioni di Peppino, Eduardo andò sì a fargli visita ma una volta morto il fratello non partecipò alle esequie e la sera, rivolto al pubblico del teatro Duse di Bologna disse: "Adesso mi manca. Come compagno, come amico, ma non come fratello".


C’è troppa gente che vuole ignorarmi, che dimentica di proposito chi sono stati i De Filippo nella storia del teatro italiano, anzi nella storia del costume italiano. Io, quando ho inventato il personaggio di Sik-Sik, ho creato un linguaggio nuovo che è diventato quasi subito una moda seguita da tutti. Nell’Italia degli anni Trenta tutti parlavano come Sik-Sik, ripetevano le sue battute, si divertivano col suo umorismo tragico. E che cos’era l’Italia di allora se non un grande carnevale che serviva a nascondere le miserie della gente?

Sik-Sik nasce nel 1929. Allora al Teatro Nuovo di Napoli si esibiva una compagnia di riviste che faceva perno intorno a quel grosso attore che era Gennaro Di Napoli. Quando questi mori, la compagnia si sciolse e i suoi componenti rimasero sul lastrico. Allora, per rimediare al disastro, l’impresario Aulicino venne a scritturarmi a Roma, dove recitavo al teatro Manzoni. Fui assunto come attore e mi rimorchiai dietro anche mio fratello Peppino, cosi ci riunimmo insieme a mia sorella Titina, che faceva già parte della compagnia.

Dunque debuttammo nel mese di aprile in una rivista casereccia che si intitolava Pulcinella principe in sogno. In questa rivista io figurai anche come attore dello sketch basato sul personaggio di Sik-Sik, il prestigiatore da strapazzo al quale le cose vanno tutte storte, i piccioni diventano pollastri, il “compare” lo pianta in asso all’ultimo momento, sicché il disgraziato, per campare, si vede costretto a inscatolare la moglie incinta in una cassa di un metro quadrato.

Scrissi questo sketch in treno, mentre mi trasferivo da Roma a Napoli. Ma non pensare a un record, per carità: devi ricordare che allora il treno ci metteva quattro ore per compiere il tragitto. Io, poi, ero in arretrato per la consegna del copione, che tutti aspettavano come la manna del cielo. Infatti, quando arrivai, seppi che due giorni prima l’impresario era andato ad accendere un cero a San Gennaro perché mi illuminasse e mi facesse arrivare in tempo per le prove.

Naturalmente, tutti mi furono addosso per vedere subito che cosa avevo portato. Io tirai fuori dalle tasche alcuni fogli di carta da imballaggio sui quali avevo buttato giù, tra gli scossoni del treno, la storia di Sik-Sik e li presentai come se fossero altrettante reliquie da venerare. L’accoglienza non fu precisamente entusiastica, ma quando poi lo sketch andò in scena la reazione del pubblico fu tale che l’impresario si convinse di avere messo le mani su una miniera d’oro.

Erano i tempi d'oro dell’Italia fascista. Allora la gente era impigrita nel quieto vivere, cullata dolcemente da un benessere più di forma che di sostanza, la gente correva a gremire i teatri dove davano soltanto spettacoli scacciapensieri. Era il momento magico delle soubrettes, delle ballerine dai seni opulenti improvvisamente trasmigrate dai cinema teatri di periferia alle ribalte dei grandi teatri. Qui, i loro sussulti e il loro ancheggiare servivano ad accendere i sogni erotici dei commendatori seduti nelle prime file, mentre comici scatenati raccontavano barzellette a doppi e tripli sensi.

In questo mondo di falso oro ci inserimmo noi, i De Filippo, figli veraci del paese dei “vermicelli”, rappresentanti di un’Italia povera che a fatica cercava di tenere il passo dell’epoca, che per forza di cose finiva col fare il verso al banchetto altrui. La gente che ci veniva a sentire li per li impazziva per le nostre trovate, per i nostri lazzi, ma poi a poco a poco scopriva l’amaro che c’era sotto e questo accresceva la sua simpatia per noi. Perché il teatro, con noi, diventava vita, commedia della vita che è sempre buffa e tragica insieme.

