Il favoloso signor Errepì

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Venticinque anni di spettacoli, di passione, di speranze, di tempeste: la storia del «Nuovo» di Milano è la storia stessa del teatro italiano e di un famoso impresario, Remigio Paone. Candido e scaltro, remissivo e tirannico, si è battuto ogni giorno per affermare qualche cosa di vivo e di originale sulla scena: a costo di mettersi in infiniti guai, da cui è sempre uscito vittorioso, guidato dal suo incrollabile ottimismo.

Non è seduto su una poltrona, è adagiato su un trono: un trono di cuoio dallo schienale altissimo, imponente, barocco. Si è lasciato scivolare su quel trono con la malizia di un gatto soriano e con la solennità di un arcivescovo, fino a che la giacca, la camicia, la cravatta hanno perduto ogni forma consueta per diventare un inverosimile mantello, drappeggiato maestosamente attorno al suo volto: occhi aguzzi che frugano nell’anima, grosso naso che fiuta per istinto tutto ciò che è nuovo e intelligente, voce ora di tuono e ora di flauto, a seconda che sia necessario perché il nuovo e l’intelligente diventino palchi, poltrone, poltroncine, numerati, ingressi, cioè dollari, sterline, marchi, franchi, lire, corone, dracme, pesetas, cruzeiros, rials, rupie, rubli, yen, tutto il denaro del mondo. A Remigio Paone piace il denaro: ma il teatro gli piace di più, è la sua vita, la sua passione, la sua fortuna e la sua rovina, è tutto e da sempre.

«Sono nato settimino e cattivo, il 15 settembre del 1899», racconta. «Quando compii cinque anni, a Formia, dove abitavamo, ci fu una grande festa e la banda venne a suonare sotto le nostre finestre. Ogni anno, il 15 settembre, la banda tornava a suonare sotto le nostre finestre e io mi sentivo smisuratamente felice, perché nessun altro bambino al mondo poteva avere un omaggio così fragoroso e trionfale per il proprio compleanno. Poi, un brutto giorno, mi spiegarono che il 15 settembre era nato anche il principe ereditario e che la banda suonava per lui. Piansi, disperatamente. Sono sempre stato un presuntuoso, lo scriva, un presuntuoso.»

C’è della civetteria in questa autocritica. E c’è un certo fondo di verità: il fascino del palco-scenico contagia soprattutto chi crede molto in se stesso, chi si ama e pretende di essere amato da tutto il genere umano. Su Remigio Paone, il palcoscenico ha attecchito, con la violenza di un virus refrattario a qualsiasi vaccinazione, quando aveva soltanto quattro anni. «Andavo all’asilo dalle Suore Pallottine di Formia», racconta, «e recitavo nei saggi di fine d’anno. Facevo la parte dell’angioletto, con le aiucce di cartone e il cerchio dorato in testa. In quei giorni mi sembrava di penetrare in un mondo meraviglioso, in un paradiso dove gli angeli erano completamente felici appunto perché li facevano recitare. Era inevitabile che continuassi su questa strada, nelle filodrammatiche della scuola. A tredici anni, Dio mi perdoni, declamai Carducci e D’Annunzio a Sessa Aurunca. A quattordici, invecchiato alla meglio, recitavo la parte di Corrado nella Morte civile e quella del Conte Vitaliano in Romanticismo. Cose da pazzi.»

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Remigio Paone ha oggi 64 anni. Appassionato di teatro fino dall'infanzia - recitava già a quattro anni - fu giornalista e impiegato; poi trovò la sua via e divenne impresario.

Da un altoparlante invisibile una voce di donna annuncia una telefonata da Londra, come se fosse l’arrivo di un volo. Remigio Paone sprofonda ancora di qualche centimetro nel trono di cuoio: ormai, dall’altra parte della scrivania, non si vedono che un ginocchio, e subito dopo gli occhi e i capelli d'argento. Dice «Scusi» e parla velocemente di affari, in napoletano. È probabile che l’interlocutore sia inglese e non sappia che l’inglese, ma è certo che Paone si è fatto capire. «Dicono che io so dieci lingue. Non è mica vero», confessa abbandonando il microfono.

«Ma quelle erano sciocchezze», riprende. «La prima cosa seria per il teatro l’ho fatta quando mi sono unito agli Sciacalli. Non era un’associazione segreta: era un gruppo di appassionati del teatro, gente viva e maledetta, che pretendeva qualche cosa di nuovo. C’era mio fratello Mario, c’era Galeazzo Ciano - un Ciano giovane, ribelle, antifascista - c’era Corrado D’Er-rico, tanti amici. Andavamo in loggione pagando il nostro biglietto, liberi di applaudire e di fischiare, di attaccar briga con autori, impresari, attori, critici, con tutto il pubblico, il più delle volte: un po’ teppisti, forse, ma teppisti che imposero i Sei personaggi di Pirandello quando la buona società si rifiutava di accettarlo. Vorrei che ce ne fossero, oggi, di quei teppisti. Erano belle battaglie: urla, insulti, botte da orbi, poi arrivava la polizia, si finiva tutti dentro e si improvvisavano recite davanti ai Commissari di notturna: tanto il mattino dopo il vecchio Ciano, non vedendo il figlio a casa, telefonava al Questore e ci rimettevano fuori.

