Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1952


Rassegna Stampa 1952


Totò


1952 01 05 Il Mondo Guardie e ladri intro

Verso la fine di «Guardie e ladri», Totò e Fabrizi, l'uno da ladro e l'altro da poliziotto, inseguito e inseguitore, devono dirsi alcune parole amare sulla loro condizione, giustificandosi e quasi scusandosi reciprocamente sulla ineluttabilità ael loro mestiere, come in una favola in cui il gatto e il topo, venuti alle corte, si confidassero.

Dietro al ladro e al poliziotto, c'è una società che si difende dai ladri per mezzo dei poliziotti; ma gli uni e gli altri, almeno in questo film, senza una vera vocazione per il loro mestiere. Pare non ci sia di meglio da fare, per alcuni tipi, come i protagonisti di questo film: tutti e due buoni padri di famiglia che vogliono crescere figli onesti e laboriosi; anzi il ladro, in questo senso, è il più esemplare. La sua famiglia non conosce, e non si cura di conoscerlo, il genere di lavoro con cui egli sbarca il lunario. E' fatalità, è destino, è cattiva fortuna. Non è nemmeno cattiva organizzazione della società. Il film non vuole dire questo. La società è veduta così, come un profondo regno animale dove gli eventi si svolgono con la cecità del caso.

Lo scenario dell'azione aiuta questa impressione. E' Roma, ma sono i quartieri romani delle borgate, con le misere casupole fradice di pioggia, le strade senza selciato che si trasformano in pozzanghere, e in alto la sommità dei monumenti lontani e dominanti, le cupole delle basiliche, un paesaggio che non ha nulla da spartire con l'umanità che vi si agita e vive e cerca ragioni di vita, un paesaggio di città astratta che ha finito di vivere nel tempo. E’ una delle impressioni più forti di questo film con la sua rude morale e che ha un solo momento in cui si falsa, proprio niella scena del ladro e del poliziotto di fronte, quando dopo essersi evitati e cercati per tutto il film, si confidano le loro ragioni e la fatalità della loro inimicizia. C'è in esse qualcosa di dolciastro e di falso mentre il film non è mai caduto nel sentimento fino a questa scena. Per precisare e dire troppo, la scena perde d‘'efficacia. Ma la situazione è bella, ed è la replica di una simile che apre il film e che là è riuscita, dà più grande effetto comico e patetico.

E' lo stesso poliziotto che insegue il ladro; tutti e due si fermano ansanti a pochi passi di distanza per riprendere fiato. E stabiliscono un contatto umano proprio attraverso queste tare dell’età, del lavoro, della vita affannosa e dura a tutti e due, confidandosi qualcosa della loro storia e consigliandosi una buona medicina americana. E’ quello che si dice l'umanità popolare italiana. Il film offre più di un esempio di questa difficile atmosfera, che tempera una fondamentale durezza di vita, che stende un velo su quanto in essa vi è di irrimediabile.

Una delle prime impressioni, e determinante per tutto il film, è la scena con cui si inizia, nel Foro Ramano. Non v’è retorica, non v'è grandezza né memoria né storia. Appare un mucchio di rovine e di colonne ridotte a pietrame, sotto un cielo grigio. E’ la scena in cui Totò appiccica la solita patacca allo straniero, l’americano. C'è un rifiuto dell'estetismo, una noncuranza verso i pretesti del bel quadro e della bella illuminazione. E’ da credere che in altri tempi quando ci si rivestiva di illusioni grandiose e gratuite, l’arrivo d'un enorme vassoio di spaghetti come si vede qui in una scena, avrebbe fatto strillare tutte le oche del Campidoglio retorico nazionale. Il fatto è che le qualità umane che affiorano in questo film, e non d'una bontà programmatica e di maniera, compensano largamente l'ostentazione dei «macaroni» e dei ripieghi per vivere. In questo racconto senza compiacimenti, senza un minuto di sosta per guardare in alto un cielo del resto indifferente, appaiono alcuni visi di ragazzi e di ragazzi e di monelli d'una grazia e d'una distinzione popolare, come a ritrovare, fra tante scorie, una nobiltà storica e naturale. É tutto questo tra americani truffati, e pacchi dono con una delle tante sigle che oggi regolano il mondo; e un’umanità che ha poco lavoro tra molta ostentazione di beneficenza. Il film è pieno di queste suggestioni che il pubblico carpisce al volo e di cui ride amaro.

