Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1963


Rassegna Stampa 1963


Totò


1963 01 03 Corriere Alessandrino Sanremo intro[...] Clima disteso fra gli esclusi, tra i quali figurano alcuni tra i nomi più illustridella musica leggera: Rascel, Fidenco, Totò, C.A. Rossi, Celentano, Cigliano, ecc. Inevitabile bocciatura di qualche bella canzone; non si prevede una canzone "d'urto", ma venti canzoni di più o meno soddisfacente fattura [...]

«Corriere Alessandrino», 3 gennaio 1963


1963 02 23 Il Tempo Il giorno piu corto T L

«Il Tempo», 23 febbraio 1963 (Data distribuzione 9 febbraio 1963)


«"Il giorno più lungo" di Darryl Zanuck, sfoggiava quarantatrè noti attori, questa parodia di Corbucci ne mette in vetrina quarantaquattro, (anzi, ottantotto, addirittura), anche se molti, come Stewart Granger, vi compaiono per un solo fotogramma, e altri, come Walter Pidgeon che figura come Hemingway, non recitano più di una battuta.[...] Ispirato a un generico pacifismo, sfiora situazioni a volte, con una disinvoltura, che potrà provocare risentimenti. Ma non va preso troppo sul serio. Quelli di Totò, sono giochi di parole; e il resto citrullaggine.»

Alberico Sala, «Corriere dell'Informazione», 16 febbraio 1963


Roma, febbraio

Tra i film che la Titanus, alcuni mesi or sono, aveva deciso di realizzare, ve ne era uno ancora senza titolo: una storia comica, ambientata durante la prima guerra mondiale che sarebbe stata diretta da Sergio Corbucci. La sceneggiatura era quasi completata, la data di inizio delle riprese stabilita e già avevamo pensato ad alcuni attori per i ruoli principali, quando la programmazione in Italia de II giorno più lungo ci suggerì di fare del nostro film anonimo una satira del fortunatissimo film americano. Decidemmo quindi di dargli un titolo dichiarata-mente parodistico Il giorno più corto, e non ci sarebbe spiaciuto ripetere quanto avevano fatto gli americani: riunire un gran numero di attori, facilmente riconoscibili dalla massa degli spettatori, che comparissero in brevi apparizioni, in rapidi passaggi, magari per dire una sola battuta.

Però questa idea, che naturalmente ci divertiva molto, non andava affatto d’accordo con alcune ragioni di carattere organizzativo. Nel panorama dei film Titanus, Il giorno più corto, affiancandosi ad altre produzioni più diffìcili ed impegnative, doveva essere considerata una voce minore. Il suo costo doveva essere mantenuto nei limiti di un preventivo moderatamente ristretto ed in quei limiti era assolutamente impossibile fare rientrare i compensi di un buon numero di attori importanti. La nostra idea ci sembrava quindi un sogno, bello e divertente da accarezzare, ma destinato a rimanere del tutto irrealizzato.

Tanto per provare, come si dice, chiedemmo ad alcuni attori se sarebbero stati disposti a partecipare al film senza ricevere alcun compenso. Avrebbero dovuto lavorare per un giorno o due al massimo, talvolta anche soltanto per poche ore, ma si sarebbero comunque dovuti recare sui luoghi della lavorazione, a circa 50 chilometri da Roma, provare i costumi, il trucco ecc. In realtà fare tutto come se si trattasse di un film per il quale sarebbero stati pagati profumatamente.

Contrariamente alle più nere previsioni, i primi attori interpellati ci dissero di sì. Non so esattamente perchè lo abbiano fatto. Forse perchè in passato, e mi auguro di nuovo nel futuro, avevano avuto occasione di interpretare altri film prodotti dalla Titanus ed erano rimasti in ottimi rapporti con noi, o forse perchè la idea di queste partecipazioni divertiva loro quanto noi. Comunque sull'esempio di quei primi "volontari” ci fu possibile contare sulla partecipazione di un eccezionale numero di attori importanti. Esattamente 88, proprio il doppio dei 44 che erano stati scritturati da Darryl Zanuck per Il giorno più lungo. E vorrei ringraziarli tutti da Virna Lisi a Walter Pidgeon, a Rina Morelli, Paolo Stoppa, Ugo Tognazzi, Walter Chiari, Anouk Aimée, Jean-Paul Belmondo, Sandra Milo, Franchi e Ingrassia, Warner Bentivegna, Annie Girardot, Renato Salvatori, Vittorio Caprioli, Antonella Lualdi, Stewart Granger, Dino Mele, Franca Valeri, Maurizio Arena e i moltissimi altri che non posso ricordare in questa sede poiché a Il giorno più corto è abbinato un concorso a premi, basato appunto sulla partecipazione al film di tanti e tanti popolari attori.

Nelle sale dove il film sarà proiettato verrà distribuita al pubblico una cartolina con le fotografie di cento attori. Lo spettatore dovrà individuare i dodici che non compaiono nel film e inviare la cartolina alla Titanus. Alla fine della stagione saranno sorteggiati i premi tra quanti avranno inviata la esatta seduzione e i primi cinque vincitori potranno andarsene a Tahiti, ospiti della Titanus. Inevitabilmente la notizia della partecipazione gratuita al film di tanti attori ha fatto scalpore. La stampa si è molto interessata al film e alcuni giornali hanno scritto che Il giorno più corto è la risposta del cinema italiano a Hollywood, che è aperta la competizione tra me e Zanuck e così via. Anche se queste affermazioni sono state determinate, immagino, da un eccesso di entusiasmo, mi pare giusto cercare di riportare le cose nei loro limiti. Se il cinema italiano vuole competere con quello americano deve usare altri mezzi e penso di averne indicato il modo con alcuni dei miei più recenti film che si sono imposti in questi anni nei più importanti Festival cinematografici.