«In quegli anni la mia passione per il teatro subì una pericolosa concorrenza: il giornalismo. Avevo conosciuto Alberto Cianca e Giovanni Amendola, il gruppo degli Sciacalli si era disperso: le pagine del Mondo aprivano davanti a me i più promettenti o-rizzonti di gloria e di guai. Non ebbi la gloria, mi restarono i guai e un po’ di rimorsi per aver trascurato il teatro. Allora lasciai anche il giornalismo e mi misi a lavorare in banca, divenni corrispondente da Roma della milanese Zaccaria-Pisa.»

La vita conosce certe sue strade curiose, per arrivare. Per Remigio Paone la strada passò proprio attraverso quella banca, nel 1929, per caso. Paone si trovava a Milano, nella sede centrale, quando arrivò Sem Benelli. Era disperato. La sua compagnia, appena costituita, aveva già divorato per una serie di circostanze sfortunate tutto il capitale, e i debiti cominciavano a sommarsi ai debiti. Artisti e personale erano fermi a Bergamo e occorrevano, intanto e subito, trentamila lire. Sem Benelli conosceva il direttore della banca, ed era molto probabile che il prestito gli venisse accordato: ma quel giorno il direttore non c’era. C’era però Remigio Paone, un giovanotto che aveva un libretto di risparmio suo personale, con trentamila lire e spiccioli. La carriera di Remigio Paone impresario è cominciata così, quel giorno, con quelle trentamila lire prestate a Sem Benelli. «Si interessi un po’ della mia amministrazione», gli aveva detto Sem Benelli. E Remigio Paone se ne interessò. Seguì le sorti di quella compagnia, dì quegli artisti; poi di tante altre compagnie, di tanti altri artisti. per anni e anni, uno spettacolo dopo l’altro, sull’altalena vertiginosa del successo e delle crisi, degli entusiasmi, delle disperazioni, dei capricci, mille e una storia uguali e diverse, per tutta la vita.

«Vede qui?», dice accennando appena, con gli occhi, a un quadro appeso alle sue spalle C’è scritto: È diffìcile reggere uno Stato, ma è più difficile reggere un teatro. Edward von Bauerfeld. «Lei ha mai sentito nominare questo von Bauerfeld? Guardi, io sono convinto che non è mai esistito, glie l'ho anche detto al professor Cutolo che mi ha regalato il quadro. Mica vero niente. Però è vero che è difficile reggere un teatro, forse è la cosa più terribilmente difficile che ci sia.»

Aggrotta le ciglia, allungando il dito indice dalla punta del naso in avanti. Un’associazione di idee. «Il Cirano, vede il Cirano? A me hanno dato la Legion d’Onore, in Francia, per il Cirano. Ma se non c’era Gino Cervi, a recitarlo come lo ha recitato, crede che me l'avrebbero data? Insomma, io amo la gente del teatro. Ne ho una profonda stima. Non condivido i pregiudizi per i quali, ad esempio, una ragazza che lavora in teatro deve essere considerata di necessità poco seria. Io ho portato in Italia le Bluebell, e devo dire che non ho mai conosciuto ragazze più tranquille, più riguardose, più riservate. Forse che tante signorine di buona famiglia». insorge con un crescendo sonoramente partenopeo, «sono più vestite delle Bluebell, quando se ne stanno sulle spiagge in due pezzi?» Si placa. «Insomma», riprende, «la gente del teatro è gente seria, checché se ne dica in giro, e io le voglio bene. Però c’è da morire, a trattarla. Ogni attore, e gli attori sono più suscettibili ancora delle attrici, ha la segreta convinzione di non essere abbastanza apprezzato. Ogni generico le dirà che Ruggero Ruggeri era bravo, era bravissimo, però aveva una fortuna... In sostanza le dirà che, se avesse anche lui la stessa fortuna, sarebbe molto meglio di Ruggeri: non è vero, ma lo dirà in buona fede.»

