Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1959


Rassegna Stampa 1959


Totò


1959 Epoca Comici Toto intro

Chiunque di voi, in qualsiasi città d'Italia, può essere interpellato, passando per la strada, da un nostro cronista, il quale vi chiederà se avete qualche curiosità che ITALIA DOMANDA si affretterrà a soddisfare. La signorina Adriana Alessandrello di Roma ha chiesto: «Vorrei sapere da alcuni dei più noti comici italiani se i loro personaggi sono nati dall'osservazione di tipi veramente esistenti oppure sono frutto della fantasia».

Alcuni personaggi sono effettivamente scaturiti dalla mia fantasia: ad esempio il Totò prima maniera, maschera burattinesca e surreale. Altri personaggi invece cioè i Totò seconda maniera, sono frutto di studio psicologico profondo di tipi veramente esistiti, deformati e resi grotteschi (secondo il sistema della mia comicità), ma che hanno una partenza umana. Ad esempio: Il Gagà di Via Veneto, il Gagà di Capri, il ladruncolo di Guardie e ladri, il succube di Siamo uomini o caporali ecc. ecc.

Totò, «Epoca», 1959


1959 02 15 Corriere della Sera Toto Eva e il pennello proibito T L intro[...] Ma Totò [...] crea anche una Maja in mutande, una Maja in reggiseno, una Maja in bikini, ecc. ma non è fortunato. E neanche gli spettatori, siamo giusti, lo sono, costretti a ingerire prodotti così squallidamente raffazzonati, così privi di spirito e d'ogni luce d'intelletto umano.

Ugo Casiraghi, 1959


Goya torna nel cinema italiano, per una variazione spagnola sul tema e sul personaggio Totò. Diretto da Steno, Totò, Eva e il pennello proibito tramuta l'attore comico in un copista di quadri e anche in un falsario, giacché inventa una terza « Maya » goyesca, da aggiungere alle due famose: «Maya in camicia». [...] Un Totò, stavolta, con le nacchere; ma non diverso da quello abituale, nel clima consueto della farsa, esasperata nella sequenza del marito tradito che insegue la moglie in un locale notturno. Situazioni già note, battute ad ogni costo spiritose che fanno tanto sabato grasso; del tipo di questa, colta sulle labbra di Totò, «Ogni limite ha una pazienza». C'è del vero.

Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 15 febbraio 1959


Gli spettatori non sono fortunati, siamo giusti, costretti a ingerire prodotti cosi squallidamente raffazzonati, cosi privi di spirito e d’ogni luce d’intelletto umano.

«L’Unità» (Milano), 15 febbraio 1959


Dovremmo dire che Steno si è ispirato a Goya nel realizzare questo film, se in tal modo non traessimo in inganno lo spettatore facendogli credere che il regista abbia voluto compiere un’opera di notevole impegno. In verità, e il nome di Totò basta a confermarlo, si tratta di un'opera veramente disprezzabile: il popolare comico è indubbiamente un buon attore, ma ha fatto molto più male al cinema che bene lasciando che il suo nome venisse usato come richiamo per innominabili produzioni. [...] Il film è una farsaccia, ma quello che dispiace e che neppure come farsaccia sia stato condotto seriamente.

«Corriere dell'Informazione», 16 febbraio 1959


[...] La commediola è fatta di cosette trite, condite dai soliti lazzi di Totò e dalle mediocri trovate del regista Steno. L'interpretazione di tutti è sul piano dei soggetto e della regia.

«Il Messaggero», 22 marzo 1959


Si tratta di un film comico che riesce a stento a far sorridere, basato quasi dei tutto sui lazzi di Totò che si agita inutilmente nel vano tentativo di colorire e di rendere digeribile un copione assolutamente insulso.[...] Ha diretto Steno, svogliatamente, scivolando spesso nel catuvo gusto. Totò ha fatto il possibile, ma tutto ha un limite: gli altri sono Abbe Lane a Mario Carotenuto.

Vice, «Il Tempo», 22 marzo 1959


Totò, in questa sua ennesima avvenuta cinematografica, veste i panni di un « copista », uno di quei pittorucoli specializzati nella perfetta riproduzione di famose opere d'arte [...] La storia è inconsistente ed inconsistenti sono la regia e la sceneggiatura: Totò, rispolverati i suol vecchi lazzi e le sue vecchie macchiette, fa quel che può per strappare le risate alla platea, ma raramente vi riesce. Accanto a lui sono Abbe Lane e Mario Carotenuto: entrambi quanto mai impacciati.

Vice, «Il Popolo», 24 marzo 1959


1959 06 04 L Arena I tartassati T L intro

Dopo essere stati ladro e guardia in un film che ancora oggi viene ricordato con simpatia, Totò e Fabrizi tornano insieme in una vicenda forse ancora più attuale.[..] Sulla linea di un dialogo particolarmente spassoso, Totò e Aldo Fabrizi hanno dato il meglio delle loro apprezzate doti che, specialmente per quanto riguarda il primo, sembravano un pò offuscate in questi ultimi tempi [...].

Alberto Albertazzi, 1959


Totò ha dovuto prendersi due giorni di riposo perchè colpito colpito da un forte raffreddore durante le riprese in esterni del film «I tartassati». Il comico è mancato ieri ed oggi, all’appuntamento con la «troupe».