Eduardo De Filippo


Teatro - I testi delle opere



Il Dramma, marzo 1943 - Natale in casa Cupiello - Testo teatrale

Il Dramma, luglio 1946 - Questi fantasmi - Testo teatrale


Il Dramma, maggio 1947 - Filumena Marturano - Testo teatrale

Il Dramma, 1 maggio 1948 - Le bugie con le gambe lunghe - Testo teatrale


Il Dramma, 15 marzo 1950 - La grande magia - Testo teatrale

Il Dramma, 15 maggio 1951 - La paura numero uno - Testo teatrale


Farmacia di turno (1920)
Uomo e galantuomo (1922)
Requie a l'anema soja... / I morti non fanno paura (1926)
Ditegli sempre di sì (1927)
Filosoficamente (1928)
Sik-Sik, l'artefice magico (1929)
Chi è cchiu' felice 'e me! (1929)
Quei figuri di trent'anni fa (1929)
Ogni anno punto e da capo (1931)
È arrivato 'o trentuno (1931)
Natale in casa Cupiello (1931)
L'ultimo Bottone (1932)
Gennareniello (1932)
La voce del padrone / Il successo del giorno (1932)
Una bella trovata (1932)
Noi siamo navigatori (1932)
Thè delle cinque (1932)
Cuoco della mala cucina (1932)
Il coraggio (1932)
Il dono di Natale (1932)
Parlate al portiere (1933)
Tre mesi dopo (1934)
Sintetici a qualunque costo
Quinto piano, ti saluto! (1934)
Uno coi capelli bianchi (1935)
L'abito nuovo (1936)
Occhio alle ragazze! (1936)
Che scemenza (1937)
Il ciclone (1938)
Pericolosamente / San Carlino (1938)
La parte di Amleto (1940)
Basta il succo di limone! (1940)
Non ti pago (1940)
Io, l'erede (1942)
La fortuna con l'effe maiuscola (1942)
Sue piccole mani
Napoli milionaria! (1945)
Occhiali neri (1945)
Questi fantasmi! (1946)
Filumena Marturano (1946)
Le bugie con le gambe lunghe (1947)
La grande magia (1948)
Le voci di dentro (1948)
La paura numero uno (1950)
Amicizia (1952)
Mia famiglia (1955)
Bene mio e core mio (1955)
De Pretore Vincenzo (1957)
Il figlio di Pulcinella (1957)
Sabato, domenica e lunedì (1959)
Il sindaco del rione Sanità (1960)
Tommaso d'Amalfi (1962)
L'arte della commedia (1964)
Dolore sotto chiave (1964)
Il cilindro (1965)
Il contratto (1967)
Il monumento (1970)
Gli esami non finiscono mai (1973) 

Cinema (attore)

Tre uomini in frack (1932)
Il cappello a tre punte (1934)
Quei due (1935)
Sono stato io (1937)
L'amor mio non muore (1938)
Il Marchese di Ruvolito (1939)
In campagna è caduta una stella (1939)
Il sogno di tutti (1941)
A che servono questi quattrini (1942)
Non ti pago! (1942)
Il fidanzato di mia moglie (1943)
Non mi muovo! (1943)
La vita ricomincia (1945)
Uno tra la folla (1946) di Ennio Cerlesi
Assunta Spina (1948) di Mario Mattoli con Anna Magnani
Campane a martello (1949)
Filumena Marturano (1951)
Cameriera bella presenza offresi (1951) di Giorgio Pastina
Cinque poveri in automobile (1952)
Le ragazze di Piazza di Spagna (1952)
Marito e moglie (1952)
Ragazze da marito (1952)
Napoletani a Milano (1953)
Traviata '53 (1953)
Villa Borghese (1953)
L'oro di Napoli (1954)
Tempi nostri (1954) film a episodi, regia di Alessandro Blasetti
Cortile (1955)
Fortunella (1958)
Vento di passioni (1958) Regia di Richard Wilson
Ferdinando I, re di Napoli (1959)
Tutti a casa (1960)
Fantasmi a Roma (1960)

