Silvana Pampanini per Parigi è Nini Pampan

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Silvana Pampanini, recatasi nella capitale francese per “girare” con Jean Pierre Aumont la terza riduzione cinematografica di “Koenigsmark”, si è sentita affibbiare uno spumeggiante nomignolo per la sua vivace bellezza.

Arrivata a Parigi nell’autunno dell'anno scorso. Silvana Pampanini fu subito ribattezzata Mademoiselle Nini Pampan. Dopo aver interpretato a Roma Bufere accanto a Jean Gabin, era stata chiamata nella capitale francese per la versione cinematografica di Koenigsmark, romanzo dell'Accademico di Francia Pierre Benoit, una di quelle storiei «sicure» cui il cinema attinge quando è a corto di argomenti oppure quando non vuol correre rischi. Koenigsmark, diretto da Solange Térac (nota sceneggiatrice ma esordiente regista), e interpretato, oltre che dalla Pampanini, da Jean-Pierre Aumont, Renée Faure, Louis Seigner e Roldano Lupi, è difatti la terza versione cinematografica del romanzo: la prima, con Jacques Catelain e Huguette Duflos, è del 1926; la seconda, con Pierre Fresnay ed Elissa Landi, è del 1939.

Tredici anni fra la prima e la seconda versione; tredici anni, fra la seconda e la terza. Solange Terac ha pensato che anche le nuove generazioni di spettatori hanno il diritto di appassionarsi all’amore avventuroso e romantico della Granduchessa Aurora di Lautenburg e del precettore Vignerte.

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Silvana Pampanini e Jean Pierre Aumont in una scena di «Koenigsmark» tratto dal romanzo di Pierre Benoit. Ne è regista una donna, Solange Térac, con la supervisione di Christian Jaque. Altri interpreti sono Roldano Lupi e Renée Faurc.

La Pampanini andava a Parigi per la prima volta. Vestiti, profumi e spettacoli furono la sua grande occupazione dei momenti liberi; ma essa fu, fino al giorno in cui dovette rientrare in Italia per il film «Un marito per Anna Zaccheo», un costante motivo di attrazione nei teatri di posa di Neuilly, per la strada, nei ristoranti, nei teatri, nei negozi. A parte le attrattive fisiche, la Pampanini ha nel parlare e nel muoversi un'esuberanza che non le permette, anche se volesse, di passare inosservata. «Un Vesuvio», la definì un giornalista francese che assistette ad alcune riprese di Koenigsmark. «E accanto a questo Vesuvio» scrisse «Jean-Pierre Aumont ha l’aria di un collegiale. Ogni volta che la bella si volta verso di lui, egli abbassa la testa come se sentisse arrivare una cannonata.»

In effetti, Mademoiselle Nini Pampan intimidiva Aumont. In venti anni di attività cinematografica e teatrale, svolta in Francia, Svizzera, Italia, Germania, Inghilterra e America, egli si era trovato a recitare scene d'amore con attrici dai più diversi caratteri e temperamenti, ma questa volta era una cosa diversa.

Nato a Parigi il 5 gennaio 1911, Jean-Pierre Aumont volle essere attore a ogni costo, nonostante gli avvertimenti e i consigli del padre, della madre e dello zio, Georges Berr, tutti attori. Figlio d’arte, dunque; come tale non poteva tradire la scena. Quando si iscrisse al Conservatorio, i suoi vollero fare un ulteriore tentativo per convincerlo a cambiare idea. Egli li ascoltò con rispettosa attenzione. Poi disse: «Capisco tutto. I vostri consigli sono preziosi. Li darò volentieri ai miei figli». Se aveva ancora qualche piccola titubanza, questa gli veniva dal suo carattere riservato ; ma al momento giusto sopravvennero gli elogi e l’incoraggiamento di Jean Coc-teau e di Louis Jouvet e la sua volontà di riuscire vinse definitivamente.

La carriera cinematografica di Aumont cominciò con una piccola parte in «Jean de la lune»: aveva poco più di vent'anni. Si affermò subito nelle parti sentimentali e romantiche. Oggi questa sua fondamentale caratteristica non è mutata e la morte della moglie, Maria Montez, avvenuta tragicamente nel 1951, vi ha aggiunto una nota di amara tristezza, evidente negli occhi e nella piega delle labbra.

