Il teatro di Totò: 1915-1927


1928 Toto Angela Ippaviz 00 L


Già dal 1912 al 1915, anni di miseria e di stenti,  senza un padre ufficiale e con una madre sedicenne semianalfabeta, manesca e immatura Totò muove i suoi primi passi nelle “staccate” e nelle “periodiche”, ossia quelle prime embrionali occasioni che gli vengono saltuariamente offerte di esibirsi davanti a un pubblico.

Le “staccate” erano spettacoli brevi allestiti alla meglio solo il sabato e la domenica negli infimi teatrini della provincia di Napoli, che prevedevano brevi esibizioni nei vari campi dello spettacolo, come la musica, la lettura di poesie, i giochi di prestigio e la recita di brani tratti dal teatro leggero. Era prevista una cantante, qualche giocoliere e alcuni attori, per lo più adoperati in spettacoli di imitazione o in duetti brevi e spiritosi. Le “periodiche” erano spettacolini organizzati la domenica pomeriggio prima del buffet nelle case private di ricchi borghesi o di aristocratici napoletani che volevano allietare i loro ospiti con recite improvvisate che consistevano più o meno nelle esibizioni di tenori e soprani dilettanti, musicisti e attori comici che prestavano la loro opera anche nelle “staccate”.

Totò, da solo o in coppia, attraverso la pratica in queste occorrenze ebbe modo di mettere a fuoco la sua recitazione, che traeva spunto e ispirazione dalla commedia dell’arte, riproposta negli anni Dieci dal comico Ciccio Marzano, divenuto poi celebre proprio per aver introdotto nei suoi spettacoli la cosiddetta “improvvisata”, che era una recita a soggetto sulla base di un canovaccio approssimativo. Si esibisce così in quello che era il suo cavallo di battaglia e che si trascinerà per diversi anni fino alla sua piena autonomia come attore, ossia nelle imitazioni di Gustavo De Marco, che era il suo idolo e il suo maestro, allievo a sua volta del grande Leopoldo Fregoli ed epigono della grande scuola del Pantalena.

De Marco aveva trasformato la “macchietta”, creata da Nicola Maldacea. esasperandone gli aspetti contorsionistici e perfino acrobatici con una recitazione tutta di derivazione fregoliana, che aveva spinto il suo pubblico a soprannominarlo ’o comico zumpo o ’o comico caucciù, anticipando le espressioni “uomo di gomma” o “uomo caucciù” con cui verrà poi definito il Totò teatrale degli esordi. Era anche riuscito a operare una sintesi tra il dinamismo iperbolico di Fregoli e la recitazione improvvisata di Marzano e del grande Giovanni Mongelluzzo, creatore del bel Ciccillo, che, dopo un laborioso apprendistato nel ruolo di buffo di società, proprio nelle “periodiche” si era imposto al pubblico dei primi affezionati come l’idolo del Caffè de Turco, situato proprio di fronte al caffè storico Gambrinus, in piazza Plebiscito.

Con alle spalle tali maestri, che erano stati un punto di sintesi del teatro leggero napoletano tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, Totò aveva dato vita alla sua prima e più antica maschera, riproducendo quelle stesse macchiette e vestendo lo stesso costume, con una recitazione veloce, ricca di giochi linguistici e sorretta da una forte padronanza mimica. Lui stesso racconta che un giorno del 1912, superando la sua timidezza, era andato nel camerino di Gustavo De Marco al teatro Trianon per ossequiarlo e chiedergli: «Maestro, scusate, ma come avete fatto a imparare quei movimenti?». De Marco gli rispose che aveva imparato da solo, studiando il suo viso deformato all’intemo di un cucchiaio. E Totò trasse da questa incredibile risposta una lezione alla quale si attenne tutta la vita.

Se tuttavia possiamo considerare De Marco come il primo modello recitativo dell’attore, dobbiamo aggiungere che successivamente, man mano che la sua arte andava perfezionandosi e raffinandosi, fu soprattutto Raffaele Viviani il suo punto forte di riferimento. Per Totò, Viviani era riuscito a interpretare perfettamente l’animo napoletano, capace di ridere e piangere contemporaneamente, e a tradurre la comicità all’interno del quadro tragico dell’esistenza, come sarà poi, in ultima istanza, l’essenza stessa della sua recitazione.

Dunque, furono proprio le “periodiche” le prime occasioni nelle quali potè realizzarsi la vocazione di Totò attore, così come era stato anche per Raffaele Viviani e Nicola Maldacea all’inizio della carriera nei vari teatri della Penisola, dove avevano potuto perfezionare le loro tecniche e avevano potuto misurarne l’accoglienza presso un pubblico sia pure ridotto. In questo periodo, ossia il biennio 1912-1914, Totò comincia ad avvertire una spinta, che diverrà successivamente imperativa, a esibirsi in alcuni teatri veri - ancorché squallidi e diroccati, costruiti con tende, sedie pieghevoli e alcune tavole per scena e spesso spazzati via dalle piogge torrenziali e dal vento - che si trovavano alla periferia di Napoli tra il rione Vasto e porta Capuana, nei pressi della ferrovia. È in uno di questi, situato in piazza Garibaldi e del quale non si ricorda nemmeno il nome, che si esibisce per la prima volta nel suo repertorio delle imitazioni di De Marco per un compenso di una lira e ottanta centesimi, con il nome d’arte di Clerment, evidente francesizzazione del cognome della madre, Clemente, che all’epoca era anche il suo. Successivamente, reciterà alla Sala Napoli e all’Orfeo, teatri di infimo ordine.

