Paone abdica

Remigio-Paone

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Molti non ci credono: Remigio Paone ha dichiarato e ripete che sta per abbandonare la sua attività di impresario: la rivista non va più, ci si perde, meglio un viaggio al Giappone.

La notizia che Remigio Paone stava per abbandonare la sua attività di impresario esplose nell’ambiente teatrale pochi giorni fa. suscitando uno scompiglio. Molti non ci credettero. Qualcuno pensò ad uno scherzo o ad una trovata pubblicitaria: l'idea che lo Ziegfeld italiano si ritirasse a vita privata sembrava allo stesso tempo ridicola e impossibile. Immediatamente Paone cominciò ad essere afflitto dal maggior numero di telefonate della sua carriera. Coloro che lo chiamavano erano registi, autori, ballerine, soubrette», cantanti; e tutti chiedevano conferma con voce alterata o addirittura piangente. «Remigio«, si lamentavano, « dimmi che non è vero ». Col telefono stretto fra una orecchia e la spalla Remigio rispondeva il contrario. « Ma cosi, all'improvviso... » insistevano quelli. Allora Remigio spiegava che non si trattava di una decisione improvvisa, bensì maturata durante tre mesi. U proposito di abbandonare il teatro egli lo prese la sera del 13 ottobre quando, al Teatro Nuovo di Milano, debuttò la compagnia di Wanda Osiris, con la rivista Festival.

Festival non era uno spettacolo eccezionale ma nemmeno peggiore degli altri: Luchino Visconti aveva prestato perfino la sua opera di supervisore. Tuttavia il pubblico milanese, che aveva accolto con gentilezza riviste assai più bruite, tributò alla troupe il più sconvolgente concerto di fischi e di urla che mai fosse risuonato nella sala del teatro. Fu un episodio impressionante. La Wandissima piangeva disperatamente dietro le quinte, tutti gli altri apparivano atterriti. Solo Paone riuscì a mantenere il sangue freddo e, incoraggiando i fischiati, ottenne che continuassero a recitare. « Ma fu una prova terribile, la più dolorosa della mia vita ». dice Paone, « mi sentivo il cuore piccino come una prugna secca e quella sera compresi che era proprio finita, ed assolutamente impossìbile continuare il mio mestiere ».

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MILANO. Remigio Paone ha deciso di abbandonare la sua attività di capocomico di rivista.

Broadway non gli portò fortuna

Tuttavia, non lo disse, per non provocare altri drammi e scoramenti, e continuò ad occuparsi con la medesima intensità del teatro, senza che nessuno sospettasse quali decisioni egli andava maturando. Ancora oggi. a giudicare dal ritmo con cui lavora, nessuno potrebbe avvertire alcun cambiamento. Ogni mattina Paone arriva in ufficio alle otto e difficilmente se ne va prima delle due di notte. I brevi intervalli sono consumati per fare colazione o per scendere in teatro (il suo ufficio infatti è situato proprio sopra il « Nuovo », al numero 37 della Galleria del Toro). Le risate omeriche, le urla selvagge, le preghiere, le lusinghe, le telefonate con Londra, Parigi e New York, si odono attraverso le porte del suo studio con la stessa frequenza degli anni pas sati: quasi egli stesse organizzando chissà quali novità. Solo quando ha finito di lavorare si avverte in luì qual cosa di mutato. Ogni sera, dopo essersi- chiusa alle spalle la porta dello studio, Paone si ferma nel salottino e con gli occhi lucidi si mette a guardare le fotografie appese al muro. Esse ritraggono i personaggi più famosi del teatro mondiale e portano dediche affettuose, cariche di malinconia. Ve ne sono di Angelo Musco, di Ruggero Ruggeri, Emma ed Irma Gramatica, Armando Falconi, Luigi Cimara, Paola Borboni, Lau-rence Olivier, Edwige Feuillère, Gérard Philipe, Joséphine Baker, Jean-Louis Barrault, Madeleine Renaud, Louis Jouvet, Totò, Maurice Chevalier, Gino Cervi, Rina Morelli: mezzo secolo di glorie. Paone li osserva a lungo, raschiandosi la gola per non farsi prendere dall’emozione: ha organizzato con loro ottantasette spettacoli, ha passato accanto a loro venticinque anni della sua vita. Un fatto che indurrebbe alle lacrime anche un uomo meno duro di lui.