Cinema (regista)

In campagna è caduta una stella (1939)
Ti conosco, mascherina! (1944)
Napoli milionaria (1950)
Filumena Marturano (1951)
Marito e moglie (1952)
Ragazze da marito (1952)
I sette peccati capitali (1952), (episodio Avarizia e ira)
Napoletani a Milano (1953)
Questi fantasmi (1954)
Fortunella (1958)
Sogno di una notte di mezza sbornia (1959)
Oggi, domani, dopodomani (1965)
Spara forte, più forte... non capisco! (1966)

Prosa radiofonica

Il mio primo amore (6 marzo 1937)
Le voci di dentro , con Eduardo De Filippo, con Titina De Filippo, Rosita Pisano, Eduardo, Aldo Giuffrè, Vera Carmi, Enzo Donzelli, regia di Eduardo, trasmessa nel secondo programma, giovedì 23 luglio 1959.

Televisione

Teatro in diretta (1955-56)
Miseria e nobiltà
Non ti pago!
Questi fantasmi
Sei telefilm da sei atti unici (1956)
Il dono di natale
Quei figuri di tanti anni fa
I morti non fanno paura
San Carlino 1900... e tanti
Amicizia
La chiave di casa
Teatro in diretta (1959)
Tre calzoni fortunati
La fortuna con l'effe maiuscola
Il medico dei pazzi
Il teatro di Eduardo. Primo ciclo (1962)
Tipi e figure
Poesie
L'avvocato ha fretta
Sik-Sik
Ditegli sempre di sì
Natale in casa Cupiello
Napoli milionaria
Questi fantasmi!
Filumena Marturano
Le voci di dentro
Sabato, domenica e lunedì
Un teleromanzo (1963)
Peppino Girella (originale televisivo in sei puntate)
Il teatro di Eduardo. Secondo ciclo (1964)
Chi è più felice di me?
L'abito nuovo
Non ti pago!
La grande magia
La paura numero uno
Bene mio core mio
Mia famiglia
Il sindaco del rione Sanità
Il ciclo scarpettiano (1975)
Lu curaggio de nu pompiere napulitano
Li nepute de lu sinneco
Na santarella
'O tuono 'e marzo
Il teatro di Eduardo. Terzo ciclo (1975-1976)
Uomo e galantuomo
De Pretore Vincenzo
L'arte della commedia
Gli esami non finiscono mai
Il teatro di Eduardo. Quarto ciclo (1977-1981)
Natale in casa Cupiello (1977)
Il cilindro (1978)
Gennareniello (1978)
Quei figuri di tanti anni fa (1978)
Le voci di dentro (1978)
Il sindaco del rione Sanità (1979)
Il contratto (1981)
Il berretto a sonagli (1981)
Serata d'onore (1978)
Lieta serata insieme a Eduardo e ai suoi compagni d'arte
Lirica in TV (1959, 1977, 1984)
La pietra del paragone (1959)
Napoli milionaria! (1977)
La pietra del paragone (1984)
Cuore (1984)