Al primo incontro, la vitalità, l’esuberanza e l’aggressività di Mademoiselle Nini Pampan dettero a Aumont una sensazione di panico. Se avesse potuto, sarebbe fuggito; e sentì sempre, nei confronti di lei, un disagio che cercava invano di mascherare. Ci fu qualcuno che, preoccupato, lo fece osservare alla Térac. La regista non ne fu affatto impressionata. Disse anzi che era meglio così: la vicenda ne sarebbe risultata più convincente perché un precettore innamorato di una Granduchessa non può non soffrire di un certo complesso di inferiorità.

Benoit ha situato la vicenda del romanzo nell’Europa centrale, in un immaginario granducato di Lautenburg, alla vigilia della prima guerra mondiale. Nel castello granducale arriva un giorno il professore di storia Raul Vignerte, francese, incaricato di curare l’istruzione del figlio del Granduca. Il castello conserva importanti documenti storici, tra i quali Vignerte spera di scoprire, per un suo romanzo, quelli riguardanti il drammatico amore di Filippo di Koenigsmark per Sofìa Dorotea di Brunswick, conclusosi nel 1694 con la misteriosa morte di Filippo.

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Nella terza riduzione cinematografica di «Koenigsmark», la protagonista, essendo Silvana Pampanini, sarà bruna.

Le scoperte del giovane professore sono più abbondanti e sorprendenti del previsto. La prima riguarda la situazione familiare dei granduchi e a informarlo è Ciro Beck, vecchio e simpatico bibliotecario nonché chimico dilettante. Si tratta di questo: la bellissima Granduchessa Aurora, che ha ereditato la corona dal marito Rodolfo morto di insolazione durante un viaggio al Congo, ha sposato l’ambizioso e crudele cognato Federico. Ma i rapporti fra i due sono tutt’altro che buoni e Federico non è affatto rassegnato alla sua posizione in sott’ordine di principe consorte. Vuole la corona per sé e soltanto per sé.

Seconda scoperta: i documenti rintracciati svelano a Vignerte che Filippo di Koenigsmark fu ucciso all’uscita di un convegno amoroso e il suo cadavere venne nascosto in una cella segreta dietro il camino della Sala delle Guardie. Egli riesce a entrare nella cella: lo scheletro che vi trova non è quello di Koenigsmark, è quello di Rodolfo che non mori nel Congo, ma fu assassinato per ordine di Federico nel Castello stesso.

In presenza di Melusine, dama di compagnia, Vignerte rivela la scoperta ad Aurora, di cui intanto si è perdutamente innamorato. Aurora vuol verificare di persona e, accompagnata da Vignerte, si reca nella cella segreta. È il momento scelto dal Granduca per agire. Informato degli avvenimenti da Melusine, egli provoca un incendio. I due innamorati si salvano a stento, ma il vecchio bibliotecario muore e fra le fiamme scompaiono anche le prove del delitto. L’indomani, durante una partita di caccia, uccisa dalla Granduchessa, Melusine sconta il suo tradimento.

Vignerte ed Aurora si abbandonano al loro amore, ma breve è il tempo della felicità. Scoppia la guerra fra Austria e Russia: il Lautenburg ne è travolto. Per non essere arrestato, Vignerte deve varcare di nascosto la frontiera svizzera. Invano, sul punto di lasciarsi, egli supplica la donna amata di fuggire con lui. Al di sopra dell'amore, più forte dell’amore, Aurora ha il suo dovere di Granduchessa: non può abbandonare il suo popolo. Così vuole il destino.

Con questi rapidi accenni abbiamo raccontato la vicenda del film, non del romanzo. «Il mio Koenigsmark» ha dichiarato la Térac «differisce dalle precedenti realizzazioni per il fatto che ho utilizzato solo la materia dell'ultimo quarto del romanzo, trascurando il passato dei personaggi che occupa una gran parte dell'opera di Benoit. Inoltre, ho insistito sull’intrigo amoroso e ho tentato di accentuare l’atmosfera, diciamo così, poliziesca che aleggia nel castello.»

C'è anche un'altra cosa che distingue questo Koenigsmark dagli altri. Huguette Duflos ed Elissa Landi erano bionde. Rompendo con la tradizione, la Térac ha dato alla romantica Granduchessa Aurora la nera chioma, di Silvana Pampanini.

Nicola Orsini, «Epoca», anno IV, n.130, 4 aprile 1953


Epoca
Nicola Orsini, «Epoca», anno IV, n.130, 4 aprile 1953