Per quanto mi riguarda. Il giorno più corto è stata una piacevole vacanza, tra la produzione di film più diffìcili e pericolosi e mi auguro che anche il pubblico, al giudizio del quale il film sta per essere sottoposto, sia dello stesso avviso.

Goffredo Lombardo, «Tempo» anno XXV, n. 7, 16 febbraio 1963


1963 03 08 Il Tempo Toto contro i quattro T L

«Il Tempo», 8 marzo 1963  (Data distribuzione 5 marzo 1963)


«[...] Una farsetta questo Totò contro i quattro, fra le più corrive che abbia girato Steno [...] Le spalle sono di lusso [...] e appunto dai duetti che ciascuna di esse intreccia col sempre ameno protagonista, scaturisce per gli spettatori di palato facile un modesto ma infallibile divertimento. Il film ha il merito di evitare le scollacciature dalla sua comicità affidata più che altro a innocenti giochi di parole. E non è neanche il caso di parlare di satira, anche se alcune avventure appaiono suggerite da altrettanti scandali e scandaletti del giorno. Le "spalle" sono di lusso (Fabrizi, Peppino De Filippo, Mario Castellani) e appunto dai duetti che ciascuna di esse intreccia col sempre ameno protagonista, scaturisce per gli spettatori di palato facile un modesto ma infallibile divertimento.»

Leo Pestelli, «La Stampa», Torino, 10 marzo 1963


«[...] Alle prese con l'impegnativo personaggio del commissario, stavolta c‘è Totò e non vi sarà difficile immaginare tanto il tono del film quanto il carattere delle sue imprese. Totò, s'intende, è un commissario «sui generis» impegnato nella soluzione di casi strettamente confidenziali o alle prese con personaggi i cui reati tutt'al più si sbrigano In Pretura, ma agisce con uno stile che lo differenzia da tutti gli altri colleghi e che, in poche parole, farebbe invidia a... Maigret. La trama del film è congeniale alle possibilità mimiche e alle risorse umoristiche di Totò ben coadiuvato da un prestigioso quartetto composto da Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo, Nino Taranto ed Erminio Macario.»

Vice, «Il Tempo», 9 marzo 1963


«[...] Quattro comici, dunque, che fanno da corona, ma in maniera troppo rumorosa, all'inesauribile Totò, il quale, anche perchè favorito dalle poche battute indovinate a sua disposizione, se la cava meglio del suoi agitati compagni. Ma tanto spiegamento di specialisti della risata avrebbe meritato una sceneggiatura meno grossolana.»

G. Gr., «Corriere della Sera», 14 marzo 1963


«[...] Una serie di episodi in ciascuno del quali la satira si fonde alla farsa sul binario della comicità più schietta sia per gli spunti piacevolissimi di cui è ricca la trama, sia per la consumata arte di Totò, nelle vesti del Commissario. Steno ha diretto cercando di evitare ogni eccesso, riuscendo peraltro a tener viva quella carica di humour di cui tutto il film è garbatamente pervaso. [...] Ottima la fotografia in bianco e nero e appropriato il commento musicale.»

Vice, «Il Messaggero», 9 marzo 1963


«Totò, in questo suo ennesimo film, è nei panni di un Commissario di Pubblica Sicurezza alle prese con quattro «casi» difficili [...] Steno ha diretto il film senza infamia e senza lode strappando al pubblico, di tanto in tanto, qualche risata. [...]»

Vice, «Momento Sera», 10 marzo 1963


1963 04 Il monaco di monza T 01 L Unita L

«L'Unità», aprile 1963 (Data distribuzione 16 marzo 1963)


Rassegna critica. Paolo Mereghetti (una stella e mezzo): “Parodia abbastanza scontata, vagamente debitrice al Manzoni e sceneggiata da Bruno Corbucci e Gianni Grimaldi, ma letteralmente infarcita di giochi di parole e calembour capaci di strappare più di una risata”.

Morando Morandini non si spreca in valutazioni ma conferma una stella e mezzo, aggiungendo le due stelle del pubblico. Pino Farinotti concede due stelle ma non motiva. La critica contemporanee a distrugge il film, Onorato Orsini scrive: “Totò fa un film peggiore dell’altro e l’ultimo è sempre inferiore al precedente”. Ma Il monaco di Monza, rivisto a distanza di due lustri fa ancora sbellicare dalle risate.


«Per rassicurare un sospettoso marchese sulla propria autentica identità di monaco, Totò gli consiglia di consultare la «Guida Monaci». Le battute dell’ultimo film del nostro inesauribile comico sono di questa stoffa, ma saremmo ingiusti se negassimo che qualcuna riesce a far sorridere. La mimica di Totò, questa volta in saio francescano, la tontaggine di Macario in abito di terziario, [...] Il monaco di Monza conferma che la nostra censura è disposta persino a lasciare irridere gli uomini di chiesa, purché un film non metta in circolazione le idee.»