Ad occuparsi di teatro il napoletano Paone incominciò infatti nel 1929, diventando amministratore della compagnia di Sem Benelli, e continuando più tardi con Anton Giulio Bragaglia. A fare l'impresario di riviste incominciò invece nel dopoguerra quando, nel 1945, mandò in scena al Teatro Valle Sempre viva e niente abbasso. Prima della guerra la rivista era considerata uno spettacolo per scapoli e per signore emancipate, il grosso pubblico dimostrava di preferire la prosa. Dopo la guerra invece fu chiaro che la rivista stava per diventare uno spettacolo familiare e che la gente guardava a questa forma di teatro con simpatia sempre maggiore. Paone, unico fra gli impresari, ebbe il merito di comprenderlo: elevando il livello artistico della rivista, purgandola delle scurrilità, rendendola gaia ed accessibile. Tutti ricordano Carosello napoletano, uno degli spettacoli più vivi ed eleganti degli ultimi tempi. Anno per anno Paone intensificò il suo programma organizzando spettacoli di eccezione, con rischi che nessuno prima di lui aveva osato affrontare. Fu allora che si conquistò l’appellativo di « Ziegfeld italiano ». Nel 1951 ebbe poi inizio quello che egli chiama il « periodo americano». Paone, che aveva stretto rapporti di lavoro coi colleghi di New York per ii Carosello, pensò di mettere in scena riviste simili a quelle di Broadway. Il metodo era nuovo: si trattava di trascurare la trama, di arricchire i costumi, gli scenari, le luci, di curare maggiormente i balletti e la coreografia, di cercare ballerine dì fila ciascuna delle quali avesse la grazia di una solista. Dall'America venne il celebre coreografo Don Arden, dalla Francia arrivarono le Blue Bells, estremamente attraenti e tuttavia severe come soldatesse dell’Esercito della Salvezza. Paone scritturò ad altissima paga numeri di fama mondiale come Carmen Miranda. Joséphine Baker, i Nicholas Brothers, portò nella rivista allori di teatro e di cinema come Elsa Merlini e Adriano Rimoldi. E intanto organizzava grossi spettacoli di prosa chiamando in Italia la Feuìllere e Jouvet. Barrault e la Renaud, Katherine Dunham e l’Old Vie di Londra.

Il « periodo americano » durò due anni soltanto: il più coraggioso impresario italiano aveva imparato a sue spese che il pubblico era stanco di esotismi e di grandi stelle straniere; e mise in scena Made in Italy dove, se erano mutati i nomi ed i quadri, lo sfarzo e la ricchezza dello spettacolo risultavano aumentati. Ci si serviva di coreografi come Lee Schermann e Bob Sidney. sì spendevano cifre iperboliche nei costumi, nei gioielli, nelle coreografie si avvertiva la latente stanchezza. Sull’orizzonte del teatro italiano era apparso un altro grosso impresario. Achille Trinca, produttore di vini del Castelli Romani, noto per il suo motto * Trincate con Trinca » il quale, insieme al socio Anerdi, si era immediatamente stabilito su posizioni solide per poter sostenere un avversario della statura di Paone. Questi lanciò immediatamente la sua controffensiva: i suoi spettacoli divennero ancora più fastosi, la pubblicità ancora più intensa; ma la crisi della rivista era ormai chiara e Paone se ne rendeva conto come nessun altro. Altri spettacoli conquistavano l’interesse «lei pubblico. Dopo il successo del Teatro dei Gobbi erano venuti il gruppo Fo, Durano e Parenti col Dito nell'occhio: questa rivista, assolutamente priva di costumi e di coreografìe, traeva la sua popolarità da una recitazione improntata ad una pungente satira di costume, da un gusto per la polemica e per la cultura.