«Corriere dell'Informazione», 14 febbraio 1959


Fermo "I tartassati", Totò ha l’australiana. Totò è stato colpito dall’influenza «australiana» che a Roma sta diffondendosi sempre di più. Il comico prese venerdì scorso un raffreddore e dovette restare a casa. Poi è sopraggiunta la febbre. Il medico ha diagnosticato: australiana. L’indisposizione dell'attore ha causato la sospensione delle riprese del film «I tartassati»

«Corriere dell'Informazione», 20 febbraio 1959


Totò e Aldo Fabrzi di nuovo insieme. Il primo in veste di «tartassato» commerciante e il secondo nel panni di un incorruttibile sottufficiale della tributtaria. Immaginarsi cosa può succedere quando il maresciallo Topponi (Fabrizi) accerta gravi irregolarità nei registri contabili della ditta di cui è titolare il cavalier Pezzella [...] La divertente vicenda, diretta con abilità da Steno, ha in Totò e Fabrlzi due simpaticissimi e misurati protagonisti.

Vice, «Il Messaggero», 10 aprile 1959


Lo scontro sul piano fiscale tra un piccolo commerciante e un agente delle tasse viene smussato - ma complicato - dalle vicende familiari dei due protagonisti, il che sposta la questione, pur mantenendola in primo piano, verso motivi più umani. [...] Totò e Fabrizi, ambedue impegnati, hanno sopportato quasi per intero il peso della vicenda; i due giovani sono Catia Caro e Luciano Marin. La regia di Steno raggiunge pienamente lo scopo voluto.

Vice, «Il Tempo», 11 aprile 1959


Totò e Aldo Fabrizi, i due simpatici comici nostrani che in coppia, qualche anno fa, portarono al successo il divertentissimo film «Guardie e ladri», sono un’altra volta insieme, in questa storiellina, piuttosto evanescente e risaputa nell'intreccio, diretta con non molto impegno dal regista Steno. I ruoli sono pressappoco gli stessi: Fabrizi veste sempre i panni del tutore dell’ordine, questa volta come maresciallo della polizia tributaria e Totò, suo irriducibile avversario, non può essere naturalmente che un evasore fiscale. [...] Totò e Fabrizi, troppo spesso abbandonati a se stessi, danno vita a spassosissimi duetti, ma il più delle volte sono portati a strafare. Si ha insomma l’impressione che essi recitino il più delle volte a soggetto, che il copione consegnato loro dica ad un certo punto: «Supplite con la fantasia, fino all’entrata in scena del prossimo personaggio»: tuttavia i due comici hanno troppa personalità e mestiere per non cavarsela anche questa volta dignitosamente.

Vice, «Il Popolo», 12 aprile 1959


L'antica lotta fra guardia e ladro (che è una delle chiavi di volta del cinema italiano comico, e non delle più fragili); la schermaglia ormai annosa fra Totò perseguitato e Fabrizi persecutore, viene riporoposta, in questo filmetto di Steno, in chiave fiscale [...] II film ha contenuti decorosi, senza ricorrere alla volgarità che così spesso deturpa soprattutto i nostri film di pretese comiche. Sorretto e salvato dal mestiere antico e furbesco dei due protagonisti, che hanno tanta esperienza da tenere in piedi, da soli, sceneggiatura e regia di dieci opere equivalenti.

Claudio G.Fava, «Corriere Mercantile», Genova, 23 aprile 1959


Le tasse non sono, naturalmente, argomento da fllm comico; è una materia macabra, avvolta in crespo nero. "I tartassati", di Steno, affida, tuttavia, a Totó e ad Aldo Fabrizi il compito di scherzarci sopra, al modo di «Guardie o ladri», che era sul tema del furto come mezzo di sostentamento. A «Guarie e ladri» si ispira il nuovo fllm, e non solo perché ha gli stessi interpreti, ma anche perché i difensori della legge e i loro avversari sanano l'antinomia, alla stessa maniera, nella conciliante e bonaria comprensione reciproca. [...] Ciò non di meno, grazie a Fabrizi e a Totò (gli altri interpreti, Cathia Caro e Luciano Marin e Louis Do Funés si accontenteranno della menzione), il fllm, sul soggetto di Metz o Gianviti, riesce gradevole o talvolta giustifica lo risate. Se di queste cose si può ridere; le tasse non inquietano i sonni del solo Totò, ma di quanti son certi di pagarne più del dovuto. Ossia, a torto o a ragione, voi o noi e tutti.

Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 25 aprile 1959


Film di serie B. Il solito Totò e il solito Fabrizi, il primo nella parte del commerciante Pezzella, evasore del Fisco, e il secondo nei panni del maresciallo Topponi, della «Tributaria», incorruttibile ed implacabile. I cognomi Topponi e Pezzella vi dicono tutto. Siamo nello spirito dei Beoncelli e degli Sbronzetti. La regia è di Steno. I dialoghi si possono immaginare [...] II film, nelle intenzioni degli autori, dovrebbe indurre il contribuente a più cordiali rapporti con il fisco. Purtroppo, invece, gli fa toccare con mano quali aborti vengano sovvenzionati dallo Stato con i soldi che egli paga per le tasse.

Mosca, «Corriere della Sera», 26 aprile 1959


[...] Il film non manca al suo proposito principale: divertire il pubblico con una commedia buffa, ispirata al tema sempre attuale delle tasse [...] Il ricorso a due comici di grosso calibro, Totò e Aldo Fabrizi, ha assicurato lo spettacolo che, se non sempre fine, scorre però sempre vivace e divertente.