Opere di Eduardo

Teatro

Teatro. Cantata dei giorni pari, Edizione critica e commentata a cura di Nicola De Blasi e Paola Quarenghi, Milano, Mondadori (I Meridiani) 2000
Teatro. Cantata dei giorni dispari, tomo I, Edizione critica e commentata a cura di Nicola De Blasi e Paola Quarenghi, Milano, Mondadori (I Meridiani) 2005
Teatro. Cantata dei giorni dispari, tomo II, Edizione critica e commentata a cura di Nicola De Blasi e Paola Quarenghi, Milano, Mondadori (I Meridiani) 2007
Cantata dei giorni pari, (Einaudi, Torino, 1959)
Cantata dei giorni dispari (3 volumi), (Einaudi, Torino, 1995)
I capolavori di Eduardo (2 volumi), (Einaudi, Torino, 1973)
Tre commedie (con nota introduttiva di G. Davico Bonino), (Einaudi, Torino, 1992)
Adattamenti e lavori teatrali in collaborazione
L'ultimo Bottone, (adattamento da Munos Seca e Garcia Alvarez)
Sogno di una notte di mezza sbornia, (adattamento libero di L'agonia di Schizzo di Athos Setti) (1936)
Pulicinella ca va' truvanno 'a fortuna soia pe' Napule di P. Altavilla (libero adattamento di Eduardo), (Edizioni del Teatro San Ferdinando, Napoli, 1958)
La fortuna con l'effe maiuscola (in collaborazione con Armando Curcio, in "Il teatro di Armando Curcio", Curcio, Milano, 1977)
La tempesta di William Shakespeare nella traduzione in napoletano di Eduardo De Filippo, (Einaudi, Torino, 1984)
Peppino Girella (da una novella di Isabella Quarantotti De Filippo, Editori Riuniti, Roma, 1964)
Eduardo De Filippo presenta 4 commedie di Eduardo e Vincenzo Scarpetta (liberi adattamenti di Eduardo), (Einaudi, Torino, 1974)
Simpatia (in collaborazione con la Scuola di drammaturgia di Firenze), (Einaudi, Torino, 1981)
Mettiti al passo!, (commedia di Claudio Brachini su soggetto di Eduardo), (Einaudi, Torino, 1982)
L'erede di Shylock (commedia di Luciana Lippi su soggetto di Eduardo), (Einaudi, Torino, 1984)
Un pugno d'acqua (commedia di Renato Iannì su soggetto di Eduardo), (Einaudi, Torino, 1985)
Teatro. Cantata dei giorni pari, a cura di Nicola De Blasi e Paola Quarenghi, Milano, Mondadori (I Meridiani) 2000
Teatro. Cantata dei giorni dispari, tomo I, a cura di Nicola De Blasi e Paola Quarenghi, Milano, Mondadori (I Meridiani) 2005
Teatro. Cantata dei giorni dispari, tomo II, a cura di Nicola De Blasi e Paola Quarenghi, Milano, Mondadori (I Meridiani) 2007

Poesie e racconti

Della produzione artistica di Eduardo non vanno dimenticate le poesie di cui lo stesso autore ce ne racconta la genesi:«Dopo aver scritto poesie giovanili, come fanno più o meno tutti i ragazzi, questa attività divenne per me un aiuto durante la stesura delle mie opere teatrali. Mi succedeva, a volte, riscrivendo una commedia, d'impuntarmi su una situazione da sviluppare, in modo da poterla agganciare più avanti a un'altra, e allora, messo da parte il copione, per non alzarmi dal tavolino con un problema irrisolto, il che avrebbe significato non aver più voglia di riprendere il lavoro per chissà quanto tempo, mi mettevo davanti un foglio bianco e buttavo giù versi che avessero attinenza con l'argomento e i personaggi del lavoro interrotto.
Questo mi portava sempre più vicino all'essenza del mio pensiero e mi permetteva di superare gli ostacoli.
Per esempio, La gatta d' 'o palazzo e Tre ppiccerilli  mi aiutarono ad andare avanti con Filumena Marturano. Come la gatta lascia il biglietto da mille lire e mangia il cibo, così Filumena non mira al danaro di Domenico Soriano ma alla pace e alla serenità dei suoi figli.
I quali figli sono poi i tre bambini sotto un ombrello che vidi davvero una mattina in un vicolo di Napoli, uniti nella poesia, separati nella vicenda teatrale fino al momento della rivelazione di Filumena... A poco a poco ci ho preso gusto e ora scrivo poesie anche indipendentemente dalle commedie». (in nota di copertina a "Eduardo De Filippo,Le poesie, Einaudi, Collana: ET Poesia, 2005"
Il paese di Pulcinella, (Casella, Napoli, 1951)
'O Canisto, (Edizioni del Teatro San Ferdinando, Napoli, 1971)
Le poesie di Eduardo, (Einaudi, Torino, 1975)
'O penziero e altre poesie di Eduardo, (Einaudi, Torino, 1985)
È asciuto 'o sole, (poesia inedita del 1973, Mercurio di La Repubblica, n.20, 19 maggio 1990).