Il soggetto di «Guardie e ladri» è di Cario Tellini, la sceneggiatura di Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano e altri, la regia di Steno e Monicelli, la fotografia di Bava. Il racconto avrebbe potuto essere condotto con l'impeccabile modulo del racconto poliziesco inglese, quello letterario e tutto provvidenziale di Stevenson o di Chesterton, o quello cinematografico con la tecnica del «Terzo Uomo». Girarlo fidando sugli elementi dinamici del racconto pieno di bravura, senza preoccupazioni di genere, offriva il pericolo d’un certo realismo dialettale e piccolo borghese. Vi cade talvolta, ed è un peccato perché Totò e Fabrizi qui sono, nella loro parte, in vena come in pochi altri lavori.

Un poliziotto si lascia sfuggire un ladruncolo il quale questa portarlo in carcere. Tutti e due d 'accordo dicono che si tratta d'un viaggio di tre mesi, per affari, giacché per tutti, e anche per la sua famiglia, il ladro passa per uno che si arrangia a fare affarucci in tempo di disoccupazione.[...] L'ultima scena, del ladro che ha pietà degli improvvisi rimorsi del poliziotto e lo incoraggia ad arrestarlo, riscatta del tutto un personaggio che proprio qui, vincitore, rischiava di riuscire antipatico.

Corrado Alvaro, «Il Mondo», 5 gennaio 1952


1952 01 22 L Europeo Toto a Colori intro

Totò a colori è il primo film italiano «a soggetto » che si venga girando a colori, e su pellicola italiana, dopo che la "Lettera dall'Africa", documentario a lungo metraggio, ripreso sulla stessa pellicola, ebbe dimostrato che era possibile condurre l'impresa a buon fine. Molti altri ne sono stati annunziati, ambiziosi come "La carrozza d'oro" di Renoir, o "Ulisse" di Pabst, o anche più modesti, ma sta di fatto che, nella corsa al colore, Totò e arrivato buon primo, Sono due settimane ormai che il film è stato iniziato, e che i suoi lavori sono in corso. Ricorriamo a questa espressone perché è un film che si viene facendo per strada, improvvisato di episodio in episodio. Siamo nel campo, come direbbe il nostro amico Nino Frank (che ha intitolato il suo ultimo libro, dedicato al film italiano), del « cinema dell’arte ». E cioè al polo opposto del cinema artistico. Come nella Commedia dell'Arte, invece, la trama serve soltanto da pretesto perché gli attori vi inseriscano le loro scene a soggetto che sono poi quelle di sicuro effetto comico, e si risolvono nel loro repertorio di lazzi, battute, situazioni e trovate esperimentate. La parte curiosa dell'impresa sta nel latto che il regista non solo non ha mai diretto un film a colori, ma non ha mai diretto un film da solo, sino a oggi. Infatti è la prima volta che Steno, passato in questo dopoguerra dalla collaborazione dei giornali umoristici alla sceneggiatura dei film comici e da questa alla regia, insieme all'amico Monicelli, assume in proprio la responsabilità direttoriale. Gli è accanto uno dei più giovani e più bravi (Achtung! Banditi!) operatori italiani: Tonino Delli Colli.

Insieme a Totò recitano, oltre a un numero inconsueto di bravissime « spalle » (Riento, Castellani, Rocco D’Assunta, Luigi Pavese, Galeazzo Benti) e di procaci attrici giovani (Isa Barzizza e Anna Vita, dei romanzi a fumetto), i tre inventori del Teatro dei Gobbi, interpretando il meglio delle loro macchiette e caricature e del loro repertorio, ripreso e trasportato nel film di sana pianta, e cioè Franca Valeri (la Signorina Snob), Bonucci e Caprioli, con l'ottimo Mazzarella di rinforzo. A questo punto è difficile, nonostante la fretta e l'improvvisazione, sbagliare irreparabilmente, il film potrà cioè mancare di equilibrio, ma il repertorio comico teatrale di Totò e dei tre ragazzi esistenzialisti è un meccanismo collaudato.