Leo Pestelli, «La Stampa», Torino, 27 aprile 1959


Il film di ieri sera, «I tartassati» (1959, regia di Steno), non era certamente un gran fllm e non occorreva un acume critico particolare per qualificarlo. Eppure siamo sicuri che deve aver avuto un successo unanime, vasto, caloroso. Perché? Per una ragione molto semplice. Chi sono «I tartassati»? Sono i contribuenti, i perseguitati dagli uffici delle tasse, i torchiati dal fisco, che in cento modi — leciti e qualche volta non leciti — cercano di non farsi pelare. Lasciamo stare che poi la storia si disperdesse in fatterelli secondari sentimentali e conformistici, tipo l'amore fra i due giovani e cose simili: la base della pellicola era la lotta del cittadino «tartassato» contro l'esosità erariale e questo è un motivo profondamente e dolorosamente sentito da ogni italiano. Totò faceva ridere, ma il suo personaggio era comico per i gesti che compiva, non per quello che rappresentava: in fin dei conti il suo personaggio, come lo vedevano almeno nove spettatori su dieci, era quasi drammatico. Comunque, un discreto divertimento: Totò era scatenato. Ogni volta si pensa a cosa avrebbe potuto fare se avesse operato una scelta ben più rigorosa nei confronti del copioni, delle idee, dei dialoghi, degli sceneggiatori, dei registi. E ogni volta viene spontaneo dire: «Ma quanto era bravo egualmente!». Aldo Fabrizi, più in ombra che in «Guardie e ladri», gli serve tuttavia da valida spalla, efficace anche e soprattutto per il contrasto fisico. Chi è nell’ombra totale è Louis de Funès che invece adesso è un attore lanciatissimo, protagonista assoluto, mattatore. Allora s’accontentava di fare il caratterista, con umiltà e moderato estro: nessuno al mondo assistendo a «I tartassati» gli avrebbe preconizzato una qualsiasi carriera.

«Corriere dell'Informazione», 25 aprile 1968


1959 09 01 Il Tempo I ladri T L introIl film è una farsa che deve a Totò i suoi momenti migliori

«La Notte», 1959


Un’attrice fa sequestrare un film di Totò. ROMA, 21. — Un film di cui è protagonista Totò, « I ladri », che è stato girato recentemente e che avrebbe dovuto essere proiettato nella corrente stagione, è stato sequestrato in seguito ad un’azione giudiziaria intrapresa contro la casa produttrice dalla giovane attrice Maria Luisa Rolando, che ne è stata l’interprete accanto a Giovanna Ralli. Maria Luisa Rolando sostiene di non aver ricevuto il compenso stabilito per il film. Tra qualche giorno la Rolando apparirà in televisione in uno spettacolo con Macario.[...]

«Corriere dell'Informazione», 22 luglio 1959


Lucio Fulci, il regista de "I ladri", ci presenta Totò, commissario di polizia, alle prese con un lestofante italo-americano (l'attore spagnolo A. Calvo) rispedito dagli Stati Uniti a Napoli. [...] Ma il tema del film, che avrebbe anche potuto dar luogo a sviluppi divertenti, si perde, via via, fino a divenire impercettibile. Ancor più che alla caricatura, il regista indulge alla farsa, caricando oltre misura i toni e gli effetti. L'insieme risulta perciò di una comicità un po' greve. Si salvano alcune macchiette, tipicamente napoletane e Totò, che, pur male impiegato, trova, di tanto in tanto, lo spunto esilarante. Nel film è anche inserito, con una breve apparizione, Fred Buscaglione, che si esibisce in una sua canzone di successo.

Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 15 agosto 1959


Totò questa volta è un commissario di pubblica sicurezza. Approssimativo, fiducioso che le cose si aggiusteranno da sole, pigro e un po' svagato, in una parola napoletanissimo [...] L'atmosfera è un pò quella de I soliti ignoti, ma i risultati sono parecchio inferiori, anche se Totò, ogni tanto, fa sentire la sua classe.

Franco Maria Pranzo, «Corriere Lombardo», Milano, 17 agosto 1959


Vita dura per gli italo-americani graziosamente restituitici dagli Stati Uniti come "indesiderabili". Se non nella realtà, almeno in questa farsetta di coproduzione con la Spagna. [...] L'idea del film non era da buttare via: e invece, puntualmente, è stata sprecata. Tutto si riduce alle consuete freddure di Totò, la più divertente delle quali dovrebbe consistere negli errori che un commissario di polizia commette quando deve rivolgere la parola ad un brigadiere (Enzo Turco) di cui non ricorda mai il nome. Qualche altra trovatina è meglio azzeccata, ma si ricorda più volentieri Giovanna Ralli, che da un po' di tempo ha un piglio e una sicurezza davvero notevoli. Si vorrebbe, soltanto, che non fosse sacrificata in parti così inconsistenti.

a.b., «Il Messaggero», 26 agosto 1959


Consueti lazzi di Totò che, nei panni di un commissario di polizia, mette nel sacco un gangster che ha trasferito a Napoli le sue abitudini poco raccomandabili. Ilari macchiette di sfondo movimentano la scucita farsetta, dove peraltro Giovanna Ralli, in netto progresso. centra una simpatica figurina di ladruncola che tira a campare. Fred Buscaglione, stavolta, canta "Bambola".

«Corriere dell'Informazione», 29 agosto 1959


[...] A sbrigliare l’intricata matassa, rinvenendo la refurtiva e arrestando i colpevoli, è un sagace ispettore di polizia che Totò colorisce a dovere risollevando, con le sue apparizioni, il tono del film che è quanto di più monotono si possa immaginare. Le responsabilità di un tale misfatto vanno attribuita agli sceneggiatori e al regista, Lucio Fulci. Dal naufragio si salvano solo, oltre a Totò.Giovanna Ralli, i "numeri" di Fred Buscaglione e il commento musicale.