G. Gr., «Corriere della Sera», 6 aprile 1963


«Ancora una volta un Totò in abito da frate, ma stavolta alle prese con un bieco marchese il quale per assicurarsi l'eredità paterna, intende sposare a tutti ì costi la bella cognata vedova, innamorata, tra l'altro, di un nobile spagnolo e per giunta in attesa di un bimbo [...] Movimentato e non privo di gradevoli spunti umoristici, il film che Sergio Corbucci ha diretto con buon mestiere risulta piacevole. Il pubblico ride e sovente di cuore, grazie soprattutto alla brillante interpretazione dell'intramontabile Totò, al cui fianco si muovono con bravura Nino Taranto, Erminio Macario e Lisa Gastoni. Del «cast» fanno parte anche Fiorenzo Fiorentini, Giacomo Furia, Mario Castellani e la graziosissima Dany Paris, disinvolta e vivace, in un ruolo sostenuto con lodevole impegno. Bianco e nero.»

Vice, «Il Messaggero», 30 marzo 1963


«Da un pò di tempo Toto ci provava, ma questa volta c'è riuscito. Sì c'è riuscito a farci ridere, a renderci finalmente allegri; ci ha ingomma regalato un po' di buonumore in questi tempi di cibi adulterati e di moduli Vanoni. [...] Totò nella parte del frate ci è sembrato veramente quello di un tempo: comunicativo e brillante. Nino Taranto è il terribile marchese. Prendono inoltre parte al film Erminio Macario nella parte dei pastorello, Lisa Gastoni la castellana, Moira Orici, Adriano Orientano e Don Backy ed altri. Buona la sceneggiatura anche se in qualche punto è troppo «discorsiva». Non proprio eccellente la fotografia. Bianco e nero.»

Vice, «Momento Sera», 31 marzo 1963


«Esistono film che dovrebbero veder limitato il visto di programmazione ai cinema di periferia, per motivi di gusto. [...] Ora, con questo Il monaco di Monza è da credere che la cinematografia nostrana abbia raggiunto la categoria più infima. [...] Qui, la qualità delle trovate comiche è talmente povera da non riuscire a strappare il minimo accenno di sorriso. Il buon Totò si sbraccia inutilmente [...].»

Articolo non firmato apparso su «Il Nuovo Secolo XIX»


«E' la solita, squallida storia di Cinecittà: questi filmetti che parodiano un titolo. Ora, è la volta de Il monaco di Monza [...] e alla fine si scopre che Totò ha un doppio. Il film è meno che mediocre e se strappa qualche risata è per merito esclusivo dei suoi interpreti. Lisa Gastoni è bella e con quella bocca potrebbe dire ciò che vuole ma lo dicesse almeno in lingua italiana.»

Vice, «Corriere dell'Informazione», 9 aprile 1963


«Ma perché Totò riesce sempre a fare un film più brutto del precedente? Chi lo conosce sa che Totò, per quanto stanco e acciaccato, non può rinunciare a recitare; per lui equivarrebbe rinunciare a vivere. E perciò recita, qualunque sia il soggetto che gli propongono e il regista che dovrà dirigerlo, gli attori che lo affiancheranno[...].»

Onorato Orsini, «La Notte», 6 aprile 1963


1963 04 05 Gazzetta di Mantova Toto Mantova L foto

Il popolarissimo Totò è stato ospite ieri della nostra città. Egli è giunto a Mantova nel tardo pomeriggio in forma privata assieme alla consorte Franca Faldini e si è subito portato all'albergo Italia, ove ha fissato una camera. Il noto attore ripartirà questa mattina alla volta di Lugano.

Cordialissimo, Totò (il cui vero e titolatissimo nome è per esteso « Sua altezza imperiale il principe Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi Antonio ») ci ha detto di essere venuto a Mantova per una breve visita alla mamma ed ai parenti di Franca Faldini, che risiedono come è noto a Formigosa (la 104enne signora Tedaldi, deceduta negli ultimi mesi, era la nonna della Faldini). In precedenza il principe De Curtis aveva fatto visita al Nido Traverso di Volta Mantovana, di cui è da parecchi anni munifico benefattore, ed al quale ha sempre provveduto ad inviare medicinali ed offerte in denaro. Era la prima volta che l'attore visitava la sede che accoglie i figli dei carcerati. Subito, numerosi bimbi si sono stretti festosamente attorno a lui ed alla sua gentile consorte. Prima di partire alla volta del capoluogo (ove si fermerà come si è detto solo stanotte) Totò ha offerto al Nido Traverso una cospicua somma in denaro

«La Gazzetta di Mantova», 5 aprile 1963


1963 09 14 La Stampa Toto e Cleopatra T L

«La Stampa», 14 settembre 1963 (Data distribuzione 3 agosto 1963)


«Che si facesse, come ormai e d’uso, la parodia di un film intorno al quale, volontariamente o meno, si è fatto grande clamore di pubblicità, C'era da aspettarselo; ma che il film parodia precedesse sugli schermi il film cui rifà il verso non era certo immaginabile.

Come pure, nonostante si sapesse che il grande Totò e la bella Magalì Noel  ne erano gli interpreti, non era prevedibile che la parodia stessa riuscisse così gustosa, azzeccata e divertente come in questo ”Totò e Cleopatra” di Ferdinando Cerchio. La chiave di volta del successo di pubblico che il film destinato ad avere è ancora una volta Totò, irresistibile come sempre,  nella duplice parte di Marcantonio e del suo fratello gemello, mercante di schiavi, inviato dalla moglie del triumviro in Egitto per sostituire l'affascinante Cleopatra punto il marito che essa cerca di trattenere prigioniero a Roma guardato a vista da un gattopardo. [...]