Quanto alla trama è presto detta. Totò si chiama questa volta Antonio Scannagatti, è suonatore di contrabbasso (cfr il suo sketch teatrale), compositore incompreso e vive a Caianello, ospite indesiderato di un cognato siciliano (Rocco D’Assunta) e collerico. Compone musica e attende invano tutti i giorni una lettera dal grande editore di Milano, Tiscordi. Suo grande nemico è il maestro di banda del paese (Virgilio Riento) il quale ha una prerogativa: non ha mai diretto un concerto in piazza perche è sempre mancata l'occasione, nel paese, che ne valesse la pena. Un giorno viene annunziato l’arrivo nei paese di un paesano che si e arricchito in America, Joe Pellecchia. Finalmente! Riento (il capobanda Tiburzi) è felice, ma ecco che una specie di paralisi ai braccio gli impedisce all‘ultimo momento di dirigere la banda e Totò prende il suo posto, e trionfa. Subito l'americano conduce con sé Totò a Capri (e qui s’inserisce la scenetta del vagone-letto, tolta dal vecchio repertorio teatrale del Nostro) all’isola le virtù musicali di Totò vengono riconosciute e acclamate da una banda di esistenzialisti a spasso (Franca Valeri e Anna Vita), Totò viene portato a Milano in trionfo ma qui l’editore Tiscordi (Luigi Pavese) non riceve nessuno. Nella sua anticamera bivaccano fra gli altri il tenore balbuziente (Caprioli) e il regista russo (Bonucci) e in breve i tre prendono d'assalto l’editore. Per un equivoco farsesco vengono ricevuti e poi cacciati e inseguiti. Vanno a finire dove? Naturalmente in un albergo diurno dove, credendo di occupare i camerini della Scala, vengono fatti entrare nelle cabine dei bagni turchi (secondo il vecchio sketch «Da Cobianchi ») e via discorrendo.

C'è bisogno di aggiungere che, personalmente, siamo poco teneri per un simile genere di espedienti? Ma dobbiamo confessare che una cosa è raccontare una trama e un'altra vedere Totò recitare. L’attore ha fiato, nevrastenia, mezzi comici, sorprese. La sua recitazione a salti di montone e piena di imprevisti e il suo repertorio di lazzi filologici vieto ma irresistibile. C'è un solo pericolo: che Totò, usato a dritta e a rovescio in cinque o sei film all'anno, si deteriori, e i suoi spettacoli finiscano per ingenerare sazietà e noia. Ma ciò detto dobbiamo confessare di aver fatto questa profezia anche due o tre anni fa e di aver sbagliato, Totò ha continuato a fare un film dietro l’altro e la sua popolarità crescere. Ci deve dunque essere un pubblico, milioni di persene addirittura, per cui Totò ha sempre ragione. (E ora una primizia: il prossimo film di Totò verrà diretto da Rossellini).

Gian Gaspare Napolitano, «L'Europeo», anno VIII, n.4, 22 gennaio 1952


1952 03 03 La Stampa Toto Articolo Antonio Franca LRoma, lunedì sera.
[...] Ecco che si annuncia, almeno ufficiosamente, un altro matrimonio: quello di Totò, cioè S.A.I. il Principe Antonio de Curtis comneno Focas.
Il notissimo attore comico si è fidanzato con una stellina del firmamento cinematografico italiano la quale ha superato brillantemente la prova di Hollywood: Franca Faldini, italo-americana, 22 anni, appena tornata dalla Mecca del cinema.
Totò conosceva Franca Faldini fin dai tempi del suo impiego di segretaria dell'attore americano Errol Flynn. In America la bella attrice venne eletta recentemente ”Miss torta di formaggio” e fu definita dalla giuria ”la più bella italiana degli Stati Uniti”.