Quanti attori, quante attrici, quanti spettacoli sono passati fra le mani di Remigio Paone? Quante memorande scenate, quanti scontri pubblici e privati hanno punteggiato le pagine della leggenda Errepi? «Ho litigato con tutti, dal primo giorno. Ma poi ho fatto pace con tutti. Però dovevo litigare, un impresario non può non litigare. Lei pensi solo a due attori formidabili, e personalmente molto seri, come Ruggero Ruggeri e Irma Gramatica. La prima volta che si incontrarono nel mio studio, suonavano tutti i violini della più celestiale armonìa: compito, cavalleresco, squisito lui, gentile, sorridente, ammirata lei. Un piacere vederli insieme, proprio un piacere anche a non essere un impresario, che con la collaborazione dei suoi principali attori può salvare anche uno spettacolo mediocre. Bene, neanche una settimana dopo, Ruggero Ruggeri qualificava completamente idiota Irma Gramatica e Irma Gramatica lo definiva orribile villano. In realtà si stimavano profondamente, ma la gente del teatro è fatta così, senza rimedio. Pensi che dovevano lavorare insieme e, siccome si erano tolti il saluto e non si parlavano più, i loro dialoghi avvenivano attraverso il suggeritore. Li ricorderò sempre, uno davanti all'altra glaciali. “Per favore", diceva Ruggeri al suggeritore, "vuol chiedere alla signora Gramatica di ripetere questa battuta?” E la Gramatica, ancora al suggeritore: “Vuol essere così gentile da dire al signor Ruggeri che non mi sembra necessario?". Immagini che divertimento, lavorare a questo modo.

Ad anni alterni fuma 50 sigarette al giorno

Ma il bello venne quando recitarono La Gelosa, di Bisson. C’era una scena in cui lui doveva tirare un cuscino sulla faccia di lei. Lo faceva con tanto impegno che la poveretta, una sera, svenne dalla rabbia. Mi diceva: "Quel mostro". E lui veniva da me e mi diceva: “Un cuscino è poco. Farebbe più effetto con una zuppiera". Grandi, cari amici tutti e due, matti e generosi: ma crede che siano stati i soli, a fare i capricci? Mi ricordo, nel '38, un'altra grana che mi piantò Memo Benassi, che allora era in compagnia con la sorella di Irma, Emma Gramatica. La compagnia si trovava a Brescia, e io ero a Milano, impegnatissimo. Poche ore prima della recita mi arriva una telefonata drammatica. Benassi si era accorto che sui manifesti il suo nome era stampato più in piccolo di quello della Gramatica e aveva minacciato di non recitare. Partii per Brescia di volata, nella neb bia. In teatro regnava la disperazione: Benassi se n'era andato sbattendo la porta. Lo rintracciai in una strada, con un metro in mano, che stava misurando i caratteri del manifesto e ripeteva tragicamente: “Ecco, ecco, un centimetro esatto di meno, un centimetro di meno, a me”. E non ci furono santi, non recitò.

«Qualcuno potrà giudicare tutto questo molto meschino. Per me non è meschino. La gente del teatro è fatta cosi, non si potrebbe immaginare che fosse fatta in un altro modo. Chi di noi può sapere quante ansie, quanti sogni, quanto bisogno di gloria (ed è una gloria che dura quasi sempre così poco) tormentino questa gente? È soltanto vivendo insieme a loro che si può capirli: allora un centimetro di più o di meno, su un manifesto, prende un'altra dimensione, forse è la vera quarta dimensione del mondo, quella teatrale. Una dimensione importante quanto la vita».

La voce misteriosa dell’altoparlante annuncia un'altra telefonata: una comunicazione con precedenza assoluta, perché tutte le altre sono state già dirottate sulla segreteria. Nello stesso tempo entra un cameriere, posa un vassoio d'argento con un grande bicchiere, colmo di una pozione densa e sconosciuta.

«Sono le diciotto, signore», dice con garbo distaccato (giurerei che in gioventù ha fatto l'attore anche lui, forse-questa era la sua unica battuta, la dice troppo bene). Remigio Paone mette una mano sul microfono. «Scuserà», riprende, «ma per me è ora di cena». Beve adagio l'intruglio, suona il campanello, il cameriere rientra e ritira il vassoio. Finito. Remigio Paone è a dieta. Beve un concentrato nutritivo a mezzogiorno e uno alle sei, puntualmente, dovunque si trovi, due tazzine di caffè, mai più di cinque ore di sonno, mai meno di sedici ore di lavoro: un ritmo da schiantare un atleta di trent'anni. Paone non è un atleta, ha 64 anni e fuma cinquanta sigarette al giorno: con un suo sistema segreto, però.