Altri scritti

Io e la nuova commedia di Pirandello, Il Dramma, 1º giugno 1936
Lettera al Ministro dello Spettacolo, in L. Bergonzini e F. Zardi, "Teatro anno zero", (Parenti, Firenze, 1961)
Prefazione a M. Mangini, "Eduardo Scarpetta e il suo tempo", (Montanino, Napoli, 1961)
Sulla recitazione, in "Actors in Acting", Crown Publishers, (New York, 1970)
Il teatro e il mio lavoro, in "Adunanze straordinarie per il conferimento dei premi A. Feltrinelli", vol. I, fasc. 10, (Accademia Nazionale dei Lincei, Roma, 1973)
I fantasmi siamo noi!, lezione-spettacolo, (Piccolo Teatro di Milano, n. 3, 1985)
L'abbrustolaro, Introduzione a M.R. Schiaffino, "Le ore del caffè", (Idealibri, Milano, 1985)
Lezioni di teatro. All'Università di Roma "La Sapienza", a cura di P. Guarenghi, prefazione di F. Marotti, (Einaudi, Torino, 1986)

Onorificenze

Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana — Roma, 2 giugno 1973.
Ambrogino d'oro e cittadinanza onoraria di Milano
Cittadinanza onoraria di Mola di Bari
Premio Feltrinelli dell'Accademia dei Lincei di Roma, 1972