«La Stampa», 3 marzo 1952


«La Stampa», 5 marzo 1952


«L'Arena», 6 marzo 1952


«L'Unità», 20 marzo 1952


1952 03 29 Epoca Toto

Giungono all'estero i film comici italiani? E se vi giungono che successo vi ottengono? (Giorgio Bendini, Bologna)

I film comici sono quelli più difficilmente esportabili, soprattutto quando la loro capacità di far ridere è affidata alla battuta, che è tanto più viva e immediata quanto più è legata agli avvenimenti, ai modi di vita, ai difetti stessi del pubblico cui si rivolge. La difficoltà non è soltanto nostra. Nils Poppe è un comico che in Svezia ha un grande successo e da noi è quasi sconosciuto; nel Messico e in tutti i paesi di lingua spagnola, Cantinflas fa torcere gli spettatori sulle poltrone: in Italia lo si è visto, se non erro, in un solo film. Eppure, col sistema del doppiaggio, la penetrazione nel nostro paese è facilitata, dando al doppiaggio la possibilità di modificare il dialogo, e di sostituire le battute originali con altre battute o, con giuochi di parole di sapore nostrano.

I nostri film vanno al l'estero non doppiati, con sottotitoli, e quindi, anche ammettendo che i film comici siano di buona lega e non quelle birbonate che invece quasi generalmente sono, essi risultano incomprensibili. Dove sono stati proiettati, l'incauto acquirente si è amaramente pentito. Recentissimo è l'insuccesso in Brasile di «Totò Sceicco», tanto per citare un titolo, mentre, come ho personalmente constatato in Uruguay, Totò è piaciuto in «Guardie e ladri» al Festival cinematografico di Punta del Este, e piace anche altrove, quando si trova impegnato in film che si potrebbero meglio definire commedie comiche. Lo stesso discorso vale per Fabrizi e altri attori comici. Essi sono esportabili quando sono non buffoni ma caratteri.

Domenico Meccoli, critico cinematografico, «Epoca», anno III, n.77, 29 marzo 1952


1952 04 13 Momento Sera Toto a colori T L

[...] Questo comico che pure avrebbe possibilità e capacità di rinnovarsi, non esita davanti al fastidio della ripetizione. E continua a compiacersi della sboccata platealità. Se si ride? Certamente, ma a condizione di vergognarsi, talvolta, di aver riso.[...] In complesso il Totò usuale della farse. L'esperimento del colore, come procedimento italiano, ha la discontinuità e le incertezze di tutti gli esperimenti.[...] Per tentare le vie del colore il cinema italiano ha fatto ricorso a Totò e dal suo repertorio di rivista ha tratto alcune macchiette che, affidate ad un unico filo conduttore, potessero dar luogo a un film spensierato. L'interesse del film, perciò, è tutto nelle virtù comiche di Totò.

Arturo Lanocita, «II Nuovo Corriere della Sera», Milano, 9 aprile 1952


Con Totò, la signorina Snob. Un film di cui sia interprete Totò non contempla, normalmente, altri interpreti; tutti sono messi lì, attorno a lui, per tenergli bordone. Accadeva nei film in bianco e nero, non c'è ragione alcuna perchè non debba accadere anche in Totò a colori, di Steno. Tuttavia, fra i tanti che s'incontrano In questa pellicola, ci incuriosiva specialmente il debutto cinematografico di un'attrice nota agli ascoltatori della radio e, da qualche tempo, anche ai frequentatori dei teatri: la «signorina Snob», ovvero Franca Valeri. Il regista le ha dato una parte modesta e ho l'impressione che l’operatore l'abbia mal fotografata; quanto s'è visto é sufficiente, tuttavia, per giudicare che l'avvenire della Valeri non sia legato al cinematografo. A meno che l'orgasmo non l'abbia tradita, il suo esordio, per quanto riguarda le possibilità espressive del volto, promette poco. Si confermano, invece, il piccante gusto della sua voce che spiritosamente contraffà quelle delle preziose ridicole di oggi, le salottiere posatrici; e il gusto pittoresco delle sue battute, tra la caricatura e il grottesco. E' chiaro che la Valeri è limitata, che la sua parte è una sola, che se ascoltarla è gradevole, vederla lo é meno; ma questo non impedisce che in film farseschi come Totò a colori il suo sia un apporto d’intelligenza. Un intervallo sarcastico inserito nelle pellicole di comicità grossolana non può che giovare; e sorridere é talvolta meglio che ridere. In quanto al film, non à che una razione del Totò burattino e un tantino surrealista che conosciamo fin troppo, antologia di tutti i divertimenti teatrali e cinematografici nel quali egli si è prodigato finora: stesse situazioni, stesse smorfie, spesso stesse battute. Soltanto, stavolta cambia li condimento: i colori costituiscono la novità di questa pellicola non nuova. Tecnicamente, si tratta di una prova, con il procedimento Italiano. Si giudicherà al secondo film, quando la fase sperimentale sarà conclusa.