Vice, «Il Tempo», 2 settembre 1959


1959 09 18 Il Messaggero Arrangiatevi T L introE' un film d'argomento grasso che soltanto l'abile regia dell'intelligente Bolognini riesce a non far scivolare quasi mai nel cattivo gusto.[..] Gli attori sono bravissimi. [..] Totò un nonno da Oscar [...].

Pietro Bianchi, 1959


[...] Arrangiatevi! rischia di diventare la più divertente e importante commedia che il cinema italiano ci abbia dato negli ultimi anni. [...] C'è un Totò in gran forma, all'altezza dei suoi giorni migliori [...].

Morando Morandini, 1959


Si deve convenire che questo film di Bolognini, pur non discostandosi fondamentalmente dal filone della commedia cinematografica dialettale, compiacentemente illustrativa di un'Italia volgare e qualunquistica, oziosa e cinica, che trova la sua emblematica raffigurazione nell'attore-personaggio Alberto Sordi, si fa notare poi per una più decorosa e misurata esecuzione e per un cauto tentativo di sostituire alla consueta e compiaciuta indolenza morale un atteggiamento di distacco e di giudizio attraverso il ricorso alla notazione satirica e all'ironico contrappunto. [...]

Adelio Ferrero, 1959


Il problema dell'alloggio rappresenta per molti una questione spesso insuperabile a causa della impossibilità di appagare l'esigenza di un appartamento decoroso ed accogliente con il modesto introito mensile. E' di fronte a tale problema che si trova il protagonista di questo film di Mauro Bolognini tratto dalla commedia di De Majo e Cioli «Casa nuova, vita nuova»; [...] Mauro Bolognini ha diretto con brio la scabrosa vicenda, anche se non sempre è riuscito a mitigare gli squilibri della sceneggiatura oscillante tra il comico e il patetico. Bravi tutti gli interpreti del lungo cast; da Peppino De Filippo a Laura Adani, da Totò ad Achille Maieroni, da Giusi Dandolo a Lola Braccini, da Cristina Gajoni a Catia Caro, a Marcello Paolini, a Mario Valdemarin, a Franca Valeri a Vittorio Caprioli.

«Il Messaggero», 19 settembre 1959


Le risorse degli italiani sono infinite, si sa. A questo carattere nazionale si adegua il film in modo specifico con l'imperativo del titolo e per l'argomento trattato, ma c'è dell'altro. Ogni popolo ha il suo genere d'umorismo ben distinto dagli altri, e l'umorismo del cinema italiano punta unicamente sulle figure e le situazioni della miseria. Si direbbe che da noi la miseria è una condizione che solletica le trovate allegre e fantasiose, quelle che si prestano, appunto, all'interpretazione comica fatta dal cinema. In realtà alla pittoresca rappresentazione si presta solo qualche zona tipica d'Italia dove tutto fa folklore. Nel film d'oggi ritroviamo le solite tribolazioni di un pover'uomo [...] Di dubbio gusto l'argomento sfruttato con una certa lepidezza non solo di linguaggio. Tenuta sul filo ambiguo dell'equivoco la recitazione di Peppino De Filippo e Totò [...] Ha diretto Mauro Bolognini.

«Il Tempo», 19 settembre 1959


Amici che ancora sperate di cancellare la perniciosa legge Merlin, questo divertente e sapido film non mancherà di esercitare su di voi l'effetto opposto e di rattristarvi profondamente! Infatti, nulla di peggio per una « causa » che quando al comincia a ridere au di essa! Pensate che Totò, sul finale, dalla finestra di una ex casa « chiusa » nella quale si e installata un'onesta famiglia, esclama. «Ve lo volete mettere in testa, ormai, che li hanno chiusi e che non li riapriranno più? Arrangiatevi!».
Ecco la ragione del titolo del film ed ecco, tra parentesi, il grido che popola le nostre strade di peripatetiche, di protettori e di aggressori giovani e vecchi: ma questo rischia di diventare un discorso serio, e la sede non è quella adatta. Mauro Bolognini, sul tema che si è detto, ha composto un film vivace, piacevole e gustoso, anche se il gusto non è sempre leggero: ma l'argomento giustifica (direi che richiede) certe sottolineature. [...] Di Totò e di Peppino non v'é da fare gli elogi, troppe volte li abbiamo già fatti. Vi è da farli, invece, per Laura Adani, che si cimenta in una impegnativa parte cinematografica con tutta la sua valentia di attrice di prosa. [...]

Vinicio Marinucci, «Momento Sera», 20 settembre 1959


[...] E' una pellicola a doppia faccia: ben recitata dagli attori menzionati, circondati da Cristina Gaioni, Catia Caro, Mario Valdemarln, Marcello Paollni e Achille Maleroni, si accontenta d'uno spirito che non è sempre di prima scelta e che denuncia talvolta la mano pesante (le scene, ad esemplo, in cui intervengono Franca Valeri e Vittorio Caprioli), mentre riesce più equilibrata e convincente nei brani che si riferiscono al lato penoso della scabrosa situazione.

«Corriere della Sera», 3 ottobre 1959


Il regista Bolognini, sulle cui possibilità si è esagerato molto, parve dotato di certo garbo e di certa finezza, sempre nei limiti del film dialettale, quando si presentò con «Gli innamorati» e «Giovani mariti». Ma avendo già tutto speso quel poco che aveva, eccolo, con «Arrangiatevi» al film per caserme. [...] Nel volgare e grossolano impegno Totò, Peppino De Filippo e anche Laura Adani si prodigano con entusiasmo degno di miglior causa.