Uno sketch e un quadro uno sketch e un quadro

Ecco dunque, secondo Paone, da cosa nasce la crisi della rivista: dalle esigenze sempre maggiori del pubblico e della critica, dallo squilibrio (sempre più forte per via della concorrenza) fra il costo dello spettacolo ed il reddito. Il pubblico non ha torto quando dice d’essere stanco della rivista, sostiene Paone. Le riviste sono ormai tutte uguali, la mancanza di innovazioni e di fantasia si fa sempre più grave. Si va a teatro sapendo in precedenza quel che succederà: sì apre il sipario, appaiono i boys, poi viene l’attore che fa un discorsetto, poi la seconda soubrette, poi il comico e infine la diva. Dopo hanno luogo gli sketches che si alternano con quadri coreografici (e il tema è sempre lo stesso: Broadway, mambo, valzer). Per due ore lo spettacolo va avanti così: uno sketch e un quadro, uno sketch e un quadro. Non esiste la satira. E la rivista, per la sua essenza, esige la satira. Ma quale specie di satira sarebbe possibile? Quella politica quando non è censurata lascia indifferenti. Essa faceva ridere otto anni fa: quando si parlava di Togliatti, di Nenni e di De Gasperi. La risata scaturiva non tanto dall’ironìa su questi personaggi quanto dal fatto che si poteva attaccare liberamente personaggi noti dopo venti anni di imposizioni fasciste. Quella di costumi, oltremodo difficile, è in decadenza. Dopo avere accolto trionfalmente i Gobbi e il gruppo Fo-Durano-Parenti, il pubblico ha dato segni di stanchezza anche nei confronti della satira di costume. Oggigiorno c’è solo una rivista capace di ottenere successo, dice Paone, ed è la commedia musicale: si auspica un ritorno all’operetta realizzata con lo sfarzo degli spettacoli alla Broadway. Ma esistono in Italia soubrettes che oltre ad essere belle siano anche capaci di cantare? Il problema appare insolubile.

«Se Paone piange Trinca non ride».

C'è poi lo squilibrio fra il costo e il reddito. Una buona rivista non costa mai meno di quaranta o cinquanta milioni per la messa in scena e le prove: si pensi che per ogni spettacolo sono necessari non meno di quattrocento costumi (tutti fabbricati dalle grandi sartorie) e altrettante paia di scarpe, senza contare i gioielli e gli accessori che ogni volta vanno messi da parte perché il pubblico non vuol vedere le stesse cose più di una stagione. Questo costo va ammortizzato durante sei mesi (tanto dura la tournée di ogni rivista attraverso le varie città) e quasi nessuno ci riesce. L’incasso medio di una rivista in Italia è di un milione e mezzo al giorno. Da tale cifra bisogna togliere, sempre giornalmente, 450.000 lire di tasse e di diritti d’autore, 300.000 lire per le spese di borderò (quota per l’orchestra, i tecnici di palcoscenico, la pubblicità), 600.000 lire per la compagnia, 100.000 per l’affitto del teatro. C’è poi lo spostamento della troupe di città in città e questo non costa meno di diciotto milioni nel corso di una stagione. Nella migliore delle ipotesi, quindi, l’impresario ci rimette non meno di 200.000 lire al giorno. La regola costante è la perdita e quest’anno sia per Paone che per Trinca (il motto di spirito presso la gente di teatro è: «Se Paone piange, Trinca non ride») la rimessa è stata davvero preoccupante.

Per questo Paone ha deciso di abbandonare la difficile e pericolosa carriera dell’impresario teatrale. La sua attività durerà fino a giugno e poi lo Ziegfeld italiano tornerà a fare il privato cittadino, limitandosi, tutt'al più. a finanziare la compagnia dei giovani (che in questi giorni sta dando il Lorenzaccio al Teatro di via Manzoni) e qualche altro spettacolo di prosa. « Impossibile », dicono gli amici di Paone, « presto la quiete gli verrà a noia e tornerà al teatro ». Paone scuote la testa: non appena Wanda Osiris, Nino Taranto, Billi e Riva, e la compagnia dì Rosso e Nero avranno concluso le loro tournées egli si imbarcherà su un piroscafo e si recherà nell'Estremo Oriente realizzando così un sogno che cullava fin da ragazzo quando leggeva i libri di Salgari. Si fermerà in India e poi proseguirà per il Giappone. Quest'ultima idea gli è venuta ricevendo una cartolina di Cesare Bonacossa che si trova a Tokio. « Ah

il Giappone! » esclama Remigio Paone e il volto gli si illumina, sembra felice come un bambino. « Mi hanno detto che ci sono certi balletti di musmè! A portarli in Italia... ». Il ritiro sarebbe dunque temporaneo come qualcuno sostiene? Paone si scandalizza, risponde di no, non torna mai sulle sue decisioni. Tuttavia il tono della voce è tale da far sospettare che l’abbandono definitivo non durerà più di un viaggio in Oriente.

Oriana Fallaci, «L'Europeo», anno IX, n.7, 13 febbraio 1955


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Oriana Fallaci, «L'Europeo», anno IX, n.7, 13 febbraio 1955