Art., «Corriere d'Informazione», 10 aprile 1952


Il primo lungometraggio italiano a colori avrebbe meritato cure maggiori, sia nel soggetto che nella realizzazione. E invece la trama soffre di lungaggini e in alcune situazioni di scarsa originalità e la regia punta più spesso sullo sketch che sull'azione. Tuttavia lo spettacolo c'è e richiama il pubblico, specialmente per merito dell'inimitabile e sempre bravo Totò.

Gian Luigi Rondi, «II Tempo», Roma, 13 aprile 1952

1952 09 19 L Azione Censura Toto a colori Critica intro

Riceviamo e pubblichiamo integralmente:

« Egregio signor Direttore,

Le voglio descrivere una scena avvenuta martedì pomeriggio al Cinema Vittoria dove si proiettava «Totò a colori». Studenti, genitori e ragazzi erano accorsi numerosi: e almeno suppongo che l'attrattiva sia stato Totò e non un tempo piovigginoso e freddo di autunno precoce!...

Ed ecco l'interessante: prodotto dalla stessa casa Ponti - De Laurentiis si proiettò anche un documentario di arte. Non Le so dire nulla delle parole di commento perchè un fragore di risate è scoppiato improvviso: un urlo organizzato a non finire, uno strepito e un frastuono di gente che si divertiva o protestava. Succedeva questo: venivano proiettati quadri che avevano esattamente tutto per essere pornografici, e osceni.

Signor Direttore, è lecito questo? E’ lecito cioè offendere la semplicità dei ragazzi e la serietà dei galantuomini?

Sono poi uscito dal cinema verso le 16.30 e vicino a me c'erano due ragazzi: uno guardando l’orologio ha allungato il passo perchè diceva che doveva essere a casa per le quattro, lo — mi lasci dire anche questo! — ho pensato che i genitori avrebbero perdonato facilmente il ritardo del loro ragazzo, ma più difficilmente chi produce e proietta pellicole che gli fanno del male.
Con ossequio.
(Segue firma)

«L'Azione», 19 settembre 1952


«La Stampa», 26 maggio 1952


Il Principe Antonio de Curtis, più noto con il nome d'arte di Totò, è da ieri sera nonno. La figlia diciannovenne del celebre comico napoletano e della sua prima moglie ha dato infatti alla luce nella clinica Quisisana ai Parioli un bel maschietto, cui sarà imposto il nome di Antonio Salvatore.

Sia la signora Liliana De Curtis, sposa il giovane industriale Gianni Buffardi, figliastro di Carlo Ludovico Bragaglia, che il neonato godono ottima salute.

«La Stampa», 17 luglio 1952


1952 07 16 Corriere della Sera Toto nonno L

Roma, 16 luglio

Il noto attore comico Totò è diventato nonno per la prima volta. La figlia unica (avuta dalla prima moglie, da cui è divorziato) Liliana Buffardi, di 19 anni, la quale ha sposato l'industriale Gianni Buffardi, 23enne, ha dato ieri sera alla luce un bambino. Il lieto evento è avvenuto in una clinica romana. Al neonato verrà dato il nome di Antonio Salvatore.
La stanza della puerpera è già invasa dai fiori.

«Corriere della Sera», 17 luglio 1952


1952 10 17 Il Messaggero Toto e i re di Roma T LDopo Il cappotto di Gogol, adattato a Rascel, è la volta di Cecov, da due racconti del quale è dato tratto questo film che dà modo a Totò di abbandonare la vecchia formula, del lazzi buffoneschi fine a loro stessi par impersonare questa volta la figura quasi patetica di un impiegato ministeriale [...] Il racconto anzichè in chiave di satira, e poteva riuscire finissima e garbata, è svolto in chiave di farsa, a volte polemica, con lungaggini a squilibri accanto a qualche trovata inopinatamente felice, che fa rimpiangere maggiormente quello che avrebbe potuto essere tutto il tono del film. Il pubblico ad ogni modo ride e si diverte lo stesso. Accanto a Totò sono Anna Carena, Alberto Sordi, Aroldo Tieri, Giulio Stival, Giovanna Pala. La regia è di Steno e Monicelli.