Mosca, «Corriere dell'Informazione», 4 ottobre 1959


La conclusione potrebbe essere questa: "Arrangiatevi!’’ è un mediocre film che tuttavia valeva la pena di essere fatto per i suoi cinque minuti finali. L’orazione di Totò, il quale dalla finestra dell’ex-casa chiusa invita gli italiani a liberarsi dal "complesso del bordello”, è la prima parola esplicita e popolarescamente comprensibile sull’argomento. Dicendo infatti "arrangiatevi”, egli tocca il fondo del problema: là dove esistono, certo, verminosi interessi collettivi (come dolorosamente scoprì persino un grande Santo, Luigi IX di Francia, il quale soppresse i bordelli di Parigi e poi, bollato di sia pur angelica ingenuità dai suoi consiglieri, dovette consentirli di nuovo); ma dove esiste soprattutto la pigrizia morale e sentimentale di un popolo che si proclama sempre straordinario seduttore e adesso muore di nostalgia di quelli che erano i luoghi di decenza dell’arte amatoria. Quei cinque minuti finali dunque sono apprezzabili, se non altro dal punto di vista tecnico, dal momento che una tale chiarezza, una tale facoltà di sintesi richiedono una certa dose di genialità. Disgraziatamente non possiamo farci alcuna illusione sul loro valore, diciamo, di igiene sociale. Prima di tutto perchè la faccenda è buttata in scherzo; secondo perchè le altre due ore di proiezione dicono il contrario, essendo evidente che la fortuna del film è interamente affidata proprio alla nostalgia che dicevamo, al mito delle ”sòre Gine”, alle lubriche memorie suscitate.

So benissimo che gli autori del film hanno buoni argomenti per sostenere il contrario. Non so però se accetterei quello dell’anticonformismo. appoggiato sulla vena satirica che serpeggia nel sottosuolo del film, sui personaggi e le situazioni che alludono a complicità segrete (i preti), a vizi manifesti (Vittorio Caprioli e Franca Valeri), a infantilismi tradizionali (i soldati). La realtà del film è un’altra: è per esempio nelle voluttuose reminiscenze di Totò, molto più persuasivo quando scopre le pitture oscene della sua stanza che quando, ammiccando, pronuncia la sua finale apostrofe. In queste circostanze mi viene spesso a mente quel che ha scritto, su diversa materia, Enzo Forcella: «C’è quasi sempre un angolo dal quale si può fare un po’ di anticonformismo riscuotendo l’approvazione degli altri conformisti ». Comunque è difficile nascondersi che non è precisamente anticonformistico affidare la difesa della liberalità, della ragionevolezza e della virtù a un personaggio (Peppino De Filippo) tanto povero di spirito da riuscire del tutto inverosimile, perciò disarmato.

L’argomento fondamentale è un altro: è che in Italia, nel momento presente, è molto difficile fare di più. A questa obiezione non ho risposta. L’unico film europeo dei nostri anni che si sia avvicinato alla sgradevole verità della prostituzione è "Rosemarie". Suppongo che sia nato per distrazione e che non sia ripetibile. Non lo è certamente in Italia, dove si possono leggere amenità come quelle che ha stampato un periodico politico, "Solidarismo”, che suppongo vicino a un certo pensiero ufficiale. Sotto il titolo "Proposte per il cinema - Verità ignorate nella lettera di Rossellini” si legge: « ...In particolar modo mi sembra che la lettera, dopo aver trattato delle colpe vere o presunte dei burocrati, degli industriali e dei politici, non tratti delle colpe degli uomini del cinema i quali in questi ultimi tempi hanno dimostrato di ritenere che per soddisfare la loro vocazione artistica e per interpretare le esigenze più vive del nostro pubblico debbano per forza realizzare soggetti che riguardino le case chiuse, le ragazze squillo e la gioventù bruciata... ». Credo che l'autore dell’articolo non si sia nemmeno accorto di aver fornito a Rossellini la prova determinante della fondatezza delle sue accuse: proprio l’abbondanza di film sulle case chiuse dimostra il malgoverno cinematografico, o politico o commerciale, essendo risaputo che i cattivi censori hanno sempre giudicato il libertinaggio il minore dei mali. E difatti, nei momenti di crisi, è dentro le pieghe del libertinaggio che va a rifugiarsi la satira sociale. Come dimostra appunto "Arrangiatevi!”.

Ma ora siamo andati molto oltre gli angusti limiti del film "Arrangiatevi!”. Tutto il meglio del film è nella sua superficiale lepidezza. Anzi, per stringere ancora di più, il meglio del film è Totò. Che fa ridere, ridere davvero, e non si sa esattamente come, essendo la sua vis comica, via via che invecchia, sempre più misteriosa, sempre più rarefatta. Ma gli è toccato anche l’unico personaggio plausibile, e perciò umano. Quello di Peppino De Filippo, s’è già detto, è una semplice convenzione (la bontà disarmata, motrice di un intreccio artificioso e farsesco); quello di Laura Adani, la moglie, si disperde in una concitazione verbosa e in una meccanicità di reazioni che ci privano di qualsiasi sorpresa. I ragazzi son bravi, ma sfocati dentro personaggi di desolante banalità. Ha diretto il film Mauro Bolognini, che ci aveva piacevolmente sorpresi con "Gli innamorati”, quando per primo esplorò con tenerezza e ironia l’anima giovanile popolare: e che diede poi un'alta prova di sensibilità e di perspicacia in quel paesaggio di provincia che fu "Giovani mariti”. Stavolta si è limitato a manipolare con abilità, sovente con intelligenza, le facezie di un copione di origine teatrale e tutto costruito su un succedersi di artifici (s’è dovuto, per esempio, inventare un antefatto per giustificare l’incredibile coabitazione, la quale a sua volta deve giustificare l’entrata in scena dell’ex-casa chiusa). Bolognini ha perciò dovuto fidarsi delle facoltà personali degli attori: di Totò si è detto, vanno aggiunti Caprioli e la Valeri, il cui gioco teatrale è così scoperto che la scena iniziale col monsignore è tanto più bella quanto più palesemente falsa.