Si ride di gusto le battute dette da Totò e alle sue trovate; e si ride addirittura senza ritegno, visceralmente, in alcune scene nel quale il nostro  grande attore comico, vero erede della “commedia dell'arte”, supera se stesso come quella ad esempio della visita da parte dello psichiatra. bella ed intelligente Magalì Noel e intorno ai due protagonisti bravi anche gli altri. [...]»

Ermanno Contini, «Il Messaggero», Roma, 6 settembre 1963


«[...] A Totò la commedia degli equivoci è sempre calzata a pennello e anche stavolta, col pretesto di ambientare la vicenda in riva al Nilo, il principe de Curtis si presta alla doppia parte [..,] Battute trivialotte e tutto il gran mestiere rispolverato del gran Totò, cercano di farci fare quattro risate [...] Il crollo, se non ci fosse lui, sarebbe fragoroso. La chiave di volta del successo di pubblico che il film è destinato ad avere è ancora una volta Totò. Irresistibile come sempre, si ride di gusto alle sue battute e alle sue trovate e si ride addirittura senza ritegno, visceralmente in alcune scene dove il nostro comico supera se stesso»

Onorato Orsini, «La Notte», Milano, 18 settembre 1963


«[...] Il film è spettacolare, rutilante di colori e di costumi: il mondo romano ritratto senza infierire con i toni della caricatura o dell'umorismo fa assai bene da sfondo decorativo; Totò regge bene tutto lo spettacolo, come al solito, ma la sua bravura non riesce da sola a far ridere perchè mancano le trovate e le battute e quelle che ci sono, pesanti e volgari, tutte a doppio senso e scurrile, infastidiscono e fanno scadere il film. [..]»

Vice, «Il Tempo», 6 settembre 1963


«La rentree di Totò nel cinema non è stata molto felice: una serie di filmetti squallidi, volgari, inintelligenti, in fondo ancora più arretrati e meno veri di quelli che vedevamo dieci anni fa[...] Tutto questo lo ritroviamo oggi, identico, non più rispondente al nostro gusto, stancamente ripetuto con la speranza che pubblici sottosviluppati e provinciali possano far quadrare il bilancio di produttori improvvisati [...] I capelli grigi di Totò, questo autentico attore che per ragioni di cassetta si confina in ruoli di avanspettacolo, sono un pò patetici, in simile situazione».

Franco Nicolini, «La Nazione», 1963


1964 08 04 La Stampa Toto sexy T L

«La Stampa», 4 settembre 1963 (Data distribuzione 31 agosto 1963)


«Totò sexy di Amendola dà quello che li titolo promette. Totò, carcerato, assieme a Macario, sogna nella cella. Le sue mosse, i suoi lazzi, di fronte al numeri di spogliarello e di danze, i suoi litigi con il secondino e con i compagni di prigionia, formano il mastice del film, che per il resto non è che l'ennesimo film «notte». Macario fa da spalla. Comicità greve; poveri carcerati: non essendo loro permesso raccontarsi barzellette in prigione, uno dice un numero, che corrisponde ad una barzelletta; e tutti, ricordandola, si mettono a ridere fragorosamente.»

Vice, «Corriere della Sera», 7 settembre 1963


«Totò e Macario in prigione, rinchiusi nella loro cella, sognano e costituiscono il pretesto per propinare al pubblico i soliti spogliarelli (questa volta più castigati del solito). Tra un numero di varietà e l'altro si innestano le smorfie e le mosse di Totò e Macario, i loro litigi col secondino e con i compagni di prigionia ed infine, qualche trivialità di dubbio gusto che dovrebbe muovere al riso lo spettatore. Ha diretto quasi con fretta, Mario Amendola che si è preoccupato solamente di curare la buona fotografia in Eastmancotor»

Vice, «Momento Sera», 15 settembre 1963


«Il divertimento manca del tutto [...] in questo ennesimo zibaldone rivistaiolo in cui un illustre attore come Totò avvilisce la sua fama senza alcuna ragione. In una lunga carriera cinematografica non costellata certo di capolavori, i più recenti film di Totò spiccano per la loro infima qualità; ma questo "Totò Sexy" è senza dubbio il gradino più basso della scala [...] Allusioni e battute volgari si sprecano e di regia non è neppure il caso di parlare [...]».

Valentino De Carlo, 1963


«Una trama, sia pur esile, la comicità dell'intramontabile Totò unita a quella del simpatico Macario, ambedue nelle vesti di detenuti, un dialogo abbastanza vivace non privo di garbati spunti umoristici, uno stuolo di Piacenti donnine ed ecco realizzato un gradevole film in cui tra una battuta e un'altra si inseriscono vari numeri di spogliarello e di danza [...] Quello che tuttavia dà maggiore tono al lavoro che Mario Amendola ha diretto con garbo e contenutezza di toni è naturalmente la presenza di Totò, ancora una volta quanto mai efficace per mimica ed inesauribile vena umoristica. Accanto a lui, altrettanto brillante, Macario e numerosi altri attori oltre alle molte specialiste dello striptease. Due ore circa di divertente spettacolo, reso ancor più gradevole da un bel colore.»

Vice, «Il Messaggero», 14 settembre 1963


«Totò e Macario sono in carcere e si abbandonano ai sogni. E che cosa sognano? Paris la nuit e gli spogliarelli, tanti spogliarelli. Insomma, siamo alle solite: tutto è un pretesto per fare un film di strip. Le battute, poi, sono sfacciatamente grevi. Ma chi glielo fa fare a Totò di perdersi in simile robaccia?»