Vice, «Il Messaggero», 19 ottobre 1952


Ieri Rascel chiedeva ispirazione a Gogol per proporci in una equivoca chiave d’umorismo il dramma del piccolo impiotato; oggi lo stesso dramma ce lo propone Totò sulla scorta, nientemeno, di Cecov e in una chiave anche più apertamente farsesca. Cecov, pero, in questo film è presente solo con lo schema esteriore e molto travisato di due suoi racconti fusi insieme, e ancora una volta a predominare nella vicenda e a improntarla di sè è unicamente Totó con i suoi caratteristici atteggiamenti comici e il suo facile spirito parodistico. [...] Naturalmente la paradossale conclusione e le situazioni che abbastanza disordinatamente la precedono sono vistosamente condite di facili spunti ispirati alla più convenzionale contingenza politica e alla parodia di un certo costume burocratico; ad essi si alternano momenti di più sommessa polemica, ma i loro argomenti finiscono per stridere come insinceri e voluti in un clima dove anche il dolore umano sembra diventato motivo di spasso; se qualche volta, tuttavia, giungono a suscitare, dopo le risa, un'ombra di emozione nel pubblico il merito è da attribuirsi alla interpretazione di Totò che, anche senza approfondire il suo personaggio, ha saputo qua e là rivestirlo di note abbastanza patetiche. Al suo fianco Anna Carena, Giulio Stivai, Aroldo Tieri, Alberto Sordi. Regia di Steno e Monicelli.

«Il Tempo», 19 ottobre 1952


Il cinema sembra cercare nei racconti russi del passato gli spunti per la biografia dei burocrati Italiani d’oggi. Ieri un eroe di Gogol suggeriva a Lattuada Il cappotto: oggi altri umiliati e offesi del tempo zarista. I protagonisti di due racconti al Cechov («La morte dell'impiegato» ed «Esami di promozione»), si unificano in Ercole Pappalardo» protagonista del film Totò e i re di Roma, diretto, da Steno e Monicelli. Mosca, in questo caso, illumina Roma. Ai suggerimenti di Cechov, Steno e Monicelli hanno aggiunto barzellette e «gags» di loro invenzione; il maggiore interprete, Totò, ha irrobustito il dialogo con le battute a soggetto, che sono la sua specialità; sì che il film risulta una mescolanza pittoresca di spiritosità [...] Infarcito degli umori di molta letteratura, di molto giornalismo umoristico e di molto cinema, il film è un mosaico di cose viste. C'è dentro di tutto, ma specialmente c'è Totò, il Totò delle riviste, con brillanti e meno brillanti richiami dall'attualità politica e una non celata tendenza alla polemica dei nostalgici. Qualche episodio, e cosi i due funerali, quelli di un morto e quelli di un vivo, risultano spassosi: la morte fa allegria, nelle nostre pellicole comiche. La sostanza del film, tuttavia, è risaputa e dimessa. Con Totò, nel panni del superiore burbanzoso, c'è Giulio Stivai, che ha la stessa parte nel Cappotto: e c’é, piena di scatti divertenti, la brava Anna Carena, attrice di buone possibilità. Senza contare che Totò è padre di cinque figlie, e immaginarsi se, per un film del genere, non si tratti di ragazzone insofferenti del peso del vestiti.