Vittorio Bonicelli, «Tempo», 20 ottobre 1959


1959 12 06 Il Messaggero La cambiale T L intro[...] L'idea era ottima. Poteva dar luogo a un film drammatico. i viaggio di una cambiale alla scoperta della disperazione italiana. [..] Totò, Peppino, Tognazzi e Vianello formano coppie talmente affiatate, che ormai non sentono più nemmeno il bisogno di prepararsi. E fanno male [...]

Ugo Casiraghi, 1959


[...] Spicca [...] il duetto Totò-De Filippo davvero spassoso specialmente nella scena in Pretura che conclude in farsa la vicenda.

Leo Pestelli, 1959


Le "farfalle" — Vittorio Gassman, dopo il «Mattatore», parteciperà alle riprese del film «Pagherei per questa cambiale...» diretto da Camillo Mastrocinque. Sylva Koscina e Giorgia Moli, che hanno recitato al fianco di Gassman nel «Mattatore del cinema », saranno le interpreti femminili del film, mentre per i ruoli maschili sono assicurati Totò, Tognazzi, Vianello e Paolo Ferrari. « Pagherei per questa cambiale... » descriverà il tortuoso e divertente cammino percorso da una delle tante « farfalle » che svolazzano In Italia.

«Corriere dell'Informazione», 21 aprile 1959


Il principe Antonio De Curtis é stato colpito da una rlacutizzazione del male di cui egli soffre agli occhi. Totò si é affaticato molto negli ultimi tempi. Ultimamente stava interpretando due film « La cambiale » e « Casa nuova vita nuova »

«Corriere della Sera», 11 giugno 1959


Totò costretto a letto per il suo male agli occhi. Sospesa per una ventina di giorni la lavorazione del film « La cambiale »

Roma 16 luglio, notte. Il principe Antonio De Curtis, il popolare Totò, è nuovamente malato agli occhi; una ricaduta, che desta nel suoi medici qualche preoccupazione, ha reso necessaria la sospensione dell’ultimo film al quale l’attore partecipava, «La cambiale ». Per il momento, è stato stabilito che il lavoro riprenderà fra una ventina di giorni, quando, cioè, secondo le previsioni degli specialisti che hanno visitato il principe, egli sarà in grado di tornare sul «set». Frattanto, trattandosi di un film a episodi isolati e fine a se stessi (è una garbata satira di costume sul meccanismo dell'uso, ormai diffusissimo, delle cambiali) gli altri protagonisti hanno terminato le loro scene. Il film è quindi già pronto per le parti che riguardano Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello e Silva Koscina.
Totò, colpito dal suo male proprio quando si apprestava a girare, è per il momento costretto al riposo più assoluto e deve stare a letto, immerso nella penombra. L’ultimo attacco del male di cui Totò soffre, lo colpì in Sicilia, dove fu costretto ad interrompere la tournée di una sua rivista, messa in scena dopo molti anni che mancava dal palcoscenico del teatro leggera.

«Corriere della Sera», 17 luglio 1959


Riacutizzato il male di Totò agli occhi - E' stata sospesa la lavorazione di un film cui il popolare attore deve partecipare

Roma 17 luglio. Il principe Antonio De Curtis, in arte Totò, ha dovuto sospendere la lavorazione del suo ultimo film «La cambiale », perchè colpito nuovamente dalla malattia agli occhi che, due anni fa, lo costrinse ad un lungo periodo di riposo e di cure. I medici che curano il popolare attore, preoccupati per le sue condizioni, gli hanno ordinato un periodo di completa calma, per non stancare gli occhi affaticati dal riflettori dei teatri di posa. Secondo le previsioni dei medici, Totò potrà riprendere il lavoro interrotto tra una ventina di giorni. Totò soffri agli occhi per la prima volta due anni fa, a Catania, quando dovette sospendere una tournée di riviste e far ritorno a Roma. In seguito alla nuova ricaduta di Totò, il film ad episodi «La cambiale», al quale partecipano Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Sylva Koscina, Raimondo Vianello, è stato sospeso. Quasi tutte le scene erano state girate, e mancavano solo quelle nelle quali avrebbe dovuto partecipare Totò, che è costretto a rimanere a letto, immerso nella penombra, nella sua casa romana dei Parioli.

«Corriere dell'Informazione», 19 luglio 1959


1959-07-23-Corriere-dell-informazione-Malattia-occhi


«Esco soltanto di notte perchè non vedo gli amici. Ma per il resto mi sento bene e tornerò presto a lavorare»


Roma, 23 luglio 1959

Totò è una di quelle rare persone del mondo dello spettacolo che non ama la pubblicità. Non vuole che si faccia chiasso intorno alla sua persona. Quando i giornali scrivono di lui, dunque, vuol dire che qualcosa di serio c’è.