Vice, «Corriere dell'Informazione», 8 settembre 1963


«[...] L'apporto di quel grande attore comico che è Totò, che farebbe ridere anche leggendo l'orario ferroviario, fa si che il lazzo sia presente in tutte le scene in cui è protagonista il comico napoletano, spalleggiato ottimamente da Macario. [...] Se c'è un solo motivo per andare a vedere questo filmetto è proprio solo per l'intramontabile principe De Curtis».

"Vice", «La Libertà», 1963


1963 08 13 Il Messaggero Le motorizzate T L

«Il Messaggero», 13 agosto 1963 (Data distribuzione 10 agosto 1963)


«Solita collezione di barzellette sceneggiate da un gruppo di comici abituali frequentatori dei film di Girolami. Questa volta sono prese di mira le donne al volante. Il livello umoristico, è piuttosto basso e decisamente volgare. Qualche risata è possibile farla soltanto grazie alla presenza di Totò [...] ma chi glielo fa fare a prender parte a certi film?»

Anonimo, "La Notte", 1963


«Fatta eccezione per un paio di episodi dove la scurrilità è ridotta al minimo e dove la capacità degli attori sopperisce alla assoluta mancanza di inventiva, tutto il resto si riduce a cosa trascurabilissima se non fosse per la voluta insistenza nel sottolineare una volgarità di linguaggio e di atteggiamenti della peggior specie, con il risultato di provocare nello spettatore non già ilarità, ma un profondo senso di nausea. Totò, Walter Chiari [...] i principali interpreti dei vari sketches, diretti da Marino Girolami»

Vice, «Il Messaggero», 14 agosto 1963


«La donna al volante è il tema scanzonato di questo film, diretto da Marino Girolami, un film scacciapensieri, senza pretese ma con il solo scopo di far divertire. Vi riesce grazie ad un» schiera di attori brillanti e comici, che danno vita cinque episodi, costituenti i vari aspetti dell'affannoso traffico cittadino con protagonista le donne Una trama leggera, ma ben svolta è la base del lavoro di Marino Girolami, che si è potuto valere in un episodio dei film della partecipazione di Totò, in una caratterizzazione divertente ed arguta di un uomo diventato vigile per necessità [...]»

«Momento Sera», 17 agosto 1963


«Due suore vanno a raccolta di vecchi elettori per portarli, in macchina, a votare; Totò si camuffa da vigile urbano per tirare a campare; Walter Chiari fa il podista, prende la « bomba », vince la corsa ma fallisce in una avventura amorosa; Raimondo Vianello s’imbatte in Sandra Mondaini che ha appena comprato l’automobile e ne combina di tutti i colori; Bice Valori fa « una di quelle » motorizzata e con roulotte, ma è importunata da un moralista. Questa la materia dello squallido filmetto di Marino Girolami, dove la volgarità raggiunge limiti incredibili. Qualche volta si ride, ma non per merito del regista.»

Vice, «Corriere dell' Informazione, 3 settembre 1963


«Il problema della motorizzazione incombe e pertanto dopo "I motorizzati" di Camillo Masirocinque ecco "Le motorizzate" di Marino Girolami [...] Dei quattro episodi non uno varca i limiti della mediocrità e a peggiorare le cose concorre non poco la strada battuta dagli autori che è quella del umorismo pesante e sboccato, della farsa banale e smaccata, della comicità priva di mordente e di trovate efficaci. Si salva, al contrario, il quinto episodio, che per essere interpretato da Totò ha il solo difetto di avere poco o nulla a che fare con le motorizzate [...]»

Vice, «Il Tempo», 17 agosto 1963


«Una serie di barzellette sceneggiate a tema fisso, le donne ai volante. [...] C’è Totò, vigile urbano abusivo per sbarcare il lunario, e c'è Walter Chiari, fanatico podista che tenta di sfuggire alle lusinghe di una focosa automobilista. [...] Le motorizzate di Marino Girolami, allinea situazioni da avanspettacolo e battute pesanti, di gusto più che discutibile affidate, oltre al già citati, a Bice Valori, Sandra Mondaini, Valerla Fabrizi e Liana Orfei.»

«Corriere della Sera», 1 settembre 1963


«Un film a episodi come vuole la consuetudine di certe produzioni italiane da cassetta. Ogni episodio, un beniamino del pubblico [...] E le motorizzate ? Ma è solo un pretesto, un debole filo conduttore che in alcuni episodi, come in quello di Totò, non ha più alcun senso.»

Anonimo, "Corriere Lombardo", 1963


1963 10 18 La Stampa Gli onorevoli T L

«La Stampa», 18 ottobre 1963 (Data distribuzione 13 settembre 1963)

«Totò, Peppino, ecc. onorevoli mancati - Un film comico di Sergio Corbucci - Il regista Sergio Corbucci dirigerà il film « Gli onorevoli» con Totò, Peppino De Filippo, Franca Valeri, Gino Cervi, Nino Manfredi. Il film racconterà comicamente le vicende di un candidato monarchico del P. N.R. (partito nazionale per la restaurazione) che è Totò; di un candidato liberale, che sarà Nino Manfredi, di un candidato comunista che sarà Gino Cervi, di un candidato missino che sarà Peppino De Filippo, di una candidata democristiana che sarà Franca Valeri: nessuno di essi varcherà la soglia del Parlamento.»

«Corriere dell' Informazione, 31 maggio 1963


«[...] Il filmetto di Corbucci non esce dall'abborracciata formula a episodi e dal dubbio umorismo da avanspettacolo tanto caro al bozzettismo romanesco. Insomma, una sfilza di luoghi comuni con qualche episodico momento divertente che va a merito dei singoli interpreti più che del copione e del regista.»