«Vede, io fumo ad anni alterni. Ogni anno, il 23 di maggio, dò il cambio. Quando è un anno che fumo, smetto. Quando è un anno che non fumo, ricomincio, me lo insegnò Francesco Saverio Nitti nel ’40. Ero andato a trovarlo a Parigi, portandogli i saluti di mio padre, suo antico compagno di Università. Allora fumavo anche settanta sigarette in un giorno: non avevo quasi più voce e mi tremavano le mani. Nitti osservò che mi stavo rovinando e io credetti che fosse il solito discorso di quelli che ti dicono di non fumare, un discorso odioso. Invece era la rivelazione di questo sistema: lui lo praticava da trent’anni almeno. Certo che ci vuole una volontà di ferro. Alla mezzanotte del 23 maggio, se scade il permesso di fumare, dò le ultime boccate con tutta l’ingordigia possibile e chiudo. Devo farlo.» «Ma chi le dà il permesso o il divieto?» «Io, lo dò. C’è soddisfazione. E quando sono in tempo di divieto, tengo sempre un portasigarette pieno davanti a me. Non ne tocco una. È divertente comandare a se stessi.»

È sempre risorto anche quando pareva finito

Con questa forza di volontà, di cui ogni fumatore può valutare la dimensione, tanto più grande quanto più piccolo è il campo su cui si batte, Remigio Paone ha vinto tutte le sue battaglie, risorgendo anche quando sembrava un uomo finito. Il teatro Nuovo di Milano, che festeggia sabato 19 il venticinquesimo compleanno, è stato il suo capolavoro di impresario, il banco di prova di questa volontà, meravigliosamente ottimista anche quando la catastrofe sembrava irrimediabile, persino quando era già stato deciso che il Nuovo chiudesse per sempre, lasciando posto a un grande supermercato sotterraneo.

«Quando avevo fatto quel teatro volevo addobbarlo tutto di viola. Io adoro il viola. La gente di teatro ne ha paura: è una superstizione che accomuna divi e comparse, ballerine e prime donne. Venne De Sica, ricordo,mentre fervevano i preparativi, e gli dissi che avevo scelto una magnifica tappezza viola. Mi rispose che non avrebbe mai messo piede al Nuovo, perché portava sfortuna, e che nessuno ci sarebbe venuto. Non c’è molto da scherzare. Io non ci credo, però il Capitol, che era tappezzato di viola, prese fuoco. Nel ’51 Vivi Gioi, che aveva comperato un golfino viola, fu derubata la sera stessa di tutti i gioielli. Wanda Osiris non ha mai portato nemmeno un bottone di colore viola: e quella sera che cadde dalla passerella del Lirico, fu perché aveva visto una spettatrice vestita di viola. Garinei e Giovannini abbandonano il teatro appena vedono qualche cosa di viola. Insomma, la gente del teatro è latta a suo modo: in Italia ce l’hanno col viola, in Francia ce l’hanno col verde. Io fui costretto a cambiare tappezzeria; però, ogni tanto, provavo a mettere delle scene viola. Ripeto che non ci credo, ma c’era stato del viola, in quei giorni terribili.»

Remigio Paone sorride. A-spetta la serata di sabato con la trepidazione di un innamorato. Il Nuovo è rimasto un teatro, si è ripreso da tutte le crisi, ne ha passate di tutti i colori, anche di viola, ma va avanti. «Verranno tutti, sa?», dice. Venticinque anni di teatro. Nomi famosi italiani e stranieri, amici vecchi e nuovi, un mondo di lotte, di speranze, di coraggio. «Mi fa piacere, mi fa piacere per il teatro», mentisce placidamente. Perché sa benissimo che la sera di sabato sarà un omaggio al teatro, ma sarà soprattutto un incontro affettuoso del teatro e della folla con lui, con Remigio Paone: quest’uomo candido e scaltro, violento e remissivo, intelligente e generoso comunque, soprattutto quando sbaglia e si rifiuta di ammetterlo, questo vero attore così immedesimato nella propria parte da recitarla tutta la vita e non soltanto, come gli altri, sul palcoscenico. Ci crede, non ci crede? È difficile dirlo. L'altoparlante gli annuncia un’altra telefonata importante, è una signora che gli ricorda nomi, giorni, entusiasmi: soltanto una donna è capace di rinnovare un passato, in un attimo, soavemente.

«No, non lo dica, signora, mi sto commuovendo», prega Remigio Paone il Grande, il Duro, il Tiranno, ed è sin cero, la sua voce è calda, dolce, malinconica, come una canzone napoletana. A desso è quasi scomparso dietro la scrivania. Tace, saluta, chiama la segretaria, fa prendere nota di un indirizzo. «Voleva due biglietti», spiega senza rancore. E sorride. Tanti ricordi, una telefonata tanto lunga, due bi ghetti omaggio. Credere, non credere? Di fronte a questo sovrano che sorride, adagiato su un trono di cuoio, e inutile domandare, è impossibile rispondere.

Giuseppe Grazzini, «Epoca», anno XIV, n.682, 20 ottobre 1963


Epoca
Giuseppe Grazzini, «Epoca», anno XIV, n.682, 20 ottobre 1963