lan. (Arturo Lanocita), «Corriere della Sera», 10 dicembre 1952


"E poi si dice che uno si butta a sinistra" è l'intercalare dell'archivista Ercole Pappalardo, protagonista del film "Totò e i re di Roma", di Steno e Monicelli; ossia, praticamente, é l'intercalare di Totò. Ma un impiegato statale non si butta mai a sinistra, almeno a Roma; al contrario, come sembra accadere a Totò, si butta proprio dalla parte opposta, quella del nostalgici; e il risultato non cambia. Questi accenni all’attualità politica danno alla pellicola un sapore da rivista, come del resto, accade spesso al lavori in cui ha parte Totò; e s'innestano male nel nucleo principale del racconto, suggerito da due vecchi racconti russi, di Cechov. Comunque, sono accenni che pongono allo spettacolo precisi limiti, apparentandolo con i toni dei settimanali umoristici, familiari al due registi del film. [...] Ogni tanto si ride; ancora una volta, c’é Totò a provvedere. Ma guai a mettersi in mente che la polemica sociale alimenti "Totò e i re di Roma". Che un capo-archivista, padre di famiglia numerosa, sia pagato male è cosa indegna; ma che il capo-archivista, per trent’anni, abbia frodato lo Stato, nascondendo la sua inettitudine e il suo inguaribile analfabetismo, altrettanto indegna. Quelli che hanno un'idea piuttosto poco lusinghiera della burocrazia ministeriale non la cambieranno dopo questo film comico, e non è giusto. I film di Totò servono a un’ora di spasso, anche se sono insipidi come questo è spesso, ma le idee non si confermano nè si mutano con l’aiuto d'una cinematografia tanto lontana da ogni attività del pensiero.»

Art., «Corriere d'Informazione», 11 dicembre 1952


[...] Con Totò e i re di Roma i due registi sono rientrati negli schemi deprecati e il comico napoletano è tornato alla sua ormai scontata maniera farsesca e marionettistica. Con un'attenuante, però: che questo film - come già Guardie e ladri - sì discosta, sul piano del contenuto, dai soliti pasticci a base di gambe nude (in verità, ci sono anche le gambe nude, ma ad esse è riservato un posto marginale). Nei titoli di testa si legge il nome di Cechov: un semplice pretesto. Se negli autori c'era, per caso, la vaga intenzione di erigere una specie di contraltare a Il cappotto (1952) di Lattuada (dove l'origine letteraria è Gogol), contrapponendo al copista Rascel l'archivista Totò, essa è miseramente fallita [... ]».

Franco Zannino, «Rassegna del film», 11 febbraio 1953


1952 12 23 Il Messaggero Toto e le donne T2 LNon e' un film. E' una specie di festino in famiglia tra Totò e i suoi mille e mille tifosi. La farsa, basata sulle battute e le prestazioni che fecero e fanno la popolarità del comico sul palcoscenico, vuol essere una antologia di lamentazioni sulla vita del marito e dell'uomo in genere seviziato dal sesso debole. E' un film grossolano ma fa ridere a crepapelle.

Alfredo Orecchio, 1952


Stavolta non siamo al cinema ma a una conferenza. E' sulla cattedra il celebre professor Totò, con la sua mutria a scaleno, e infatti indirizzandosi direttamente al pubblico egli comincia sin dal principio a sviluppare la sua tesi, essere il genere femminile un genere abominevole e pestifero [...]

Filippo Sacchi, «Epoca», dicembre 1952


Misoginia di un comico in Totò e le donne, di Steno e Monicelli. [...] Tutti i difetti attribuiti, equamente o no, alle donne, vi sono illustrati, con grottesche deformazioni: l'intolleranza, l'avidità, l'ipocrisia, l'ambizione, l’esosità. Ave Ninchi, moglie urlona ed esuberante, offre con allegria i prosperi fianchi alle critiche e controbatte con attacchi egualmente violenti indirizzati al mariti. Lea Padovani, Giovanna Pala, Franca Faldini sono le altre seviziataci di uomini; Peppino De Filippo, come Totò, accetta con rassegnazione le sevizie. A tratti il film fa qualche concessione alla volgarità; il suo tono è quello dello spettacolo di rivista, pepato e sboccato; non dispiacerà ai fedelissimi di Totò.