Giulio Cattivelli, «La Libertà», Piacenza, 6 ottobre 1963


«Questo film vuol essere una bonaria satira di costume politico e racconta con vena facile e ritmo scorrevole, in chiave comica, avventure e disavventure, speranze, crucci e delusioni di vari candidati di diversa fede in tempo di e elezioni. [...] Gli attori chiamati ad interpretarlo hanno contribuito validamente a questo successo: [...] Totò nei panni dell'ex combattente , fiducioso e irretito [...]»

Vice, «Il Messaggero», 12 ottobre 1963


«Barzellette sceneggiate anche ne Gli onorevoli di Sergio Corbucci, cavalcata mica tanto amena nel sottobosco della politica italiana, con attori di prestigio internazionale come Totò, De Filippo, Chiari, la Valeri, umiliati in un repertorio polveroso e di basso conio, afflitti da una sceneggiatura e da un dialogo capaci di suscitare una profonda, invincibile malinconia persino nel più zelante tra gli spettatori televisivi [...]»

Onorato Orsini, «La Notte», Milano, 20 febbraio 1963


«La presenza di Totò tra gli interpreti indica chiaramente in quale chiave gli autori abbiano affrontato l'argomento "candidati elettorali", una chiave, cioè, più comica e farsesca che satirica il che toglie all'opera buona parte di quel mordente che le sarebbe derivato da un'impostazione più misurata e tendente non tanto ad ottenere facili effetti umoristici quanto ad imporsi sul piano dell'efficace critica di costume.

Le frecciate partono in tutte le direzioni ma contro bersagli scontati, facili e soprattutto meschini. Non è certo questo il modo per condurre una satira politica, affidandoci cioè a personaggi che son macchiette da avanspettacolo, a situazioni paradossali e grottesche che denunciano una preoccupante scarsezza d’inventiva, ad un umorismo di dubbio gusto ancor più fastidioso per essere affidato a un gruppo di attori di innegabile valore e di buona resa anche, e assai meglio, senza i compromessi col dubbio gusto. Partono male i quattro candidati elettorali, da personaggi meschini, illusi conculcati, si bruciano le effimere ali dell’esaltazione più personale che politica e finiscono miseramente.

Non si può nemmeno parlare di «fiaschi» perché la pellicola è condotta in tutt'altro senso da Sergio Corbucci che gioca con le marionette pigiando sul tasto farsesco per muovere alla risata melensa. Si non prestati al gioco Totò, Franca Valeri, Peppino De Filippo, Gino Cervi, Walter Chiari, Franco Fabrizi e Aroldo Tieri.»

Vice, «Il Tempo», 12 ottobre 1963


«Vigilia d'elezioni e candidati al Parlamento, nel film di Sergio Corbucci Gli onorevoli. Totò, con la fanfare e le piume dei bersaglieri, tiene discorsi anche di notte, svegliando i vicini, salvo poi svelare in pubblico gli imbrogli progettati dai suoi associati. [...] Dialoghi fiacchi, scenette da avanspettacolo, che non offrono che rare possibilità agli attori di mostrare le proprie doti. La materia meritava una sceneggiatura più smaliziata ed un umorismo meno plateale.»

Vice, «Corriere della Sera», 19 aprile 1964


«L'avanspettacolo, è un un avanspettacolo non sempre di buon gusto, domina il film che racconta la storia di un gruppo di aspiranti onorevoli in tempo d'elezioni. [...] Totò, scatenato come al solito, affronta il tema «patriottico» con le fanfare del bersaglieri sveglia i suoi notturni presunti elettori i quali, com'è logico, si guarderanno bene dal dargli il voto. [...] L’umorismo in questo film difetta di originalità.»

Vice, «Corriere dell'Informazione», 19 aprile 1964


«Clima elettorale, alla vigilia del 18 aprile. Totò, Franca Valeri, Gino Ceni, Peppino De Filippo e Aroldo Tieri sono cinque candidati che sognano le lotte politiche in parlamento, dopo aver lottato nelle piane per conquistarsi le simpatie degli elettori. In un modo o nell'altro saranno tutti « trombati » e di questo dovranno ringraziare Walter Chiari, Franco Fabrizi, Memmo Carotenuto e Fiorenzo Fiorentini che contribuiranno, chi più chi meno, alla loro rovina politica. [...] Totò rinuncerà ai fieri ideali per il troppo amore che porta al paese natale, quando scoprirà di essersi alleato a due imbroglioni [...] Agile e spigliato. «Gli onorevoli» scorre fino alla conclusione, con la sola pretesa di strappare un po' di risate e, di questo, il merito va in parti uguali agli sceneggiatori ed al regista Sergio Corbucci. Unico neo fastidioso del film, la presenta di alcuni pestiferi ragazzini tenuti in scena più del necessario.»

Vice, «Momento Sera», 13 ottobre 1963


«Anche negli Onorevoli, l'ultimo film che Totò gira per la regia di Corbucci, l'attore napoletano compie solo un'apparizione. Non così fulminea ma altrettanto esilarante. Totò interpreta il monarchico Antonio La Trippa, candidato del Partito Nazionale per la Restaurazione, e in testa porta ancora il cappello da bersagliere. La mattina sveglia i condomini intimando dalla finestra del bagno la sua implacabile propaganda elettorale «Votantonio votantonio votantonio... Italiani! Inquilini, coinquilini, casigliani.»