S’è parlato di Totò quando sposò Franca Faldini, e questo fu un motivo serio; se ne riparlò quando, tre anni or sono, sospese una rappresentazione in Sicilia per una grave malattia agli occhi, e questo fu un altro motivo serio. Se ne è parlato recentemente per il riaffacciarsi
della stessa malattia, ed anche questo è un motivo importante, tanto che il principe Antonio De Curtis ci ha invitato a casa sua per chiarire la portata del male.

E così abbiamo avuto l'occasione di conoscere un nuovo Totò. Abbiamo, cioè scoperto un nuovo artista; più melanconico, molto diverso dal vecchio attore di rivista che tutti conosciamo. Era ad attenderci, familiarmente, in vestaglia. E’ entrato sicuro nel salotto dove attendevamo, ma non ci ha visti; ha semplicemente scorto la nostra ombra.

S’è seduto, s’è passata una mano sui capelli, ha pensato un momento a quale frase ricorrere per rompere il silenzio; poi ha detto: «Come può vedere, sto bene, benissimo. La salute c’è, anche se non tutta. E' sempre l’occhio destro che, a dir la verità, mi rompe un poco le scatole. Ma non si tratta di una cosa grave, come quella di tre anni fa. Un velo di opacità si è formato sopra l’occhio e, finché non verrà riassorbito, dovrò accontentarmi di vedere solo ombre. Anche l'occhio sinistro è debole, ma è una cosa di vecchia data».

«Quando potrà riprendere il lavoro?». gli abbiamo chiesto.

«La mia pupilla non è come un paio di scarpe, che si possono usare quando si vuole. Nemmeno il medico sa dirmi quando potrò riprendere il lavoro. Penso io, che tra una ventina di giorni tutto dovrebbe essere passato». Totò ha dovuto interrompere di girare «La cambiale», il 6 giugno scorso.

Da allora non è uscito di casa che poche volte; e solo di sera ed in auto. «Esco di notte e raramente — ha confessato, con un velo di imbarazzo il principe — per evitare d’incontrare amici e conoscenti. Se mi salutano, io non voglio che pensino che non contraccambio per maleducazione, o per superbia. Il fatto è che non li vedo proprio».

Totò chiama il suo male «contrattempo». «Sono addolorato — dice — per questo contrattempo: "La cambiale" è un film graziosissimo, in cui lavoro insieme a Macario: un vero polentone ed un vero terrone».

Totò cerca di nascondere la sua tristezza, ma tutte le sue frasi sono piene di un dolore che affiora.

Guarirà perfettamente. I medici glielo hanno assicurato; ma intanto gli hanno proibito d’andare al mare e gli hanno consigliato la montagna. «Ho una barca — dice Totò —, ma ora per me è diventata inutile. E sì che il mare mi piace! Da molti anni vado in un paesino della costa provenzale. Si chiama Le Lavandou ed è bellissimo e tranquillo ed ha un mare come quello di Napoli. In queste lunghe settimane di riposo ho persino scritto una canzone dedicata a questo paesino».

Da quando non lavora, Totò s’è leggermente ingrassato perchè passa molte ore della giornata seduto alla scrivania e scrive poesie. E quando ci ha recitato qualcuna di queste composizioni, ci ha colpito la loro malinconia.

Poi ci ha salutati. «Stiamo allegri», ha detto. Sorrideva con gli occhi fissi in avanti.

Giancarlo Ghislanzoni, «Corriere dell'Informazione», 23 luglio 1959


Totò ha ripreso a "girare" dopo mesi di forzata inattività - « Non vedo ancora bene - dice - ma in giugno percepivo solo il chiaro e lo scuro » - Costretto a stare sempre in casa, ha composto poesie e una canzone

Roma 31 ottobre, notte. Dopo cinque mesi di forzata inattività, Totò è ricomparso oggi nel teatro di posa dell’Istituto nazionale «Luce» per terminare «La cambiale», il film interrotto il 6 giugno scorso per il riaffacciarsi della malattia degli occhi, che tre anni e mezzo or sono lo aveva costretto a sospendere la sua ultima rivista a Palermo. Totò non vede ancora bene; non riconosce le persone, ne distingue solo le sagome; «E’ poco — egli dice — ma è già abbastanza rispetto a qualche mese fa, quando percepivo solamente il chiaro e lo scuro». Lavora con difficoltà e le lampade da diecimila che lo bersagliano dall'alto dei castelli di legno, gli procurano un doloroso bruciore agli occhi. Il registra Mastrocinque gli fa girare scene brevissime, di pochi minuti, per dargli modo di inforcare gli occhiali neri e riposare le pupille. L’attore si muove nel teatro di posa sempre col timore di toccare inavvertitamente qualche filo elettrico o di inciampare in qualche cavo e se compie qualche passo falso ne ride per primo, come del resto ha riso nel sapere che Poppino De Filippo, che nel film « La cambiale » è suo cugino, lo chiama «il cecato». Totò cerca di nascondere questa sua momentanea semicecità sotto la scorza del suo gioioso carattere. Fra circa una settimana, quando la pellicola sarà ultimata, Totò dovrà nuovamente, per ordine del medico curante, osservare il più assoluto riposo e non affaticare soprattutto la vista. Sono necessari ancora parecchi mesi, forse un anno, prima che l'attore possa tornare a vedere discretamente.