lan. (Arturo Lanocita), «Corriere della Sera», 24 dicembre 1952


Tema obbligato di questa farsa che ha Totò come protagonista, sono le donne, i loro difetti, i loro strepiti e loro grida. moglie, figlia o cameriera che sia virgola la donna, infatti, non avrebbe altro fine che vessare con le sue mani e, uomo che le sta vicino, costretto spesso a rifugiarsi in soffitta nella speranza di trovare da su un po' di pace. Eppure, quando le preghiere al barbuto Landrou, uccisore di donne a mazzetti, e, protettore, quindi, degli uomini, sortiscono l'effetto desiderato e la moglie fa le valigie per tornare da l'infausta madre, allora l'uomo dimenticati difetti ne ricorda le virtù, la rimpiange e corre a riportarla sotto il tetto coniugale.
Una farsa, come si è detto, e di quelle che molto da vicino ricordano con le loro battute e le loro situazioni, il varietà o la rivista, ma Totò, si sa, ha sempre il suo pubblico fedele che, anche questa volta è corso all'appuntamento per ridere e divertirsi. Le interpreti sono Ave Ninchi, Lea Padovani, Giovanna pala e Franca faldini punto regia di Steno e Monicelli.

Vice, «Il Messaggero», 25 dicembre 1952


[...] Totò è un comico capace di muovere al riso e alla distensione qualunque severissimo censore, ma dov'è ancora, quando pretende di trasportare sullo schermo scherzi e Lazzi ormai vecchi perfino sui palcoscenici dell'avanspettacolo. Forse la colpa non è sua, d'accordo: cerchino dunque i soggettisti di trovare qualcosa di nuovo per lui, sennò apprezzano come merita e come è loro preciso dovere di fare. [...] Oltre a Totò, si producono Peppino De Filippo, Ave Ninchi, Giovanna Pala, Franca Faldini. Compare in una simpatica e fuggevole caratterizzazione la bravissima Lea Padovani. Si omettono, per carità di Patria, i nomi degli autori del film.

Vice, «Momento Sera», 27 dicembre 1952


1952 11 22 La Guida Cuneo Critica titolo 

Sappiamo che alcuni cuneesi sì sono risentiti dei continui, il più delle volte inutili, accenni a Cuneo che Totò ha nei tuoi repertori umoristici. Il noto comico non s'accorge che il suo «luogo comune» non ha quel magnetismo ch'egli pensa. Ma a parto questo; quando la battuta diventa petulante e un po' offensiva il comico intelligente la archivia per non cadere nel comune, nel volgare e nel pericoloso.

«Signor Totò, non costringa migliaia di persone a compiangerla nel risentire per l'ennesima volta, in un Suo nuovo film o trasmissione radio, la battuta del militare a Cuneo!»

così conclude la lettera in nostre mani.

«La Guida», 22 novembre 1952


1952 12 21 Momento Sera Beneficenza LL'iniziativa di offrire per il Natale mille pranzi ai bambini poveri di Roma, è entrata nella fase organizzativa, dopo aver raccolto il consenso d'adesione di molte personalità.

Il principe Antonio de Curtis, o meglio ancora il popolare attore Totò, ha inviato a "Momento Sera" la seguente lettera:

«E’ per me un ambito premio poter partecipare moralmente e materialmente con 250 pranzi a questa meravigliosa iniziativa benefica a favore di tante creature diseredate dal destino. Tutta l'umanità cristiana dovrebbe sentire l'ardente desiderio di soccorrere questi nostri piccoli fratelli a molti dei quali oltre al giocattolo, mancherà quel giorno una minestra calda e una frutta.

Questa generosa iniziativa, voluta e curata con tanto amore dall'amico carissimo Barone Cini da ormai cinque anni, voglia essere un appello di solidarietà cristiana a tutti i buoni, perché il giorno di Natale, giorno di bontà, di pace e di felicità, entri nei cuoricini di tanti bimbi bisognosi un raggio di sole e di gaiezza.

Ogni bambino ricco si senta in quel giorno vicino al fratellino povero, per dividere con lui doni festosi avuti in premio dei genitori.

Se impegni di lavoro non mi terranno lontano da Roma sarò felicissimo di passare un'ora con i cari beneficati.»

«Momento Sera», 21 dicembre 1952


«Momento Sera», 25 dicembre 1952


1952 12 21 Il Tempo Nobilta intro

Dicembre 1952. Totò contro Marziano II di Lavarello ed il suo seguito di consulenti e assistenti. Oltre a difendersi dall'accusa di diffamazione e di appropriazione impropria di titoli nobiliari, ha denunciato Marziano II per diffamazione a mezzo stampa. A piè di pagina, tutta la rassegna stampa. 


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