Alberto Anile


«Vota Antonio, vota Antonio.» Totò si candida alle elezioni. Con il collegio uninominale avrebbe stravinto, era il migliore di tutti. Con la preferenza si trova invece in difficoltà. Lui che al solo sentire parlare di onorevoli, come il mitico Cosimo Trombetta, esplodeva in un inconfutabile, «Ma mi faccia il piacere ». La spietata competizione elettorale lo costringe a mendicare voti per il suo partito monarchico anche arringando le masse del suo condominio. Antonio La Trippa si deve infatti umiliare a urlare, dal bagno, il suo nome in un megafono.»

Walter Veltroni


1964 01 17 Il Messaggero Il comandante T L

«Il Messaggero», 17 gennaio 1964 (Data distribuzione 18 dicembre 1963)


«La lavorazione è in corso: Totò generale nel centesimo film - "Il comandante" narra la storia patetica di un alto ufficiale collocato a riposo e che non si rassegna alla vita del pensionato. [...] Con lui, nella « roulotte » dove si è appartato durante una pausa del film, abbiamo parlato di questo personaggio nuovo che va creando, così vero e cosi malinconico nel suo destino. « E' la sorte comune — diceva Totò, — il destino di tutti ». Ma quelle amare riflessioni non sembrano attagliarsi a lui. Terminato un film, ne comincia un altro, senza posa, sempre corretto dalla simpatia del pubblico e adesso, mentre gira "Il comandante", sta esaminando già molte nuove proposte di lavoro.»

A. Ce., «Corriere della Sera», 12 settembre 1963


«Totò si cimenta in un film costruito esclusivamente per lui, in chiave più crepuscolare che umoristica, e con assoluta esclusione di quei spassosi lazzi e ammiccamenti buffoneschi che costituivano il suo tradizionale e personalissimo repertorio.[...] Se il film fosse all'altezza del protagonista non potremmo dirne che bene. Purtroppo è un raccontino convenzionale e bozzettistico, un pò impacciato e incerto nella ricerca del tono giusto [...]».

Giulio Cattivelli, 1964


«E' risaputo che la pensione - per civili e militari - arriva sempre troppo presto, in un’età in cui, salvo quando ci sono malattie, l’uomo è ancora pieno di resistenza e di forza e per nulla desideroso di mettersi a riposo; con la con sequenza che, il più delle volte, l’inerzia forzata nuoce alla salute e fiacca il pensionato - fisicamente e intellettualmente - molto più di quanto non avrebbe fatto il lavoro. [...] Su queste situazioni si costruisce il film di oggi, scritto da Rodolfo Sonego e diretto da Paolo Heusch, ma, nonostante la schietta umanità dello spunto e la presenza di Totò in una parte più amara che non comica, l'effetto è scarsamente convincente e, alla lunga, finisce per lasciare perplessi. [...] Il film, cosi, si impone all’attenzione del pubblico (al suo riso e al suoi sospiri) quasi esclusivamente per merito di Totò che, giunto qui alla sua centesima fatica (auguri! auguri!), ci mostra ancora una volta di essere un attore di razza toccando senza difficoltà, e anzi con risultati spesso ineccepibili, tanto le corde farsesche, a lui da sempre congeniali, quanto quelle drammatiche; rivelando, in queste ultime, una sensibilità patetica e raccolta, una sofferta interiorità, una severa misura dense davvero d’ogni lode; e tali, oltre a tutto, da farci desiderare di vederle meglio e più diffusamente con nitida disinvoltura. [...]»

Gian Luigi Rondi, «Il Tempo», 19 gennaio 1964


«Per il suo centesimo film, quel grande veterano che tra i nostri comici è Totò si è visto finalmente offrire il destro d'interpretare un personaggio di autentica e toccante umanità. [...] A tale dramma Totò presta non solo la sua maschera, tanto più intelligentemente controllata, ma anche un'arte interpretativa di efficacia grande e sottile [...]»

Bir., «Il Messaggero», 20 gennaio 1964


«Un film girato con molta cura. Se Totò avesse coltivato delle ambizioni di interprete ‘serio’ avrebbe finito per commettere gli stessi errori d’un Petrolini; è giusto per questo che invece di pochi film di qualità ne abbia fatto cento di tutti i generi.»

Alberto Moravia, Il generale dietro la scrivania, “L’Espresso”, 5 gennaio 1964, Busta T09, fase ‘Totò’, Fondo Calendoli


«Abbandonata una volta tanto la battutissima pista delle farse da avanspettacolo, Totò ha imboccato stavolta la via della commedia amara, un po' comica, un po' patetica, dove egli è almeno messo in grado di mostrare ai pubblico quel grande attore che è. [...] Totò è riuscito a darci un personaggio espressivo, sincero, patetico con la sua arte cosi ricca di sfumature, di espressioni tutte intense, anche le più sfuggevoli. [...] Ci auguriamo che il pubblico, anche se dovrà rinunciare a qualche risata, saprà apprezzarlo.»

b. s., «Momento Sera», 20 gennaio 1964


1964 07 12 Epoca Il Comandante intro

Singolare e in un certo senso sconcertante è sempre stata la presenza di Totò nel cinema italiano. Si contano sulle dita, anche nel repertorio internazionale, attori comici che dispongano di un complesso somatico inconfondibilmente tipicizzato, tale da fissare da solo un personaggio e, per riflesso, un particolare schema di situazioni. Keaton rimane forse in questo senso l’esempio più calzante, altri grandi comici, a cominciare dallo stesso Chaplin o dai fratelli Marx, essendo stati costretti a fabbricare il loro personaggio con additivi di trucco.