 Note

Le note 2, 3, 4 e 6 sono tratte da un articolo dello scrittore siciliano Andrea Camilleri riportato nel sito vigata.org
  1. ^ solo in quanto attore; come autore e regista si firmava anche con il cognome.
  2. ^ Peppino De FilippoUna famiglia difficileNapoliMarotta1976
  3. ^ Federico Frascani, Eduardo segretoNapoli, Guida, 1974
  4. ^ Eduardo De Filippo, Vita e opere. 1900-1984MondadoriMilano1986
  5. ^ Eduardo, Le poesie di EduardoEinaudiTorino1975
  6. ^ Claudio Donat Cattin, Eduardo, l'arte di invecchiare, intervista TV pubblicata su Il Tempo 19 ottobre 1984
  7. ^ Eduardo De Filippo, L'abbrustolaro, Introduzione a M.R. Schiaffino, Le ore del caffè, Idealibri, Milano1985
  8. ^ Maurizio Giammusso, Vita di EduardoMondadoriMilano1993-95
  9. ^ Fiorenza Di Franco, Il teatro di EduardoLaterzaBari1975
  10. ^ Giulio Trevisani, Storia e vita del teatro, Ceschina, Milano1967
  11. ^ Racconta Andrea Camilleri che lavorò a lungo con Eduardo per la trasposizione televisiva delle sue commedie:«Io gli chiesi una volta dei suoi rapporti con Pirandello. Avevano fatto ‘L’Abito Nuovo’ insieme. Lui aveva una sorta di stima-disistima. Stima l’aveva come uomo di teatro, aveva minore stima come inventore di commedie. Mi raccontò che i ‘Sei Personaggi....’ in realtà non erano originali, ma risalivano non so a quale fonte. Però diceva alla fine: "Come l’ha saputo strutturare lui..."»
  12. ^ Peppino lo ricostruisce così: offeso da un duro richiamo di Eduardo, salì in piedi su una sedia e battendo le mani, cominciò ritmicamente a scandire: "Duce, Duce, Duce!"; rivolgere quell'indirizzo sarcastico al fratello, che faceva il verso alla piaggeria delle masse verso il dittatore da poco deposto, significava censurare l'autoritarismo con cui Eduardo imponeva la sua visione alla compagnia, ma anche offenderlo con un riferimento politico nel quale sicuramente non si riconosceva (Cfr. P. De Filippo, Una famiglia difficile, Napoli, Marotta, 1977).
  13. ^ «La cosa che ritengo davvero straordinaria è come per i napoletani [Eduardo] sia ancora presente, vivo, nei modi di dire, nelle citazioni di sue battute. Noi siamo stati a Vicolo San Liborio, vicolo di "Filumena Marturano", ed è nata come una specie di piccola inchiesta e la gente è convinta che Filumena Marturano abitava lì e ci hanno mostrato la casa.»
  14. ^ «Io sarò al Senato quello che sono stato sia nella vita, sia nelle commedie. È per quello che ho scritto che mi lusingo abbiano voluto compensarmi con la nomina a senatore. Quindi lo sapevano e lo sanno che io sono per il popolo». (Eduardo De Filippo, in occasione della nomina a senatore)
  15. ^ in Terza Università Statale di Roma
  16. ^ Fonte: Defilippo.it
  17. ^ Andrea Camilleri in un articolo scritto in memoria di Eduardo con cui ebbe frequentazioni di lavoro e d'amicizia ricorda questo episodio: «L’immagine che uno aveva di Eduardo era di un uomo corazzato, un uomo che si difendeva anche recitando la parte che si era assegnata lui stesso nella vita. Non so come nel 1960 ero preoccupato perché una delle mie figlie aveva la febbre alta; non pensai all'incidente della bambina di Eduardo e gli dissi che ero un po’ preoccupato per mia figlia. Rispose: "Io l’ho persa una figlia". E mi raccontò minutamente come lui aveva vissuto la cosa e si mise a piangere. Non è una cosa che si sopportava facilmente veder piangere Eduardo. È stata una cosa inenarrabile, penosa. Mi dispiace anche di averla rammentata.»
  18. ^ vedi: la Repubblica
  19. ^ M. Giammusso, Vita di Eduardo, Ed. Mondadori, 1993 pag. 306
  20. ^ vedi: Corriere della Sera
  21. ^ op. cit. pag. 376
  22. ^ Tre ppiccerille,
    sott'a nu mbrello:
    duje bruttulille,
    n'ato cchiù bello.
    Chillu occhiù bello,
    cchiù strappatiello,
    purtav' 'o mbrello,
    a rras' 'e cappiello.
    (da "Tre ppiccerille" in op.cit.)
  23. ^ Dal sito del Quirinale

Riferimenti e bibliografie:

  • Vito Pandolfi in "Cinema Nuovo" n.136, novembre-dicembre 1958, pagg.226-228
  • Eduardo De Filippo "Gente", 16 ottobre 1961
  • "Il Dramma", rivista di spettacolo diretta da Lucio Ridenti (1943-1948)
  • "I De Filippo e il teatro borghese", Enrico Fulchignoni, «Tempo», anno IV, n.62, 1 agosto 1940
  • Raul Radice, «L'Europeo», anno III, n.50, 14 dicembre 1947
  • Raul Radice, «L'Europeo», anno IV, n.19, 9 maggio 1948
  • Raul Radice, «L'Europeo», anno IV, n.52, 26 dicembre 1948
  • Raul Radice, «L'Europeo», anno VI, n.32, 6 agosto 1950
  • Raul Radice, «L'Europeo», anno VII, n.20, 8 luglio 1951
  • Alberto Moravia, «L'Europeo», anno VII, n.49, 5 dicembre 1951
  • «L'Espresso», anno VIII, n.17, 19 aprile 1952
  • Raul Radice, «L'Europeo», anno VIII, n.22, 24 maggio 1952
  • Raul Radice, «L'Europeo», anno X, n.5, 31 gennaio 1954