Enni Bispuri


Sono anni in cui la guerra, il dopoguerra, l’avvento del fascismo segnano anche importanti trasformazioni di gusti e culture. Tramonta il cafè chantant, mentre sulla scena italiana continua la temperie futurista che coinvolge anche Petrolini e si afferma la rivoluzione drammaturgica di Pirandello. Sulla scena napoletana è ben viva ancora la drammaturgia di Eduardo Scarpetta, mentre è più problematica la vita del teatro d’arte e sta esplodendo il fenomeno Viviani. Gli esordi di Totò (nel primo periodo con lo pseudonimo Antonio Clerment, dal cognome della madre, Clemente) vissuti fra Napoli e Roma e poi nei varietà del centro nord, per un verso contano sui racconti dello stesso attore e su testimonianze affascinanti di spettatori straordinari che, a distanza di anni, ne rievocano il ricordo senza precisi riferimenti di tempo e di luogo, e per l’altro su sparse notizie di cronaca e rare locandine, che viceversa, quando danno indicazioni logistiche, non offrono che poche e scarne informazioni sullo spettacolo che annunciano. La selezione di notizie che segue parte dal 1916, quando Totò aveva diciotto anni - ma sicuramente si esibiva già da alcuni anni - e si ferma al momento in cui l’attore viene ingaggiato da Achille Maresca nelle sue formazioni.

Antonella Ottai

Antonio Clerment e le capriole a pagamento

Antonio Clerment/Totò presumibilmente nel periodo 1913-1915, è presente all'Orfeo, al Trianon e altri teatri napoletani non meglio precisati, in quanto più che di teatri si trattava di fatiscenti baracche. Partecipa agli spettacoli organizzati da Mimi Maggio, padre di Beniamino, Dante, Rosalia e Pupella, eseguendo numeri staccati di varietà che venivano dati nella terza e ultima parte dei programmi del Teatro Orfeo per almeno sette mesi, da ottobre a tutto aprile 1915.



I programmi avevano il seguente svolgimento: dopo il primo tempo dedicato allo sviluppo di un bozzetto drammatico ricco di canzoni, e a un secondo tempo quasi sempre costituito da una farsa con Pulcinella, arriva il momento dell’arte varia. Totò eseguiva, nella terza parte del programma, oltre a qualche macchietta imparata pescando nel repertorio di Villani, numeri “acrobatici”, in particolare quelli del “morto vivo” e quello delle “capriole a pagamento” da uno, due e tre soldi. Il “prezzo” saliva in relazione alle difficoltà dell’esecuzione delle capriole concordate. Gli spettatori che “impostano” la richiesta dovevano poi lanciare il “corrispettivo” in palcoscenico. L’incasso, come era capitato al piccolo Viviani quando interpretava lo “scugnizzo”, era di assoluta pertinenza del protagonista.

Dovrà passare qualche anno prima che Antonio Clerment diventi Totò, avvicinandosi al suo vero nome e abbandonando definitivamente il cognome materno. Nel gennaio 1920 la rivista napoletana "Cafè-Chantant" pubblicava una fotografia di Totò, incorniciata con un fregio geometrico, con la didascalia TOTO' IL COMICISSIMO. Comincia la grande avventura...



[...] bisognava vederlo portare le braccia in su, piegando le mani verso gli omeri come una danzatrice sacra indiana, e poi cominciare a buttare il dorso nella direzione opposta all’addome e la testa in tutt’altra direzione rispetto al torso, e gli occhi storcersi nella direzione contraria a quella del capo, e la bazza per conto suo rispetto alla bocca, e il pomo d'adamo correre in giro vorticosamente facendo correre la farfallina nera della cravatta. Era proprio allucinante Totò, a ventisei, ventisette anni in quell’esercizio [...]

Sandro De Feo, 1967

Riferimenti, note e bibliografie:

(*) dati da sottoporre a verifica

  • "Siamo uomini o caporali?" (Alessandro Ferraù e Eduardo Passarelli) - Ed. Capriotti, 1952
  • "Totò attore" (Ennio Bispuri) - Gremese, 2010
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • "Quisquiglie e Pinzellacchere" (Goffredo Fofi) - Savelli Editori, 1976
  • Antonella Ottai in "Totò partenopeo e parte napoletano" - Ed. Marsili
  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "Tempo di Maggio: Teatro popolare del '900 a Napoli" (Nino Masiello), Tullio Pironti Editore, Napoli, 1994
  • Collaborazione biografica all'articolo di Simone Riberto, alias Tenente Colombo.