Totò è Totò: è fisicamente lui e nient’altro. Quel viso lungo e tagliente a cui una bizzarra angolatura della mascella dà quasi una dimensionalità geometrica, quell’occhio vagamente a pesce dove la maligna arcuazione delle sopracciglia fa gioco e contrasto con la flaccida malinconia delle palpebre a borsa, quella figura smilza, mingherlina e puntata in cui gesti e movimenti hanno sempre una potenziale snodatura burattinesca, è già un vivente gag per se stesso. Oltre ciò un eccellente attore. Si direbbe: un tipo come questo avrebbe dovuto (se non formare addirittura oggetto di una produzione a sé) per lo meno essere adoperato solamente in cose confacenti alle sue qualità e alla sua classe. Invece, non so se per colpa sua, salvo rari casi, come quando Rossellini lo pigliò per "Dov'è la libertà", o Monicelli per "I soliti ignoti" - e mettiamoci pure se volete "Guardie e ladri" - generalmente fu destino di Totò essere sprecato nella confezione di modeste e scurrili farsette. Per cui non è da stupire se, logorato alla lunga da tanto mal uso, il personaggio Totò abbia finito alla lunga per perdere il suo originale e surreale mordente.

Per questo è dovere del cronista servizievole registrare l’ultimo suo film. "Il comandante", regista Paolo Heusch su soggetto di Sonego, smistato anch'esso nello stock della stagione bassa. E non tanto perché il film rappresenti uno sviluppo e una valorizzazione degli elementi specifici del personaggio Totò, ma perché offre all’attore la possibilità di costruire e condurre un carattere completo attraverso un’azione teatralmente coerente. [...] siamo ancora nella onesta, casalinga commedia borghese di carattere. Però "Il comandante" è un film piacevolmente sceneggiato, Andreina Pagnani dà garbo e credibilità al tipo della signora distinta trafficante di dubbie antichità attraverso aderenze mondane. Ma soprattutto Totò delinea un personaggio amabile e godibilissimo, e lo porta con estemporanea e misurata lepidezza, perfettamente dosata tra paradosso e verità.

Il comandante, Il comandante... Voi direte: che diavolo. ma non è generale? Sicuro, nel testo del film è un generale, e tutti lo chiamano generale. Ma poi si capisce che forse per via del famoso vilipendio (non si sa mai) hanno preferito non metterlo nel titolo. Cara, inguaribile, eterna Italia della foglia di fico.

Filippo Sacchi, «Epoca», anno XV, n.720, 12 luglio 1964


«Totò interpreta il colonnello Antonio Cavalli. Il colonnello Antonio Cavalli vive il dramma del pensionato: senza lavoro, si sente triste e demotivato, commiserando i suoi coetanei che passano il tempo seduti in panchina o accompagnando i nipotini al parco. Anche la moglie (Andreina Pagnani), in quel delicato momento, gli appare come una nemica, incapace di comprendere i suoi travagli interiori. Tra l'altro, a differenza di lui, la consorte svolge un'attività redditizia commerciando in quadri, una situazione che accresce i disagi del colonnello».

Matilde Amorosi


Totò il monarchico votava La Trippa

La satira della politica, oggi impossibile perché la realtà va già oltre ogni immaginazione farsesca (neppure Dario Fo, anche se Franca Rame gli avesse somministrato LSD a pranzo e a cena, avrebbe scritto il copione dell’Italia di questi anni), ebbe una sua commedia di facili costumi satirici, ma rimasta nella «vendetta» popolare della gente comune. Come accadde in una serie di titoli molto commestibili dei primi 60, molto sintonizzati nel gusto pop, vedi Gli onorevoli, che Sergio Corbucci diresse nel 1963 e che coniò il famoso slogan «Vota La Trippa...» cui voce anonima aggiungeva; «Sì, al sugo...». Evidente che il linguaggio era molto più alto di oggi, epoca di raffinati diti medi alzati e di insinuanti mani nelle tasche degli italiani: ma allora sembrava fanta politica.

Il simpatico Corbucci, che nella sua brillante carriera fece commedie ma anche gialli, melò e western, non aveva paura di sporcarsi le mani con il qualunquismo che induce alla morale del tutto da buttare. Ma questi cinque ritratti di candidati sono da ricordare, memento storico che il peggio non è mai giunto: trattasi della disfida elettorale tra l’impagabile democristiana Franca Valeri, il senatore Gino Cervi liberale d.o.c., lo scrittore comunista Aroldo Tieri, un trionfo di stereotipi. I due pezzi grossi sono però Totò e Peppino, il primo il monarchico La Trippa che si candida al partito della Restaurazione cui s’oppone il missino De Filippo, in preveggente sintesi di scontro di popoli della libertà. Ma quando uno viene coinvolto in uno scandalo, molla tutto: capita la differenza? Chiarito che un film così oggi nessuno lo scriverebbe e specificato che non si tratta di un capolavoro d’ironia inglese, c’è da dire che si sguazza nel costume con brio e ritmo.

Totò era un vero principe ma non praticante, molto attivo in rivista negli anni '40 nella satira anti Mussolini, con la Magnani. Ancora una volta vedendo questo spaccato di prima della rivoluzione del centro sinistra, viene da pensare che il nostro cinema era una grande compagnia di rivista: Totò, De Filippo, Chiari, Carotenuto e Billi, oltre a Salce e Valeri (due ex fantastici Gobbi), Mario Castellani, storica spalla di Totò, lo stesso Corbucci che appare come un albergatore.

«Corriere della Sera», 29 agosto 2010


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