In origine, quando dovette abbandonare la rivista a Palermo, si trattò di una emorragia interna del bulbo oculare destro; poi, al termine di intense cure,’ la pupilla riprese lentamente la sua funzione. Quest’anno l’occhio si riammalò. « Era il sei giugno — è Totò che parla — durante la seconda giornata di lavorazione del film. Incominciai a vedere una macchia scura che mi ballava davanti all’occhio destro. Piano piano, la macchia si ingrandì e, a un certo punto, mi sembrò di aver perso completamente la vista. Ora va molto meglio, anchè perchè so esattamente quello che ho: c’è nel mio occhio del liquido che deve essere riassorbito dai tessuti. Attualmente non c’è più buio davanti alle mie pupille, ma una opacità nella quale già distinguo le ombre ed anche i contorni delle cose. Quando il liquido sarà completamento riassorbito, allora rivedrò come prima ».

Dal sei giugno Totò è rimasto quasi sempre in casa. La prima raccomandazione, infatti, che il medico gli fece è stata quella di evitare rigorosamente la luce del sole. Ha fatto delle passeggiate in automobile, ma di sera. L’attore ha occupato le lunghe giornate estive e queste autunnali componendo poesie ed una canzone, un valzer. Contrariamente a quello che si può pensare, le poesie di Totò non sono allegre; sono malinconiche ed amare. Una è la storia di una mondana, un’altra è il dialogo fra l’asino Sarchiapone ed il cavallo Ludovico, un’altra ancora si intitola «'O schiattamuorto», il becchino. L'ultima non è ancora terminata; ma di questa Totò non vuole parlare, perchè riguarda i nostri tempi, «ed io — egli dice — non voglio passare guai; mi capite?: sono versi uno pucorillo acidi».

«Corriere della Sera», 1 novembre 1959


Una farsaccia, ma buttata giù da chi crede ancora nella ricetta della torta in faccia, della sedia improvvisamente tolta di sotto il sedere e della moglie che bastona il marito e ci crede con tanta fede da comunicarne una certa parte agli spettatori [...] Inutile dire che i più efficaci sono Totò e Peppino De Filippo [...]

Giovanni Mosca, «Corriere d'Informazione», Milano, 20 novembre 1959


Spesso motivo di grattacapi e di delusioni, le cambiali; non cosi, per lo spettatore almeno, La cambiale che Mastrocinque ha diretto su un soggetto di Metz e Gianviti. [...] Un film a incastro, che ha i suoi capitoli più spassosi laddove sono di scena un Totò in ottima forma, un Peppino De Filippo che gli fa buona compagnia ed un Gassman in vena. [...] Nonostante qualche incertezza e qualche intoppo un film che ottiene il suo scopo, quello di divertire e di far ridere; non può quindi mancargli il successo.

«Corriere della Sera», 20 novembre 1959


Questo di Camillo Mastrociuque e un film a ruota: tipo «La ronde» di Ophuls o «Destino» di Duvivier. Solo che invece di un rapporto d'amore o d'un abito da società quel che lega luno all'altro i vari personaggi è una volgarissima cambiale, simbolo di certa facile finanza dei tempi nostri. [...] Il lungo cammino da essa percorso deve essere ripercorso all'indietro. Uno per uno i personaggi della catena riappaiono sullo schermo, fino ad Aroldo che sostituisce la vecchia cambiale con una nuova e torna ad appiccicare quest'ultima a Totò e Peppino dando inizio cosi a una nuova catena. A questo punto il film s'interrompe. Era ora. Lo spettatore ha già il mal di testa dopo tanti eventi senza brio e senza logica. Tanto più che tutto è stato girato in presa diretta e da noi la presa diretta dopo tanti anni di abitudine al doppiaggio, significa purtroppo papere di attori, accavallarsi di voci, confuso brusio di fondo.

Bir., «Il Messaggero», 26 novembre 1959


Sappiamo tutti cos'è una cambiale: "oro", secondo la definizione che ne dà un personaggio truffaldino; una buggeratura secondo chi la passa all'incasso e se la vede tornare indietro; la riserva monetaria su cui si basa l'economia italiana, vista da un ottimista: la bandiera che sventola in tutte le case della penisola, secondo un umorista. [...] specialmente la prima parte, affidata all'interpretazione di quattro ottimi attori - Totò, Peppino De Filippo, Macario e Aroldo Tieri - leggera, allegra, piena di umore, ch'è degna delle migliori tradizioni comiche [...].

i.d., «Momento Sera», 26 novembre 1959


Tutto lo squallido repertorio boccaccesco della farsa più trita e più volgare costituisce la povera materia di questo film. Che lazzi di comici alla moda è spreco di improvvisate battute non, valgono certo a riscattare, nemmeno sul piano del passatempo [...] Non c’è altro da aggiungere, il film è volgare, noioso e non arrivia mai a dire nulla di divertente. Tutte le macchiette che infestano da tempo giornali umoristici e cinema dozzinale sono puntuali all'appuntamento. Un appuntamento al quale dispiace di veder presente anche un attore di indubbio valore e di coraggioso impegno come Vittorio Gassman.

P.V., «Il Popolo», 26 novembre 1959


Non è nuova al cinema l'idea di un oggetto che passa da uno all'altro in un continuo girotondo che alla fine ai conclude al punto di partenza. Gli auton di queste fantasie, però, come a suo tempo Duvivter. in Destino, con un frac, mirano in genere a scoperte umane o morali che, con la loro serietà, giustifichino lo scherzo od il gioco cui si abbandonano [...] Totò e Peppino De Filippo, ad esempio, che ancora una volta ci ripropongono un'amena coppia di lestofanti, Tognazzi e Vianello, alle prese con le loro abituali vicissitudini e, finalmente, Vittorio Gassman in una colorita caricatura di dongiovanni smargiasso e plebeo. [...] Ha diretto, con allegra disinvoltura. Camillo Mastrocinque.

Gian Luigi Rondi, «Il Tempo», 26 novembre 1959


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